Articoli con tags ‘ mafia e cinema ’


Terra rossa di sangue

Nov 29th, 2010 | Categoria: archivio articoli
di Chiara Maritato
Tornare a Rosarno è un dovere. A quasi un anno da quel 7 gennaio 2010 in cui il quotidiano sfruttamento si è macchiato con la violenza, a riportarci sui luoghi della rivolta è un documentario che vuole essere memoria. Una memoria dei fatti, ma anche una memoria storica, il ricordo di una terra e di una campagna che ha conosciuto lo sfruttamento e le rivolte ben prima che arrivassero i neri. Una terra in cui i braccianti erano i tanti figli delle famiglie contadine, costretti a giornate intere di lavoro e a misere paghe; oggi i nipoti di quei braccianti sembrano dimenticare che tutto in realtà ha  origini ben precise: sono cambiati gli schiavi, ma i padroni restano gli stessi. Così, il regista Andrea Segre spiega subito che “Il sangue verde”, (vincitore del premio CinemaDoc alla 67 Mostra del Cinema di Venezia, distribuito dalla ZaLab) non vuole essere una ricostruzione dei fatti, quanto piuttosto una testimonianza storica più ampia di che cosa sia stato il lavoro nelle campagne del Mezzogiorno. Per farlo, si è servito di immagini d’epoca, degli anni ’30 e ’40, quando le famiglie, le ’ndrine, erano i guardiani e le rivolte contadine venivano represse nel sangue; il contesto...


“Impossibile descrivere l’Italia senza parlare di mafia”

Ott 10th, 2009 | Categoria: archivio articoli
Raccontare la mafia fa bene o male all’antimafia? Collocare i boss al centro della narrazione li rende, inevitabilmente, eroi? E poi, film e fiction forniscono un’immagine veritiera del crimine organizzato? Si è diffusa una produzione di genere? Magistrati, registi e scrittori si dividono. Giancarlo De Cataldo ricorda che anche il giudice Giovanni Falcone criticò i romanzi di Sciascia, perché i mafiosi ne uscivano sempre vincitori. (altro…)


Il romanzo della legge

Ott 10th, 2009 | Categoria: archivio articoli
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Chi racconta la verità? Il giornalista-giornalista

Apr 10th, 2009 | Categoria: archivio articoli
Giancarlo Siani, giovane cronista precario de «Il Mattino», aveva compiuto una rivoluzione con la parola. Facendo semplicemente il suo lavoro. A 24 anni dall’uccisione, un film ne ripercorre la vita (altro…)


Giovani e mafia: qualcosa è cambiato

Mar 10th, 2005 | Categoria: archivio articoli
In queste ultime settimane si sono moltiplicate le proiezioni del film di Roberto Faenza “Alla luce del sole” – dedicato alla figura di Padre Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia del quartiere Brancaccio, il 15 settembre 1993 – in occasione delle quali si chiede a Libera un intervento per ragionare sui contenuti del film grazie al contributo di esperti e docenti.  Al centro dell’analisi è il rapporto tra giovani e illegalità, tra giovani e criminalità organizzata. Dopo più di un decennio, il ricordo del sacerdote è ancora vivo in quel contesto, ma non mancano le voci fuori dal coro, spie di un malessere tuttora diffuso tra i giovani. Facendo leva proprio su dichiarazioni sconvolgenti di alcuni ragazzi in un backstage girato a Brancaccio (« [don Puglisi] se l’è meritato, è stato lui a cercarsi la morte»), Giuseppe D’Avanzo, su «la Repubblica» del 15 gennaio 2005 si chiede chi abbia vinto tra Padre Puglisi e i fratelli Graviano, mandanti del suo omicidio: «Metto insieme quello che so per rispondere. Padre Puglisi è sotto un metro di terra al cimitero. La sua comunità di ragazzi è stata liquidata e ora, riaperta, tira avanti una vita stenta… E i fratelli Graviano? Qual è stata la...


Ottima regia, nessuna prova

Ott 10th, 2003 | Categoria: archivio articoli
La mafia? Un utile strumento per il controllo del territorio e per l’intimidazione dei nemici, disponibile ad ogni commessa, anche statale. Esegue tutto in modo professionale, non crea problemi e non lascia tracce. Anzi, qualche traccia la lascerebbe, ma ci pensano gli amici degli amici a sistemare tutto, confidando su un’accurata messa in scena e sul fatto che la memoria duri poco. È su queste basi che si muove Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, film in cui si formulano inquietanti ipotesi sul rapporto tra mafia e politica nella storia italiana. Il pensiero del ministro Lunardi – che due anni fa constatò serenamente che con la mafia bisogna imparare a convivere – sembra avere infatti illustri precedenti in alcuni suoi colleghi del passato, che arrivarono a commissionare ai mafiosi gli affari delicati – senza ovviamente sporcarsi le mani di persona – come sparare sui militanti comunisti di Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, pur in assenza del segretario regionale Girolamo Li Causi, ipotetico obiettivo. E Salvatore Giuliano, il bandito indipendentista cui si addossò l’intera responsabilità dell’eccidio (11 morti e una cinquantina di feriti) già due ore dopo l’accaduto? Per il film fu un semplice strumento, manipolato dai mafiosi e dai...


Tano duro a morire

Ott 10th, 2002 | Categoria: archivio articoli
Dopo un inizio all’insegna di coppola e lupara, il cinema italiano sulla mafia ha preso strade più articolate e convincenti. Anche se spesso denuncia e impegno hanno dato del tema una lettura stereotipata Il mafioso tipico del cinema italiano ha avuto per decenni un corredo piuttosto riconoscibile: baffi, coppola, lupara, accento siculo da barzelletta, scacciapensieri e fichi d’india, cui si aggiungevano noti tratti caratteriali: gelosia esasperata, irascibilità marcata, bassa perspicacia e cinismo a volontà. L’icona per eccellenza di quest’accezione è la coppia Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Non a caso gli attori siciliani diventano “i due mafiosi”, sorta di marchio doc riconoscibile ed esportabile fin dal titolo dei film: nel giro di pochi anni girano I due mafiosi (1963), Due mafiosi nel Far West (1964), Due mafiosi contro Goldginger (1965) e I due mafiosi dell’FBI (1966), anche conosciuto come Le spie vengono dal semifreddo. Sono semplici parodie farsesche di successi dell’epoca, in cui di mafia non si parla quasi mai. Proprio considerando il basso livello di pertinenza tra questo tipo di film e la mafia vera, per cui il mafioso di celluloide appare quasi come un personaggio della commedia dell’arte, appare evidente l’ambiguo rapporto tra il cinema italiano e la mafia, spesso stilizzata come fenomeno...


Perché cinema e mafia?

Ott 10th, 2002 | Categoria: archivio articoli
L’idea di questo speciale nasce da due considerazioni. In primo luogo, ci sembra che l’attuale interesse per la mafia, a livello di opinione pubblica, sia molto basso. Non c’è sicuramente paragone rispetto alla situazione di dieci anni fa, quando le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, con il sacrificio di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle loro scorte, scatenarono non solo commozione e sdegno, ma anche interesse e presa di coscienza del fenomeno mafioso. Oggi, viceversa, la mafia sembra non “tirare” più, nemmeno a livello mediatico. Eppure, nell’ultimo decennio, se la televisione e i mezzi d’informazione hanno tendenzialmente parlato poco o male di mafia – ricorrendo spesso a storie “esemplari”, ma anche molto superficiali, o ritornando ai cliché dei telefilm d’azione – sono stati molti i film che hanno affrontato il tema, spesso dando luogo a dibattiti che hanno interessato non solo la critica cinematografica: basti pensare ad opere come “La scorta”, “Il giudice ragazzino”, “Lo zio di Brooklyn”, “Tano da morire”, “I cento passi”. In questo senso – ed è la seconda considerazione che ha ispirato questo speciale – il cinema ci è sembrato non soltanto un luogo di espressione artistica o di evasione fantastica, ma uno specchio stimolante...


Obbiettivi sulla Cupola

Ott 10th, 2002 | Categoria: archivio articoli
Dallo stile didattico di Giuseppe Ferrara a quello trasgressivo di Roberta Torre, dal registro intimista di Antonio Capuano a quello vibrante di Pasquale Scimeca: quattro registi che, con approcci e prospettive differenti, hanno rivolto a più riprese il proprio sguardo sul tema della mafia. Narcomafie li ha messi a confronto e raccolto le loro opinioni. Con quali obiettivi avete affrontato il tema della mafia nei vostri film?  Torre. Credo che chiunque viva al sud, in particolare a Palermo, non possa prescindere dalla mafia. Ci si rende subito conto che è un fenomeno che ha influenzato profondamente sia la cultura, sia la vita di questa terra. Ogni volta che si parla delle tematiche sociali di quest’isola è difficile evitare di affrontarlo. Io ho cercato di farlo con un atteggiamento antropologico. Non ho voluto dimostrare nulla, né contro né a favore della mafia. Ho voluto solo mostrare una realtà e una cultura, raccontandola. Direi che alla base dei miei film c’è una sorta di fascinazione narrativa. Ferrara. Il discorso è piuttosto lungo. Per me il cinema è la registrazione del pensiero audio-visivo, cioè del pensiero percettivo. Nel momento in cui io vedo un film arabo o cinese piuttosto che indiano o messicano ricevo – a...


Il banchiere ha pagato

Dic 10th, 2001 | Categoria: archivio articoli
Intervista a Giuseppe Ferrara Giuseppe Ferrara è tornato dietro la cinepresa. Sette anni dopo Segreto di Stato, che nel 1994 denunciava i guasti dei servizi segreti deviati italiani, il suo bersaglio è questa volta una delle storie più oscure della nostra Repubblica: la morte di Roberto Calvi. I banchieri di Dio, questo il titolo del film, racconta una vicenda che per quasi quindici anni è stata il chiodo fisso di Ferrara, capace di raccogliere una tale mole di dati e informazioni su Banco Ambrosiano, Ior, Opus Dei, Massoneria e P2, da far invidia ai magistrati che hanno indagato sulla vicenda. Con Omero Antonutti nei panni di Roberto Calvi, il banchiere trovato impiccato a Londra nel giugno 1982 sotto il Ponte dei Frati Neri, il film presenta un nutrito cast di attori (sono ben 164 i ruoli scritti da Ferrara per l’occasione), tra cui spiccano Rutger Hauer, che interpreta il presidente della banca vaticana monsignor Marcinkus, Pamela Villoresi nelle vesti di Clara Calvi e Alessandro Gassman in quelle del faccendiere Pazienza. Il 9 luglio 2001 Ferrara ha potuto finalmente battere a Torino il primo ciak del suo film, le cui riprese sono durate nove settimane e che è ormai pronto per uscire nelle...