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24.1.2001

Criminalità organizzata

Rifiuti, la new economy
delle mafie

Stefano Caselli


Che la prosperità della mafia sia in qualche modo legata all’arretratezza è luogo comune piuttosto diffuso. In realtà, le organizzazioni criminali sono spesso in grado di individuare con buon anticipo i nuovi settori della cosiddetta "economia globale" sui quali investire. Paradigma delle nuove prospettive criminali è infatti il fenomeno delle ecomafie: smaltimento illegale di rifiuti industriali (e radioattivi) soprattutto, ma anche traffico internazionale di specie protette e contrabbando di opere d’arte.
Che questi settori siano, da tempo, fonte di rilevanti profitti è cosa certamente ben nota, ma anche scarsamente documentata. Mancano, o sono gravemente deficitari, riscontri e verifiche di fonte istituzionale. Una delle più autorevoli fonti a livello internazionale è il "Rapporto sull’Ecomafia" pubblicato annualmente da Legambiente, che — unitamente all’attività della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti — proietta l’Italia all’avanguardia quanto meno nel monitoraggio del fenomeno.

La discarica italiana?
È in Somalia…

Secondo la Commissione parlamentare, ogni anno in Italia, su un volume complessivo di 108mila tonnellate di rifiuti, 35mila vengono smaltite attraverso modalità non corrette o del tutto illecite. Il giro d’affari viene stimato in 15mila miliardi, con un danno all’erario (dovuto in massima parte alla connessa evasione fiscale) attorno ai duemila miliardi di lire. In base al "Documento sui traffici illeciti e le ecomafie", approvato dalla Commissione nell’ottobre dello scorso anno, e ad alcune inchieste in corso presso le Procure di Asti e Roma, emergono alcuni particolari inquietanti: la maggior parte dei rifiuti tossici provenienti dall’Italia finirebbe in Somalia. Alcuni testimoni, sentiti dai magistrati nel corso delle inchieste, hanno dichiarato che la cosiddetta "strada dei pozzi" — nota a tutti in Somalia come "strada della cooperazione italiana" — è una strada che non va e non viene da nessuna parte, poiché unisce tre gigantesche discariche abusive. Gli stessi testimoni narrano di lavori di interramento di rifiuti tossici compiuti da operai italiani muniti di apposite tute, ma più spesso affidati a manodopera locale del tutto ignara dei gravi rischi per la salute.
Altro luogo "eletto" allo smaltimento illecito dei rifiuti sembra essere il Mozambico, vera e propria discarica mondiale. Secondo un’inchiesta della Direzione distrettuale Antimafia di Milano, in questo Paese opera dal 1996 una società (filiale mozambicana di un gruppo argentino) specializzata nell’installazione di impianti per lo smaltimento di rifiuti di ogni genere. L’impresa ha ottenuto tutte le necessarie autorizzazioni per importare rifiuti da ogni parte del mondo; il problema (documentato) è che non esiste nessun impianto e migliaia di tonnellate di pattumiere di ogni tipo, provenienti da tutti i continenti, giacciono in una enorme discarica a cielo aperto. Le connivenze delle autorità mozambicane sono evidenti.

Per la legge
non è un delitto

Legambiente ha inoltre raccolto segnali preoccupanti circa l’esistenza di vere e proprie filiere internazionali dedite al traffico di rifiuti e materiali radioattivi. Su questi traffici indaga da anni l’Europol, che nel "Rapporto sulla criminalità organizzata in Europa", pubblicato nel 1999, conferma le denunce di Legambiente. Il documento informa che il percorso dei traffici dall’Europa Occidentale si è spostato verso il Sud, i Balcani, il Caucaso e l’Asia Centrale. L’Italia è particolarmente esposta al transito di questi materiali, sia per la sua posizione geografica, sia per l’interesse mostrato dalle organizzazioni mafiose. Alcune inchieste da poco concluse, come quella condotta dalla Dda di Reggio Calabria, nonché alcuni documenti provenienti dalla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti hanno confermato l’interesse di clan della ’ndrangheta e di Cosa nostra. Il caso più eclatante riguarda il sequestro, nei pressi di Roma, di una barra di plutonio proveniente dagli USA finita nelle mani della mafia e destinata ad una centrale nucleare "fantasma" in Zaire. A rischio sono anche gli ingenti quantitativi di rottami metallici e materiale ferroso che dall’Est entrano nel nostro Paese, destinati per buona parte alle fonderie del Nord Italia: nel biennio 1996-1998, su 2 milioni e 260mila tonnellate di rottami ferrosi transitati per i valichi ferroviari di Gorizia e Villa Opicina, oltre 15mila sono risultate radioattive e rispedite al mittente. Per quanto efficaci, i controlli al confine non sempre riescono a bloccare la merce pericolosa, come dimostrano gli oltre cento carichi di rottami metallici radiocontaminati rilevati in Lombardia tra il giugno 1997 e il giugno 1998.
Questi non sono che alcuni esempi dei mercati delle ecomafie. Ciò che più preme oggi è colmare velocemente il vuoto legislativo che circonda questa materia: i reati ambientali, in Italia e non solo, sono ancora considerati semplici contravvenzioni e non delitti. Tale configurazione giuridica non solo garantisce pene assai lievi, ma — cosa ben più grave per un business illecito di diffusione mondiale — impedisce anche qualunque possibilità di cooperazione giudiziaria internazionale.