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Torino, 23 settembre 2009
Le ragioni del nostro impegno
di Luigi Ciotti
A «Narcomafie» da sempre è associato il nome di un giovane cronista assassinato dalla camorra: Giancarlo Siani. A lui, la cui storia in tanti finalmente conoscono anche grazie a un bel film uscito da poco, abbiamo voluto dedicare il nostro impegno di ricerca e informazione. Alla sua memoria ci siamo in qualche modo affidati perché ci fosse di sprone e d’esempio, nelle situazioni più difficili come nelle piccole fatiche quotidiane.
Giancarlo è stato e resta per noi il simbolo di un modo “alto” di intendere questo lavoro, lo stesso di altri giornalisti, non pochi, vicini a lui nella passione e nel rigore come, purtroppo, nella fine tragica. Persone innamorate di una professione costretta in certi casi a diventare prova di coraggio, scelta magari bollata come incosciente e invece fatta nella piena coscienza dei rischi, delle conseguenze.
Può la ricerca della verità diventare pericolosa? Sì, se chi cerca viene lasciato solo. L’isolamento uccide più delle pallottole, in certi casi. Chi si ribella da solo è tremendamente esposto, può essere colpito in ogni momento dalla ritorsione di coloro che alla forza della verità oppongono la violenza della menzogna, della diffamazione, della manipolazione. Se non basta, anche quella delle armi.
Anche per questo è nata «Narcomafie», per essere una voce che aggiungendosi ad altre rende più incisiva la ricerca, meno solitaria la denuncia. Con l’obbiettivo di fare informazione in modo approfondito, rigoroso e soprattutto costante, lanciando o rilanciando tante notizie e inchieste di valore scartate o “digerite” troppo in fretta. In questi anni non abbiamo mai rinunciato a sollecitare un’opinione pubblica spesso distratta, pronta magari a smuoversi sulla scia di emozioni forti, ma subito anche a rinchiudersi nella superficialità, nell’indifferenza. Con l’ambizione di trasformare l’emotività in un sentimento, un modo d’essere, un impegno.
L’informazione sulle mafie, come l’abbiamo sempre intesa, non è solo cronaca nera e giudiziaria, resoconto di crimini, lutti, processi. È una ricerca di verità che coinvolge tanti ambiti della vita sociale – l’economia e la politica, l’educazione e la cultura – un volerci vedere chiaro, capire oltre gli stereotipi e le ricostruzioni di comodo, le responsabilità, le negligenze e, certo, anche le positività.
Quanto sia condivisa oggi questa visione è difficile dirlo. Nell’ultimo periodo abbiamo assistito a uno stravolgimento del ruolo dell’informazione nel nostro Paese, a un suo impoverimento etico, un suo ridursi a mestiere per “giornalisti-impiegati e non giornalisti-giornalisti”, come si dice in una scena di “Fortapàsc”, il film su Giancarlo Siani.
La propaganda ha mobilitato tutti i suoi mezzi: dalle semplificazioni all’enfasi, dalla censura all’individuazione di capri espiatori. La stretta sull’immigrazione è iniziata sui media prima di approdare in Parlamento. Norme e pratiche lontane dai valori costituzionali – il cosiddetto “reato di clandestinità”, i respingimenti dei migranti – attecchiscono su un terreno accuratamente seminato a sospetto, egoismo, odio per il diverso. La coscienza delle persone è stata anestetizzata e progressivamente piegata agli impulsi più brutali da una politica tanto astuta a soffiare sulle paure quanto disinteressata ad alimentare le speranze della gente. Ma ciò è avvenuto con la complicità di un’informazione che, con poche eccezioni, si è prestata a fare da megafono a una voce che aspira ad essere l’unica. Ecco allora da un lato l’uso politico della sicurezza, la criminalizzazione degli immigrati, l’appiattimento e l’imbarbarimento culturale; dall’altro la distrazione e la rassicurazione, il dipingere come passeggera una crisi che non è solo economica: povertà materiale che nasce dalla povertà dei diritti, delle uguaglianze. Crisi dalla quale non si può sperare di uscire con soli correttivi economici ma costruendo un nuovo modo di vivere insieme fondato sulla prossimità e la corresponsabilità.
Questa nuova prospettiva ha però bisogno di un’informazione indipendente, libera dai condizionamenti del potere, un’informazione di servizio capace di orientare le persone nelle scelte e promuovere una crescita culturale vera, sganciata dalle logiche del consumismo e del profitto. «Narcomafie», nel suo piccolo, ha sempre creduto in quest’idea di informazione che è anche un’idea di società, nella possibilità di realizzarla. Del resto è l’impegno che ci ha lasciato in eredità chi per questa idea ha lottato fino a perdere la vita, i nostri colleghi giornalisti come i magistrati uccisi da Cosa nostra nell’estate del ’92, la cui morte ci scosse al punto da convincerci a fondare questo giornale e, un anno dopo, Libera.
Per me è stato un piacere oltre che una responsabilità grande guidare questa rivista per sedici anni. Una bella avventura all’insegna del “noi” e della corresponsabilità. Per questo oggi sono felice di “consegnare” Narcomafie a un gruppo di persone che, insieme al condirettore Livio Pepino, al giornale hanno già dato molto. Persone che, sono certo, porteranno avanti questo progetto con competenza ed entusiasmo, restando fedeli allo spirito originario e arricchendo queste pagine. Per incidere di più, per risvegliare un interesse là dove ancora dorme, per insinuare qualche dubbio dove regnano solo certezze, per fare sì che l’attenzione sulle mafie non sia prerogativa solo di alcuni ma, sempre più, elemento della coscienza civile di ogni cittadino.
Nel fare gli auguri a questa redazione, e in particolare alla nuova direttrice responsabile Manuela Mareso, lasciatemi aggiungere quanto sia contento che in questo numero venga ospitata una buona notizia. Leggerete nell’intervista a Claudio Fava che la sottoscrizione a favore dei “Siciliani”, la rivista fondata e diretta da suo papà prima di essere ucciso dalla mafia, ha avuto successo. Noi, insieme a Libera, ci eravamo spesi perché quell’esperienza tornasse ad essere ricordata non più in relazione a questioni economiche sospese, ma per il suo grande significato e valore.
Un coraggio, una passione che le parole di Peppe Fava sintetizzano con la stessa forza di allora: «A che serve essere vivi, se non si ha il coraggio di lottare?». Parole nelle quali ci riconosciamo, che sono state e continueranno certamente ad essere il filo conduttore del nostro impegno per la verità e per la giustizia.
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