Articoli con tags ‘ Salvo Lima ’


Il ritorno del “modello Ciancimino”

Ott 10th, 2003 | Categoria: archivio articoli
Giuseppe Lumia, parlamentare siciliano, è il capogruppo del partito dei Democratici di sinistra in Commissione parlamentare antimafia. Presidente di questo organismo nella 13a legislatura, secondo il collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè Lumia si trova nel mirino di Cosa Nostra a causa della sua azione politica di contrasto alla mafia. A Lumia abbiamo chiesto di spiegare le ragioni del voto contrario dell’opposizione alla relazione della Commissione. Onorevole Lumia, la lotta alla mafia per essere efficace dovrebbe essere unitaria. Perché l’opposizione ha votato contro la relazione presentata dal presidente della Commissione parlamentare antimafia? Abbiamo votato contro perché riteniamo che la relazione presentata dal presidente Centaro sia parziale e che il suo principale obiettivo sia quello di coprire la maggioranza di centro-destra e le scelte che quest’ultima ha fatto in questi anni, che a nostro avviso sono disastrose sul piano della lotta alla mafia. Le analisi contenute nella relazione sono, a nostro avviso, preoccupanti. Ad esempio è ridicolo descrivere il panorama della lotta alla mafia in termini di tranquillità, come se la mafia oggi fosse debole e lo Stato fosse forte. È sotto gli occhi di tutti che la mafia è forte, mentre lo Stato è in una fase di estrema debolezza. Qual è secondo lei...


Dalla partecipazione al contrasto

Set 10th, 2003 | Categoria: archivio articoli
«Nel tentativo di spiegare la propensione dell’imputato ad intrattenere personali, amichevoli relazioni con esponenti di vertice di Cosa Nostra, relazioni certamente propiziate dagli intimi rapporti già intrattenuti dal Lima, appare più interessante considerare la spinta determinata dalla possibilità di utilizzare la struttura mafiosa per interventi che potrebbero definirsi extra ordinem, ovvero per arrivare, in taluni, peculiari casi, a soluzioni difficilmente raggiungibili seguendo canali ortodossi» Ben altri devono ritenersi i benefici che l’imputato traeva o sperava di ricavare coltivando personalmente rapporti con i mafiosi, benefici che rivelano, in definitiva, che era piuttosto il predetto a servirsi di costoro. In primo luogo possono considerarsi i benefici elettorali, dipendenti dall’appoggio concesso dai mafiosi agli esponenti siciliani della corrente andreottiana. La Corte, peraltro, riconosce che tale aspetto non vada eccessivamente enfatizzato, posto che, alla stregua di alcune, pregnanti indicazioni raccolte, appare piuttosto frutto di un luogo comune l’attribuzione a Cosa Nostra di un determinante peso nell’orientamento del voto, orientamento che, per quanto riguardava i mafiosi, rimaneva, del resto, fortemente condizionato dai tradizionali legami , in particolare, dai vincoli che univano gli “uomini d’onore” ai singoli candidati più che ad un’unitaria determinazione che coinvolgesse tutto il sodalizio e che avesse come riferimento i vertici di quello o quell’altro partito della maggioranza governativa ovvero i vertici di una...


La parola al pentito

Set 10th, 2003 | Categoria: archivio articoli
Pubblichiamo stralci della deposizione resa da Francesco Marino Mannoia il 3 aprile 1993 negli Stati Uniti, in sede di commissione rogatoria internazionale per l’omicidio di Salvo Lima. Secondo la testimonianza del collaboratore, Andreotti sarebbe “sceso” in Sicilia per chiedere ragione dell’omicidio Mattarella. […] Per meglio comprendere le ragioni dell’omicidio, bisogna conoscere quale fosse la natura dei rapporti tra Cosa Nostra ed il mondo politico fin dal periodo in cui era rappresentante della famiglia di Santa Maria di Gesù Bontate Paolo, detto “Don Paolino”, padre di Stefano. A quell’epoca i rapporti con gli uomini politici erano tenuti principalmente da Bontate Paolino, Rimi Vincenzo e Salamone Antonino. […] Già Paolino Bontate, ad esempio, intrattenne rapporti con Mattarella Bernardo (padre di Piersanti, ndr), il quale era assai vicino a Cosa Nostra, anche se non ricordo se fosse un uomo d’onore. I rapporti con il mondo politico furono intensificati da Bontate Stefano, dopo che egli divenne rappresentante prendendo il posto del padre. […] Ritornando ai rapporti instaurati con il mondo politico da Bontate Stefano, ho appreso da lui stesso che egli dapprima stabilì relazioni assai strette con l’onorevole Rosario Nicoletti (che disponeva di una villa adiacente al fondo Magliocco), e – attraverso il canale del vecchio Matteo...


Gli ammutinati del 41 bis

Set 10th, 2002 | Categoria: archivio articoli
Nata sull’onda dell’emergenza criminale, la norma sul carcere duro per i mafiosi è di nuovo al centro delle polemiche. Tra lettere aperte, scioperi della fame e messaggi trasversali, i boss di Cosa Nostra rialzano la voce. E velatamente minacciano… Quando fu introdotto l’articolo 41 bis nell’Ordinamento penitenziario, l’Italia era in piena emergenza mafia. C’erano appena stati gli attentati a Falcone e a Borsellino e lo Stato sembrava impotente di fronte a un attacco criminale senza precedenti. Dal 1992 la norma che prevede il carcere duro per i mafiosi ritenuti più pericolosi viene reiterata ogni anno, ma il problema della carcerazione speciale – che oppone principi costituzionali alla necessità di proteggersi dalla forza belluina delle organizzazioni mafiose – non è mai stato risolto definitivamente.  Ricatto politico o messaggio interno? Oggi il problema si ripropone, con tanto di proclami letti dai detenuti nelle aule dei tribunali, lettere aperte a magistrati, scioperi della fame e sbarre percosse ritmicamente negli Istituti di pena. Potrebbero sembrare le  proteste che, più o meno ogni anno, si susseguono quando arriva il momento di prorogare la norma tanto odiata dai boss mafiosi, ma questa volta sono emersi alcuni aspetti diversi rispetto al passato: la lettera di Pietro Aglieri allo Stato e il proclama...


La motivazione

Lug 10th, 2000 | Categoria: archivio articoli
Pubblichiamo le conclusioni della sentenza del tribunale di Palermo (cap. XIX, pag. 4260 ss.) che riassume l’iter argomentativo del processo Andreotti. I rapporti con i cugini Salvo. In merito ai rapporti con i cugini Antonino ed Ignazio Salvo l’esame degli elementi di prova raccolti ha evidenziato che: 1. i cugini Salvo, profondamente inseriti in “Cosa Nostra”, furono più volte interpellati da persone associate all’illecito sodalizio per cercare di ottenere una favorevole soluzione di vicende processuali, manifestarono a diversi “uomini d’onore” i loro stretti rapporti con l’on. Lima, e, nei colloqui con una pluralità di esponenti mafiosi, evidenziarono i loro rapporti con il sen. Andreotti; 2. i cugini Salvo, sul piano politico, offrirono un sostegno aperto ed efficace (seppure non esclusivo) a diversi esponenti della corrente andreottiana, sulla base dello stretto rapporto di collaborazione e di amicizia personale che essi avevano instaurato da lungo tempo con l’on. Lima; 3. tra il sen. Andreotti ed i cugini Salvo si svilupparono anche diretti rapporti personali comprovati dai seguenti fatti: – il sen. Andreotti inviò un regalo (un vassoio d’argento) in occasione delle nozze della figlia primogenita di Antonino Salvo, Angela Salvo; – nel corso di un incontro conviviale svoltosi presso l’Hotel Zagarella il 7 giugno 1979, il sen. Andreotti...


Salvo Lima: un uomo di fiducia

Lug 10th, 2000 | Categoria: archivio articoli
Stralci dal cap. IV – sez II, § I della sentenza Tra il sen. Andreotti e l’on. Salvatore Lima si sviluppò, dopo le elezioni politiche del 1968, un legame politico particolarmente stretto, che perdurò ininterrottamente fino al 12 marzo 1992, quando l’on. Lima fu ucciso in un agguato di chiara matrice mafiosa. La carriera politica di Salvatore Lima aveva, comunque, avuto inizio parecchi anni prima della sua adesione alla corrente andreottiana. Salvatore Lima fu eletto per la prima volta consigliere comunale di Palermo nel 1951. Nel 1954 aderì alla corrente fanfaniana (“Nuove Cronache”). Nel 1956 fu eletto nuovamente al consiglio comunale di Palermo ed assunse quindi le cariche di vicesindaco e di assessore ai Lavori Pubblici ed all’Urbanistica. Ricoprì la carica di sindaco di Palermo dal 7 giugno 1958 al 6 novembre 1960, dal 4 aprile 1961 al 28 gennaio 1963, e dal 21 gennaio 1965 al 1° luglio 1966. Dal 1961 al 1968 assunse l’incarico di segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Palermo. Nelle consultazioni politiche del 19 maggio 1968 fu eletto alla Camera dei Deputati per la circoscrizione della Sicilia Occidentale (comprendente le province di Palermo, Agrigento, Caltanissetta e Trapani), nelle liste della Democrazia Cristiana; egli, in questa occasione, ottenne 80.387...


Il sindaco corleonese

Lug 10th, 2000 | Categoria: archivio articoli
Stralci dal cap. IV – sez. III della sentenza Vito Ciancimino, componente del Consiglio Comunale di Palermo dal 1956 al 1975, ricoprì le cariche di assessore alle Aziende Municipalizzate dal 18 giugno 1956 al 1957, di Assessore alle Aziende Municipalizzate, alle Borgate ed al Lavoro dal 1957 al 4 aprile 1961, di Assessore ai Lavori Pubblici dal 5 aprile 1961 al 30 giugno 1964, di Sindaco dal 25 novembre 1970 al 27 aprile 1971 (v. il documento n. 174). La partecipazione del Ciancimino all’associazione mafiosa “Cosa Nostra” è stata accertata con la sentenza emessa il 17 gennaio 1992 dal Tribunale di Palermo, della quale si riportano di seguito alcuni passaggi al fine di illustrare i legami del medesimo soggetto con i “corleonesi”, il rilevante ruolo da lui assunto nell’ambito della vita politica palermitana, gli illeciti interventi da lui realizzati in favore di individui facenti parte del sodalizio, i suoi rapporti con Francesco Caltagirone, il clima di diffusa intimidazione e generale compiacenza che aveva circondato il suo agire politico e la gestione del suo patrimonio. (…) Dagli elementi di prova sopra riassunti si desume, quindi, che: – il Ciancimino (il quale era da lungo tempo strettamente legato ad ambienti mafiosi) nel 1970, quando si candidò...


I Salvo e la corrente andreottiana

Lug 10th, 2000 | Categoria: archivio articoli
Stralci dal cap. IV – sez. I, § I della sentenza I cugini Antonino e Ignazio Salvo, organicamente inseriti nell’organizzazione mafiosa, esercitarono per un lungo periodo una fortissima influenza sulla vita politica siciliana. Il loro controllo del sistema esattoriale in Sicilia, sottoposto ad una particolare regolamentazione che prevedeva un aggio ampiamente superiore a quello praticato nel restante territorio nazionale e una “tolleranza” sui tempi di versamento di parte delle somme riscosse, assicurava ai Salvo la disponibilità di enormi importi di denaro, reinvestibili in altre attività. I Salvo conseguentemente riuscivano ad incidere profondamente sull’esito delle competizioni elettorali e sulle decisioni assunte in varie sedi istituzionali. (…) La posizione di grande potere acquisita dai cugini Salvo è stata sottolineata dal teste on. Giacomo Mancini, che, all’udienza del 31 ottobre 1996, ha dichiarato quanto segue: M.: Lei alla data del 1977 (…) sapeva chi erano i cugini Salvo? MANCINI G.: Come? Comandavano la Sicilia! Perché non lo dovevo sapere io! P.M.: No, siccome altri non lo sanno. MANCINI G.: Lo sapevano anche a Torino chi erano. Erano i personaggi più importanti della Sicilia, i quali avevano le esattorie siciliane che tutti i governi della Sicilia gli avevano dato, quelli democristiani, quelli democristiani con i socialisti, quelli comunisti, tutti avevano...


Il senatore Andreotti, la mafia e l’antimafia

Giu 10th, 2000 | Categoria: editoriali
Il nostro sistema processuale – a differenza di quelli anglosassoni – prevede che le sentenze siano motivate. La ragione è chiara e non riguarda solo i protagonisti del processo: il popolo, in nome del quale le sentenze sono pronunciate, ha diritto di sapere il perché delle decisioni dei suoi giudici. Ha diritto di conoscere: per valutare, per consentire o per dissentire, se del caso per criticare. Il deposito della motivazione della sentenza con cui il Tribunale di Palermo ha assolto il sen. Andreotti dall’accusa di partecipazione ad associazione mafiosa non è, dunque, un fatto rituale, un déjà vu. Le 4.301 pagine con cui i giudici spiegano la decisione sono un macigno che merita ben più dell’attenzione e della polemica di un giorno. Ne daremo conto nei prossimi fascicoli, ma non vogliamo esimerci da qualche considerazione a prima lettura. 1. L’autonomia tra politica e giurisdizione è uno dei fondamenti della democrazia. Ciò ha molte implicazioni. Significa anzitutto che la giustizia non può sostituirsi alla politica (neppure nel campo della criminalità e della mafia); l’intervento giudiziario deve riconoscere e rimuovere ingiustizie e illegalità in atto, ma il motore e la garanzia del «vivere giusto» stanno in azioni e provvedimenti estranei alle aule di giustizia; su questi versanti non c’è supplenza...