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| GUIDA |
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Luglio/Agosto 2003 EDITORIALE I naufragi della democrazia
L’ultimo decennio del “secolo breve” e i primi anni
del terzo millennio hanno segnato un’escalation impressionante di
conflitti armati, non attenuata dalle definizioni rassicuranti (“operazioni
di polizia internazionale”, “interventi militari umanitari”,
“azioni di contrasto al terrorismo internazionale”) di cui
i promotori stessi si sono ammantati prima che il termine “guerra”
rioccupasse, con sinistra invadenza, la scena. È un brusco risveglio
dopo che, sulle ceneri della seconda guerra mondiale, era nata la speranza
di un’epoca di pace. E c’è dell’altro: la guerra
non è solo un fatto; essa si propone sempre più come fonte
di un nuovo ordine internazionale e interno ai singoli Stati. Non diversamente
da quanto accaduto in altre epoche, essa diventa veicolo per la ridefinizione
dei meccanismi del controllo sociale, del rapporto tra libertà
e autorità, delle regole della convivenza. In altri termini, dell’assetto
del sistema politico nelle nostre società. Non tutti questi fenomeni
sono determinati dalla guerra, alcuni preesistono ad essa o con questa
si intrecciano, ma tutti vi hanno trovato un potente fattore di spinta
e di consolidamento in senso autoritario. Vittime della logica bellica sono prima di ogni altro i migranti. Illuminante
è – per quanto riguarda il nostro Paese – il dibattito
politico del giugno scorso, successivo a ripetuti sbarchi di “clandestini”
in Sicilia e all’ennesimo tragico naufragio di una carretta del
mare carica di centinaia di donne, uomini e bambini. Rispondendo ad esponenti
leghisti, che invocavano i “cannoni”, il ministro degli Interni,
in un’intervista, ha affermato testualmente: «Qui ci sono
dei poveracci morti in mare mentre cercavano di sfuggire alla miseria
e alla fame. Nient’altro», per poi aggiungere, indicando le
prospettive di intervento: «Si faranno pattugliamenti europei in
acque internazionali, cercando di intercettare le navi dei clandestini
più al largo possibile». L’intervista è stata
accolta con approvazione e compiacimento anche dall’opposizione.
Un dato inquietante sembra dunque acquisito in modo diffuso: ai «poveracci
che cercavano di sfuggire alla miseria e alla fame e rischiano la morte
in mare» non si offrono politiche di accoglienza, ma controlli a
maggiore distanza, in acque internazionali. In altri termini, e per essere
più espliciti, l’importante non è evitare sbarramenti
e naufragi ma dislocarli altrove: lontano dai nostri occhi indiscreti
e – qualche volta – capaci di indignazione. La guerra e la
sua logica rischiano di uccidere non solo la democrazia ma anche la ragione. (l.p.) |
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