Articoli con tags ‘ Iraq ’


Se i Falchi si travestono da Colombe

Dic 10th, 2004 | Categoria: archivio articoli
La rielezione di George W. Bush determina una nuova condotta per l’establishment. Prevarrà il noto unilateralismo egemonico o una diplomatica ricostruzione dei legami transatlantici? Intanto Condoleezza Rice subentra a Colin Powell e Iran e Corea del Nord tornano all’ordine del giorno… A poco più di un mese dalla sua conferma alla Casa Bianca, il 2 novembre scorso, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha tracciato le linee guida verso cui orienterà la sua seconda amministrazione. L’ha fatto con le sue prime dichiarazioni e, in maniera ancor più eloquente, con i rimpasti interni al suo gabinetto. «Credo che il dovere solenne del presidente degli Stati Uniti – ha detto Bush nel suo discorso d’accettazione – sia quello di proteggere il popolo americano, anche qualora altri non siano d’accordo». Commentatori e analisti politici hanno riudito in queste parole l’adagio “o con noi o contro di noi” che il Presidente e la sua Amministrazione hanno ripetuto, sul fronte interno come su quello internazionale, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e le campagne in Afghanistan e Iraq.  Il bravo soldato e il burattinaio Negli editoriali della stampa americana rimbalza l’opinione secondo cui, alla luce del capitale accumulato nelle ultime elezioni (in cui 4 milioni di voti di vantaggio sullo sfidante democratico John...


Ora regna il caos

Gen 10th, 2004 | Categoria: archivio articoli
La cattura del dittatore non ha migliorato la situazione irachena. Sciiti, sunniti e curdi rimangono profondamente divisi. Mentre cresce l’insofferenza verso le forze d’occupazione L’Asso di picche è stato catturato il 13 dicembre 2003. Saddam ora non è solo un nemico vinto. È un dittatore ridicolizzato, spulciato e guardato in bocca come non si dovrebbe fare nemmeno con un  “caval donato”. Ha l’aria sofferta, trasandata e persa che fa pensare a tutti noi: «Guarda come si è ridotto quel criminale, è proprio vero che i dittatori sono dei giganti con i piedi d’argilla, grandi solo finché qualcuno li tiene sul piedistallo». Quelle sue immagini così simbolicamente perfette rimarranno nella storia dell’umanità, come quelle della caduta della sua statua di fronte al Palestine, l’hotel dei giornalisti.  Un trionfo prematuro La barba incolta del rais, i suoi occhi sgranati in preda al panico si sovrapporranno nella memoria collettiva alle immagini  della prima vittoria dichiarata con troppa frettolosità. Anche in quell’occasione la scenografia era curatissima, degna di un film. Sulla portaerei Abraham Lincoln l’equipaggio – 5mila uomini e donne al ritorno da otto mesi di missione di guerra nel Golfo – è festante. Il presidente George Bush, in tenuta da pilota, scende dal caccia che ha guidato personalmente, e con la...


La tortuosa via per Damasco

Mag 10th, 2003 | Categoria: archivio articoli
La Siria è al primo posto nell’elenco degli “Stati canaglia”  stilato da Washington.Ma una serie di fattori – in primis la vicinanza con il Libano e i legami con i guerriglieri Hezbollah –  dovrebbe indurre gli Usa alla prudenza Con la fine della seconda guerra del Golfo, gli Stati Uniti hanno inaugurato una nuova, aggressiva strategia nei confronti della Siria: formulare, sotto la minaccia di pesanti ritorsioni, richieste alle quali difficilmente l’avversario potrà (e forse nemmeno vorrà) conformarsi in pieno. Un modo forte, ma non risolutivo, per far pesare sul capo del giovane Bashar el-Assad una spada di Damocle. Lo scopo? Intimidire, bloccare, e ridurre a più miti consigli un Paese che è una spina nel fianco per Israele e gli Stati Uniti.  L’amministrazione Usa ha quindi diffidato il governo siriano dal detenere “armi di distruzione di massa”, dall’ospitare transfughi del regime iracheno, e soprattutto dall’appoggiare le attività di gruppi terroristici. Ossia l’esatto contrario di ciò che la Siria ha fatto, sta facendo e probabilmente continuerà a fare nel prossimo futuro. Con l’eccezione della consegna di qualche pezzo più o meno “grosso” della cricca di Saddam Hussein, pedine sacrificabili di cui il governo di Damasco si è liberato e si libererà forse persino con sollievo. Ispezioni? sì, ma per tutti La...


War zapping

Apr 10th, 2003 | Categoria: archivio articoli
Belfast, ore 18,37 del 7 aprile: il presidente americano George W. Bush saluta la folla, dirigendosi verso l’elicottero. Ad un tratto si arresta di botto. Con una serie di veloci passettini torna indietro di alcuni metri, e prende tra le braccia un bimbo davanti alle telecamere. Le leggi della comunicazione impongono: imita l’avversario quando ne fa una giusta. Infatti il gesto di Bush, leggermente forzato, è uguale a quello compiuto tre giorni prima da Saddam Hussein, apparso a Baghdad in un bagno di folla osannante (ancora per poco). In questo conflitto, angloamericani e iracheni si sono imitati, ingaggiando una furiosa lotta mediatica per imporre le loro versioni propagandistiche, e per negare del tutto quelle nemiche. I proclami del ministro della Propaganda iracheno Mohammed Said al Sahaf, uniti ai suoi fantasiosi bilanci delle perdite nemiche, hanno fatto di lui una pura macchietta. Ma sono eguagliati, in gravità, dalla negazione sistematica e dalle arroganti mancate ammissioni di colpa (relative alle uccisioni di civili) dei comandi militari americani: solo un noto reporter britannico, Robert Fisk, si prenderà la briga di verificare, partendo da un frammento, il numero di serie di un missile che ha fatto 62 vittime civili al mercato di Shu’ala a Baghdad,...


Bugie preventive

Apr 10th, 2003 | Categoria: archivio articoli
Bashir è un chiacchierone. Lo scorso anno, lungo la strada accidentata che da Kabul ci portava a Jalalabad, non ha fatto che parlare e parlare, raccontare barzellette e storielle. Era seduto a fianco dell’autista e così, per vedere se ridevamo, continuava a girarsi verso di noi, seduti sul sedile posteriore. A meno di metà della strada, proprio per questo suo agitarsi frenetico, Bashir – non abituato ai lunghi viaggi in auto su sterrato, con curve, buche, salite e discese – ha cominciato a sentirsi male. E ha smesso anche di raccontare le sue barzellette afghane. Una delle storielle di Bashir ci torna in mente in questi giorni: «In un villaggio viveva un uomo ritenuto da tutti molto saggio. Era ricco e potente e aveva molti muli e asini. Un giorno un contadino gli chiese in prestito un asino per portare la moglie malata all’ospedale. “Tutti i miei asini sono occupati altrove – rispose il ricco – mi dispiace, non posso aiutarti”. Il contadino sconsolato stava per andarsene quando sentì provenire dalla stalla un raglio vigoroso. “Ma di là hai ancora una bestia!” disse pieno di speranza. “Sei proprio uno sciocco – rispose l’altro – credi a quello che ti dice un...


Saddam: l’uomo sbagliato nel posto giusto

Dic 10th, 2002 | Categoria: archivio articoli
Ormai la domanda da farsi non è: «Si farà la guerra in Iraq?», ma: «Quando comincerà? ». Bush ha già deciso. I motivi? Non tanto rimuovere il dittatore Saddam, ma controllare il petrolio iracheno, e soprattutto disegnare una nuova mappa dell’area del Golfo Persico. A sostenerlo non sono i pacifisti e gli antiamericani, ma gli esperti dell’Institute for National Strategic Studies (Inss) della National Defense University (Ndu) nel rapporto che il Pentagono ha letto con attenzione lo scorso settembre. Titolo del rapporto: “Dietro il contenimento: come difendere gli interessi americani nel Golfo Persico”, sottotitolo: “Ridisegnare e ricollocare le forze americane nell’era del post-containment”. Nell’indagine si sottolinea la necessità, nei prossimi dieci anni, di apportare «significativi aggiustamenti nell’atteggiamento militare delle forze americane nell’area del Golfo», con o senza un cambio di regime a Baghdad. Il rapporto Inss sottolinea che è fondamentale per gli americani avere a Baghdad un “governo amico” per raggiungere l’obbiettivo prioritario di un controllo duraturo e di portata strategica nell’area. La sostituzione del dittatore Saddam Hussein non è il fine, ma semmai il mezzo per raggiungerlo. Con questa chiave di lettura si può capire perché tra i possibili successori del dittatore iracheno siano già stati fatti nomi non certo al di...


La sfida della reciprocità

Dic 10th, 2002 | Categoria: archivio articoli
L’atteggiamento spazientito di George Bush verso l’ispezione dell’Onu in Iraq lascia intendere che la guerra è sempre più vicina. Un conflitto, ripete Bush, necessario per salvaguardare la sicurezza del “mondo libero”.  Non interessa qui denunciare cosa nasconda tale chiamata alle armi – il petrolio e la posizione strategica dell’Iraq come prima dell’Afghanistan – quanto mettere in luce una funzione di questa guerra su cui si tende di norma a glissare: quella di nascondere le nostre responsabilità.  L’insicurezza, la minaccia del terrorismo, la sensazione permanente di pericolo che continuiamo a denunciare dall’11 settembre 2001 sono altrettanti effetti di un modello di vita che sta devastando la Terra nel folle tentativo di assimilarla. Dal 1990 è in corso un processo di omologazione  che non ha avuto bisogno di essere imposto con le armi, ma che verosimilmente avrà sempre più bisogno di armi per preservare e ampliare la sua egemonia. Questo ovviamente non vuol dire rimpiangere quello che c’era prima: la guerra fredda, il mondo diviso in due e paralizzato dalla minaccia atomica. Ma riconoscere che è venuto il momento d’interrogarci su un totalitarismo economico che produce in eguale misura ricchezza per pochi (sempre meno, data la sua natura esclusiva) e povertà e sradicamento per tutti...