Articoli con tags ‘ Salvatore Giuliano ’


Primo maggio, non solo Expo

Apr 30th, 2015 | Categoria: brevi di mafia
Domani, venerdì primo maggio 2015, i riflettori mediatici saranno puntati su Milano. Le porte, dell’attesa ed invocata Esposizione Universale, saranno aperte al pubblico. Ma il primo maggio è anche la Festa dei Lavoratori. E l’anniversario della strage di Portella della Ginestra. Il primo maggio di sessantotto anni fa, nella Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo si riuniscono circa duemila lavoratori per celebrare dopo molti anni una festività che durante il fascismo era stata sostituita con il Natale di Roma (21 aprile), perdendo ogni valore. I manifestanti, per di più contadini, sono confluiti all’altezza di Portella della Ginestra. Con le loro bandiere e le loro voci, vogliono ribadire l’importanza di occupare le terre incolte dei latifondisti, un simbolo di giustizia sociale per riscattare la loro dignità come lavoratori. Ma sanno bene che lottare contro i padroni significa anche mettersi contro la mafia. All’improvviso i partecipanti del corteo vengono colpiti da una raffica di mitra. Muoiono all’istante undici persone, altre, ferite, moriranno nei giorni seguenti. Nel 1947 il Capo provvisorio della neonata Repubblica Italiana è Enrico de Nicola, De Gasperi è il Presidente del Consiglio mentre Segni ricopre l’incarico di ministro dell’Agricoltura. La Strage di Portella della Ginestra è la prima di molte stragi impunite...


Salvatore Giuliano: riesumato il corpo a Montelepre

Ott 28th, 2010 | Categoria: news
Una fila di fotografi, cameraman, giornalisti e curiosi attendeva stamane davanti ai cancelli del piccolo cimitero del paesino di Montelepre. L’occasione è la riesumazione della salma di Salvatore Giuliano, storico bandito di Montelepre. Il sindaco del paese ha però disposto che il pubblico debba lasciare il cimitero per consentire ai pm e ai medici legali di lavorare al dissoterramento. I passaggi che seguiranno la riesumazione odierna serviranno a scoprire se il cadavere, trovato nel cortile di palazzo De Maria a Castelvetrano il 5 luglio del 1950, sia davvero quello del ‘re di Montelepre’ e non quello di un sosia, sacrificato per coprire una eventuale fuga di Giuliano. Lo strumento per confermarne la morte sarà dunque il confronto tra il dna da estrarre al cadavere e quello dei parenti di Giuliano ancora vivo. La Procura di Palermo ha avviato un’indagine a carico di ignoti per omicidio e sostituzione di cadavere a partire da quest’estate. Dopo aver ricevuto un esposto a firma degli storici Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino. Nell’esposto si legge: ”Gli scriventi ritengono che vi sono fondati motivi per ritenere che il cadavere ritratto nel suddetto cortile e nell’obitorio del cimitero di Castelvetrano non siano la...


Salvatore Giuliano, tutti i dubbi sulla sua morte

Set 15th, 2010 | Categoria: archivio articoli, opinioni
di Giuseppe Casarrubea
La storia delle origini dell’Italia post-fascista è avvolta da molti misteri. Valga per tutti la vicenda della vita e della morte di Salvatore Giuliano, al quale quella storia è legata. A tal punto che ci troviamo di fronte, ormai, ad un’icona. Ne rappresenta, anzi, la saldatura tra poteri istituzionali e poteri criminali che proprio in quegli anni si realizza su scala nazionale. Quando la criminalità politica diventa necessità di Stato. Fino al punto che è possibile ipotizzare un archetipo fondativo della storia italiana lungo il filo nero che va dalla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) a quella di via D’Amelio (19 luglio 1992). Da una strage di Stato ad un’altra. Una costante è la costruzione di stereotipi. Gli aiuti americani alla rinascita del nostro Paese, il mito degli italiani “brava gente”, la scomparsa del fascismo, l’insorgenza dei Robin Hood, la netta separazione tra Stato e Cosa nostra e via di seguito. Se si afferra un bandolo di questa matassa, si può seguire il filo d’Arianna che porta fuori dal labirinto. Non è un’operazione semplice. Occorre sgombrare la mente dalle sedimentazioni che impediscono di scrivere una storia mai raccontata. Giuliano è una cartina di tornasole. Inizia la sua carriera...


Se il popolo teme il futuro, dategli l’azzardo

Set 1st, 2010 | Categoria: numeri arretrati
Narcomafie_9_2010 Anche quando l’economia non gira, c’è un articolo che si vende benissimo. È la speranza di vincere. Un sogno che Stato e privati trasformano in moneta sonante. Cinquantacinque i miliardi spesi nel gioco nel 2009, più di 60 quelli stimati per il 2010. Ma chi ci guadagna veramente e quali sono le conseguenze di quest’industria in continua espansione? Nell’ultimo dossier di Narcomafie i dati più aggiornati, le storie meno conosciute e gli illeciti più diffusi del mondo dell’azzardo (altro…)


“Caro professore…”

Nov 30th, 2008 | Categoria: archivio articoli
Dall’incauta corrispondenza con Tonino Vaccarino, un professore che lo conosceva da quando era fanciullo, il superlatitante Matteo Messina Denaro rivela molto di sé e dei suoi affari. Ma non abbastanza da lasciarsi catturare Un ragazzino dodicenne che si avvicina alla cassa di un negozio per pagare il giocattolo scelto, e la mano di un adulto che lo precede e gli sorride, chiedendogli in cambio una sola cosa: porgere a casa i suoi più cari saluti. Una scena che risale a un pomeriggio del 1974, a Castelvetrano, Valle del Belice, provincia di Trapani. Una città che diede i natali a illustri personaggi, come il filosofo e ministro della pubblica istruzione dell’epoca fascista Giovanni Gentile, qualche magistrato e un ex capo della Polizia, Giovanni Rinaldo Coronas. Ma i personaggi di quello scambio di convenevoli, diventati a loro modo anche famosi, non sono né magistrati, né filosofi, né poliziotti: quel ragazzino oggi è cresciuto, ed è l’attuale super latitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro, 46 anni, ricercato dall’estate del 1993; l’altro è un insegnante, il professor Tonino Vaccarino, anch’egli destinato agli onori della cronaca, prima, politica, perché divenne sindaco Dc del paese, e poi nera e giudiziaria, perché travolto negli anni 80 da...


Ottima regia, nessuna prova

Ott 10th, 2003 | Categoria: archivio articoli
La mafia? Un utile strumento per il controllo del territorio e per l’intimidazione dei nemici, disponibile ad ogni commessa, anche statale. Esegue tutto in modo professionale, non crea problemi e non lascia tracce. Anzi, qualche traccia la lascerebbe, ma ci pensano gli amici degli amici a sistemare tutto, confidando su un’accurata messa in scena e sul fatto che la memoria duri poco. È su queste basi che si muove Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, film in cui si formulano inquietanti ipotesi sul rapporto tra mafia e politica nella storia italiana. Il pensiero del ministro Lunardi – che due anni fa constatò serenamente che con la mafia bisogna imparare a convivere – sembra avere infatti illustri precedenti in alcuni suoi colleghi del passato, che arrivarono a commissionare ai mafiosi gli affari delicati – senza ovviamente sporcarsi le mani di persona – come sparare sui militanti comunisti di Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, pur in assenza del segretario regionale Girolamo Li Causi, ipotetico obiettivo. E Salvatore Giuliano, il bandito indipendentista cui si addossò l’intera responsabilità dell’eccidio (11 morti e una cinquantina di feriti) già due ore dopo l’accaduto? Per il film fu un semplice strumento, manipolato dai mafiosi e dai...


Un’eloquente reticenza

Nov 10th, 2002 | Categoria: recensioni
Qualcuno ha già parlato di «processo alla Storia». Il prossimo 31 gennaio, lo storico Giuseppe Casarrubea dovrà presentarsi davanti al giudice del tribunale di Partinico, in provincia di Palermo, per rispondere del reato di diffamazione. A trascinarlo davanti alla sbarra degli imputati, il generale dei carabinieri, oggi in pensione, Roberto Giallombardo, capitano dell’Arma all’epoca della strage del 1° maggio del 1947. Figlio di un sindacalista ucciso dalla mafia, lo storico siciliano ha sostenuto nel suo libro Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato (Franco Angeli, 1997) e in un’intervista concessa ad una televisione locale, che Giallombardo, due mesi dopo Portella, uccise Salvatore Ferreri, alias Fra Diavolo – infiltrato nella banda di Giuliano e confidente delle più alte autorità di pubblica sicurezza in Sicilia – e altri suoi compagni a sangue freddo, e non nel corso di un conflitto a fuoco. Che i sospetti sugli esecutori materiali della strage avessero qualche ragion d’essere, lo fece capire nel 1952 la sentenza del processo di Viterbo, un documento prezioso che viene oggi pubblicato per la prima volta dalla raffinata casa editrice palermitana “La Zisa” con il titolo Mafia e banditismo nella Sicilia del dopoguerra. La sentenza del processo di Viterbo per i fatti...


Il boss vince in trasferta

Ott 10th, 2002 | Categoria: archivio articoli
Approvata in questi giorni alla Camera dopo molte polemiche, la legge “Cirami” sul legittimo sospetto potrebbe rivelarsi un formidabile strumento in mano alle mafie. Come dimostrano diversi processi del passato Nelle polemiche scoppiate dopo la presentazione e l’approvazione alla Camera del progetto di legge “Cirami” sul legittimo sospetto si è spesso parlato dei precedenti storici in cui la norma è stata applicata. Si è parlato di corruzione, di Tangentopoli, di criminalità economica, mentre soltanto incidentalmente si è fatto riferimento ai processi di mafia. In questo caso rivangare il passato si rivela un utile strumento per evidenziare i limiti e i rischi connessi alla legge. Proprio nei processi di mafia in cui si è fatto ricorso alla “legittima suspicione”, infatti, le sentenze si sono quasi sempre risolte a favore delle cosche. Questo spiega l’interesse più volte manifestato dai mafiosi per il legittimo sospetto: sulla base degli esiti di questi processi la mafia ha avuto l’opportunità di ricompattare le sue fila e di riprendere fiato. Col senno del poi, sappiamo che imputati prosciolti sarebbero stati riconosciuti colpevoli di aver organizzato e diretto dal vertice Cosa Nostra siciliana.  I precedenti storici degli ultimi cento anni riportati qui di seguito dimostrano quindi come una norma che dovrebbe rappresentare una garanzia per i...


Obbiettivi sulla Cupola

Ott 10th, 2002 | Categoria: archivio articoli
Dallo stile didattico di Giuseppe Ferrara a quello trasgressivo di Roberta Torre, dal registro intimista di Antonio Capuano a quello vibrante di Pasquale Scimeca: quattro registi che, con approcci e prospettive differenti, hanno rivolto a più riprese il proprio sguardo sul tema della mafia. Narcomafie li ha messi a confronto e raccolto le loro opinioni. Con quali obiettivi avete affrontato il tema della mafia nei vostri film?  Torre. Credo che chiunque viva al sud, in particolare a Palermo, non possa prescindere dalla mafia. Ci si rende subito conto che è un fenomeno che ha influenzato profondamente sia la cultura, sia la vita di questa terra. Ogni volta che si parla delle tematiche sociali di quest’isola è difficile evitare di affrontarlo. Io ho cercato di farlo con un atteggiamento antropologico. Non ho voluto dimostrare nulla, né contro né a favore della mafia. Ho voluto solo mostrare una realtà e una cultura, raccontandola. Direi che alla base dei miei film c’è una sorta di fascinazione narrativa. Ferrara. Il discorso è piuttosto lungo. Per me il cinema è la registrazione del pensiero audio-visivo, cioè del pensiero percettivo. Nel momento in cui io vedo un film arabo o cinese piuttosto che indiano o messicano ricevo – a...


Pentiti e pentitismo

Apr 10th, 2000 | Categoria: editoriali
Fatti molteplici – da ultimo la morte di Tommaso Buscetta – inducono a parlare ancora di “pentiti”, strumento fondamentale e insostituibile nelle indagini di mafia (e non solo in esse) ma, insieme, crocevia di delicati problemi etici e giuridici. Il pentitismo, o collaborazione processuale che dir si voglia, non è una novità degli ultimi anni nell’azione di contrasto delle organizzazioni criminali: né in Italia, né sulla scena sovranazionale. Il fatto nuovo, nel nostro Paese, è stato il suo emergere nelle indagini e nei dibattimenti, dopo essere stato per decenni relegato nei commissariati di polizia o nelle stazioni dei carabinieri. I collaboratori di giustizia si chiamavano un tempo “confidenti” e il codice processuale – quello del fascismo come quello del 1989 – ne garantiva anonimato e copertura sancendo il diritto della polizia di non rivelarne l’identità. Diversi erano, ovviamente, la rilevanza processuale delle informazioni fornite (esclusa in caso di permanere dell’anonimato) e i premi conseguenti (confinati in diffuseprassi di impunità non disciplinate dalla legge), ma ciò non muta la sostanza del fenomeno, presente anche in terra di mafia, come dimostra – per tutte – la vicenda della morte oscura di Salvatore Giuliano. Lo scrive efficacemente S. Lupo: “Possiamo indifferentemente leggere una sentenza...