Articoli con tags ‘ guerra ’


Istantanee di guerra

Set 10th, 2006 | Categoria: archivio articoli
Il dramma di chi fugge e la determinazione di chi resta: ecco come appariva Beirut prima della tregua a un inviato di «Narcomafie». Storie di sopravvivenza quotidiana e di domande che attendono ora una risposta. Tra queste, il sospetto che Israele abbia usato armi chimiche «A causa dell’attuale situazione, in questi giorni l’esercizio rimane aperto soltanto dalle otto alle venti. Ci scusiamo con i clienti per il disagio»: l’avviso, stampato su un A4 plastificato, era appeso sulla porta a vetri di un locale di ristorazione su un angolo di Bliss street, la via che costeggia l’università americana di Beirut. Lungo la strada si contavano almeno sei, tra fast food e ristoranti: kebab, piadine, hamburger, pizze e crèpes; tutti aperti. Lungo le vie di Hamra, il quartiere centrale, negozi di elettrodomestici, tabaccai, cambiavalute, alimentari erano tutti con la serranda alzata. Traffico regolare, persone indaffarate sui marciapiedi. A colpo d’occhio una città in attività, dove non molto si era fermato. Erano piccoli i segni della guerra nella vita di tutti i giorni: un ristorante che respingeva i clienti per chiudere prima, interferenze o interruzioni nei segnali televisivi, la corrente elettrica di un fast food che saltava per via dei generatori con il vocio delle...


I semi della discordia

Ott 10th, 2005 | Categoria: archivio articoli
La distruzione dei campi di oppio in Afghanistan scatena “micro-guerre” civili perché le colture alternative non costituiscono una risorsa altrettanto proficua. Ma il governo Karzai ha scelto la sua linea e impone l’uso di semi di grano geneticamente modificati acquistati dalla multinazionale statunitense Monsanto Non appena si supera il confine con il Pakistan per dirigersi a Jalalabad, capitale della provincia di Nangarhar, si percorre una dritta strada asfaltata che corre lungo la valle di Laghman. In lontananza, verso est, si vedono le Spin Ghar, le montagne bianche, famose per i tunnel e le caverne di Tora Bora. È qui che, sul finire dell’estate, i nomadi kuchi allestiscono le tende ed organizzano i loro campi, mentre capre e dromedari pascolano sui pochi ciuffi d’erba rimasti. La terra sembra arida e brulla, avara e inospitale come quella dei deserti di queste parti. In realtà questa è una delle zone afghane il cui terreno è più generoso. La provincia di Nangarhar è quella con la più estesa produzione di oppio. Coltivazione a cui – più ostinatamente – la popolazione si aggrappa per vivere e alimentare i sogni di un futuro migliore. Abitudine dura a morire. L’oppio qui è tutto, e nessuno ancora è riuscito a...


Quelli che il petrolio

Set 10th, 2005 | Categoria: archivio articoli
Angola, Guinea Equatoriale, Mauritania, Sudan: il continente africano galleggia sull’oro nero, la sua febbre contagia sempre di più economie emergenti (come Cina e India) e vecchi protagonisti (Stati Uniti in testa). Ma, come al solito, la popolazione resta fuori dai grandi giochi 30, 30 mila, 300 mila… Una sequenza magica basata sul simbolico numero tre? Macché: è la crudele sintesi di una tragedia che ha nome Cabinda, minuscola regione dell’Africa centrale che appartiene all’Angola, da cui però è completamente separata da una striscia di territorio della Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Trenta sono gli anni di quella che ormai è la più lunga guerra “dimenticata” tra le molte del Continente, combattuta dal Flec (Frente de Libertação do Enclave de Cabinda) contro il Governo di Luanda; trentamila gli uomini che compongono il corpo di spedizione angolano inviato a sedare le rivolte e i rifugiati cabindesi nel mondo; trecentomila gli abitanti dell’enclave. A questo punto un altro numero: 50, vale a dire la percentuale di risorse petrolifere fornita dalla Cabinda all’Angola, il secondo produttore subsahariano dopo la Nigeria. È questo gigantesco deposito di idrocarburi che è andato a presidiare il corpo di spedizione in cui operano i comandos caçadores, ai quali si...


Ostaggi della follia

Gen 10th, 2005 | Categoria: archivio articoli
«Un ragazzo tentò di scappare, ma venne preso. Gli fecero inghiottire una manciata di pepe rosso e si misero a picchiarlo in cinque. Aveva le mani legate. Poi ordinarono a noi, nuovi prigionieri, di ucciderlo a bastonate. Mi sentii male. Conoscevo quel ragazzo, eravamo dello stesso villaggio. Mi rifiutai, ma i ribelli minacciarono di spararmi. Mi puntarono una pistola, così dovetti farlo. E quel ragazzo mi chiedeva: “Perché lo fai?”. Gli risposi che non avevo scelta. Dopo averlo ucciso fummo costretti a cospargerci le braccia del suo sangue. Ebbi le vertigini. […] Ci dissero che dovevamo farlo perché così non avremmo più avuto paura della morte e non avremmo tentato di scappare. Sto così male per le cose che ho fatto… Quel ragazzo continuo a sognarlo: sento la sua voce che mi dice di averlo ucciso per niente, mentre io piango» (Susan, 16 anni). Era il 1997 quando l’organizzazione non governativa Human Rights Watch raccoglieva questa testimonianza. La guerra in Nord Uganda era iniziata 11 anni prima: Joseph Kony, leader visionario del Lord’s Resistance Army (Lra, Esercito di liberazione del Signore), aveva deciso di rovesciare il nuovo governo di Kampala – conquistato con le armi nel gennaio del 1986 da Yoweri...


«Qui Pristina. Chiedo rinforzi»

Lug 10th, 2004 | Categoria: archivio articoli
A cinque anni dalla fine dei bombardamenti Nato in Kosovo, l’odio etnico tra serbi e albanesi stenta a sopirsi. Una situazione ancora delicata, gestita dalla missione Onu. E un ruolo di primo piano spetta alla Polizia italiana   Alle 8 in punto, come tutte le mattine, Eugenio Sterza lascia l’enclave serba di Kosovo Polie. Passato il check point presidiato dai militari Nato della K-for, imbocca la strada dell’aeroporto per recarsi al lavoro. Siamo in Kosovo, la regione balcanica che dal 1999, dopo i bombardamenti della Nato, pur rimanendo nei fatti parte integrante della Serbia, è amministrata dalla missione Onu denominata Unmik. Eugenio Sterza è assistente capo della Polizia di Stato italiana che, con altri 35 colleghi, partecipa alla prima missione italiana della Polizia all’estero. Responsabile dell’Ufficio documenti falsi presso l’aeroporto di Pristina, è ormai diventato un punto di riferimento per tutti i colleghi stranieri provenienti da decine di Paesi. Ogni volta che qualche documento non convince, come nel caso del passaporto diplomatico del Primo ministro del Regno del Melzichedec (regno di pura fantasia), il responsabile decide il da farsi.  Competenza e passione  Oltre 5mila uomini di 47 Stati (in collaborazione con 36mila militari Nato della K-for), migliaia di mezzi e milioni di euro. Tutto questo è l’Unmik, la...


A futura memoria

Mag 10th, 2004 | Categoria: archivio articoli
Quando i Lumière proiettarono per la prima volta L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat scatenarono il panico tra gli spettatori, che ebbero la sensazione di essere travolti dalla motrice, in apparenza sempre più vicina.  A Siem Reap, in Cambogia, si ripetè una scena molto simile a quella tramandata dai testimoni francesi quando, installato uno schermo cinematografico, furono mostrate le immagini di carri armati in movimento. Non erano gli albori del XX secolo, bensì l’inizio degli anni Novanta. La reazione smisurata non era solo frutto della mancata confidenza dei cittadini di Siem Reap con il grande schermo, quanto, piuttosto, di una paura radicata da un ventennio di “guerra civile” (anche se non è forse questo il termine più appropriato: “genocidio calcolato” e altre terribili definizioni calzano macabramente meglio alla recente storia cambogiana).  I khmer rossi, creati e guidati nell’ombra da Pol Pot, si schierarono prima contro il governo monarchico di Sihanouk, nel ’69, poi contro quello di Lon Nol, che con un golpe aveva assunto il potere, infine contro il Vietnam (che si ritirò dal Paese nel 1989). Mentre gli schieramenti si susseguivano, il massacro del popolo per mano dei khmer rossi restava una costante; senza dimenticare i B-52 americani che...


Ora regna il caos

Gen 10th, 2004 | Categoria: archivio articoli
La cattura del dittatore non ha migliorato la situazione irachena. Sciiti, sunniti e curdi rimangono profondamente divisi. Mentre cresce l’insofferenza verso le forze d’occupazione L’Asso di picche è stato catturato il 13 dicembre 2003. Saddam ora non è solo un nemico vinto. È un dittatore ridicolizzato, spulciato e guardato in bocca come non si dovrebbe fare nemmeno con un  “caval donato”. Ha l’aria sofferta, trasandata e persa che fa pensare a tutti noi: «Guarda come si è ridotto quel criminale, è proprio vero che i dittatori sono dei giganti con i piedi d’argilla, grandi solo finché qualcuno li tiene sul piedistallo». Quelle sue immagini così simbolicamente perfette rimarranno nella storia dell’umanità, come quelle della caduta della sua statua di fronte al Palestine, l’hotel dei giornalisti.  Un trionfo prematuro La barba incolta del rais, i suoi occhi sgranati in preda al panico si sovrapporranno nella memoria collettiva alle immagini  della prima vittoria dichiarata con troppa frettolosità. Anche in quell’occasione la scenografia era curatissima, degna di un film. Sulla portaerei Abraham Lincoln l’equipaggio – 5mila uomini e donne al ritorno da otto mesi di missione di guerra nel Golfo – è festante. Il presidente George Bush, in tenuta da pilota, scende dal caccia che ha guidato personalmente, e con la...


Oppio, come prima più di prima

Dic 10th, 2003 | Categoria: archivio articoli
Dopo la fine della guerra, la coltivazione di papaveroha raggiunto livelli record. La lotta al narcotraffico? Accantonata. Perché  tutte le risorse sono destinate a combattereil terrorismo. E l’oppio rimane – per molti –  una fonte di guadagno irrinunciabile  Conosciamo Ghulam Haider Rasuli da quasi tre anni. Lo incontrammo la prima volta quando era consigliere di Abdul Hamid Akhundzada, ministro talebano per il controllo della droga. Dopo la liberazione dell’Afghanistan dal regime del Mullah Omar, Ghulam ha ricoperto la stessa carica con Abdul Hai Elahi, ministro senza portafoglio del governo Karzai. Ha poi lavorato con il suo sostituito, Zalmei Sherzad.  Il signor Rasuli è un vecchio dall’aria esile e delicata, un uomo d’altri tempi che si alza in piedi e s’inchina quando in una stanza entra una donna, sia essa occidentale o afghana. Da quando è nato il primo ministero per combattere le coltivazioni e il traffico di stupefacenti in Afghanistan, circa sedici anni fa, Ghulam non ha mai cambiato lavoro. Può essere considerato la memoria storica della lotta del Paese contro la droga e i traffici illegali: ministri e poteri cambiano, mister Rasuli resta, con la sua tenacia e la delicatezza, il suo ottimismo e la rassegnazione a seconda dei tempi che corrono. Questo, a suo giudizio, non è un...


Oro nero rosso sangue

Dic 10th, 2003 | Categoria: archivio articoli
Lungi dal promuovere sviluppo, il greggio in Africa genera corruzione, degrado ambientale e morte. Così il continente continua a scontare il possesso di risorse che arricchiscono multinazionali occidentali e classi dirigenti corrotte Luanda, Angola. Bambini giocano sull’arenile. Scavano con le mani. Le dita, man mano che la buca diventa più profonda, si anneriscono, lucide di petrolio. Bastano cinquanta centimetri per trovare il prezioso liquido, come nel miglior luogo comune dei fumetti, dove un solo colpo di piccone è sufficiente per decidere la ricchezza del fortunato di turno e far sgorgare l’oro nero. Ma in Angola, come un po’ in tutta l’Africa, il petrolio è foriero di sventura, guerra e povertà. Tra i monti Nuba, in Sudan, mi trovo davanti ad un perforatore di pozzi d’acqua che, dopo 40 metri di trivellazione, estrae  solo sabbia e roccia. Gli dico scherzando che tra poco troverà il petrolio. «Speriamo di no», risponde con occhi tristi, «porterebbe un’altra guerra. La gente, qui, ha bisogno di acqua, non di petrolio». Troverà l’acqua a 45 metri e sarà festa per tutti. Il petrolio intanto scorre nell’oleodotto a qualche centinaio di chilometri da qui, protetto dalle armi del regime. L’oro nero ha permesso alle dittature nei Paesi africani (ma si pensi anche all’Iran,...


Onu, ultima speranza

Dic 10th, 2003 | Categoria: archivio articoli
In un rapporto reso pubblico lo scorso 7 novembre a Ginevra, il Comitato per i diritti dell’uomo delle Nazioni Unite si è detto «estremamente preoccupato» per le violazioni che continuano ad essere commesse in Cecenia. Il portavoce Nigel Rodley ha dichiarato che le spiegazioni date da Mosca in merito alle esecuzioni, le torture, i crimini e gli stupri commessi impunemente non sono bastati per far rientrare le preoccupazioni del Comitato. Quasi contemporaneamente Silvio Berlusconi, in occasione dell’ultimo vertice Ue-Russia, rilasciava sulla situazione cecena, a sostegno di Vladimir Putin, dichiarazioni che, il 20 novembre, avrebbero poi spinto l’Europarlamento a deplorarle con una risoluzione, in cui peraltro è stato affermato che «il conflitto non può essere considerato unicamente come un elemento della lotta al terrorismo». «Narcomafie» ne ha parlato con il ministro della Sanità ceceno in esilio Umar Khanbiev, che il mese scorso ha presentato in Italia il “Piano Akhmadov” per un’amministrazione controllata dall’Onu in Cecenia. Le sue parole risultano di ancor più tragica attualità dopo che il 5 dicembre – alla vigilia delle elezioni parlamentari russe che avrebbero visto Putin nuovamente vincente – un commando di kamikaze si è fatto esplodere su un treno di pendolari (oltre 40 i morti e 150...