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GUIDA |
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Stragi '92-'93: la verità ha pochi alleati* di Gian Carlo Caselli A metà degli anni 80, stufo di non vedere accolte le sue pressanti richieste su di una legge che disciplinasse la materia del pentitismo (ci vorranno le stragi di Capaci e via d’Amelio del ’92 per averla) Giovanni Falcone scriveva: «Se è vero, com’è vero, che una delle cause principali, se non la principale, dell’attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell’affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti». Dunque, quello dei rapporti fra mafia e politica e dei rapporti fra mafia e centri di potere extraistituzionale è un piatto sporco. Perciò assai difficile e scomodo per chi voglia ricercare la verità. In questo piatto, nell’adempimento dei loro doveri istituzionali, hanno messo di recente le mani – riaprendo indagini svolte negli anni passati – le Procure di Caltanissetta (mandanti esterni delle stragi del ’92 ed esecuzione materiale della strage di via d’Amelio), di Palermo (trattative e “papello”), di Firenze (mandanti esterni delle stragi del ’93) e – sembra – di Milano. Quando emergono nuovi elementi su cui indagare, non si può far finta di niente sol perché i fatti sono remoti o c’è qualcuno che teme gli sviluppi delle indagini. Il magistrato che si voltasse dall’altra parte – ogni tanto c’è anche qualcuno che cede alla tentazione del quieto vivere… – sarebbe semplicemente vile e disonesto, oltre che responsabile di un’evidente illegalità. Preso atto della riapertura delle indagini, constatato che i magistrati in esse impegnati sono tutti professionisti di grande spessore, non resta che attenderne l’esito, sperando che questa volta si riesca a fare più chiarezza che nel passato (quando, pur rilevando la presenza di inquietanti elementi sul piano delle connivenze e delle collusioni coi mafiosi, non si riuscì ad andare oltre il livello dei sospetti per attingere quello delle responsabilità penalmente rilevanti). L’importante è che le varie Procure procedano in perfetta sintonia e smentiscano presto le indiscrezioni riprese dai maggiori quotidiani, secondo cui alcune notizie sarebbero state “riservate” e non messe a disposizione di tutti, come la Procura nazionale antimafia dovrebbe invece assolutamente garantire. Alla riapertura delle inchieste per le stragi anche “Cosa nostra” è interessata. Ovviamente e fortemente. In particolare i Corleonesi stragisti. Ed ecco che decide di farsi avanti Salvatore (Totò) Riina, mafioso doc, celebrato come capo dei capi, detenuto dal 1993, pluricondannato ad una montagna di ergastoli e anni di reclusione, responsabile per un’infinità di delitti di mafia, mai neanche sfiorato dall’idea di un pentimento o di una qualche forma di collaborazione. Memorabile una sua negazione, in Tribunale, di neppure conoscere “Cosa nostra”: tanto memorabile che su You tube l’exploit ha fin qui meritato ben 1.724.741 visualizzazioni. Con questi precedenti, Riina prima fa filtrare dal carcere di Opera – tramite il suo avvocato – alcune “rivelazioni”, poi rende dichiarazioni (segretate) ai magistrati di Caltanissetta ansiosi di interrogarlo. Tutto quel che si sa è quel che Riina stesso ha voluto farci sapere, in particolare che la strage di via d’Amelio in cui morì Paolo Borsellino l’han fatta “loro”, cioè lo Stato. In questo modo Riina ha cercato di infilare le sue mani – sporche di sangue stragista, senza dubbio del sangue versato a Capaci – anche nella riapertura delle indagini. Lanciando messaggi e allusioni: a chi diretti e in vista di quale obiettivo lo sa soltanto lui (forse lo ignora persino il suo legale). Certamente non allo scopo di contribuire ad una qualche ricostruzione della verità. In ogni caso, difficile è il compito dei magistrati inquirenti, costretti a muoversi in un labirinto dove a un “pentito” (Scarantino) se ne sostituisce un altro (Spatuzza), e dove si tratta di stabilire se le dichiarazioni di Ciancimino figlio abbiano la stessa consistenza – vicina allo zero – di quelle del padre, ovvero siano di altro spessore. Mentre sullo sfondo incombe l’agenda rossa di Paolo Borsellino, con un codazzo di agenti segreti infedeli o doppiogiochisti o sfregiati. Compito difficile ma di decisiva importanza per la nostra democrazia. Perché si tratta di ricostruire fatti (le stragi del 92/93) che potevano trasformare l’Italia in uno Stato-mafia o in un narco-Stato, con il corredo di trattative e “papelli” che potrebbe aver accompagnato quei fatti. Fatti che – se non definitivamente chiariti, anche a livello delle eventuali responsabilità politiche – potrebbero, se non riprodursi, continuare a condizionare, dal mondo parallelo e cupo della criminalità nella sua componente più oscura e nascosta, le scelte economiche e politiche del nostro Paese. Vero è che il nostro è uno strano Paese, posto che a fronte di una sentenza della Corte di cassazione, che dichiara un signore sette volte presidente del Consiglio responsabile del delitto di associazione a delinquere con “Cosa nostra” per averlo commesso fino al 1980, rifiuta di chiedersi cosa mai sia davvero successo in quella stagione. Su che cosa si sia basato – almeno in parte – il meccanismo del consenso, e quindi quale sia stata la qualità della nostra democrazia. Ma la possibilità di un recupero di valori non si può certo definitivamente escludere, per cui ben vengano i nuovi tentativi di fare più chiarezza su torbide vicende. |