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Luglio/Agosto 2003

EDITORIALE

I naufragi della democrazia

L’ultimo decennio del “secolo breve” e i primi anni del terzo millennio hanno segnato un’escalation impressionante di conflitti armati, non attenuata dalle definizioni rassicuranti (“operazioni di polizia internazionale”, “interventi militari umanitari”, “azioni di contrasto al terrorismo internazionale”) di cui i promotori stessi si sono ammantati prima che il termine “guerra” rioccupasse, con sinistra invadenza, la scena. È un brusco risveglio dopo che, sulle ceneri della seconda guerra mondiale, era nata la speranza di un’epoca di pace. E c’è dell’altro: la guerra non è solo un fatto; essa si propone sempre più come fonte di un nuovo ordine internazionale e interno ai singoli Stati. Non diversamente da quanto accaduto in altre epoche, essa diventa veicolo per la ridefinizione dei meccanismi del controllo sociale, del rapporto tra libertà e autorità, delle regole della convivenza. In altri termini, dell’assetto del sistema politico nelle nostre società. Non tutti questi fenomeni sono determinati dalla guerra, alcuni preesistono ad essa o con questa si intrecciano, ma tutti vi hanno trovato un potente fattore di spinta e di consolidamento in senso autoritario.
Ad essere toccati e feriti sono i valori fondativi dello Stato liberale, nato dalla rivoluzione borghese: la libertà, l’eguaglianza, la fraternità (oggi comunemente definita solidarietà). Queste ultime – lo abbiamo segnalato ripetutamente – sembrano diventate disvalori, mentre la marginalità e il disagio vengono considerati colpa o, nella migliore delle ipotesi, inevitabili “inconvenienti” dello sviluppo. Ma è con riferimento al sistema delle libertà (l’habeas corpus, la garanzia giudiziaria, il diritto di difesa, la tutela della privacy) che si è realizzata, con la guerra, una virata autoritaria senza precedenti, a cominciare dal Paese guida: gli Stati Uniti d’America. La detenzione a Guantanamo, in gabbie più che in celle, di 650 talebani (veri o presunti tali) non ferisce solo i corpi ma anche i principi, cancellando le garanzie fondamentali: la contestazione delle accuse, i limiti della custodia, l’assistenza difensiva, il controllo pubblico sulle condizioni di detenzione. Il Patriot Act e i provvedimenti paralleli assunti dal Congresso e dal Presidente realizzano, per i “presunti terroristi”, un sistema parallelo in cui la giurisdizione è ridotta ad amministrazione e totalmente subordinata al Presidente, la possibilità di detenzione è protratta senza limite prestabilito, la praticabilità di intercettazioni telefoniche e ambientali anche dei colloqui con il difensore è illimitata. Quel che si sta riproponendo è il modello dell’untore, del nemico, del soggetto pericoloso, privo, per questo, di qualsivoglia diritto. E tutto ciò avviene con un consenso sociale diffuso, al punto che, persino in settori di giuristi sino a ieri considerati liberal, si fanno strada posizioni che sostengono la liceità di un modico uso della tortura. La lezione, a dispetto della retorica bellica, è univoca: non solo la democrazia non si esporta con la guerra, ma la guerra ferisce (talora a morte) la democrazia.

Vittime della logica bellica sono prima di ogni altro i migranti. Illuminante è – per quanto riguarda il nostro Paese – il dibattito politico del giugno scorso, successivo a ripetuti sbarchi di “clandestini” in Sicilia e all’ennesimo tragico naufragio di una carretta del mare carica di centinaia di donne, uomini e bambini. Rispondendo ad esponenti leghisti, che invocavano i “cannoni”, il ministro degli Interni, in un’intervista, ha affermato testualmente: «Qui ci sono dei poveracci morti in mare mentre cercavano di sfuggire alla miseria e alla fame. Nient’altro», per poi aggiungere, indicando le prospettive di intervento: «Si faranno pattugliamenti europei in acque internazionali, cercando di intercettare le navi dei clandestini più al largo possibile». L’intervista è stata accolta con approvazione e compiacimento anche dall’opposizione. Un dato inquietante sembra dunque acquisito in modo diffuso: ai «poveracci che cercavano di sfuggire alla miseria e alla fame e rischiano la morte in mare» non si offrono politiche di accoglienza, ma controlli a maggiore distanza, in acque internazionali. In altri termini, e per essere più espliciti, l’importante non è evitare sbarramenti e naufragi ma dislocarli altrove: lontano dai nostri occhi indiscreti e – qualche volta – capaci di indignazione. La guerra e la sua logica rischiano di uccidere non solo la democrazia ma anche la ragione.

(l.p.)