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| IL DECENNALE DI NARCOMAFIE | |
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Luigi Ciotti Faceva caldo, quel giorno d’estate del 1992 in cui prese forma il progetto di Narcomafie. Eravamo seduti sulla terrazza della vecchia sede del Gruppo Abele per capire insieme come dare forma e parola a quella voglia di reagire che si stava organizzando dopo le drammatiche stragi di mafia che avevano ucciso i giudici Falcone, Borsellino, e quanti erano con loro. Raccogliere quell’impegno si presentava come un preciso compito etico al quale non potevamo sottrarci: perché il “non dimenticare” potesse assumere la consistenza di un percorso oltre l’emotività del momento. Fondare sulla Memoria l’impegno di giustizia e di legalità che ci volevamo assumere in quel periodo era il terreno sul quale piantare la nostra proposta editoriale: una rivista capace di presentare ogni mafia come il vero nemico della democrazia, dello sviluppo, della cittadinanza e dei diritti di ogni cittadino. Fu a quel momento che ci parve necessario modificare il progetto iniziale. Si trattava di una correzione all’apparenza trascurabile – una “e” al posto di una “a” – ma che ci sembrò invece importante, significativa. Narcomafia – questo il nome originario – diventò così Narcomafie. Cosa c’era dietro quel singolare diventato plurale? C’era sì la volontà di non limitare l’attenzione sull’Italia e su Cosa Nostra in particolare, ma c’era, soprattutto, la necessità di mettere in luce i volti molteplici e spesso insospettabili delle mafie, evitando quelle riduzioni e stereotipi che avevano fatto sì che nel nostro Paese fossero percepite quasi esclusivamente come un problema criminale, un problema del Sud e della Sicilia in particolare. L’inchiesta apparsa nel primo numero della rivista – “I santuari dell’Est”, febbraio 1993 – indagava sui nuovi scenari di criminalità venuti alla luce con il disgregarsi dell’Unione Sovietica e la destabilizzazione dei Paesi satelliti, a testimonianza di come già da quel primo passo la rivista si proponesse di guardare oltre, di non declinare mafia solo al singolare e come fenomeno esclusivamente italiano. Narcomafie è così diventato strumento culturale non solo di denuncia contro le mafie, ma anche circolazione di idee, di progetti, di esperienze e di proposte per ri-portare la questione libertà e legalità sui settori della giustizia e dei diritti, dove si gioca realmente la partita. Non è stato facile cercare anche nei contesti politici, economici e culturali i segmenti che convivono con quella sotto-cultura mafiosa che solo grazie a questi appoggi può riprodursi e impiantarsi nella società, contribuendo a costruire una coscienza civile capace di affiancare su un diverso piano – ma non meno essenziale – l’attività della magistratura e delle forze dell’ordine. Sono stati, quei primi anni Novanta, anni di grande impegno, ma anche di grande entusiasmo. La lotta alla mafia si stava sganciando dalla logica dell’emergenza nella quale era rimasta a lungo invischiata per diventare impegno di tanti, sforzo quotidiano per la giustizia e per la democrazia, scommessa per una società diversa. Il lavoro Narcomafie nasceva da questo sforzo comune, da una pluralità di voci e di punti di vista – giornalisti, magistrati, ricercatori, docenti universitari – che trovavano nelle nostre pagine un libero luogo d’incontro e confronto. Questa pluralità di voci e prospettive si rifletteva anche nel taglio della rivista, in quel coesistere di critica e proposta, denuncia e approfondimento, testimonianza e analisi che ci pareva necessario per preservarci dalla presunzione di possedere verità, per esercitare il dubbio e l’ascolto, per non cadere nei facili manicheismi, nelle semplificazioni e nelle mistificazioni. Per costruire inchieste e tracciare analisi all’altezza della complessità del fenomeno mafioso, delle sue contraddizioni e ambivalenze. Nel 1995 Narcomafie ha festeggiato la nascita di Libera. Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie, realtà capace, in sette anni, di raggruppare più di 1000 associazioni impegnate sui più diversi fronti e tutte ugualmente coinvolte per una cultura dei diritti e della legalità senza sconti. In questi sette anni Libera si è impegnata soprattutto nelle scuole, per incontrare i giovani, per dialogare con loro, per raccoglierne il patrimonio di speranze e di futuro e per costruire insieme una società dove finalmente il bisogno possa essere incontrato ed esaudito come diritto e non più come favore. Uno sforzo per aiutare chi cresce a percepire la legalità non come un insieme di norme fredde e impersonali, ma come un vantaggioso patto sociale, una reciproca tutela dei propri diritti a crescere, studiare, realizzarsi. Nel 1998, facendo un bilancio dei primi cinque anni della rivista, scrivevamo: «È stato naturale che Narcomafie e Libera facessero dei pezzi di strada insieme: entrambi, assieme a tanti altri, maglie di una rete di impegno civile, di sensibilità democratica, di progettualità educativa. Una rete trasversale alle culture, alle appartenenze politiche e ai convincimenti religiosi. Una rete di cittadini che non vogliono essere passivi, ciechi e muti rispetto ai problemi della società in cui vivono e alle realtà, anche quelle difficili e scomode, del proprio tempo». In quegli stessi anni la rivista documenta un cambiamento: la globalizzazione economica ha portato con sé una globalizzazione delle mafie. Gli squilibri politico-economici tra Nord e Sud del mondo diventano altrettante occasioni di sfruttamento – ed ecco l’apparire di nuovi mercati, come quello del controllo dei flussi migratori, con la riduzione in schiavitù di milioni di persone che fuggono dalle guerre e dalle miserie del Terzo Mondo. La diffusione planetaria di un liberismo sempre più spregiudicato, che quegli squilibri ha provocato, consente alle mafie di immettere nei circuiti dell’economia legale i proventi astronomici dei loro traffici, seguendo quella via che Giovanni Falcone – Narcomafie ha pubblicato di recente il documento – individuò con lungimiranza ben vent’anni fa, quando in un convegno tenutosi a Venezia nel 1983 parlò dell’importanza delle indagini bancarie a fronte della sproporzione tra le ricchezze delle attività mafiose e l’esiguità delle loro tracce. Il cambiamento non tarda a manifestarsi anche in Italia: da un lato con la diffusione delle mafie straniere, che progressivamente assumono un ruolo di primo piano nella gestione dei mercati illegali, in particolare quello della droga e della prostituzione. Dall’altro con il cambiamento delle mafie locali e in particolare di Cosa Nostra che, colpita dalla reazione dello Stato e della società civile, intravisti nuovi campi d’azione elabora una strategia che è stata definita dell’“invisibilità”. Il che signifca, in concreto, contenere la violenza, non provocare allarme sociale, agire tramite intermediari, ricucire il proprio tessuto sociale, gestire con più oculatezza le proprie attività – come nel racket del pizzo, dove comincia a valere la regola “far pagare di meno ma far pagare tutti”. E imbracciare il mitra solo come extrema ratio, solo contro persone la cui morte passi inosservata, fatto tra i tanti di cui raccontano le pagine di cronaca nera. Non è una strategia nuova, perché anche in passato le mafie hanno dimostrato una grande capacità di adattamento, di lettura dei cambiamenti sociali e politici, ma, ancora una volta, una strategia vincente, capace di alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che una mafia che non uccide sia una mafia sconfitta o con la quale – come qualcuno ha affermato – è comunque possibile convivere. Sulla scia di questo malinteso – non sempre in buona fede, non sempre causato da superficialità – il tema mafia o mafie è progressivamente sparito dalle prime pagine dei quotidiani e dai titoli di testa dei telegiornali, uscito dai discorsi dei politici, espunto dalle liste di priorità presentate in campagna elettorale. Narcomafie ha denunciato quest’arretramento, quest’abbassamento di attenzione. E lo ha fatto senza sconti, mettendo in luce omissioni, ritardi, sottovalutazioni da qualunque parte provenissero. Ma non ha mancato nemmeno di rilevare un’inquietante coincidenza: alla diminuzione dell’interesse sulla mafia ha corrisposto, nell’informazione e nella politica, una sempre maggiore enfasi sulla questione della sicurezza. La mafia cessava di essere un problema, e contemporaneamente, con ritmo sempre più ossessivo, si parlava di sicurezza. Narcomafie non ha mai negato che la sicurezza sia un diritto dei cittadini, un diritto dietro al quale ci sono paure reali, ma ha anche denunciato l’uso spesso strumentale che si fa di queste paure – spesso contraddette da dati e statistiche – e il vantaggio che la grande criminalità, la criminalità delle mafie e dei colletti bianchi, ha tratto e continua a trarre da questa forma di allarmismo, da questo sentirsi minacciati da una microcriminalità identificata quasi sempre nello straniero, nell’immigrato, nel diverso. Da qui è nata l’idea di dedicare una parte della rivista al tema della sicurezza sociale: per mettere in luce le semplificazioni e le strumentalizzazioni, per parlare di carceri trasformate in discariche di tutte le povertà ed emarginazioni, per denunciare una politica che sembra volere impunità per gli “eccellenti” e tolleranza zero per i poveri cristi. Per testimoniare che affrontare in modo diverso il tema sicurezza è possibile; per documentare che la città sicura è la città che accoglie, che crea partecipazione, che sa riqualificare i propri territori, che sa costruire capacità di mediazione dei conflitti sociali senza dimenticare tutte le vittime dei reati (quelle che subiscono il danno e quelle che – in molti casi – compiono atti criminali perché lasciate troppo “sole” o utilizzate come bassa manovalanza dai professionisti del crimine). Per ricordare che quella che viene definita microcriminalità è l’anello debole, terminale, di una catena che conduce sempre alla grande criminalità e che i 20mila giovani e meno giovani morti per overdose fra il 1973 e oggi devono essere considerati morti di mafia. Dieci anni non sono pochi per una rivista che ha deciso sin dall’inizio di camminare sulle proprie gambe, di selezionare e limitare al minimo i contributi pubblicitari, di affrontare temi scomodi e spesso controcorrente. Per questo crediamo importante utilizzare il decennale di Narcomafie per rinnovare l’impegno che ieri ci siamo assunti nell’oggi in cui ci troviamo. Questi dieci anni – e il numero che presentiamo crediamo lo dimostri – sono per noi più che un punto d’arrivo un punto di partenza, un’occasione per fare un bilancio e ripartire con maggiore impegno e incisività. Perché crediamo che non “dare parola” a legalità e giustizia significhi creare le premesse perché furbizie, prevaricazioni e strategie mafiose soffochino, con la Memoria e l’Impegno, anche la speranza. |
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