<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Narcomafie</title>
	<atom:link href="http://www.narcomafie.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.narcomafie.it</link>
	<description>Narcomafie - online</description>
	<lastBuildDate>Fri, 03 Feb 2012 23:15:24 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Estremo Ponente</title>
		<link>http://www.narcomafie.it/2012/02/04/estremo-ponente/</link>
		<comments>http://www.narcomafie.it/2012/02/04/estremo-ponente/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 22:42:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Mareso</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[comuni commissariati]]></category>
		<category><![CDATA[Liguria]]></category>
		<category><![CDATA[Ventimiglia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.narcomafie.it/?p=19681</guid>
		<description><![CDATA[Il Consiglio dei Ministri, su richiesta Ministro degli Interni ha deciso di sciogliere per infiltrazioni mafiose il Comune di Ventimiglia, fortemente segnato dalla presenza delle &#8216;ndrine. Arriva in un freddo venerdì di inizio febbraio il verdetto che inchioda Ventimiglia. Su proposta del ministro degli Interni Annamaria Cancellieri, il Consiglio dei Ministri ha oggi deliberato lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="https://fbcdn-sphotos-a.akamaihd.net/hphotos-ak-ash4/380137_10150440447119398_586884397_8641967_871802112_n.jpg" alt="" width="403" height="269" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il Consiglio dei Ministri, su richiesta Ministro degli Interni ha deciso di sciogliere per infiltrazioni mafiose il Comune di Ventimiglia, fortemente segnato dalla presenza delle &#8216;ndrine.</p>
<p style="text-align: justify;">Arriva in un freddo venerdì di inizio febbraio il verdetto che inchioda Ventimiglia. Su proposta del ministro degli Interni Annamaria Cancellieri, il Consiglio dei Ministri ha oggi deliberato lo scioglimento del comune di confine per infiltrazione mafiosa, da decenni ritenuto non solo crocevia di traffici e interessi illeciti ma anche roccaforte di quelle famiglie mafiose, &#8216;ndrangheta in primis, che avevano trovato un comodo e redditizio rifugio in quell&#8217;ultimo sospiro di Liguria, così vicino alla Costa Azzura. Lo sgomento tra la popolazione è diffuso quanto la consapevolezza che prima o poi la città, da tempo duramente oppressa dalla criminalità, avrebbe prima o poi incrociato il suo cammino con un provvedimento di questo tipo. Soprattutto dopo l&#8217;analoga sorte occorsa alla dirimpettaia Bordighera, da sempre considerata il “salotto buono” del Ponente, che lo scorso anno ha visto sciogliere il comune per identico motivo. E che solo un paio di giorni fa ha incassato, nella persona dell&#8217;ex sindaco Bosio, il no del Tar in risposta al ricorso per ritornare in sella nella “città delle Palme”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ventimiglia, prima tra i pari.</strong> Al momento alle cronache rimane ben poco di ufficiale. Uno stringato comunicato stampa del Consiglio dei Ministri che però suona chiaro: «Su proposta del Ministro dell’interno, il Consiglio ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Ventimiglia (Imperia), dove sono state riscontrate forme di condizionamento da parte della criminalità organizzata». Per diversi mesi avevano lavorato alla scoperta della macchina comunale Fernando Guida, Raffaele Ruberto e Maurizio Alicandro, i tre uomini designati dalla prefettura per individuare il segno dell&#8217;eventuale infiltrazione mafiosa nell&#8217;ambito amministrativo. Tanti sono i filoni su cui avrebbe indagato il triumivirato prima di inviare la sua documentazione al neoprefetto imperiese Fiamma Spena.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel frattempo nel Ponente accade di tutto.</strong> L&#8217;inchiesta “Maglio 3”, porta ad esempio all&#8217;arresto di Benito Pepé, Francesco e Fortunato Barilaro e Michele Ciricosta. Tutti e quattro residenti tra Bordighera e Ventimiglia. Tutti e quattro a fine giugno finiti in carcere con accusa di 416 bis.<br />
Fortunato Barilaro, soprattutto, potrebbe essere una delle chiavi della questione Ventimiglia. Arrestato, come detto, a fine giugno con accusa di associazione di tipo mafioso, zio dei Pellegrino, famiglia implicata nelle vicende di Bordighera, era il membro della famiglia al quale ci si doveva rivolgere (lo si leggeva nell’ordinanza della procura della Repubblica di Sanremo), per ottenere il “permesso” di cambiare avvocato. Il suo arresto non è dunque una sorpresa quanto una conferma, qualora il quadro accusatorio reggesse. E la sua figura potrebbe aver giocato una parte importante su quanto accaduto all&#8217;amministrazione, se nelle carte si fosse dimostrata l’influenza, reale o potenziale, del Barilaro sulla politica locale. Un elemento che potrebbe raggiungere solidità se nelle indagini del triumivirato si fosse messo in luce il fatto che proprio il figlio di Barilaro lavora stabilmente in comune, all&#8217;ufficio licenze. Cerchiamo ora di far luce su alcuni aspetti poco chiari della recente storia di Ventimiglia, in modo da comprendere quali siano gli interessi della mafia calabrese sulla città. Ormai negarne la presenza sarebbe un&#8217;assurdità. Addirittura, riguardo i lavori della commissione prefettizia, un dossier dei Carabinieri destinato alla Commissione Antimafia racconta particolare inquietanti. Il riferimento è alla pervasività delle organizzazioni malavitose su Ventimiglia: una ramificazione vasta e potente che comprende l&#8217;aiuto spesso di silente di quelli che vengono definiti «un apparato composto di persone inserite nel tessuto sociale e in grado di riferire informazioni acquisite ai vertici decisionali». Al punto che, nel succitato dossier consegnato all&#8217;Antimafia appaiono alcune rilevazioni dei Carabinieri riguardo l&#8217;appostamento di alcuni pregiudicati calabresi per «osservare il lavoro della Commissione d&#8217;Accesso di Ventimiglia, con atteggiamenti e finalità tipici degli ambienti malavitosi della regione di origine».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sintomi di un male.</strong> Un tranquillo bar vicino al mare, nel quartiere Marina San Giuseppe a Ventimiglia. Era questo il luogo preferito dai reggenti delle &#8216;ndrine ventimigliesi per discutere e accordarsi. Antonio Palamara e Giuseppe Marcianò, da tempo indicati da svariati dossier delle forze dell&#8217;ordine come esponenti di spicco del locale di Ventimiglia, si incontrano nel bar “Le Volte”, gestito dalla moglie di Marcianò. A tenere banco, in una giornata di fine novembre del 2010, è la notizia dell&#8217;agguato a colpi di fucile che due uomini, il geometra Ettore Castellana e Nunzio Roldi, hanno compiuto ai danni di Piergiorgio Parodi, costruttore imperiese impegnato nei lavori per il porto di Ventimiglia. I dubbi di Marcianò, come risulta da una intercettazione ambientale del Corpo provinciale dei Carabinieri di Imperia, non sono su Roldi, considerato un elemento fidato, ma riguardano il geometra: teme infatti che Castellana, messo sotto torchio dalle forze dell&#8217;ordine, possa rivelare gli interessi delle cosche calabresi che stanno dietro all&#8217;attentato. «Mo gli canta tutto quello Castellana[...] domani … del fatto di qua che c&#8217;è la &#8216;ndrangheta che vuole entrare nell&#8217;affare qua» dice testualmente a Palamara, rivelando la presenza delle &#8216;ndrine dietro l&#8217;agguato.</p>
<p style="text-align: justify;">Un particolare interessante e al contempo inquietante ci arriva sempre dal caso che ha visto protagonista suo malgrado Parodi. Agli atti del processo contro Castellana e Roldi, che ha recentemente visto la condanna di entrambi gli attentatori, sono stati allegati anche degli appunti che i Carabinieri hanno trovato nella casa di quest&#8217;ultimo. Roldi, considerato vicino ad Antonio Palamara, originario di Sinopoli e a sua volta referente della cosca Alvaro-Palamara indirizza una lettera al costruttore Parodi. Una serie di rivendicazioni in merito a presunti favori che avrebbe fatto nel suo interesse e che il Parodi avrebbe dimenticato, come ad esempio «[...] essersi dimenticato del fatto che lui [...]aveva risolto i problemi relativi alle autorizzazioni per la costruzione del citato porto, sia a Genova che a Ventimiglia, con &#8220;minaccia ai vari assessori, consiglieri, anche per le alzate di mano contrarie […] e che lui aveva accompagnato Parodi stesso a Ventimiglia Alta, Via Garibaldi, dove poi si era &#8220;accordato&#8221;». Un riferimento non solo ai metodi brutali delle mafie per rimediare a eventuali ostacoli,ma la disponibilità, presunta, dell&#8217;imprenditore a “accordarsi” dopo essersi fatto accompagnare a Ventimiglia Alta, la splendida città medievale dove risiede la maggior parte della comunità calabrese della città di frontiera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Viale del tramonto.</strong> Parte obbligatoriamente da qui il viaggio di ricognizione sulla &#8216;ndrangheta nell&#8217;Estremo Ponente. L&#8217;inquietante vicenda dell&#8217;agguato è significativa ed esemplificativa degli elementi in gioco nella città di confine: &#8216;ndrangheta, minacce, omertà, rapporti con la politica. Un imprenditore che vede la sua auto impallinata e non denuncia l&#8217;accaduto, gli interessi delle cosche sul costruendo porto, una poco limpida assegnazioni degli appalti, una storica presenza &#8216;ndranghetista che soffoca la città, e ora lo scioglimento del consiglio comunale proprio per il rischio, reale o potenziale che sia stato, di una influenza delle cosche sul lavoro dell&#8217;amministrazione. Il lavoro che per lunghi mesi ha visti coinvolti tre funzionari nominati dalla prefettura si è concluso a fine dicembre, quando anche il neo prefetto di Imperia Russo Spena ha inviato al ministro Cancellieri la sua relazione sulla città di frontiera. Ora nell&#8217;attesa che qualcosa trapeli riguardo le motivazioni dello scioglimento possiamo solo fare una ricognizione su una città che ha subito, in meno di dodici mesi, lo stesso verdetto a cui era andata incontro la vicina città di Bordighera ha visto azzerata la sua amministrazione per l&#8217;identico motivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il porto.</strong> Grande appetito ha suscitato, ovviamente, il costruendo porto di Ventimiglia. Un attracco faraonico per i cui lavori anche la malavita si stava organizzando. C&#8217;è grande fermento e lavoro anche della Dia, per capire in che modo siano stati gestiti gli appalti per il porto.<br />
«A seguito delle risultanze acquisite nel corso di un accesso presso il cantiere del costruendo porto turistico di Ventimiglia &#8211; eseguito nel febbraio 2011[...] la Questura, la DIA di Genova e i Comandi Provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza hanno posto in essere una complessa attività d&#8217;indagine per reati contro la pubblica amministrazione che coinvolge alcuni amministratori del Comune di Ventimiglia ed alcune società impegnate nei lavori di costruzione». Si tratta di un estratto dei documenti riservati che la Prefettura di Imperia ha consegnato alla Commissione Parlamentare Antimafia: possiamo notare come diverse irregolarità erano balzate agli occhi del Prefetto. Prima fra tutte l&#8217;assenza di disposizioni in materia antimafia, come leggiamo in un altro passo molto significativo: «In sede di accesso, svolto sia presso il cantiere, sia presso la sede della società concessionaria (Cala del Forte srl facente capo al locale gruppo imprenditoriale Cozzi-Parodi), è stata rilevata la mancata osservanza delle disposizioni di cui alla vigente legislazione antimafia». Solamente dopo l&#8217;accesso prefettizio al porto, avvenuto nella considerazione che le opere per la realizzazione del porto di Ventimiglia sono state realizzate in regime di concessione da parte del Comune, la società si è mossa in quel senso. Leggiamo ancora nelle carte che «Solo dopo l&#8217;accesso, la società Cala del Forte srl ha provveduto a chiedere a questo ufficio le informazioni antimafia a carico delle ditte impegnate nella realizzazione del porto, asserendo di aver in precedenza acquisito ai propri atti solo le visure camerali con dicitura antimafia». Per poi interrompere, in maniera netta, i rapporti con alcune società: «Tra l&#8217;altro, la CALA DEL FORTE SRL, ha, recentemente, comunicato che la società Ventimiglia Mare srl, incaricata della realizzazione del porto turistico, ha interrotto i rapporti contrattuali con due imprese impegnate nei lavori oggetto dell&#8217;accesso[...] a seguito della diffusione, da parte della stampa, di notizie su possibili collegamenti di tali aziende con la criminalità organizzata, per cui sono ancora in corso accertamenti».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prestanomi, aziende e attentati.</strong> Interessato al porto era anche Giuseppe Marcianò, la persona che, qualche riga sopra, pareva alquanto accorta nel non far scoprire che dietro un agguato e dietro al porto ci potessere essere la lunga mano delle &#8216;ndrine. Chi è Marcianò? Una figura apicale della malavita calabrese a Ventimiglia. Affidabile uomo del locale intemelio, era in contatto con in principali esponenti liguri della &#8216;ndrangheta, soprattutto con Mimmo Gangemi, il “verduraio” genovese, che dall&#8217;indagine “Crimine” viene fuori come il capo delle &#8216;ndrine sotto la Lanterna. Ma Marcianò è qualcosa di più. Addirittura considerato «punto di riferimento per la locale malavita calabrese nel ponente ligure», può tranquillamente rappresentare un esempio di perfetto inserimento nel tessuto economico locale. «Con la società Marvon – scrive la Prefettura- intestata alla moglie Angela Elia, si è inserito nell&#8217;ambito dei lavori del costruendo porto di Ventimiglia». E proprio a Marcianò e ad Antonio Palamara, come abbiamo visto, erano vicini Nunzio Roldi ed Ettore Castellana, gli autori dell&#8217;agguato a colpi di fucile contro l&#8217;imprenditore Parodi, attivo nei lavori di costruzione dell&#8217;attracco portuale intemelio. Dietro all&#8217;agguato ci sono dei misteriosi giochi di interesse sul costruendo porto di Ventimiglia. Parodi sta lavorando alla costruzione dell&#8217;attracco e quella di Castellana e Roldi sembra l&#8217;azione di persone interessate a entrarci, per conto di chi a Ventimiglia comanda. Anzi più che chiedere di entrare nell&#8217;affare, sembrano voler ricordare all&#8217;imprenditore che gli impegni già presi, e disattesi, dovevano essere ricompensati in qualche modo. I due, usciti dall&#8217;affare, avrebbe voluto imporre una tangente sul “movimento terra” per il porto, incassando una notevole cifra e saldando così il debito che il Parodi aveva con loro.<br />
Una storia che si puà facilmente delineare partendo dalla posizione di Parodi: un imprenditore che subisce un agguato a colpi di lupara e non denuncia l&#8217;accaduto, è qualcosa di anomalo. Grave. Qualcuno la chiamerebbe omertà. Nell&#8217;ordinanza di custodia cautelare per Roldi e Castellana questo aspetto viene fuori con forza. Si legge infatti come il Parodi si sia «ben guardato dallo sporgere denunzia e anzi ha addirittura coperto le tracce del reato (i fori di pallettone sul paraurti dell&#8217;autovettura) per evitare che qualcuno potesse accorgersi di quanto era accaduto e che gli potesse fare delle domande imbarazzanti». Riguardo la vicenda che, a ottobre si è chiusa con la condanna dei due imputati, Castellana e Roldi, si celano però risvolti ancora più misteriosi e pericolosi. Risvolti non riscontrati da nessuna verità giudiziaria, teniamo a sottolinearlo, ma che rimangono come frammenti da decifrare e mettere certosinamente insieme, in una realtà dove riuscire a leggere verità limpide è alquanto difficile. Durante le indagini sull&#8217;agguato furono sequestrate dalle forze dell&#8217;ordine alcune carte nella casa di Annunziato Roldi. Una lettera, nella fattispecie, ha attirato l&#8217;attenzione degli inquirenti. Uno sfogo, amaro, con cui Roldi, scrivendo a Parodi (la lettera non fu mai spedita nda) elenca i favori ai quali l&#8217;imprenditore non aveva riposto con altrettanta solerzia. Particolarmente inquietante una promessa “guardiania” (sic!) che Parodi e suo genero, il defunto ex deputato Gianni Cozzi, avrebbero promesso: una vigilanza al cantiere del porto che avrebbe dovuto essere affidata a determinate persone congiuntamente ai «lavori di trasporto del materiale inerte (testualmente &#8220;lavorare i camion&#8221;)». Ma non basta. Roldi fa riferimento anche alle pressioni che lo stesso Roldi avrebbe fatto, anche con minacce, a chi, nella città di confine, era contro il porto. E all&#8217;aver accompagnato lo stesso Parodi a Ventimiglia alta (parte della cittadina dove è forte la comunità calabrese) per accordarsi. Leggiamo nell&#8217;ordinanza come Roldi accusi Parodi «di essersi dimenticato la circostanza in cui lui aveva accompagnato Parodi stesso Ventimiglia Alta, Via Garibaldi, dove poi si era &#8220;accordato&#8221;». E ancora «di essersi dimenticato del fatto che lui, sempre su richiesta del Cozzi, aveva risolto i problemi relativi alle autorizzazioni per la costruzione del citato porto, sia a Genova che a Ventimiglia, con &#8220;minaccia ai vari assessori, consiglieri, anche per le alzate di mano contrarie&#8230;&#8221;».<br />
Fatalità vuole che un locale, un negozio di scarpe, tra i cui proprietari c&#8217;è anche l&#8217;ex vicesindaco Giovanni Ballestra, andò, tempo fa, in fiamme. E che, scrivono sempre nell&#8217;ordinanza «Da accertamenti riservati è emerso inoltre che il Ballestra in quel periodo, sia in sedi istituzionali che in pubblico, aveva manifestato contrarietà alla realizzazione del porto di Ventimiglia in località &#8220;Scoglietti&#8221;». A onore di cronaca bisogna sottolineare come durante il processo a Roldi e Castellana l&#8217;ex vicesindaco e oggi consigliere provinciale abbia sottolineato di non aver mai pensato a una minaccia: «Tutti hanno sempre saputo che io vado avanti per la mia strada, e che non mi sarei mai fatto intimidire da minacce o incendi e non ho mai percepito che dietro il rogo potesse esserci un collegamento con la mia attività politica. A quell’epoca, nel 2002, il porto era tra l&#8217;altro ancora a livello embrionale».<br />
Eppure rimangono tanti interrogativi. Di certo in questo freddissimo inizio di febbraio, c&#8217;è lo scioglimento di un comune per mafia. Una notizia che atterrisce ma che non suona nuova almeno a chi, con gli occhi aperti, ricorda decenni di infiltrazione silenziosa e che ora vede collegati da un filo rosso due comuni divisi da una manciata di chilometri, Ventimiglia e Bordighera, ma uniti da un identico destino.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.narcomafie.it/2012/02/04/estremo-ponente/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Allarme mafia in Trentino?</title>
		<link>http://www.narcomafie.it/2012/02/02/allarme-mafia-in-trentino/</link>
		<comments>http://www.narcomafie.it/2012/02/02/allarme-mafia-in-trentino/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 13:18:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.narcomafie.it/?p=19691</guid>
		<description><![CDATA[Allarme infiltrazioni mafiose nel Trentino Alto Adige. C&#8217;è attesa per i dati contenuti in un una ricerca condotta dal centro studi Transcrime e consegnata al presidente della Regione Lorenzo Dellai alla fine del 2011 e che lo stesso Governatore deve ancora rendere pubblici. Un documento top secret nel quale vengono passati al setaccio tutti i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="http://locali.data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/gloc/trentino-corriere-alpi/2012/02/01/jpg_5587237.jpg" alt="" width="304" height="176" />Allarme infiltrazioni mafiose nel Trentino Alto Adige. C&#8217;è attesa per i dati contenuti in un una ricerca condotta dal centro studi <em>Transcrime</em> e consegnata al presidente della Regione Lorenzo Dellai alla fine del 2011 e che lo stesso Governatore deve ancora rendere pubblici. Un documento top secret nel quale vengono passati al setaccio tutti i comparti economici locali per comprendere quanto le organizzazioni mafiose vi si siano già infiltrate.</p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente, intanto, una relazione approvata dalla commissione parlamentare antimafia presieduta dall&#8217;ex ministro dell&#8217;Interno Giuseppe Pisanu aveva evidenziato un continuo aumento dei reati di criminalità organizzata in varie regioni che fino a poco tempo fa parevano estranee a &#8216;ndrangheta, mafia e camorra. Tra di esse la Liguria, la Val d&#8217;Aosta ma anche il Trentino Alto Adige.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8221;Un segno evidente &#8211; si legge nel documento &#8211; di uno spostamento delle pratiche e degli interessi mafiosi ben oltre i confine del sud Italia&#8221;. Un fenomeno che &#8221;non è recente, perché da almeno 40 anni le mafie hanno risalito la penisola ed hanno esteso via via i loro tentacoli in altri paesi europei e nel resto del mondo&#8221;: mafie che dunque, a loro modo, &#8221;si sono globalizzate e che in Italia sono entrate e far parte della cosiddetta &#8216;questione settentrionale&#8221;&#8217;.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fonte: Ansa, Tm News, Libero</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.narcomafie.it/2012/02/02/allarme-mafia-in-trentino/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Megaupload, il sito dei film &#8220;scaricabili&#8221;, era crimine organizzato</title>
		<link>http://www.narcomafie.it/2012/02/01/megaupload-il-sito-dei-film-scaricabili-era-crimine-organizzato/</link>
		<comments>http://www.narcomafie.it/2012/02/01/megaupload-il-sito-dei-film-scaricabili-era-crimine-organizzato/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 12:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[prima pagina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.narcomafie.it/?p=19684</guid>
		<description><![CDATA[Cosa c&#8217;entra la chiusura di Megaupload e Megavideo, siti da cui scaricare e visionare liberamente film di ogni genere (aggirando le norme sul copyright), con la criminalità organizzata? Secondo l&#8217;Fbi c&#8217;entra eccome. L’FBI – in collaborazione con il Dipartimento di Giustizia americano – ha deciso di usare il pugno di ferro nell’ottica di un giro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 339px"><img style="margin: 5px;" src="http://zeusnews.com/immagini/016702-fbi-chiude-megaupload-kim-dotcom.jpg" alt="" width="329" height="244" /><p class="wp-caption-text">nella foto: Kim Dotcom</p></div>
<p style="text-align: justify;">Cosa c&#8217;entra la chiusura di Megaupload e Megavideo, siti da cui scaricare e visionare liberamente film di ogni genere (aggirando le norme sul copyright), con la criminalità organizzata? Secondo l&#8217;Fbi c&#8217;entra eccome. L’FBI – in collaborazione con il Dipartimento di Giustizia americano – ha deciso di usare il pugno di ferro nell’ottica di un giro di vite contro la pirateria digitale, imponendo la chiusura del popolarissimo sito di <em>file sharing</em> ma questa è solo la punta del&#8217;iceberg e le reazioni die giustizieri mascherati della rete, gli hacker di Anonymous, sembra effettivamente fuori luogo se a venre difesa non è la libertà del Web ma il conto in banca di Kim Schmitz.</p>
<p style="text-align: justify;">I capi d’accusa (<a href="http://www.scribd.com/doc/78786408/Mega-Indictment" target="_blank">qui le 72 pagine dell’atto di accusa</a> a Megaupload, definito “<em>mega-conspiracy</em>“. <a href="http://venturebeat.com/2012/01/19/megaupload-indictment/" target="_blank">Qui</a> un riassunto) nei confronti dei gestori di Megaupload, Kim Schmitz e Jim Vestor, attualmente in manette, non riguardano semplicemente la condivisione di materiale protetto da <em>copyright</em>. Figura infatti l’accusa di aver incentivato attivamente gli utenti a caricare simili contenuti, spesso in cambio di diverse migliaia di dollari, e si sottolinea l’ipotesi di riciclaggio per milioni di dollari con minuzioso elenco dei conti bancari incriminati. L&#8217;Fbi, intercettando le mail di Kim Schmitz, avrebbe le prove di come lui e i suoi collaboratori facessero quanto possibile per aggirare le richieste delle major cinematografiche. Per la legge americana, infatti, un&#8217;impresa che ospita dei file non è direttamente responsabile se gli utenti utilizzano i servizi per stoccare dei documenti protetti del diritto d’autore. Al contrario, i siti che ospitano determinati file devono provare che non conservano materiale di natura illegale e devono assolutamente eliminare qualsiasi materiale che sia soggetto al diritto d’autore. Secondo l&#8217;Fbi i gestori di Megaupload sapevano che i file contenuti erano protetti e ne hanno ostacolato la rimozione.</p>
<p style="text-align: justify;">A prova di ciò gli inquirenti federali portano, come sempio, una mail che nell’agosto del 2006 uno degli associati di Megaupload invia ai propri colleghi. Questa recava in oggetto “lol”  che, nello slang in uso nelle chat è acronimo di <em>Laughing Out Loud</em> (ridendo di brutto, rumorosamente), e aveva come messaggio un immagine del sito che permetteva di scaricare un software per la protezione anticopia, denominato Alcohol 120, con relativa crack. Crack e alcool, ironia del tutto volontaria, per un software che in sostanza permetteva di aggirare l&#8217;anticopia dei film permettendo così di vederli illegalmente.</p>
<p style="text-align: justify;">In manette sono finiti i responsabili del sito, come il fondatore Kim Schmitz, conosciuto anche come Kim Dotcom, e il collaboratore Kim Tim Jim Vestor. Ai due sono stati sequestrati numerosi beni di lusso, tra cui maxi-televisori e altre apparecchiature tecnologiche, oltre a numerose vetture di lusso (targate &#8220;MAFIA&#8221;) e a un paio di moto. Kim Dotcom rischia in questo momento circa 20 anni di prigione ma non solo per questo tipo di reato. Gli inquirenti federali lo accusano infatti di aver formato una vera e propria organizzazione mafiosa. L’accusa si avvale infatti della legge RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Mafieuse), votata nel 1962, che persegue il racket e il crimine organizzato. Megaupload può dunque considerarsi un organizzazione di stampo mafioso? C&#8217;è la contraffazione, il riciclaggio, la pirateria ma c&#8217;è anche l&#8217;intimidazione: pare infatti che Schmitz e soci abbiano fatto &#8220;pressioni&#8221; su PayPal, agenzia di pagamenti on-line.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte accuse campate in aria per i difensori della libertà del Web, una libertà che non vuole regole e della quale tutti abusiamo volentieri. E&#8217; infatti previsto da una settimana uno “sciopero generale” (molto più esteso di quello già avvenuto il 18 gennaio) da parte dei principali siti internet per protestare contro la SOPA (Stop Online Piracy Act) e il PIPA (Protect Internet Ip Act). Proposte di legge del Senato americano che – nel nome della lotta alla pirateria – impedirebbero di usufruire di un web libero e imparziale. Il confine tra libertà e anarchia è sottile, e certo Megaupload non è una vittima di un sistema giudiziario repressivo se, come spiega uno dei membri di Megaupload in uno scambio di posta elettronica:” Non siamo pirati, ma forniamo le navi ai pirati”.</p>
<p><em>Fonti: Libertiamo, Il Fatto Quodiano, CQ Congress Quarterly, Ansa, Duerighe.com</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.narcomafie.it/2012/02/01/megaupload-il-sito-dei-film-scaricabili-era-crimine-organizzato/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Dal 2006 Lea Garofalo e la figlia non ebbero più i documenti di copertura&#8221;</title>
		<link>http://www.narcomafie.it/2012/02/01/dal-2006-lea-garofalo-e-la-figlia-non-ebbero-piu-i-documenti-di-copertura/</link>
		<comments>http://www.narcomafie.it/2012/02/01/dal-2006-lea-garofalo-e-la-figlia-non-ebbero-piu-i-documenti-di-copertura/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 11:59:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marika Demaria</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Cosco]]></category>
		<category><![CDATA[Denise Cosco]]></category>
		<category><![CDATA[Jessica Cristofori]]></category>
		<category><![CDATA[Lea Garofalo]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello Tatangelo]]></category>
		<category><![CDATA[maresciallo Buttarelli]]></category>
		<category><![CDATA[maresciallo Persuich]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Sabatino]]></category>
		<category><![CDATA[Tribunale di Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Vito Cosco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.narcomafie.it/?p=19683</guid>
		<description><![CDATA[Con l&#8217;udienza di ieri, martedì 31 gennaio, si è conclusa la deposizione del maresciallo Christian Fabio Persuich, in servizio presso la caserma dei Carabinieri di via Moscova a Milano. Il militare, la sera del 25 novembre 2009, raccolse la denuncia di scomparsa di Lea Garofalo presentata dalla figlia Denise Cosco. Ieri in aula ha precisato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.narcomafie.it/wp-content/uploads/2012/02/garofalo-lea-ndrangheta-arresti-carlo-cosco-milano-1287386915069.jpg"><img class="alignleft  wp-image-19685" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="garofalo-lea--ndrangheta-arresti-carlo-cosco-milano--1287386915069" src="http://www.narcomafie.it/wp-content/uploads/2012/02/garofalo-lea-ndrangheta-arresti-carlo-cosco-milano-1287386915069-150x150.jpg" alt="" width="135" height="135" /></a>Con l&#8217;udienza di ieri, martedì 31 gennaio, si è conclusa la deposizione del maresciallo Christian Fabio Persuich, in servizio presso la caserma dei Carabinieri di via Moscova a Milano. Il militare, la sera del 25 novembre 2009, raccolse la denuncia di scomparsa di Lea Garofalo presentata dalla figlia Denise Cosco. Ieri in aula ha precisato alcuni aspetti delle sue dichiarazioni, così come era stato richiesto dalle difese nel corso del precedente dibattimento. Nello specifico, si è parlato delle riprese delle telecamere poste in corso Sempione: i fotogrammi utilizzabili sono stati estrapolati solo da quelle messe in uso dal Comune di Milano e non dai privati, poiché «per elaborare questi dati ci sono occorsi 3-4 giorni e le registrazioni delle telecamere fatte dai commercianti della zona restano in memoria massimo per 72 ore. Dalle immagini in nostro possesso si evince però che alle 18.22 del 24 novembre 2009 due donne, una con indosso un giubbotto bianco (Denise,<em> n.d.a.</em>) e l&#8217;altra con indosso un uguale capo ma nero (Lea Garofalo,<em> n.d.a.</em>) percorrono Corso Sempione. Alle 18.25 e 23 secondi arriva un Chrisler Voyager (in uso a Carlo Cosco, <em>n.d.a.</em>) e dopo un minuto si vede che la ragazza non c&#8217;è più». Passano poco meno di due minuti: la telecamera restituisce l&#8217;immagine di Lea Garofalo che, alle 18.28 e 35 secondi passeggia lungo la via, fino a fermarsi davanti ad una vetrina fumando una sigaretta. Alle 18.37 e 39 secondi «ritorna lo stesso fuoristrada che si ferma nello stesso punto di prima; purtroppo le telecamere sono basculanti per cui non abbiamo l&#8217;immagine che ha fermato il momento in cui Lea Garofalo è salita sull&#8217;auto, ma dall&#8217;immagine successiva risulta che la donna non è più in corso Sempione. Abbiamo anche accertato &#8211; ha concluso il maresciallo Persuich &#8211; la distanza di percorrenza tra quel punto del corso e via Montello: 1 km e 300 metri, in auto si coprono in cinque minuti». Durante la deposizione del teste è inoltre emerso che nel 2002 il Nop fornì come da prassi a Lea Garofalo un&#8217;identità di copertura &#8211; Alessandra De Rossi &#8211; ma che i documenti attestanti queste generalità furono bruciati nel 2006, quando la donna chiese di uscire definitivamente dal programma di protezione. Di fatto sia lei sia la figlia da quel momento utilizzeranno solo i documenti con le reali identità.</p>
<p>Controversa invece la deposizione del fioraio ambulante Pasquale Amodio, amico di Vito Cosco al punto da chiedergli di fare da padrino di cresima a suo figlio. La cerimonia avvenne il 24 aprile 2009: in quell&#8217;occasione l&#8217;imputato chiese al teste se conoscesse qualcuno che avesse la disponibilità di una casa nei pressi della località in cui si trovavano, a Polignano a Mare. Ecco la discordanza: ieri Amodio ha raccontato che «Cosco mi chiese una casa per le vacanze estive», ma durante il secondo interrogatorio reso presso la caserma dei Carabinieri retificò quanto dichiarato la prima volta (e coincidente con la versione di ieri), spiegando che «Vito Cosco mi chiese una casa, non importa se mare o campagna, per l&#8217;immediato futuro; per lui, la moglie Giuseppina Scalise che mi fece la stessa domanda, e le due figlie». Per un&#8217;intera settimana, dal 27 aprile al 4 maggio 2009, i due si sentiranno telefonicamente ogni giorno, a dispetto delle 3-4 volte al mese registrate nei periodi precedenti; Amodio non ha saputo fornire una spiegazione in merito a quest&#8217;anomalia, così come non ricorda con precisione a quando risale un pranzo fatto insieme a Carlo e Vito Cosco, «forse un tre settimane dopo la cresima, quindi intorno alla prima metà di maggio, ma non lo dire con precisione».</p>
<p>Il pm Marcello Tatangelo ha successivamente iniziato a interrogare Giulio Buttarelli, maresciallo capo dei Carabinieri, collega del maresciallo Persuich. Ore durante le quali sono stati analizzati i tabulati riguardanti tutte le telefonate fatte e ricevute da Carlo Cosco, Massimo Sabatino e Vito &#8220;Sergio&#8221; Cosco dal 23 aprile al 6 maggio 2009: va ricordato che sui tre pende anche il capo d&#8217;imputazione di tentato sequestro ed omicidio ai danni di Lea Garofalo, avvenuto a Campobasso il 5 maggio 2009. Dai tabulati sono emersi tantissimi contatti telefonici avvenuti tra Vito Cosco e Jessica Cristofori, convivente di Massimo Sabatino fino al momento del suo arresto (17 dicembre 2009) e che depose il 19 dicembre, rispondendo in maniera vaga a molte domande dell&#8217;accusa, asserendo anche di non aver avuto contatti, nemmeno telefonici, con i Cosco. Un altro passaggio rilevante è quello registrato il 28 aprile, quando Sabatino e Carlo Cosco si sentono e successivamente si vedono, come dimostra la posizione dei rispettivi telefonini: entrambi avevano agganciato la cella della stessa zona di Termoli. Dal 29 aprile al 4 maggio il cellulare del primo risulterà sempre irraggiungibile; lo riaccenderà solo alle 17.29 del 5 maggio (l&#8217;aggressione, secondo la ricostruzione di Denise Cosco, avvenne intorno alle 9 del mattino), per poi spegnerlo e riaccenderlo nuovamente alle 20.35 della stessa giornata. Quello stesso giorno anche il cellulare di Carlo Cosco risulta essere spento, ma dai tabulati dei giorni precedenti si evince che l&#8217;imputato è ritornato a Petilia Policastro, dove risultava essere fino al 4 maggio, mentre il 6 sarà nuovamente a Campobasso.</p>
<p>Venerdì 3 febbraio terminerà la deposizione del maresciallo capo Buttarelli, attraverso la quale si ricostruiranno (utilizzando i tabulati telefonici) le giornate dal 19 novembre al 27 novembre 2009 trascorse dagli imputati, da Denise Cosco e dalla madre Lea Garofalo.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.narcomafie.it/2012/02/01/dal-2006-lea-garofalo-e-la-figlia-non-ebbero-piu-i-documenti-di-copertura/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Cosa nostra e i Casalesi, alleati nel settore dei trasporti</title>
		<link>http://www.narcomafie.it/2012/01/30/cosa-nostra-e-i-casalesi-alleati-nel-settore-dei-trasporti/</link>
		<comments>http://www.narcomafie.it/2012/01/30/cosa-nostra-e-i-casalesi-alleati-nel-settore-dei-trasporti/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 09:18:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[clan dei Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Fondi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.narcomafie.it/?p=19678</guid>
		<description><![CDATA[La squadra mobile di Caserta e il Centro Operativo Dia di Roma hanno eseguito sei ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal gip del Tribunale di Napoli, nei confronti di elementi di spicco del clan dei Casalesi-gruppo Schiavone e della famiglia mafiosa Riina-Messina Denaro. I reati contestati sono associazione mafiosa, illecita concorrenza, intestazione fittizia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.giuseppelumia.it/wp-content/uploads/2012/01/mof-mercato-fondi-7355926.jpg" alt="" width="285" height="172" />La squadra mobile di Caserta e il Centro Operativo Dia di Roma hanno eseguito sei ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal gip del Tribunale di Napoli, nei confronti di elementi di spicco del clan dei Casalesi-gruppo Schiavone e della famiglia mafiosa Riina-Messina Denaro. I reati contestati sono associazione mafiosa, illecita concorrenza, intestazione fittizia di beni e traffico di armi. Tra i destinatari delle misure restrittive figurano Nicola Schiavone, figlio di Francesco, soprannominato &#8220;Sandokan&#8221;, capo indiscusso dei Casalesi, e Gaetano Riina, fratello di Salvatore, capo dei capi di Cosa Nostra. Le indagini hanno evidenziato la strategica alleanza conclusa tra la camorra casertana ed imprenditori siciliani organici alla cosca Riina-Messina Denaro, al fine di conquistare il controllo monopolistico dei trasporti su gomma e della commercializzazione all&#8217;ingrosso di prodotti ortofrutticoli sull&#8217;asse Sicilia-Campania-Lazio, sulle tratte da e per i mercati dell&#8217;isola verso quelli campani e verso lo strategico mercato di Fondi, in provincia di Latina. Narcomafie si è occupata dell&#8217;argomento già nell&#8217;aprile scorso con <a href="http://www.narcomafie.it/2011/04/08/17215/" target="_blank">un&#8217;inchiesta dal titolo: &#8220;Filiere agroalimentari&#8221; </a>a firma di Giovanni Tizian e Laura Galesi.</p>
<p>Secondo quanto emerso dalle indagini della squadra mobile di Caserta e del centro operativo Dia di Roma, coordinate dalla Procura Antimafia di Napoli, il clan dei Casalesi, in cambio del monopolio dei trasporti in favore di una ditta appartenente a elementi di vertice dell&#8217;organizzazione, garantivano a imprenditori del commercio all&#8217;ingrosso organici alla mafia, la possibilità di vendere i prodotti ortofrutticoli provenienti dalla Sicilia in regime esclusivo sui mercati campani e del basso Lazio, profondamente condizionati attraverso la forza di intimidazione della camorra. Svelato anche un ingente traffico di armi, acquistate nell&#8217;Est Europa dai Casalesi, realizzato utilizzando gli autotreni delle imprese di trasporto controllate e gestite dalle organizzazioni camorristiche.</p>
<p>Quattro delle sei ordinanze eseguite oggi dalla squadra mobile di Caserta e dal centro operativo della Dia di Roma sono state notificate in carcere nei confronti di Nicola Schiavone, 32 anni, figlio di Francesco, soprannominato &#8220;Sandokan&#8221;, Antonio e Massimo Sfraga, rispettivamente di 45 e 38 anni, e Gaetano Riina, 78 anni, fratello di Salvatore Riina. In manette, invece, sono finiti Carmelo Gagliano, 45enne di Marsala (Trapani) e Pasquale Coppola, 24 anni, nato a Pollena Trocchia (Napoli). Tutti sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, illecita concorrenza, detenzione e porto illegale di armi da guerra, reati aggravati dalla metodologia mafiosa. Ai destinatari delle misure restrittive erano già stati notificati analoghi provvedimenti lo scorso 15 novembre, annullati poi dal Tribunale del Riesame di Napoli per vizi formali, cioé &#8220;per mancanza delle motivazioni autonome&#8221; del gip rispetto alle richieste conclusive della Procura Antimafia di Napoli. Vizio formale poi superato che ha consentito di reiterarli lo scorso 20 gennaio sulla base dei gravi indizi di colpevolezza acquisiti. Le sei ordinanze sono legate all&#8217;operazione &#8220;Sud Pontino&#8221; coordinata dalla Dda di Napoli e conclusasi nel maggio del 2010 con l&#8217;emissione di sessanta ordinanze di custodia cautelare in carcere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fonte: Ansa</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.narcomafie.it/2012/01/30/cosa-nostra-e-i-casalesi-alleati-nel-settore-dei-trasporti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Processo Lea Garofalo: a Denise chiesti chiarimenti ma non una nuova deposizione</title>
		<link>http://www.narcomafie.it/2012/01/29/processo-lea-garofalo-a-denise-chiesti-chiarimenti-ma-non-una-nuova-deposizione/</link>
		<comments>http://www.narcomafie.it/2012/01/29/processo-lea-garofalo-a-denise-chiesti-chiarimenti-ma-non-una-nuova-deposizione/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 13:51:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marika Demaria</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Cosco]]></category>
		<category><![CDATA[Enza Rando]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria Ramoni]]></category>
		<category><![CDATA[Lea Garofalo]]></category>
		<category><![CDATA[omicidio]]></category>
		<category><![CDATA[programma di protezione]]></category>
		<category><![CDATA[Tribunale di Milano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.narcomafie.it/?p=19672</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Le parti prestano il consenso all&#8217;utilizzo delle deposizioni fatte il 29 settembre e il 13 ottobre da Denise Cosco; l&#8217;esame pertanto sarà limitato ad alcune precisazioni o chiarimenti&#8221;.  Con l&#8217;approvazione da parte della Corte presieduta da Anna Introini della richiesta di accusa e difesa, c&#8217;è di fatto stato un colpo di scena nel processo Lea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.narcomafie.it/wp-content/uploads/2012/01/806459-uccisa_e.jpg"><img class="alignleft  wp-image-19673" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="806459-uccisa_e" src="http://www.narcomafie.it/wp-content/uploads/2012/01/806459-uccisa_e-150x150.jpg" alt="" width="135" height="135" /></a>&#8220;Le parti prestano il consenso all&#8217;utilizzo delle deposizioni fatte il 29 settembre e il 13 ottobre da Denise Cosco; l&#8217;esame pertanto sarà limitato ad alcune precisazioni o chiarimenti&#8221;.  Con l&#8217;approvazione da parte della Corte presieduta da Anna Introini della richiesta di accusa e difesa, c&#8217;è di fatto stato un colpo di scena nel processo Lea Garofalo. Dopo la nomina del nuovo Presidente, succeduto a Filippo Grisolia nominato Capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, le difese non avevano acconsentito all&#8217;acquisizione delle deposizioni già rese dai vari teste, compresa quella di Denise Cosco, la coraggiosa ragazza ventenne figlia di Lea Garofalo e di Carlo Cosco, imputato per sequestro di persona, omicidio e sciogliemento nell&#8217;acido del cadavere proprio della sua compagna. Una decisione che aveva suscitato non poche polemiche: il pensiero era infatti subito corso alla giovane teste, che si sarebbe dovuta nuovamente sottoporre ad un certosino esame del pubblico ministero e controeasame delle difese, come avvenne rispettivamente il 29 settembre e il 13 ottobre 2011, non senza evidenti e comprensibili coinvolgimenti emotivi e psicologici.  L&#8217;accordo tra le parti non cancellerà i mesi in cui Denise ha vissuto pensando che avrebbe nuovamente dovuto testimoniare, ma sicuramente l&#8217;ha resa più serena. Tanto che Enza Rando, responsabile dell&#8217;ufficio legale di Libera e avvocato della ragazza che si è costituita parte civile al processo, ha dichiarato: &#8220;Denise è serena e vi ringrazia. La sua vera forza siete voi!&#8221;. Quel<em> voi</em> è indirizzato a tutti i ragazzi che spesso hanno consegnato a lei e Ilaria Ramoni, referente di Libera Milano che sta affiancando l&#8217;avvocato Rando in questo delicato percorso giudiziario, delle lettere per Denise; che hanno presenziato dentro l&#8217;aula e fuori dal Tribunale di Milano durante le sue deposizioni e che erano presenti anche venerdì, ricordando che luglio (mese in cui scadranno i termini di custodia cautelare degli imputati, i quali torneranno in libertà nel caso in cui non sarà emessa la sentenza di primo grado) è sempre più vicino.</p>
<p>Denise ha dunque deposto per circa un&#8217;ora, nel corso della quale ha ribadito che suo padre «più volte mi chiedeva di riferirgli cosa mi aveva detto mia mamma, cosa lei stessa avesse raccontato durante gli anni in cui eravamo nel programma di protezione, ma io non ho mai saputo nulla». Incalzante l&#8217;avvocato Sussman Steinberg, difensore di Carlo Cosco. «Sua mamma e sua nonna litigavano spesso? E sua mamma e sua zia?».  La ragazza ha risposto con convinzione: «Sì certo, ma è normale», la stessa che poco dopo la porterà a raccontare che, quando suo padre e lei si rividero nel maggio 2009 in Calabria, non si abbracciarono, ma l&#8217;uomo le disse solamente che era cresciuta e che aveva stentato a riconoscerla. L&#8217;avvocato poco prima aveva espressamente chiesto se si ricordava di quell&#8217;incontro e del fatto che lei avesse abbracciato il padre, «sa, alcune domande le pongo io ma altri sono chiarimenti che mi chiede suo padre».</p>
<p>Le difese hanno molto insistito anche sull&#8217;aspetto relativo ai documenti di copertura delle due donne, ma la ragazza ha spiegato che di fatto non disponeva della propria carta d&#8217;identità «perché mia mamma la teneva insieme alla sua. Per un periodo, per la mia sicurezza, mi ha chiesto di far finta che mi chiamassi Sara De Rossi, soprattutto quando andavo a scuola. Ma io quel nome non lo sentivo mio. Così come mia mamma a Campobasso si faceva chiamare Alessandra». Secondo gli avvocati, questo è un passaggio &#8220;rilevante che va chiarito con il Nop&#8221;, il Nucleo operativo di protezione che fa capo al pertinente Sistema.</p>
<p>Gli avvocati degli imputati hanno inoltre chiesto altri chiarimenti, alla luce della deposizione del maresciallo dei Carabinieri Persuich, che ha testimoniato nel corso delle due ultime udienze e che tornerà in aula martedì 31 proprio per rispondere a tutta una serie di delucidazioni richieste dai legali: come mai le dichiarazioni rese da Lea Garofalo non sono mai state utilizzate a fini processuali e chi ha provveduto ad inviare delle somme di denaro alla donna nel periodo in cui lei e la figlia si trovavano sotto il programma di protezione. Roberto D&#8217;Ippolito, avvocato di Marisa Garofalo e Santina Diletto (sorella e madre di Lea Garofalo), ha invece chiesto e ottenuto &#8211; nonostante l&#8217;opposizione da parte del pm Marcello Tatangelo &#8211; l&#8217;acquisizione dell&#8217;incartamento amministrativo del Nop relativo alle posizioni della giovane donna scomparsa nel novembre 2009 e di sua figlia.</p>
<p>Aspra infine la considerazione degli avvocati difensori, i quali chiedono contezza di un&#8217;espressione utilizzata dal maresciallo Persuich, il quale in entrambe le deposizioni ha dichiarato di aver chiesto a Denise se si fidasse, subito dopo aver deposto la sera del 25 novembre 2009, ad andare via con il padre e «la ragazza mi ha risposto che era tranquilla perché sapeva che l&#8217;unico obiettivo era la madre». L&#8217;avvocato Sussman ha fatto notare che «di questa dichiarazione nel verbale non c&#8217;è traccia» ma il militare ha risposto che erano dichiarazioni informali rese al di fuori del verbale. «Allora chiedo alla Corte &#8211; ha concluso il difensore di Carlo Cosco &#8211; che questa frase non sia verbalizzata, ne contesto l&#8217;utilizzabilità».</p>
<p>La Corte scioglierà le riserve in merito a tutte queste richieste formulate dalle parti in seno all&#8217;udienza di martedì 31 gennaio, con la quale si dovrebbero concludere le deposizioni dei teste chiamati dal pubblico ministero. Da febbraio si potrà dunque iniziare ad ascoltare i testimoni chiamati dalle difese.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.narcomafie.it/2012/01/29/processo-lea-garofalo-a-denise-chiesti-chiarimenti-ma-non-una-nuova-deposizione/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Servono coscienze vigili e inquiete</title>
		<link>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/servono-coscienze-vigili-e-inquiete/</link>
		<comments>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/servono-coscienze-vigili-e-inquiete/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 17:15:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
				<category><![CDATA[archivio articoli]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.narcomafie.it/?p=19665</guid>
		<description><![CDATA[Non è in vendita, la speranza. Luigi Ciotti lo dichiara fin dal titolo ai suoi potenziali lettori. Soprattutto a chi magari si aspetta, acquistando il libro, di trovarci frasi consolatorie o d’incoraggiamento, argomenti a favore di quell’ottimismo verso il futuro che è oggi merce sempre più rara. In fondo lui è un sacerdote, uno che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non è in vendita, la speranza. Luigi Ciotti lo dichiara fin dal titolo ai suoi potenziali lettori. Soprattutto a chi magari si aspetta, acquistando il libro, di trovarci frasi consolatorie o d’incoraggiamento, argomenti a favore di quell’ottimismo verso il futuro che è oggi merce sempre più rara. In fondo lui è un sacerdote, uno che “per contratto” dovrebbe poter offrire a chiunque qualche parola di conforto&#8230; Invece no, anzi soprattutto i primi capitoli sono tutt’altro che confortanti. Vi si riassumono, con sintetica lucidità, alcuni fra i principali “nodi” dell’Italia di oggi. Le forti disuguaglianze sociali che, complice la crisi economica e una certa propaganda politica, alimentano paure e intolleranze. L’arretramento del fronte dei diritti, sacrificati di volta in volta a variabili come la sicurezza, il decoro urbano, la competitività, l’efficienza dei mercati. La situazione degli ultimi fra gli ultimi: gli stranieri, colpiti da leggi crudeli quanto inefficaci e dalla diffidenza “smemorata” di un popolo che pure ha un lungo passato d’emigrazione alle spalle.<br />
Altro che speranza, insomma! Eppure non si può dire che sia la disperazione a farsi strada nelle pagine di Ciotti. Questo perché la sua non è mai un’analisi astratta, puramente teorica, ma il racconto vivo di una realtà attraversata ogni giorno di persona, di storie incontrate, di voci raccolte. La speranza sta in questa capacità di ascolto, in questa voglia di vedere comunque una possibilità di riscatto, a partire da chi sta peggio ma poi per tutti. È una speranza attiva, fondata sull’esperienza dei piccoli cambiamenti alla portata di ognuno, piuttosto che su una generica fiducia nella direzione positiva della sorte.<br />
Per sperare «bisogna credere nella giustizia e impegnarsi a costruirla». Ed ecco gli strumenti che ci sono dati per affrontare il compito: la democrazia – avventura non solo politica, ma “spirituale” – e la costituzione, che però restano strutture pericolanti se non sostenute dalla responsabilità dei cittadini. Di tutti i cittadini, perché il più grande coraggio dei singoli serve a poco se manca il “noi”, la capacità di darsi da fare ciascuno per l’altro e insieme all’altro.<br />
C’è spazio anche per una riflessione sul contrasto alle mafie e su una legalità spesso “fraintesa”, i temi che hanno accompagnato don Luigi a partire dalla fondazione di “Libera”, e per un’appassionata discussione sul ruolo della Chiesa, difesa e “pungolata” a un tempo. Infine l’educazione, perché «l’impegno contro le “zone grigie” comincia sempre da noi stessi, dalle contraddizioni che s’annidano nel nostro animo». E servono coscienze vigili e inquiete per difendersi dai “venditori d’illusioni”, da chi vorrebbe farci credere che la speranza si può comprare come un qualsiasi altro bene sul mercato, e non è invece un prodotto da “coltivare”, giorno per giorno, da far germogliare proprio in quelle terre che sembrano più sterili e disperate.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/servono-coscienze-vigili-e-inquiete/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Educazione criminale a Castel Volturno</title>
		<link>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/educazione-criminale-a-castel-volturno/</link>
		<comments>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/educazione-criminale-a-castel-volturno/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 17:11:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
				<category><![CDATA[archivio articoli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.narcomafie.it/?p=19663</guid>
		<description><![CDATA[Quando il 18 settembre 2008, a Castel Volturno, l’ala stragista del clan dei Casalesi guidata da Giuseppe Setola freddò Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato al clan, titolare di una sala giochi, e sei africani che si trovavano presso la sartoria Ob Ob exotic fashion di Varcaturo, Là-bas era soltanto una sceneggiatura in un cassetto. Dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando il 18 settembre 2008, a Castel Volturno, l’ala stragista del clan dei Casalesi guidata da Giuseppe Setola freddò Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato al clan, titolare di una sala giochi, e sei africani che si trovavano presso la sartoria Ob Ob exotic fashion di Varcaturo, Là-bas era soltanto una sceneggiatura in un cassetto. Dopo quel massacro – i cui successivi accertamenti della magistratura provarono l’assoluta estraneità delle vittime della sartoria a qualsiasi attività criminosa – la storia ha cambiato direzione. Per il regista, sceneggiatore e soggettista Guido Lombardi è diventato inevitabile parlare della strage di San Gennaro. Dopo essersi aggiudicato il Leone del futuro-premio Venezia opera prima Luigi De Laurentis e il premio del pubblico alla Settimana della critica dell’ultima Mostra cinematografica di Venezia, il film ha vinto il Flash forward award a Pusan, nel più importante appuntamento festivaliero dell’Estremo oriente. Dopo Gomorra di Matteo Garrone, dunque, un altro film che si cala senza compromessi nel mondo della criminalità campana raccoglie consensi in giro per il mondo. Ma con un approccio totalmente diverso. Girato al 90% in inglese e in francese, il primo lungometraggio di Lombardi capovolge l’ottica del genere (nascente e spesso immaturo in Italia) dei film sull’immigrazione: «Non volevo che nel mio film ci fosse la scappatoia del personaggio europeo con il quale immedesimarsi», ha detto a Venezia dopo essere stato premiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Com’è nata l’idea del film e che cosa è cambiato dopo la strage di Castel Volturno?<br />
L’idea del film è venuta a me e a Kader (l’attore protagonista che interpreta il ruolo di Yssouf, ndr). Ho conosciuto lui e Moussa (nel film Moses, ndr) perché organizzavano feste in discoteca per africani e volevano avere dei video di quegli eventi. Io facevo l’operatore e ho iniziato a riprendere queste feste e a entrare in questo mondo. Nel 2006 ho steso una prima sceneggiatura, tant’è che in una sequenza vi era la partita fra Italia-Ghana dei Mondiali di quell’anno. In quella prima stesura c’era uno scontro fra un clan africano e un clan camorristico, mi ero basato sulle storie che mi arrivavano frequentando Castel Volturno, storie di ragazzi venuti in Italia per trovare un lavoro dignitoso che finivano per diventare manovalanza della criminalità campana. Dopo la strage di Castel Volturno del settembre 2008 è stato inevitabile trasformare la sceneggiatura mettendo al centro questo episodio.</p>
<p>Quanto c’è della tua esperienza diretta in questo film? E quanto, invece, nasce da un lavoro di documentazione?<br />
Il film nasce principalmente dai racconti di Kader. Molte delle tappe del personaggio di Yssouf sono le stesse che ha percorso lui: il lavoro sottopagato in un autolavaggio, l’incontro con un amico immischiato in traffici illeciti che nel film è diventato suo zio Moses. Per quanto riguarda la focalizzazione del contesto sono state preziose alcune inchieste dei giornalisti Sergio Nazzaro e Amalia De Simone.</p>
<p>Da cosa nasce la scelta di girare quasi per intero in inglese e in francese?<br />
In Africa esiste una quantità infinita di dialetti e spesso quando gli immigrati arrivano in Italia gli idiomi coloniali sono l’unico modo per comunicare. Ecco, allora, che francese e inglese diventano le lingue più utilizzate. La mia è stata semplicemente una scelta di realismo.</p>
<p>Quali sono state le difficoltà di girare a Castel Volturno? C’è stata qualche resistenza da parte della popolazione e delle istituzioni?<br />
Tutta la troupe ha dimostrato un grande spirito di sacrificio, vuoi per l’esiguità del budget, vuoi per le condizioni nelle quali ci siamo ritrovati a girare. Quando abbiamo affisso a Castel Volturno manifestini per trovare attori africani siamo stati raggiunti telefonicamente, alle 8 di una domenica mattina, dall’ex sindaco del comune che ci diceva di voler sfruttare Castel Volturno “per fare cassa”, spettacolarizzandone i problemi. A quel punto la “palla” è passata ai produttori che sono andati a parlargli direttamente. Anche in questa occasione il sindaco è stato categorico promettendo che sarebbero passati mesi prima di ottenere i permessi per l’occupazione del suolo pubblico. Così ci siamo ritrovati a girare di nascosto e a improvvisare. Quando arrivavano i vigili urbani dicevamo che stavamo girando una pubblicità, uno spot oppure un filmato per le scuole. In parecchie occasioni abbiamo dovuto cambiare location “al volo”. A un certo punto si era pure diffusa la voce che stessimo girando un porno con attori di colore…</p>
<p>Quando avete girato?<br />
Fra settembre e dicembre 2010. Pioveva sempre, non è stata una scelta artistica…</p>
<p>Un film che parla dello sfruttamento della clandestinità girato in clandestinità. Perché in Italia chi racconta i fatti viene trattato come un untore?<br />
Le difficoltà, in realtà, sono cominciate prima di girare. Dopo aver ricevuto un primo finanziamento qualche anno fa dalla Campania Film Commission avevo quasi perso ogni speranza e devo ringraziare Gaetano Di Vaio per aver creduto nel mio progetto sin dall’inizio. Ho fatto due volte la richiesta per i finanziamenti che il Ministero per i Beni e le Attività culturali riserva alle opere prime e la domanda che mi sono sentito rivolgere è stata: “Perché fra i tredici registi che ci hanno proposto un film sull’immigrazione dovremmo scegliere proprio il tuo?”.</p>
<p>Quali sono i rapporti di potere fra i clan africani e i clan camorristici?<br />
Ci tengo a sottolineare che Là-bas è una ricostruzione fantasiosa perché quando abbiamo ultimato la sceneggiatura non era ancora stata emessa la sentenza relativa alla strage di Castel Volturno. All’epoca la ricostruzione più credibile era che il gruppo legato a Giuseppe Setola si fosse mosso per intimidire un gruppo emergente di ghanesi che bazzicava spesso nella sartoria di Castel Volturno. Lì, non trovando nessuno, i casalesi avrebbero ucciso sei ragazzi, risultati, successivamente alle indagini della magistratura, estranei a qualsiasi attività criminosa. E l’indicazione – secondo le dichiarazioni di un pentito – sarebbe partita da un nigeriano appartenente a un clan con rapporti consolidati con la camorra.</p>
<p>Che posto occupa Castel Volturno nella geopolitica delle mafie africane?<br />
La grande svolta è avvenuta quindici-venti anni fa, quando gli scali della droga proveniente dalla Colombia sono stati spostati dalla Spagna all’Africa. E in questa nuova triangolazione che vede la Nigeria nel ruolo di tappa intermedia, Castel Volturno (l’unica città italiana a maggioranza di colore, ndr) rappresenta un avamposto dello smistamento in Europa.</p>
<p>Quali sono i tuoi punti di riferimento cinematografici?<br />
Il film che mi ha maggiormente ispirato è Un prophète di Jacques Audiard. Si tratta di un film che racconta con grande efficacia l’ascesa di un criminale, unendo l’azione a una grande introspezione. Ma mentre il personaggio di Audiard diventa un “bravo criminale”, il mio Yssouf si rivela inadeguato. Quello che mi premeva sottolineare era il fatto che quando un individuo si trova a un bivio fra l’essere sfruttato e il dedicarsi ad attività illecite, molto spesso la seconda risulta essere la scelta più razionale.</p>
<p>Come ti spieghi il successo del tuo film in due festival così differenti, quello di Venezia, che rappresenta la tradizione, e quello di Pusan, che incarna la modernità di un Estremo Oriente giovane e in continua evoluzione?<br />
Io credo che la mia sia una storia semplice, in grado di suscitare una grande partecipazione emotiva. Quello che racconta è universale: Yssouf potrebbe essere un emigrante italiano di inizio Novecento. Quando ho presentato il film in Corea del Sud in molti vi hanno riconosciuto situazioni proprie di quel paese in via di sviluppo che inizia a registrare grandi flussi di immigrazione, dopo essere stato, in passato, un paese di emigranti, soprattutto verso il Giappone.</p>
<p>Che cosa vorresti che rappresentasse il tuo film per coloro che lo vedranno?<br />
L’obiettivo sarebbe quello di diffonderlo in Africa perché – e me ne sono accorto nel mio viaggio in Burkina Faso di quattro anni fa – la percezione che si ha dell’Europa è tremendamente distorta. I racconti delle persone che arrivano in Italia non sono mai veritieri. Stare ai semafori per lavare i vetri è ritenuto un fallimento, una vergogna da occultare. Ci sono professori di scuola che lasciano il loro lavoro per venire in Italia e qui trovano solamente situazioni di sfruttamento. Ma ai loro parenti e conoscenti rimasti in Africa questo non lo raccontano. Ho saputo, addirittura, di immigrati che si sono fermati a lavorare in Libia ma che hanno raccontato alle loro famiglie di essere arrivati in Italia. A differenza dei cinesi, che creano delle vere e proprie reti di accoglienza, gli africani sono individualisti e molto orgogliosi. Questo fa sì che in Africa passi un’immagine distorta di quanto avviene in Europa. Se si riuscisse a diffondere il mio film, a farlo vedere in Africa, a far capire che cosa accade a un ragazzo che attraversa il Mediterraneo su  un motoscafo, probabilmente molti non partirebbero. Lo si ripete da anni, ma credo che sia un discorso sempre valido: non bisogna mandare aiuti ma creare i presupposti affinché questi popoli siano in grado di svilupparsi nella loro terra.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/educazione-criminale-a-castel-volturno/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La zona bianca</title>
		<link>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/la-zona-bianca/</link>
		<comments>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/la-zona-bianca/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 16:58:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
				<category><![CDATA[archivio articoli]]></category>
		<category><![CDATA[fuoricatalogo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.narcomafie.it/?p=19659</guid>
		<description><![CDATA[Per una volta non parliamo di mafia, collusioni e connivenze. Lasciamo perdere il nero e il grigio e parliamo invece di bianco, di persone rispettabili e oneste e tra queste di quelle che mai, a nessun costo, sono scese a patti con il crimine. Ricordiamo due medici siciliani, Sebastiano Bosio e Paolo Giaccone, il primo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per una volta non parliamo di mafia, collusioni e connivenze. Lasciamo perdere il nero e il grigio e parliamo invece di bianco, di persone rispettabili e oneste e tra queste di quelle che mai, a nessun costo, sono scese a patti con il crimine. Ricordiamo due medici siciliani, Sebastiano Bosio e Paolo Giaccone, il primo, stimato primario di chirurgia vascolare dell’ospedale civico di Palermo, il secondo, luminare della medicina legale. Entrambi professionisti amati e capaci, che hanno fatto del loro camice bianco un emblema di purezza contro la mafia.<br />
Sebastiano Bosio sognava di eliminare i “viaggi della speranza” cui sono costretti i siciliani in cerca di cura. Sul finire del 1981, poco prima di morire, riuscì in una complicata operazione che salvò la vita ad una ragazza con un raro problema alla aorta. Giaccone con la sua scienza contribuì invece, più volte, alle indagini di una giustizia ancora priva di collaboratori e mezzi tecnologici. Competenze ed integrità che la mafia decise di eliminare, uccidendo i due medici a distanza di un anno l’uno dall’altro.<br />
Della loro storia, tra le altre, tratta il libro di Giuseppe Lo Bianco e Francesco Viviano La strage degli eroi, pubblicato nel 1996 da Edizioni Arbor, con la prefazione dell’allora procuratore della Repubblica di Palermo Gian Carlo Caselli che scrive: «Questo libro può essere assai utile. Perché ci aiuta a ricordare ma anche a chiederci perché si muoia così facilmente in Sicilia».<br />
Parole profetiche oggi che si celebra il processo che dopo trent’anni forse porterà alla verità sull’omicidio Bosio. Smentita la ricostruzione secondo la quale il primario è stato ucciso per aver curato il pentito Totuccio Contorno, emerge infatti da una nuova perizia una versione dei fatti che incastra il killer di Cosa nostra Antonino Madonia: Bosio fu eliminato perché era un professionista onesto in un reparto in cui altri medici andavano a braccetto con i boss.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/la-zona-bianca/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Cosentino e il degrado dei partiti</title>
		<link>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/cosentino-e-il-degrado-dei-partiti/</link>
		<comments>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/cosentino-e-il-degrado-dei-partiti/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 16:50:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Zola</dc:creator>
				<category><![CDATA[archivio articoli]]></category>
		<category><![CDATA[opinioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.narcomafie.it/?p=19655</guid>
		<description><![CDATA[In tre sondaggi, condotti da istituti diversi su commissione di tre organi di informazione (due telegiornali e un quotidiano nazionale), è stato rilevato l’indice di gradimento al 15 gennaio degli italiani in merito alla politica. Punto più, punto meno, il 40% degli aventi diritto al voto ha dichiarato di non essere certo se alle prossime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In tre sondaggi, condotti da istituti diversi su commissione di tre organi di informazione (due telegiornali e un quotidiano nazionale), è stato rilevato l’indice di gradimento al 15 gennaio degli italiani in merito alla politica.<br />
Punto più, punto meno, il 40% degli aventi diritto al voto ha dichiarato di non essere certo se alle prossime elezioni andrà a votare oppure se depositerà nell’urna scheda bianca. Non sono inclusi in questa più che allarmante percentuale gli ancora indecisi sull’espressione di voto.<br />
Per vent’anni in Italia non si è avuto diritto al voto, perché questo istituto democratico era stato cancellato dalla dittatura fascista. Dopo una sanguinosa guerra e una gloriosa lotta di Liberazione, uno dei primi atti decisi dal governo nato dalla Resistenza fu quello del ripristino del diritto a tutti i cittadini maggiorenni (allora 21 anni), comprese le donne, che dalla istituzione del suffragio universale erano sempre state escluse.<br />
Tornare a libere elezioni per consentire la scelta dei cosiddetti “padri coscritti” (dai Consigli comunali al Parlamento) fu un momento di grande svolta per la vita democratica italiana, che ricollocava il nostro Paese, dopo la barbarica stagione del fascismo, alla pari di tutte le nazioni civili del mondo occidentale.<br />
Dal 1946 (elezioni per l’Assemblea costituente e referendum Monarchia-Repubblica) al gennaio 2012 sono trascorsi 66 anni: come è mai stato possibile il crearsi di una così forte disaffezione, se non addirittura di rifiuto, della politica? Quali le cause della rottura tra il cosiddetto Palazzo e il Paese, cioè, tra le istituzioni rappresentative e i cittadini?<br />
Per dare una risposta a queste domande dobbiamo innanzitutto dire che cosa si intende per “politica”, qual è il suo significato classico e moderno. «Derivante dall’aggettivo di polis (dal greco politikos) – scrive Norberto Bobbio nel suo fondamentale dizionario della politica – significante tutto ciò che si riferisce alla città, e quindi cittadino, civile, pubblico, e anche socievole e sociale, il termine è stato tramandato per influsso della grande opera di Aristotele, intitolata Politica, che è da considerare il primo trattato sulla natura, le funzioni, le partizioni dello Stato, e sulle varie forme di governo, prevalentemente nel significato di arte o scienza del governo, (….) sulle cose della città».<br />
Nell’età moderna – è sempre Bobbio che scrive – il termine ha perduto il suo significato originario, via via sostituito da altre espressioni come “scienza dello Stato”, “dottrina dello Stato”, “scienza politica“, “filosofia politica” etc.  e viene impiegato ormai comunemente per indicare l’attività o l’insieme di attività che hanno in qualche modo come termine di riferimento la “polis”, cioè lo Stato.<br />
Chi determina l’attività o l’insieme di attività che hanno in qualche modo come termine di riferimento la “polis”, cioè, lo Stato? La risposta ce la fornisce la Costituzione della nostra Repubblica all’articolo 49 che recita: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».<br />
È evidente, a questo punto, che la disaffezione dei cittadini, la rottura di cui ho parlato precedentemente, non può essere riferita alla “ Polis”, bensì ai partiti chiamati a determinare la politica nazionale.<br />
Dall’inizio degli anni Ottanta in Italia si è avviato un processo involutivo, degenerativo, da parte di coloro che avevano il compito (art. 49 Costituzione) di determinare la politica nazionale e di praticarla.<br />
Nel luglio del 1981, Enrico Berlinguer, in una intervista che ha del profetico, denunciava a Eugenio Scalfari i gravissimi rischi che la democrazia in Italia stava correndo a causa del processo di degrado che i partiti (non la politica in quanto scienza, filosofia, dottrina) avevano raggiunto.<br />
È in quegli anni che sotto l’etichetta di una falsa modernità, si manifesta nascosta sotto l’insegna di un non meglio specificato progresso, una vocazione bonapartista nella gestione della vita pubblica, con fastidio per le regole, auspicando per garantire maggiore efficienza, decisionismo (la parola magica tanto cara a Bettino Craxi), teorizzando sino all’esasperazione il leaderismo, cioè l’avvento dell’uomo forte per una politica del fare. Il tutto supportato da un espandersi della corruzione motivata come costo della politica che all’ inizio degli anni Novanta con Tangentopoli travolse quella che venne definita la Prima Repubblica.<br />
Tutto sembrò dovesse cambiare, con la scomparsa dei partiti storici risorti nel 1945, e invece nulla mutò. Anzi, tutto peggiorò. Raccolse il testimone dell’antipolitica il cavaliere Silvio Berlusconi, il quale con l’abilità di un grande prestigiatore (o, se si vuole, di uno scaltro piazzista) ha dominato la scena politica italiana per quasi 20 anni, imponendo grazie soprattutto alla grande ricchezza di cui dispone, le sue leggi morali e politiche fondate sull’inganno, la truffa, la corruzione, il malaffare , il disprezzo per le istituzioni (Parlamento, Magistratura, Corte costituzionale sino a lambire il Quirinale). L’opera del Cavaliere si è resa famosa oltralpe, dove il prestigio del nostro Paese è stato deriso, massacrato su tutta la stampa internazionale e presso le cancellerie di tutti i paesi democratici dell’Occidente. Malgrado la sua defenestrazione dello scorso 13 novembre, il Cavaliere colpisce ancora. Con la faccia color fondotinta che lo ha reso celebre in tutti i continenti, con le sue note doti ricattatorie, il 12 gennaio ha imposto al Parlamento della Repubblica italiana una delle più cocenti umiliazioni. L’on. Nicola Cosentino, coordinatore del Popolo della Libertà nella regione Campania, già sottosegretario nel governo di Berlusconi, è stato salvato dall’arresto richiesto dalla magistratura napoletana perché accusato di concorso in falso bancario, di concorso nel tentativo di reimpiego di denaro di illecita provenienza, tutti reati aggravati dall’essere stati commessi per favorire le organizzazioni camorristiche di Casal di Principe.<br />
Ma l’aspetto più penoso e nello stesso tempo ributtante è stata la scena che tutti abbiamo visto dalla televisione, verificatasi nell’aula di Montecitorio al momento della proclamazione dell’esito della votazione segreta con cui veniva negata l’autorizzazione all’arresto. Applausi, urla di gioia, baci e abbracci dei deputati del Pdl, primo fra tutti l’on. Osvaldo Napoli (ex democristiano torinese, oggi vice presidente dei parlamentari berlusconiani), che si è abbandonato tra le braccia “del vincitore”: un uomo indicato dalle indagini della magistratura come il punto di riferimento per l’ associazione criminale della camorra partenopea. Come è triste oggi l’Italia.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.narcomafie.it/2012/01/27/cosentino-e-il-degrado-dei-partiti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

