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Strage di Capaci, i sopravvisuti

Mag 24th, 2015 | Categoria: prima pagina
Sicilia, 23 maggio ’92, mancano tre minuti alle 18. Il sismografo agrigentino di Monte Cammarata registra delle oscillazioni. L’epicentro viene individuato tra Isola delle Femmine e Capaci. Quel sabato di maggio una violenta esplosione squarcia, all’altezza dello svincolo per Capaci, l’autostrada che conduce dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Una nube nera fa emergere pian piano detriti, pezzi di motore, musi di macchine tranciati, parabrezza deformati, sagome di auto affondate nel terreno bruciato. Un istante prima che venisse attivato il detonatore, in quell’autostrada viaggiano su tre Fiat Croma Giovanni Falcone con sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini del Quarto Savona 15: la sua scorta. L’aprifila del corteo blindato è la Fiat con cui si spostano gli agenti Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo mentre la Croma che chiude il corteo è quella in cui ci sono gli agenti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello. In mezzo c’è l’auto guidata da Giovanni Falcone con a bordo la moglie, Francesca Morvillo e l’agente Giuseppe Costanza.   Quel sabato, gli uomini del Quarto Savona 15 sono andati all’aeroporto di Punta Raisi per recuperare il giudice Falcone di ritorno da Roma. Giuseppe Costanza, autista giudiziario scelto personalmente dal giudice, raggiunge fin sotto l’aereo il magistrato...


Gli uomini di Falcone

Mag 23rd, 2015 | Categoria: prima pagina
di Giulia Panepinto
Il 25 maggio 1992, nella chiesa palermitana intitolata a San Domenico, si stanno celebrando i funerali di Stato del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo, degli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Di fronte a quelle bare, due avvolte dalla toga e tre dal tricolore prende parola Rosaria Costa, rimasta vedova dopo la strage di Capaci.  «Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, Vito mio, battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…» . Nonostante Rosaria sia straziata dal dolore e visibilmente provata, il suo corpo esile riesce a reggere il peso delle parole che sta per pronunciare e che entreranno a far parte della nostra memoria storica. Dopo aver ripetuto due volte la parola “Stato” fra l’amaro e l’incertezza prosegue la sua lettera, scritta il giorno prima tenendo stretto al cuore il pensiero del marito. Una lettera privata che ha saputo raggiungere tutti gli italiani perché capace di esprimere con parole umili il sentimento di rabbia e di giustizia che fuori dalla chiesa stava infuocando la folla, indignata per le presenze politiche che sfilavano nella navata principale...