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Ottobre 2007

EDITORIALE

di Livio Pepino

Dalla lotta alla povertà alla guerra ai poveri

L’ossessione della sicurezza è la cifra di questo scorcio di millennio. Essa accomuna destra e sinistra, viene cavalcata con foga dai ricorrenti fautori del nuovo (grillini o referendari che siano), uccide la politica o – più esattamente – definisce una politica a senso unico. Da anni, a differenza di molti neofiti, ci occupiamo di sicurezza: sappiamo che è un problema reale e che se qualcuno ha paura bisogna affrontare il suo problema e non dirgli che sbaglia perché i dati statistici non sono poi così catastrofici... Ma sappiamo anche che questa constatazione, lungi dal chiudere, apre il tema. Qui, infatti, si colloca (dovrebbe collocarsi) la sfera della politica: per interpretare il senso dell’insicurezza, per individuare le risposte più appropriate, per risolvere i problemi delle persone (e non per cercare consensi...). Dire – come fanno prestigiosi editorialisti, sociologi di grido, alti magistrati, sindaci di grandi città, politici di rilievo nazionale – che «la sicurezza non è né di destra né di sinistra» è, insieme, una banalità e una sciocchezza, quando non un consapevole inganno. L’aspirazione a una vita serena, infatti, è certamente comune alla generalità dei cittadini ma constatarlo non basta a definire i contenuti del “vivere serenamente” e, soprattutto, nulla dice sulla politica migliore per soddisfare tale aspirazione. Anche la salute, l’ambiente, la giustizia sono aspirazioni universali ma, per perseguirle, si confrontano e scontrano politiche diverse e talora contrapposte. È questo il terreno su cui si distinguono destra e sinistra, conservatori e progressisti.
Invece, in tema di sicurezza, prevale un pensiero unico che la ricollega, con immotivato automatismo, alla microcriminalità. La parola d’ordine, a destra come a sinistra, è che lì – nella espansione della microcriminalità – sta la causa dell’insicurezza, che affligge soprattutto – si aggiunge a sinistra (quasi a tacitare una cattiva coscienza) – gli anziani e i poveri: come se ad essi non bastasse, per essere insicuri, la loro condizione e la loro solitudine, che, invece, sembra non interessare nessuno... Non importa se persino i dati del ministero dell’Interno e della Direzione generale della Polizia ammettono che l’insicurezza sociale cresce mentre la microcriminalità (nonostante le enfatizzazioni della stampa) diminuisce e se – come ha scritto recentemente Ilvo Diamanti – «ben altri fattori concorrono ad alimentare le paure dei cittadini e la società è insicura perché l’ambiente in cui vive è insicuro, perché i legami sociali si sono indeboliti, perché le città sono diventate spesso invivibili e sempre meno vissute, perché il territorio si è degradato, perché le persone si sentono vulnerabili e isolate, perché la politica, invece di offrire certezze, insegue e moltiplica l’insicurezza». Il pensiero unico è semplice e rassicurante e, a differenza dei “sociologi d’accatto” (evocati nei giorni scorsi dal ministro dell’Interno) non si cura della realtà. Ovviamente la cosa non è casuale. Evocare lo spettro della microcriminalità come il nemico della società sana e sottolineare la priorità della sua repressione senza pietà consente di accantonare le ragioni vere della insicurezza e della inquietudine sociale che la politica (questa politica), rassegnata al semplice governo dell’esistente, non sa o non vuole affrontare e risolvere, anche a rischio di riprodurre i mostri che hanno generato, nel secolo scorso, autoritarismo e orrore.
Ma neppure questo basta. Negli ultimi mesi i nemici si sono estesi dai “piccoli delinquenti” ai poveri tout court. La vicenda dei lavavetri e della loro criminalizzazione (fino all’invocazione del carcere) è esemplare. Il problema della società è diventato la presenza degli ultimi: i lavavetri, e con essi, i mendicanti, i posteggiatori, le guide improvvisate, gli ambulanti senza licenza, gli inventori di mestieri, i lustrascarpe, i venditori di fiori o di fazzoletti, gli zingari, i barboni, i giocolieri, i questuanti, gli oziosi, i vagabondi e via elencando potenzialmente all’infinito. A infastidire la società sana non è più la povertà ma la sua visibilità (con la sgradevolezza che, spesso, la accompagna). Così la guerra alla povertà – che ha caratterizzato lo Stato sociale – lascia il posto alla guerra ai poveri, colpevoli di voler sopravvivere, di cercare due euro a un incrocio, di dormire sotto i ponti, di turbare il decoro urbano (magari sedendosi, per riposare, su pubbliche panchine...) e, per questo, destinati ad essere spinti altrove, non importa dove ma in un lontano invisibile. Così – nella storia – sono nati carcere, manicomio, persecuzioni e orrori di ogni genere. Sorprende che ciò sia ignorato nel dibattito pubblico e che si assecondino o addirittura si stimolino, anche a sinistra, le emozioni e le pulsioni più irrazionali. Sorprende, ma è inevitabile se la politica rinuncia ad essere veicolo di cambiamento e si riduce a pura gestione dell’esistente. Guai agli ultimi! e non a essi soltanto ché – come è stato scritto – quando i leader si defilano la democrazia diventa matrigna e cattiva.