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		<title>Colombia, la guerra dimenticata al narcotraffico</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:11:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="http://d105ey68mno0r.cloudfront.net/cdn/farfuture/7eL4wd13PZYJitTjUwZUGltbFiwNZr8n5-ShmDnT9SI/mtime:1336580989/sites/default/files/imagecache/600x400/images/Colombia%20narcotrafico.jpg" alt="" width="331" height="220" />Capita. Capita che nei giorni del vertice dei paesi americani a Cartagena, due freelance, uno francese e l’altro italiano, propongano di realizzare un breve video per la televisione France 24 sulla realtà della guerra alla droga e che, per renderlo più efficace, chiedano ed ottengano di partecipare a un operativo militare in una zona di guerra, di coltivazioni di coca e di laboratori di cocaina, nella regione amazzonica del Caquetà. Capita che l’attesa si prolunghi e che uno dei due, l’italiano, debba abbandonare per qualche giorno l’impresa e tornare a Bogotà. E che all’alba seguente arrivi l’ok da parte del comando della brigata anti-narcos con base a Larandia, vicino a Florencia, e che, dopo poche ore di cammino, nei pressi della località Peneya il convoglio cada in un’imboscata dei guerriglieri delle Farc: la battaglia, nella quale intervengono elicotteri e aerei da combattimento, si prolunga per ore fino a terminare con un bilancio pesante di vittime soprattutto tra i soldati: diciannove secondo la guerriglia, quindici secondo una dichiarazione a caldo del comandante dell’esercito Alejandro Navas, cinque secondo il definitivo comunicato ufficiale. Capita ancora che, in piena battaglia, il freelance venga ferito ad un braccio e decida, per salvarsi, di togliersi il casco e il giubbotto antiproiettile che indossava e di correre incontro e consegnarsi ai guerriglieri. E, infine, che al di là dell’ennesima battaglia e delle sue vittime, la stampa colombiana e soprattutto quella internazionale s’interessi quasi esclusivamente della sorte del giornalista francese, fatto prigioniero dalle Farc. E che il suo compagno di avventura italiano torni a Florencia per cercare di saperne di più su quanto successo e per fare qualcosa per il suo amico.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi eventi drammatici e i loro esiti ancora in evoluzione, propongono tanti temi, da quelli personali, dell’amicizia, del coraggio o dell’incoscienza, ma anche della sopravvivenza dei freelance (sempre più difficile anche per uno straniero in America Latina) fino a quelli più generali e politici, come la lotta al narcotraffico e la libertà di stampa.</p>
<p style="text-align: justify;">Dai tempi degli hippies fino ai giorni nostri sono passati più di quarant’anni. Di droga, da quella che si chiamava leggera fino alla cosiddetta pesante, in Colombia se ne è prodotta e venduta sempre molta e sempre di più, nonostante il rimbombare dei proclami governativi e l’aumento esponenziale delle spese militari, presumibilmente per il suo contrasto. L’unica differenza avutasi negli ultimi anni sta nella percezione del fenomeno. Passata l’epoca dei grandi cartelli della droga, eliminato Pablo Escobar, incarcerati gli altri boss, più o meno compromessi con la politica, dai Rodriguez Orejuela di Cali al paramilitare di origine italiana Salvatore Mancuso, l’attenzione dei media sul fenomeno si è via via affievolita, spostandosi a nord, nel Messico dove la tragedia, che ha avuto il suo apice negli anni Novanta in Colombia, si sta ripetendo in proporzioni maggiori, in quanto a violenza e corruzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo tanto gridare “al lupo, al lupo!” riguardo al narcotraffico, non solo colombiano, nessuno sembra farvi più molto caso. I sostenitori della cosiddetta “linea dura”, a cominciare dagli Usa, sembrano sempre meno convinti e convincenti e tra coloro che hanno pagato le conseguenze di questa strategia, senza trarne alcun beneficio, si fanno strada proposte che, fino ad alcuni anni fa, sembravano impossibili. Nel parlamento colombiano, ad esempio, procede, nonostante la formale opposizione del governo, un progetto di legge teso a depenalizzare la coltivazione delle piantagioni base per gli stupefacenti. “Serve ad aprire un dibattito nazionale sulla droga nel paese” ha affermato un deputato del Partito conservatore, promotore con i liberali di questo progetto. Questa iniziativa politica segue la depenalizzazione della cosiddetta “dose minima” dei consumatori, decisa nei mesi scorsi dalla Corte costituzionale colombiana. E soprattutto avviene qualche settimana dopo l’ennesimo Vertice degli stati americani svoltosi in aprile a Cartagena, durante il quale per la prima volta alcuni presidenti, come il colombiano Juan Manuel Santos e il guatemalteco Otto Peréz Molina (entrambi ideologicamente conservatori) hanno proposto di mettere in discussione le alternative al proibizionismo imposto da sempre da Washington. La ragione è semplice: l’ammissione del fallimento di questa strategia e la conferma degli effetti devastanti del crescente narcotraffico nell’emisfero americano. Nonostante il benvenuto bagno di realismo a livello governativo, le prospettive rimangono fosche. Per dirla con le parole del sociologo colombiano Ricardo Vargas Meza, uno dei maggiori esperti del tema-droga, “la guerra contro la droga ha fallito. Nonostante ciò, tentando di realizzare un modello che la sostituisca, l’America Latina continua ad essere orfana di una strategia regionale riguardo l’economia illegale delle droghe. Per ora nel continente prevalgono iniziative isolate, incoerenti, contraddittorie e prive di un appoggio evidente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Se, al di là delle dichiarazioni ufficiali, riguardo alla “lotta al narcotraffico” spiccano delusione e incredulità, testimoniate anche dalla diminuzione dei cosiddetti finanziamenti stranieri, degli Usa e soprattutto dell’Europa (a causa della crisi economica), la stessa si confonde sempre di più, quasi annullandosi o sovrapponendosi, con la cosiddetta guerra “contrainsurgente”. E questo avviene ancora e per lo più in Colombia, visto che, ad esempio, la teoria della “narcoguerriglia” è parsa priva di fondamento se riferita agli zapatisti del Chiapas e più congrua rispetto ai peruviani di Sendero Luminoso, che al momento rappresentano però, viste le sconfitte subite dalla cattura del loro capo Abimael Guzm<em>á</em>n vent’anni fa, un problema politico-militare infinitamente più ridotto di quanto possano rappresentare le Farc, o più in generale la guerriglia colombiana.</p>
<p style="text-align: justify;"> “Se si vuole raccontare questo conflitto, non esiste altro da fare che viverlo da vicino. Quello che sta capitando a Romeo è molto grave, ma potrebbe almeno aiutare a ricordare che in Colombia è in atto una guerra fratricida e magari, anche se in minima parte, avvicinare una soluzione pacifica” sostiene Simone Bruno, quarantenne romano residente a Bogotà. Nel paese che lo ospita ormai da una dozzina d’anni, Simone insegna giornalismo nelle università Javeriana e Central, fa il corrispondente per qualche testata informativa, dalle francesi Radio France International e France 24 alla brasiliana Opera Mundi e soprattutto realizza video, spesso con lo stesso Romeo: il più conosciuto dei suoi lavori (fatto però con Dado Carrillo, operatore che lavorava per la moritura sede Rai di New York) è il pluripremiato documentario “Falsos Positivos”, sulla barbara pratica dall’esercito colombiano di assassinare giovani innocenti in finti combattimenti, spacciarli per guerriglieri e ricavarne onori e taglie. “A far continuare un conflitto che dura da più di mezzo secolo è anche la sua invisibilità, la lontananza dalla parte del paese più popolata, a cominciare dalle grandi città, come Bogotà, dove la popolazione lo vive come se fosse un problema di un altro mondo. Visto che a morire sono, da una parte e dall’altra, nella guerriglia come nell’esercito, dei ragazzi degli strati più poveri della società, le statistiche dei morti rimangono numeri che non impressionano e commuovono nessuno. Ed è anche per questa indifferenza se troppo pochi i colombiani si mobilitano per obbligare il governo ad impegnarsi per un reale accordo di pace. Anzi, spesso chi più lavora in questo senso, come ad esempio l’ex senatrice liberale Piedad Cordoba, viene tacciato di essere un fiancheggiatore della guerriglia e per questo vilipeso e minacciato” dice Simone. I colombiani non sono uguali da vivi e tanto meno da morti. Simone ricorda che, ad esempio, ci sia voluta l’uccisione di una coppia di ragazzi della borghesia bogotana sulla spiaggia di San Bernardo del Viento, nella costa caraibica, da parte di un gruppo di narco-paramilitari per rendersi conto della barbarie della guerra anche in quel luogo di vacanza e per indurre il presidente Juan Manuel Santos a mettere una speciale taglia sugli assassini. E lo stesso discorso vale per Romeo. “Se non fosse un giornalista straniero, e ancora di più di un paese europeo, i media non gli avrebbero dato nessuna attenzione” afferma Simone, che sottolinea come i riflettori siano sempre meno puntati sul conflitto armato, così come sulla violenza che riguarda il narcotraffico. Parlando di quanto è successo a Romeo, Simone ricorda tutte le difficoltà del giornalista in una zona di conflitto.  “Innanzitutto non è possibile viaggiare in certe regioni da sol, al di fuori dei centri urbani: si può essere scambiati per delle spie così come si può cadere in un campo minato. Senza che questo significhi minimamente parteggiare per gli uni o per gli altri, è quasi obbligatorio organizzarsi con una delle parti, l’esercito o la guerriglia. Il fatto di stare con un gruppo o l’altro può comportare dei rischi ma, secondo il Diritto Internazionale Umanitario, non comporta quindi la perdita dello stato di non-combattente” dice Simone. Lui e Romeo Langlois avrebbero dovuto realizzare un mini-reportage per France 24 per rimarcare lo stanco rituale di una guerra, in contrasto con le affermazioni fatte dal presidente colombiano durante il vertice americano di Cartagena, che hanno suggerito un cambio di strategia della guerra al narcotraffico. Poi il caso, le disposizioni militari così come le variabili condizioni atmosferiche, hanno fatto sì che fosse il solo Romeo a partecipare ad una spedizione alla ricerca dei laboratori di raffinazione della coca. Anche arrivando ad indossare ad un certo punto, per sicurezza personale, un casco ed un giubbotto antiproiettile dell’esercito. Una precauzione che probabilmente non è stata abbinata a quella, altrettanto necessaria, di mettersi addosso una pettorina con la scritta “prensa” ben visibile. “Il Diritto Internazionale Umanitario dice chiaramente che la partecipazione in un gruppo non vuol dire automaticamente trasformarsi in un combattente. E comunque non credo che nessuno, se avvisato della possibilità di una sparatoria, rifiuti un casco o un giubbotto antiproiettile” conclude Simone.</p>
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		<title>Un premio antimafia a Berlusconi, parola di Pietro Grasso</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 10:21:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="http://www.cinefabrica.com/blog/wp-content/uploads/2009/04/crepa.jpg" alt="" width="328" height="245" />Nella casa delle libertà ognuno fa un po&#8217; quello che gli pare, così recitava (invero con accenti più triviali) una battuta di Corrado Guzzanti dei primi anni Novanta. Oggi, a vent&#8217;anni dalla costruzione di quella casa in cui la libertà era sinonimo di licenza, restano macerie dirute su cui ancora si erige l&#8217;adulterio della verità. E&#8217; infatti di queste ore il dibattito sulle dichiarazioni di Pietro Grasso, procuratore generale antimafia, il quale vorrebbe conferire un onore davvero eccezionale a Silvio Berlusconi, già primo ministro dal 1994 al 2011 con significative (ma forse insignificanti) interruzioni. “Darei un premio speciale a Silvio Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia. Ha introdotto delle leggi che ci hanno consentito di sequestrare in tre anni moltissimi beni ai mafiosi,” ha dichiarato Grasso alla trasmissione radiofonica<em> la Zanzara,</em> in onda su Radio 24.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso premio non fu dato nemmeno a Benito Mussolini sotto il cui governo la mafia apparentemente scomparve. Apparentemente. Poiché, come ricorda Salvatore Lupo (in Storia della mafia dall&#8217;unità ad oggi), la repressione fascista colpì la mafia militare facendo dei vertici di Cosa nostra dei protetti dal regime, in taluni casi ne fece anche parlamentari. E le affinità non mancano, sotto questo punto di vista, se pensiamo alla sentenza Dell&#8217;Utri e all&#8217;eroismo di Mangano nel proteggere (e connettere) la mafia al Palazzo, che si tratti di Arcore, Grazioli o Montecitorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il premio auspicato da Grasso, per fortuna o purtroppo, semplicemente non esiste. Ma la questione non si chiude così. La proposta di Grasso ha  fatto scattare all&#8217;impiedi il magistrato Antonio Ingroia, che a <em>Un Giorno da Pecora </em>(trasmissione radiofonica di Radiodue) ha risposto alle domande sulle dichiarazioni di Pietro Grasso, il quale oltre ad aver elogiato l&#8217;operato del precedente Governo in fatto di mafia, ha attaccato Ingroia, reo di fare troppa politica. «Un premio a Berlusconi per la lotta del suo Governo contro la mafia? Non diamo meriti a chi non ce li ha» ha dichiarato con abituale slancio giacobino Ingroia. «Io non credo &#8211; ha ribattuto il pm siciliano- di aver mai fatto politica, ho solo espresso valutazioni sulla Costituzione e Riforma della giustizia, senza attribuire premi speciali a destra e a sinistra, come ha fatto Grasso parlando del premio a Berlusconi. Forse è più politica quella dichiarazione che le mie».<br />
E sui meriti di Berlusconi: «Non è mai merito del Governo in carica, perché il Governo non ha nessun potere sulla magistratura, che opera in modo autonomo e indipendente». Ma c&#8217;è la possibilità che lei si candidi alle prossime politiche? «Non credo». Non credo, però, è ben diverso da &#8220;no&#8221;. «Io non posso privarmi in anticipo di quello che è un diritto costituzionale», ha detto Ingroia.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli inquilini della vetusta casa delle libertà hanno presto rintuzzato l&#8217;offesa per bocca degli onorevoli Bondi e Cicchitto: «Le dichiarazioni del dottor Ingroia sarebbero comprensibili e accettabili se pronunciate in un&#8217;aula parlamentare o a nome di una parte politica. Nella veste di magistrato, invece, simili affermazioni fanno capire a quali livelli di politicizzazione sia giunta una parte della magistratura». Quasi un invito a darsi alla politica. Che la casa delle libertà abbia come giardino il Getsemani?</p>
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		<title>Coral contro Coral</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 22:39:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Mareso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con il processo Minotauro alle battute d’inizio, la Provincia di Torino annuncia l’intenzione di costituirsi parte civile. Ma tra i banchi del Consiglio siede Ivano Coral, che secondo le carte della Dda sarebbe stato votato dai boss della ‘ndrangheta del Canavese su richiesta del padre Nevio, accusato di concorso esterno e voto di scambio &#160; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a><img class="alignleft size-medium wp-image-20297" title="coralIvano" src="http://www.narcomafie.it/wp-content/uploads/2012/05/coralIvano-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /></a></strong><em></em></p>
<p><strong>Con il processo Minotauro alle battute d’inizio, la Provincia di Torino annuncia l’intenzione di costituirsi parte civile. Ma tra i banchi del Consiglio siede Ivano Coral, che secondo le carte della Dda sarebbe stato votato dai boss della ‘ndrangheta del Canavese su richiesta del padre Nevio, accusato di concorso esterno e voto di scambio</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E alla Provincia scoppiò il caso Coral. Dopo l’annuncio davanti alla Commissione comunale antimafia del presidente del consiglio provinciale di Torino Sergio Bisacca di costituirsi parte civile al processo Minotauro contro la ‘ndrangheta piemontese, è venuto al pettine il nodo del consigliere provinciale Ivano Coral, sindaco di Leinì fino allo scorso dicembre, figlio di quel Nevio Coral, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio, in arresto dallo scorso 8 giugno. Perché se è vero che la responsabilità penale è personale e che i figli non rispondono delle colpe dei padri, è anche vero che dalle carte dell’inchiesta e della Commissione di accesso prefettizia che ha rilevato lo stato di infiltrazione mafiosa del comune di Leinì (che ne ha determinato lo scioglimento da parte del Consiglio dei ministri il 23 marzo) emerge una contiguità tra i due Coral che non può non essere rilevata nel momento in cui Ivano e Nevio rischiano di trovarsi idealmente su fronti contrapposti in tribunale.</p>
<p>Dalle carte dell’inchiesta emerge infatti che Nevio Coral, ritenuto dalla Dda di Torino perno di un <em>milieu</em> politico-imprenditoriale-mafioso che avrebbe condizionato per anni la vita sociale di Leinì e dintorni, avrebbe favorito l’elezione in consiglio provinciale del figlio alle elezioni del 2009 chiedendo i voti ai principali boss ‘ndranghetisti del canavese e promettendo in cambio appalti e altre utilità. Ma è la relazione dei Commissari che hanno chiesto e ottenuto lo scioglimento per infiltrazione mafiosa di Leinì lo scorso 23 marzo a essere più dura nei confronti di Ivano, primo cittadino dal 2005 (quando successe proprio al padre Nevio), descrivendolo come un sindaco di facciata, strumento della volontà del padre, che avrebbe continuato a essere il vero dominus dell’amministrazione locale. Dunque Ivano Coral oggi continua a esercitare la funzione di consigliere provinciale (anche se raramente si vede in Consiglio), carica che avrebbe ottenuto, secondo quanto si legge nelle carte di Minotauro, anche grazie ai voti di quei mafiosi contro cui l’ente Provincia vuole costituirsi in giudizio. Lo fa legittimamente sotto il profilo giuridico, ma con il paradosso, se il tribunale accetterà la costituzione in giudizio della Provincia, di trovarsi (idealmente) in aula a chiedere i danni a Nevio Coral, genitore naturale nonché mentore politico. Insomma un cortocircuito logico-politico. A sollevare il caso il consigliere provinciale del Pd <strong>Giuseppe Sammartano</strong>, che ha presentato un’interpellanza sottoscritta da altri tre suoi colleghi (<strong>Angela Massaglia, Salvatore Ippolito ed Erika Faienza</strong>), nella quale chiede all’amministrazione “quali azioni politiche verbali e scritte si intendono assumere coerentemente con la decisione di costituirsi parte civile, nei confronti del già Sindaco di Leinì ed attuale consigliere provinciale ancora in carica”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma chi è a sostenere che Ivano fosse solo una controfigura politica del padre?</p>
<p>Innanzitutto i mafiosi stessi, che vengono riuniti da Nevio Coral in vista delle elezioni amministrative del 6-7 giugno 2009 incui Coral Junior è stato eletto in Provincia. La riunione si tiene il 20 maggio, a Volpiano, nel ristorante dell’hotel Verdina dell’altro figlio di Coral, Guido, marito dell’ex assessore regionale Caterina Ferrero, travolta da una inchiesta sulla corruzione nella sanità e il cui braccio destro, Piero Gambarino, è risultato in affari con alcuni degli imputati nell’inchiesta Minotauro. Al tavolo con Coral personaggi con vari precedenti penali e di polizia, tra cui spicca Vincenzo Argirò, ‘ndranghetista di livello, membro del Crimine, la struttura delegata al compimento di azioni violente contro cose o persone per conto di tutte le famiglie mafiose. Ivano Coral non è neppure presente, ma poco importa, ad Argirò interessa che ci sia il padre. Il figlio, che pure è il sindaco di Leinì da 4 anni, e della cui ascesa in Provincia si deve discutere, sembra una comparsa agli occhi del boss. Al telefono, per organizzare la cena, Argirò dice a Coral<em>: “si però venga lei dottore, io ho un rapporto con lei &#8230; suo figlio io &#8230; </em></p>
<p><em>CORAL: ebbè, è evidente che vengo io, non c&#8217;è possibilità </em></p>
<p><em>ARGIRÒ: io ho rispetto soprattutto per lei, va bene! </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al ristorante, disseminato di microspie dai Carabinieri, è Emilio Gallo, l’organizzatore della serata che si rivolge ad Argirò chiamandolo “zio”, ad esplicitare il pensiero del boss: “<em>… con tutto il rispetto che io c&#8217;ho per Ivano, lo conosco da piccolo, siamo cresciuti assieme &#8230; ascolta … però, dove</em> <em>vai-vai, Ivano non è Ivano, Ivano è il figlio di Nevio!.</em></p>
<p>Ed è lo stesso Coral ad affermare<em>: “I</em><em>n molti casi dicono che è la mia copia più istruita, no? perchè lui si è preso una laurea &#8230;ha quel qualcosa in più &#8230; gli manca, gli manca, forse, gli manca quella maestria e quella esperienza</em>…”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma neanche all’interno dell’amministrazione comunale Ivano Coral gode di maggiore considerazione. Sono i commissari prefettizi a registrare le dichiarazioni di dirigenti comunali  e consiglieri, concordi sul fatto che a comandare era Nevio, capace di imporsi per la sua esperienza, la sua intelligenza e il suo carattere autoritario. Coral senior dal 2005 al giugno2011 haconservato la carica di consigliere comunale con deleghe strategiche conferite dal figlio-sindaco (in materia edilizia e rapporti conla Provana Spa, società di servizi a capitale pubblico istituita dallo stesso Coral nel 1998), per aggirare, secondo i commissari prefettizi, le disposizioni legislative in materia di incompatibilità (Nevio non sarebbe potuto essere nominato ufficialmente assessore perché padre del primo cittadino). Coral ha controllato di fatto – sotto lo sguardo cieco, impotente o complice di Ivano -la Provana Spa, che avrebbe gestito importanti servizi comunali aggirando la normativa sugli appalti pubblici e favorendo direttamente imprese legate dei boss. Coral partecipava inoltre alle riunioni della giunta senza averne titolo condizionandone le scelte. Un po’come accadeva a Salemi (Tp), altro comune sciolto per mafia lo scorso 23 marzo, dove &#8211; come denunciato nel 2011 dall’ex assessore Oliviero Toscani &#8211; a svolgere il ruolo di dominus occulto della giunta di Vittorio Sgarbi era Pino Giammarinaro, oggetto di un provvedimento di sequestro preventivo per 35 milioni di euro nell’ambito del procedimento Salus iniqua del maggio 2011.</p>
<p>E i voti promessi alla cena furono effettivamente raccolti a favore di Ivano? Secondo quanto afferma in un’intercettazione del 27 giugno 2009 Giovanni Iaria, uomo della ‘ndrangheta di Cuorgné che entra ed esce da inchieste di mafia piemontesi a partire da metà degli anni 70 e che fece una discreta carriera politica nel Psi negli anni 80, la risposta è sì. Iaria, intercettato al telefono il 9 giugno 2011 con Walter Macrina (presunto affiliato alla locale di Volpiano) afferma:</p>
<p><em>IARIA: gli ho telefonato a NEVIO no, che era tutto&#8230;ho detto non sparare a mucchio alla croce rossa, ho detto vedrai che gli unici che mantengono gli impegni sono quelli che&#8230; vicino a te , e tuo figlio è eletto&#8230;dice no Giovanni&#8230;viene eletto tuo figlio perchè io avevo già fatto i conti</em></p>
<p><em>MACRINA: eh</em></p>
<p><em>IARIA: loro hanno aspettato fino alle tre e mezza a saperlo, però io gliel&#8217;ho detto ieri sera alle sei e mezza</em></p>
<p><em>MACRINA: ah buono&#8230;buono&#8230;buono</em></p>
<p><em>IARIA: ha preso 7500 voti</em></p>
<p><em>MACRINA: buono&#8230;buono&#8230;buono</em></p>
<p><em>IARIA: dei nostri non è scappato nessuno!</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Un quadro che non delinea responsabilità penali, ma ben poco edificante per Ivano Coral,  e che forse potrebbe creare qualche imbarazzo ad una Provincia che intende costituirsi in giudizio contro i presunti grandi elettori mafiosi del loro giovane consigliere. Il quale legalmente continua a incassare la relativa indennità. E che, pur avendo saputo, quanto meno dalle carte dell’inchiesta, di essere stato eletto anche con i voti della mafia, non ha sentito il dovere di fare un passo indietro. Se non per opportunità politica, per evitare di entrare in tribunale contro il proprio padre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Aosta, l&#8217;associazione Libera audita in commissione consiliare antimafia</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 07:16:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marika Demaria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Narcomafie» torna ad occuparsi della commissione consiliare speciale per l&#8217;esame del fenomeno delle infiltrazioni mafiose in Valle d&#8217;Aosta, dopo l&#8217;articolo &#8220;Valle d&#8217;Aosta, al via i lavori della Commissione consigliare antimafia&#8221; (valle-daosta-al-via-i-i-lavori-della-commissione-consigliare-antimafia). L&#8217;organismo ha infatti audito, martedì 8 maggio, Francesca Rispoli e Marika Demaria, rispettivamente membro dell&#8217;ufficio di presidenza di Libera e referente regionale per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.narcomafie.it/wp-content/uploads/2012/05/palazzo-regionalejpg_4071.jpg"><img class="alignleft  wp-image-20289" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="palazzo-regionalejpg_4071" src="http://www.narcomafie.it/wp-content/uploads/2012/05/palazzo-regionalejpg_4071-150x150.jpg" alt="" width="135" height="135" /></a>«Narcomafie» torna ad occuparsi della commissione consiliare speciale per l&#8217;esame del fenomeno delle infiltrazioni mafiose in Valle d&#8217;Aosta, dopo l&#8217;articolo &#8220;Valle d&#8217;Aosta, al via i lavori della Commissione consigliare antimafia&#8221; <a title="http://www.narcomafie.it/2012/02/23/valle-daosta-al-via-i-i-lavori-della-commissione-consigliare-antimafia/" href="http://http://www.narcomafie.it/2012/02/23/valle-daosta-al-via-i-i-lavori-della-commissione-consigliare-antimafia/" target="_blank">(valle-daosta-al-via-i-i-lavori-della-commissione-consigliare-antimafia</a>). L&#8217;organismo ha infatti audito, martedì 8 maggio, Francesca Rispoli e Marika Demaria, rispettivamente membro dell&#8217;ufficio di presidenza di Libera e referente regionale per la Valle d&#8217;Aosta. Nel corso dell&#8217;incontro, le due rappresentanti dell&#8217;associazione fondata da don Luigi Ciotti hanno sottolineato l&#8217;importanza di non sottovalutare il fenomeno mafioso, che deve essere contrastato con strumenti e misure mirati.</p>
<p>Nel corso dell&#8217;audizione è stato inoltre sottolineata l&#8217;importanza che l&#8217;organismo si rapporti con le commissioni comunali antimafia presenti a Torino e Milano, composte sia da politici sia da esperti del fenomeno delle infiltrazioni mafiose in diversi settori (la commissione valdostana è composta solamente da politici). Marika Demaria e Francesca Rispoli hanno inoltre espresso parere favorevole alla data del 31 ottobre 2012 che la commissione si è imposta quale termine per relazionare alla presidenza del Consiglio regionale, auspicando tuttavia che quella data non costituisca la fine dei lavori della commissione, ma la continuazione degli stessi.</p>
<p>Questi aspetti sono stati inoltre evidenziati in un comunicato stampa congiunto che l&#8217;associazione ha inviato agli organi d&#8217;informazione valdostani. Dalla lettura del comunicato si evince che, secondo Libera, &#8220;sarebbe stato opportuno che la composizione della commissione non comprendesse membri con carichi pendenti giudiziari, aspetto che purtroppo non si è verificato&#8221;.</p>
<p>L&#8217;argomento è stato nuovamente ripreso nel corso della serata, organizzata da Libera Valle d&#8217;Aosta &#8220;La mafia uccide. Il silenzio pure&#8221;, svoltasi ad Aosta mercoledì 9 maggio. Ospite il fondatore e presidente del Gruppo Abele e di Libera, don Luigi Ciotti.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Rostagno: nelle cassette la verità sul delitto</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 10:17:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
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		<category><![CDATA[prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Rostagno]]></category>
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		<description><![CDATA[La cronaca dell’udienza del 9 maggio del processo per il delitto di Mauro Rostagno ha offerto diversi spunti, uno di quelli più rilevanti è il “contributo giunto dalla difesa dell’imputato Vito Mazzara, il sicario accusato dell’omicidio, e  che in tutti i modi sta cercando di portare il dibattimento lontano dalla matrice mafiosa, ma i dati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="http://www.nottecriminale.it/contents/2011/12/mauro-rostagno.jpg" alt="" width="360" height="296" />La cronaca dell’udienza del 9 maggio del processo per il delitto di Mauro Rostagno ha offerto diversi spunti, uno di quelli più rilevanti è il “contributo giunto dalla difesa dell’imputato Vito Mazzara, il sicario accusato dell’omicidio, e  che in tutti i modi sta cercando di portare il dibattimento lontano dalla matrice mafiosa, ma i dati di fatto ci sono e non possono essere rimossi. Quando sembrava che i testi citati tra quelli scelti nell’ambito degli investigatori di polizia non dovessero poi alla fine venire a dire cose importanti, uno dei due invece ha tirato fuori la conferma all’ipotesi che ad uccidere Rostagno sia stata la mafia che non ne poteva più degli interventi televisivi del sociologo. Il sovrintendente Bruno che all’epoca del delitto era alla Squadra Mobile ed era un semplice agente faceva parte di quel gruppo di poliziotti che per incarico dell’allora dirigente della Mobile, Rino Germanà, per alcuni mesi infilati dentro una stanza di montaggio a Rtc visionarono centinaia di cassette, tutte quelle che contenevano gli editoriali, gli interventi in studio, i servizi, firmati da Mauro Rostagno. Con Bruno lavoravano altri agenti, mandati apposta a Trapani dall’allora neo costituito Sco, il servizio centrale operativo. “Quando c’erano contenuti che mostravano un qualche spunto mettevamo da parte la relativa cassetta”. E di cassette da parte non ne sono state messe molte, ma alcune risultarono davvero interessanti. A quel punto le domande si sono di colpo esaurite e invece a esaltare il dato ci ha pensato l’avv. Carmelo Miceli, legale di parte civile. Ha chiesto che fine ebbe quel lavoro, la risposta in sostanza è stata quella che il risultato fu riferito al dirigente della Squadra Mobile, Rino Germanà: “Nel rapporto investigativo firmato dall’allora dirigente della Mobile – spiega l’avv. Miceli – si fa riferimento alla matrice mafiosa con chiaro riferimento al fastidio che Cosa nostra aveva per gli interventi televisivi di Rostagno. Non era una deduzione dell’investigatore ma il risultato di un certosino lavoro, oggi ci è stato detto che per mesi un gruppo di investigatori visionarono quelle cassette e una decina furono quelle interessanti”. Germanà in aula venne a parlare proprio di queste cassette, una di quelle più rilevanti è quella che contiene due ore di trasmissione riguardanti il ruolo del boss mazarese Mariano Agate, il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari e le alleanze tra la mafia trapanese, di Castelvetrano, in modo particolare, e quella catanese. E’ un puzzle che si va componendo: diversi pentiti lo hanno riferito, l’ordine di uccidere Mauro Rostagno partì da Castelvetrano, dal patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro, cosa questa che assume tragico senso se si pensa che il fastidio nei confronti di Rostagno scaturiva dalla perseveranza con la quale seguiva da Rtc il processo per il delitto di un sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, e per quelle cronache che puntavano dritto ad uno degli esecutori di quel delitto allora alla sbarra, il mazarese Mariano Agate che non era altro che il più fedele alleato di Messina Denaro, tanto da diventare più lui che il figlio di questi, l’attuale latitante Matteo Messina denaro, l’erede. E’ un dato assodato quello che vuole sostenere che se don Marianino Agate fosse oggi libero, lui e non Matteo Messina Denaro guiderebbela Cosanostra trapanese. Nel descrivere quei ruoli, quelle alleanze, Mauro Rostagno aveva scoperto parti sensibili della mafia della provincia di Trapani in un periodo in cui questa non solo si stava trasformando, da mafia militare a mafia imprenditoriale, ma nel suo territorio dava rifugio ai più importanti latitanti a cominciare da Totò Riina che in quel 1988 stava nascosto proprio a Mazara del Vallo. E gli attacchi contro la mafia ed i suoi affari loschi lanciati da Rtc da Mauro Rostagno non potevano quindi restare non trattati alla maniera dei boss.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo scenario era ovvio che l’atteggiamento della difesa degli imputati non poteva che essere quello che è stato, interrogatori chiusi in fretta. Più lungo è stato quello cui invece è stata sottoposta Lorella Raggi che della comunità Saman fondata da Rostagno assieme alla sua compagna, Chicca Roveri, e all’ex guru Cicci Cardella. Il tema delle domande è stato però quello collocabile in un arco di tempo successivo e lontano dal delitto, la stessa Lorella Raggi ha detto di non avere nemmeno conosciuto Rostagno. Dalla sua voce sono scaturite descrizioni di situazioni che confermano ciò che già si sapeva e che però non ha mai trovato collocazione nel contesto del delitto e cioè che uscito di scena Rostagno, Cardella, profittando della buona fede di Chicca Roveri, portò la saman verso nuovi lidi, facendola diventare una holding nell’assistenza, con operazioni di speculazione per le quali Cardella, è stato anche condannato prima di morire, in Nicaragua, la scorsa estate. E così saltato fuori, senza che la cosa è risultata essere una novità, il rapporto tra Cardella e il leader socialista Bettino Craxi, la richiesta di denaro che Cardella girò a Craxi quando questi era presidente del Consiglio, la gestione di Saman da padre-padrone, e anche gli iniziali attriti che videro opposti Chicca Roveri e la stessa Lorella Raggi che però non ha potuto non dare atto della grande sensibilità che contraddistingueva Chicca. Le domande della difesa alla raggi sono state poste quasi ad aprire armadi con chissà quali scheletri a danno di Chicca Roveri, ma lei stessa quando fu sentita non aveva nascosto questa circostanza (quella che in un primo tempo aveva dato fiducia a Cardella) per poi però aprire gli occhi all’indomani di una convocazione in Svizzera da parte dell’ex guru che pretendeva che lei firmasse bilanci falsi. “Vedi questa ruga che ho sulla fronte mi si formò quel giorno e mi resterà fino a quando il delitto di Mauro non riceverà verità e giustizia”. Questo Chicca spesso ama ripetere.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’udienza del 9 maggio Chicca Roveri ha voluto segnare la sua presenza in aula con una protesta poi per la lentezza del dibattimento. Lentezza che si è acuita da quando la palla è passata in mano alla difesa a proposito della citazione dei testi delle loro liste. Il 9 maggio dovevano essere sentiti 10 testi, in aula ne sono arrivati solo tre. Si va scoprendo che i testi indicati non sono più agli indirizzi indicati, molti sono quelli oramai passati a miglior vita. Può accadere così di perdere la pazienza e magari rappresentare una protesta legittima in modo troppo acceso, “ma giammai questo può essere definito come comportamento stizzito” scrive in un post su Facebook Maddalena Rostagno, e non ha tutti i torti. Il presidente della Corte di Assise, il giudice Pellino, ha nuovamente richiamato le parti alla responsabilità e a non provocare ritardi, e così il prossimo 23 maggio, giorno del 2°° anniversario della strage di Capaci, si terrà regolarmente udienza, “il ricordo – ha osservato il giudice Pellino – può essere celebrato meglio lavorando”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso dell’udienza ancora la difesa di Mazzara ha anticipato che chiederà di risentire l’ex comandante del nucleo operativo dei carabinieri di Trapani, Elio Dell’Anna, a proposito di quel rapporto sulla confidenza di un giudice milanese sulla connessione del delitto Rostagno con le indagini nei confronti dei vertici di Lotta Continua a proposito del delitto del commissario Calabresi, quasi che Rostagno (sic) fu ucciso dai suoi compagni che lui (ri..sic) avrebbe voluto accusare. Quel giudice smentì la confidenza, nelle carte di Rostagno non è stato mai trovato alcun accenno a contrasti con Sofri e compagni, anzi la ferma arrabbiatura rispetto a quelle “accuse ingiuste” così da lui bollate in quello che fu presentato come memoriale di Rostagno trovato tra le sue carte e che ha fatto ingresso nel processo. Indubbiamente rispetto ad altri processi si sta assistendo ad una difesa che difendendo dei conclamati mafiosi non può in alcun modo sostenere l’inesistenza della mafia, ma per allontanare le colpe dai suoi assistiti alla sbarra cerca di introdurre moventi non mafiosi, rispolverando tesi risultate da tempo sconclusionate. E a dirlo fu anche l’avv. Luigi Ligotti, che nel processo Calabresi fu difensore di parte civile della famiglia Calabresi, e durante l’arringa tirò fuori la tesi del delitto Rostagno ordita dai suoi amici che avevano paura di essere traditi e che però appena qualche settimana addietro durante un convegno a Marsala ad una domanda posta su questo suo intervento ha risposto dicendo che il tempo ha permesso di chiarire che quella era una asserzione infondata.</p>
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		<title>Blitz contro la mafia della &#8220;faida dei boschi&#8221;. Tra gli arrestati un carabiniere</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 10:12:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un&#8217;operazione dei carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro e della Compagnia di Soverato è in corso per l&#8217;esecuzione di 15 misure cautelari nei confronti di presunti affiliati alla cosca di &#8216;ndrangheta Sia-Procopio-Tripodi operante nell&#8217;area ionica soveratese. Tra gli arrestati vi sarebbero anche mandanti ed esecutori di un caso di &#8221;lupara bianca&#8221; avvenuto nel 2009 e che avrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="http://www.narcomafie.it/wp-content/uploads/2010/06/show_image_NpAdvSinglePhoto.jpg" alt="" width="403" height="226" />Un&#8217;operazione dei carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro e della Compagnia di Soverato è in corso per l&#8217;esecuzione di 15 misure cautelari nei confronti di presunti affiliati alla cosca di &#8216;ndrangheta Sia-Procopio-Tripodi operante nell&#8217;area ionica soveratese. Tra gli arrestati vi sarebbero anche mandanti ed esecutori di un caso di &#8221;lupara bianca&#8221; avvenuto nel 2009 e che <a href="http://www.narcomafie.it/2010/06/15/ndrangheta-la-%E2%80%9Cfaida-dei-boschi%E2%80%9D-si-e-trasformata-nella-%E2%80%9Cfaida-degli-appalti%E2%80%9D/" target="_blank">avrebbe dato il via alla faida</a> tra la cosiddetta &#8221;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Faida_dei_boschi" target="_blank">mafia dei boschi</a>&#8221; nel corso della quale ci sono stati numerosi omicidi.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli arrestati sono accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio, sequestro di persona, occultamento di cadavere, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti. Le indagini, che si sono avvalse anche della collaborazione del Ros, sono cominciate il 22 dicembre 2009 dopo la scomparsa per &#8221;lupara bianca&#8221; di Giuseppe Todaro, presunto affiliato alla cosca Gallace-Novella, rivale di quella dei Sia-Procopio-Tripodi. Le indagini, oltre a ricostruire le fasi della scomparsa e della successiva soppressione di Todaro, hanno portato gli investigatori a delineare compiti e ruoli degli indagati nell&#8217;ambito del locale di &#8216;ndrangheta di Soverato, attivo sin dal 2002 nei comuni di Soverato, Davoli, San Sostene, Montepaone e Montauro.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è anche un carabiniere tra le persone arrestate stamani nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione condotta dai suoi colleghi del Comando provinciale di Catanzaro e della Compagnia di Soverato. E&#8217; quanto si è appreso in ambienti investigativi. Il militare, che era ancora in servizio, è accusato di associazione mafiosa. Non è stato ancora specificato dove prestasse servizio. La &#8221;faida dei boschi&#8221; vede contrapposte famiglie di &#8216;ndrangheta che operano nella zona al confine tra le province di Catanzaro, Reggio Calabria e Vibo Valentia e negli ultimi tre anni ha provocato una ventina di morti. La faida, nata per gli interessi sui lavori boschivi, si è trasformata col passare degli anni in una vera e propria guerra di mafia per il predominio sul territorio, sugli appalti pubblici, degli insediamenti turistici e della realizzazione di impianti di energia alternativa.</p>
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		<title>Torino, comune e provincia parte civile contro la &#8216;ndrangheta</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 10:04:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Comune e Provincia di Torino si costituiranno parte civile nel processo Minotauro. Lo hanno annunciato il vicesindaco Tom Dealessandri e il presidente del Consiglio provinciale Sergio Bisacca. I due Enti hanno dato mandato alle rispettive avvocature di valutare i tempi e le modalità più opportune. Nell&#8217;esprimere soddisfazione per la decisione presa, il presidente Tricarico ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="http://www.youtrend.it/wp-content/uploads/2011/05/torino_palazzo_di_citta.jpg" alt="" width="365" height="243" />Comune e Provincia di Torino si costituiranno parte civile nel processo Minotauro. Lo hanno annunciato il vicesindaco Tom Dealessandri e il presidente del Consiglio provinciale Sergio Bisacca. I due Enti hanno dato mandato alle rispettive avvocature di valutare i tempi e le modalità più opportune.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;esprimere soddisfazione per la decisione presa, il presidente Tricarico ha ricordato che &#8221;la volonta&#8217; espressa oggi dalla Giunta municipale conferma un&#8217;intenzione che era gia&#8217; stata manifestata all&#8217;unanimita&#8217; da parte di tutte le forze politiche presenti nella Commissione&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, intanto, nella seduta e&#8217; intervenuto anche Luciano Violante, già presidente della Commissione parlamentare Antimafia che ha ricordato come &#8221;oggi c&#8217;è un forte trasferimento della mafia dalle aree tradizionali del Sud Italia e c&#8217;è un tentativo di scambio con la politica. Occorre garantire serenità al tessuto produttivo della città e fare formazione alla legalità. Ormai dal 1994 in media in Italia vengono arrestati 4 importanti boss ogni mese, ma c&#8217;è una grande capacità di ricambio dei quadri dirigenziali. E&#8217; quindi indispensabile riprendere il tema della fiducia dei cittadini in una societa&#8217; retta da regole ed educare gli studenti alla cittadinanza&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Numerosi i rappresentanti delle istituzioni locali, delle associazioni imprenditoriali e di categoria e del mondo cooperativo intervenute alla riunione. Nel suo intervento, il presidente del Collegio Costruttori Edili Ance di Torino Alessandro Cherio ha ribadito &#8221;una sollecitazione forte nel verificare la regolarita&#8217; dei contratti di lavoro e le metodologie di gara. La logica degli appalti al massimo ribasso e&#8217; perversa, soprattutto quando si va al ribasso sulla manodopera&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i partecipanti anche Pino Masciari, imprenditore, testimone di giustizia e cittadino torinese onorario. &#8221;Per tanti anni è stata trascurata la mafia come fenomeno culturale. Al Sud la mafia è una cultura che si tramanda di padre in figlio e che oggi si è radicata anche al Nord. Gli imprenditori oggi sono molto vulnerabili per le difficoltà economiche e perchè le Amministrazioni ritardano enormemente i pagamenti. Dobbiamo riconquistare i valori persi, recuperare il senso dello Stato e l&#8217;amore per l&#8217;Italia e il Tricolore. Si puo&#8217; morire per il senso dello Stato e il senso del dovere, non per il senso del potere&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, per l&#8217;associazione Libera, la referente regionale Maria José Fava ha evidenziato che &#8221;c&#8217;è un grande bisogno di questa Commissione per spezzare i legami tra mafie e politica. Oggi infatti non si parla più di infiltrazioni mafiose al Nord, ma di rapporti radicali. E&#8217; quindi importante educare alle responsabilità e coinvolgere i giovani già a scuola. E&#8217; anche fondamentale stare accanto agli imprenditori che sfidano le mafie: per questo gli Enti locali devono costituirsi parte civile nel processo Minotauro. L&#8217;associazione Libera lo farà&#8221;.</p>
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		<title>&#8216;Ndrangheta, sequestrati beni in Calabria e Piemonte</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 10:38:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Beni 12 milioni di euro sono stati in parte sequestrati ed in parte confiscati in Piemonte e Calabria da personale della Dia di Reggio Calabria. In particolare, in Piemonte sono state sequestrate 14 unità immobiliari, beni aziendali e rapporti finanziari ai fratelli Vincenzo e Massimo Verterano ritenuti vicini a cosche della fascia ionica reggina. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="http://www.tmnews.it/web/images/602-408-20120507_083906_7C740FD5.jpg" alt="" width="287" height="194" />Beni 12 milioni di euro sono stati in parte sequestrati ed in parte confiscati in Piemonte e Calabria da personale della Dia di Reggio Calabria. In particolare, in Piemonte sono state sequestrate 14 unità immobiliari, beni aziendali e rapporti finanziari ai fratelli Vincenzo e Massimo Verterano ritenuti vicini a cosche della fascia ionica reggina. La Dia ha poi confiscato due aziende e terreni a Francesco Stilo, genero del boss Giuseppe Morabito, detto &#8221;u Tiradrittu&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai fratelli Verterano, la Dia ha sequestrato un opificio ed un terreno di proprietà di un&#8217;azienda del settore dell&#8217;autodemolizione con sede a Torino, 14 tra appartamenti, autorimesse e fabbricati a Torino, Borgaro Torinese, Villadeati (Alessandria) e Marina di Gioiosa Ionica (Reggio Calabria) nonche&#8217; rapporti bancari ed assicurativi per un totale complessivo di dieci milioni. Vincenzo Verterano, di 47 anni, di Torino, è stato coinvolto, nel 2003, nell&#8217;operazione &#8221;Murcia II&#8221;, condotta dai carabinieri del Ros di Brescia nei confronti di narcotrafficanti e poi e&#8217; stato arrestato nell&#8217;operazione &#8221;Nostromo&#8221; del Ros di Reggio. Secondo l&#8217;accusa, fungeva da referente per il Piemonte per il traffico di droga della cosca Aquino, attiva nella fascia ionica calabrese, con a capo i fratelli Giuseppe e Salvatore Coluccio.</p>
<p style="text-align: justify;">Verterano è stato condannato a 10 anni di reclusione nel gennaio 2010 dalla Corte d&#8217;appello di Reggio Calabria per associazione mafiosa, associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e detenzione di armi. Anche Massimo Verterano, di 44 anni, di Marina di Gioiosa Ionica (Reggio Calabria), domiciliato in Piemonte, è stato coinvolto nell&#8217;operazione &#8221;Nostromo&#8221; e fu arrestato in compagnia dell&#8217;allora latitante Salvatore Coluccio.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; stato condannato in appello a due anni per favoreggiamento personale aggravato dall&#8217;aver agevolato un&#8217;associazione mafiosa ne gennaio 2010. Il sequestro è stato disposto del Tribunale di Torino dopo che la Dia ha accertato la sproporzione tra i redditi dichiarati dai fratelli ed i beni immobili a loro riconducibili. Francesco Stilo, di 56 anni, di Bova Marina, e&#8217; stato coinvolto, nel 2008, nell&#8217;operazione &#8221;Bellu lavuru&#8221; condotta dai carabinieri che avevano accertato come l&#8217;impresa di fornitura di calcestruzzo &#8221;Imc di Costantino Stilo snc&#8221; fosse in realtà gestita da Francesco Stilo. Per l&#8217;accusa, la società era il braccio imprenditoriale della cosca Morabito &#8211; Bruzzaniti &#8211; Palamara che puntava ad inserirsi nell&#8217;appalto per i lavori sulla strada statale 106 ionica a Palizzi. Stilo è stato condannato a 7 anni di reclusione dalla Corte d&#8217;appello. A Stilo sono state confiscate due aziende, numerosi appezzamenti di terreno agricolo a Bianco ed un appartamento a Bovalino per un valore di due milioni.</p>
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		<title>Gambizzato amministratore di Ansaldo Nucleare, pista eversiva</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 10:33:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La pista privilegiata dagli investigatori sull&#8217;agguato all&#8217;ad dell&#8217;Ansaldo Nucleare (gruppo Finmeccanica) di Genova Roberto Adinolfi è quella eversiva. Lo affermano gli investigatori antiterrorismo, anche se precisano, è &#8220;soltanto un&#8217;ipotesi ricavata dalle modalità dell&#8217;attentato&#8221;: gli aggressori erano due, il mezzo utilizzato è uno scooter. Due elementi che richiamano il modo di agire di vecchie organizzazioni terroristiche. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="http://www.impresafas.it/imm/big/NSAI.jpg" alt="" width="306" height="229" />La pista privilegiata dagli investigatori sull&#8217;agguato all&#8217;ad dell&#8217;Ansaldo Nucleare (gruppo Finmeccanica) di Genova Roberto Adinolfi è quella eversiva. Lo affermano gli investigatori antiterrorismo, anche se precisano, è &#8220;soltanto un&#8217;ipotesi ricavata dalle modalità dell&#8217;attentato&#8221;: gli aggressori erano due, il mezzo utilizzato è uno scooter. Due elementi che richiamano il modo di agire di vecchie organizzazioni terroristiche. &#8220;Ma è presto per dire con certezza se c&#8217;è un ritorno agli &#8216;anni di piombo&#8217;. Se di terrorismo si tratta, arriverà una rivendicazione ufficiale&#8221;, e ovviamente &#8220;deve essere anche attendibile&#8221;. Secondo una prima ricostruzione, i due hanno esploso tre colpi di arma da fuoco ma uno solo di questi ha raggiunto Adinolfi a una gamba.</p>
<p style="text-align: justify;">I carabinieri stanno sequestrando le immagini dei sistemi di sorveglianza operativa della città e raccogliendo le testimonianze sul posto. L&#8217;agguato non è stato per ora rivendicato e le indagini, coordinate dal pm Silvio Franz, sono a 360 gradi. Roberto Adinolfi, 60 anni, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, secondo fonti mediche interne al San Martino è stato colpito da un solo colpo di arma da fuoco alla tibia destra. Il proiettile gli ha procurato ferite significative ma che non lo mettono in pericolo di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo l&#8217;accesso al pronto soccorso, l&#8217;uomo è stato trasferito in sala operatoria nel reparto di traumatologia, diretto da Federico Santolini. Il colpo di arma da fuoco non avrebbe leso, in base a una prima ispezione medica, vasi sanguigni importanti rendendo le condizioni del ferito non proibitive.</p>
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		<title>Veneto, ecco la mappa dei clan</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 09:36:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[mappa dei clan]]></category>
		<category><![CDATA[Veneto]]></category>

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		<description><![CDATA[La mappa dei clan in Veneto, a cura di Monica Zornetta, autrice del dossier di aprile di Narcomafie, dal titolo &#8220;Il grande canale&#8221;, sulle mafie nel Nordest.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La mappa dei clan in Veneto, a cura di Monica Zornetta, autrice del dossier di aprile di Narcomafie, dal titolo <a href="http://www.narcomafie.it/la-rivista/" target="_blank">&#8220;Il grande canale&#8221;</a>, sulle mafie nel Nordest.</p>
<p><a href="http://www.narcomafie.it/wp-content/uploads/2012/05/MappaClan.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-20267" title="MappaClan" src="http://www.narcomafie.it/wp-content/uploads/2012/05/MappaClan.jpg" alt="" width="539" height="595" /></a></p>
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