HOME

Consulta i numeri precedenti


Marzo 2008

L'esperienza dell'Osservatorio antimafia di Libera
Alla ricerca dell'informazione perduta

di Roberto Morrione

Da Polistena a Casal di Principe, a Trapani e oltre. Con un ciclo di seminari, la squadra di Libera informazione sta attraversando l’Italia per conoscere piccole e grandi redazioni giornalistiche, per parlare dello stato di salute dell’informazione nei “territori occupati” dalla criminalità organizzata. Scoprendo frustrazioni, censure, ma anche fermento e coraggio



«Qui i cronisti sono inviati di guerra». Arnaldo Capezzuto è un giovane bruno, smilzo, volto furbo che ricorda il Pacino di “Quel pomeriggio di un giorno da cani”. Ha scoperto che i familiari di un noto killer della camorra vivono abusivamente in una scuola pubblica e ne ha scritto su un giornale napoletano. È il suo mestiere, fatto con passione e occhi acuti, niente di più. Da allora riceve minacce di morte, deve guardarsi le spalle, gira per i “quartieri” dove è nato come su un territorio nemico. Una storia fra le tante che noi di Libera Informazione abbiamo incontrato in uno dei nostri seminari nei “territori occupati”.

La solitudine porta alla chiusura. Arnaldo ce la racconta, metafora di una impossibile quanto normale condizione di vita, nella sede dell’anti-racket che Tano Grasso sta pazientemente consolidando a Napoli. Sette appuntamenti in due mesi per la piccola squadra di Libera Informazione: da Polistena a Lamezia, nelle province dominate dalla ’ndrangheta, a Casal di Principe e al capoluogo campano, terre di camorra cosparse di rifiuti, tangenti, appalti truccati, morti ammazzati, fino ai fiumi “carsici” di Cosa nostra che scorrono sotto traccia a Palermo, Catania, Trapani.
Potremmo chiamare il nostro viaggio “alla ricerca dell’informazione perduta”. Un viaggio spesso amaro, per farsi conoscere, ma ancor prima per conoscere, per capire. Così, con l’aiuto appassionato dei referenti di Libera, abbiamo prima selezionato la partecipazione, su terreni colmi di rischi di “contaminazioni”, poi ascoltato, discusso, progettato. Cronisti di diverse generazioni, alcuni collocati in redazioni strutturate nel mercato editoriale, molti precari o volontari, insieme con associazioni della “società civile”, siti web, radio e tv locali.
In ciascuno dei seminari abbiamo avvertito solitudine e frustrazione, come a volte reciproche incomprensioni, personalismi propri di chi nell’assenza di risorse, di fronte ad avversari troppo potenti, tende a difendersi chiudendosi in se stesso, valorizzando solo ciò che è in grado di costruire direttamente, non percependo il valore aggiunto dell’unione fra forze troppo deboli se isolate, non in grado di incidere in modo significativo sull’opinione pubblica.
Un concetto nuovo invece può e deve imporsi: cominciare finalmente a “fare rete” e lavorare insieme su obiettivi e percorsi comuni. Perché risulta fin troppo chiaro che gli avversari della legalità sono potenti, spesso egemoni sul terreno della comunicazione.

Quell’attitudine a piegare la schiena. Ovunque si moltiplicano e condizionano censure, limiti, silenzi imposti dall’alto, che a loro volta generano dubbi e auto-censure, il vero, antico nemico della libertà di stampa. Una miriade di casi ed episodi denunciati da giovani il cui entusiasmo e la cui determinazione a cercare la verità sono frustrati e battuti dalla precarietà del lavoro, dallo sfruttamento di un sistema che, quando retribuisce e non impone apporti volontari, lo fa con tre, cinque euro a servizio, o con turni massacranti, fatti inoltre di routine a esclusione di proposte d’inchiesta, di approfondimenti per illuminare punti oscuri della realtà e le complicità a ogni livello.
“Non c’è la notizia” o “Su questo non possiamo andare…” sono risposte usuali da parte di un caposervizio o di un direttore in redazioni grandi e piccole.

(CONTINUA SULLA RIVISTA)

Catania, buio sull'informazione
di Manuela Mareso

C’è una città in Italia dove si stampa un giornale che nello stesso territorio non viene né letto né distribuito. La città è Catania, e il giornale è «La Repubblica», edizione locale. Come sia possibile una tale distorsione non è dato sapere, si può solo immaginare.
«La Repubblica» in Sicilia viene stampata dalle rotative di proprietà di Mario Ciancio Sanfilippo, editore e contemporaneamente direttore (un’anomalia di cui si registrano pochi casi, e per lo più in Sicilia) del quotidiano catanese «La Sicilia», padrone di numerose altre testate ed emittenti radiotelevisive, nonché imprenditore di grande capacità.

Un pactum sceleris? Da anni giornalisti locali indipendenti e associazioni di categoria denunciano l’esistenza di un accordo tra le due realtà editoriali, anche se sulla natura di questo si possono solo fare ipotesi. E se nel caso di Ciancio può essere facile capire i vantaggi di una tale intesa, decisamente meno lo è per il gruppo Caracciolo-L’Espresso. Per il primo, infatti, i fattori di convenienza sono molteplici, e sostanzialmente riconducibili a due aspetti: il primo è che, essendo il proprietario dell’unico quotidiano catanese, un ulteriore concorrente potrebbe danneggiarlo. Il secondo, di altrettanta consistenza, tanto più che non sono certo le vendite, bensì gli introiti pubblicitari (vedremo poi di quale natura) a garantire l’esistenza de «La Sicilia», è che poiché Ciancio controlla molti degli affari della città etnea, egli ha tutto l’interesse a evitare che circolino notizie che potrebbero ostacolarlo e a far sì che il monopolio dell’informazione – e dunque il controllo dei giornalisti – resti quanto più possibile nelle sue mani. Molto più interessante sarebbe invece capire che cosa guadagni l’editore de «La Repubblica» in cambio della rinuncia a questa fetta di mercato. Fatto sta che a farne le spese sono i cittadini della Sicilia orientale, il cui diritto all’informazione viene palesemente calpestato. Per tentare di portare a livello nazionale il nodo della questione, cioè la mancanza di pluralismo dell’informazione a Catania, lo scorso 16 febbraio Libera Informazione, con il suo direttore Roberto Morrione, ha fatto da capofila all’organizzazione di un convegno, presso l’Università catanese, per discutere dell’anomalia con i diretti interessati. Peccato che questi abbiano declinato l’invito, e che dunque al tavolo, ad affrontare un dibattito su serie questioni di tenuta democratica di un territorio, si siano ritrovati solo coloro che ponevano le domande.

Assente ingiustificabile. L’editore Mario Ciancio non ha usato mezzi termini per giustificare la sua assenza: «Se c’è Claudio Fava non vengo». Che i rapporti tra i due siano pessimi è noto alle cronache da quando Giuseppe Fava, padre di Claudio e direttore de «i Siciliani», è stato ucciso a Catania il 5 gennaio 1984. «La Sicilia» in quel periodo, e anche negli anni successivi, tenne un particolare atteggiamento nel trattamento delle notizie relative all’assassinio del giornalista e ai fenomeni mafiosi della città di Catania (vedi box). A questo si è aggiunta la costante denuncia di Claudio Fava, non solo come giornalista e intellettuale, ma anche come politico, dei conflitti di interesse nella città del direttore-editore-imprenditore Mario Ciancio. Una scelta che gli è costata la chirurgica censura sul quotidiano della sua persona e delle iniziative da lui organizzate, al punto da decidere, nel maggio del 2007, di intraprendere contro Ciancio una causa in sede civile per danni morali e patrimoniali.

Niente di personale. Ma sbaglia chi pensa che in questo scontro storico la componente privata giochi un ruolo importante. «Siamo di fronte a un problema non personale, ma di emergenza democratica – ha detto Fava –. Catania non vive in una democrazia compiuta, bensì sospesa, perché la democrazia si manifesta nella misura in cui si è in grado di sapere per poter decidere. Un popolo che non sa non è un popolo libero e di questo dovremmo farci carico tutti». Tanto più in una città in cui la politica è «ancella, silenziosa, subalterna, servile» e «viene premiata con un’informazione che non informa, che non chiede e che in cambio offre, regala, paga». Il fatto che una parte ingente degli introiti pubblicitari de «La Sicilia» derivino da enti istituzionali lascia intuire la natura dell’intreccio cui le esigenze dell’informazione devono sottomettersi in favore di ragioni economiche. Senza dimenticare, ha ammonito Fava, che «la linea di confine tra comitato d’affare, ingerenza politica, interessi finanziari e progetti criminali è una linea sottilissima, fragilissima, che spesso salta. E in questo caso la funzione dell’informazione non può essere supplita da nessun altro».

Una questione di responsabilità, anche personale. Tollerare che la Sicilia continui a restare ostaggio di queste dinamiche è qualcosa che, secondo Fava, va oltre il conflitto di interessi e le regole del monopolio, e diventa una responsabilità etica. Per questo ha affermato che «sino a quando pensiamo che l’unico nemico in questa città sia Mario Ciancio gli facciamo un grande favore. Se oggi qui siamo in pochi, non è solo perché sui giornali non è stato dato rilievo, ma anche per il fatto che a Catania siamo abituati, abbiamo imparato a convivere con questo stato di fatto». Una lettura che ha trovato consensi anche tra chi lavora nel campo della cosiddetta controinformazione. «Finché tutti noi continuiamo a pensare che il giornale a Catania sia uno, consentiamo sempre più a Ciancio di fare quello che può – ha detto Natya Migliore, di Women in the city –. A Catania c’è un problema di cultura deviata, che si chiama snobismo. Si snobba la controinformazione, che qui è viva e mette di tasca propria per informare. Ma il cittadino non la considera».
Fava, che pure ha riconosciuto il ricatto cui è sottoposto chi nella città vuole lavorare come giornalista («o si accetta l’ortodossia del silenzio o si è costretti ad andarsene») ha poi voluto rivolgere un appello a tutti i giornalisti catanesi. «Bisogna restituire senso al principio di responsabilità personale, che non ha a che fare solo con gli editori, ma anche con i giornalisti». Una questione delicata, condivisa dai molti professionisti (e non) indipendenti presenti all’incontro, che hanno denunciato le difficoltà di fare informazione a Catania, ma problematizzata da alcune giornaliste della «Sicilia» presenti all’incontro, che hanno coraggiosamente confermato le difficoltà di lavoro all’interno del quotidiano, sottolineando, però, le loro lotte all’interno di un sordo comitato di redazione. «Più volte ho detto al mio editore-direttore che un conto è dare poco risalto, un conto è censurare tout court – ha detto una di loro –, ma senza risultato. Certo che è problematico che la figura del direttore e quella del padrone coincidano, ma il punto è che non c’è una legge che lo vieti! Di assumerci le nostre responsabilità abbiamo provato a farlo più volte. Per esempio proponendo uno sciopero quando sono stati licenziati i colleghi di Telecolor (nell’agosto 2006, secondo Ciancio per motivi di bilancio, secondo i giornalisti per un’opera di normalizzazione di un’emittente che restava una delle poche voci libere della città, ndr.): il comitato di redazione si è spaccato e abbiamo perso per un voto».

Il giornale? Si compra all’aeroporto. Ma la svolta che il convegno ha portato a Catania, al di là dell’importante dibattito tra i giornalisti, è la proposta operativa nata dallo spunto delle relazioni introduttive di Maurizio Caserta, ordinario di economia politica presso la facoltà di economia di Catania, e Maria Rosaria Maugeri, docente di Diritto privato a Scienze politiche. Quest’ultima, con una chiara disamina sugli strumenti tradizionali dell’antitrust e sulle relative autorità competenti, è arrivata a prospettare diverse possibilità di ricorso alla disciplina che vieta le intese. «L’accordo di cui tutti parlano rientra in questa ipotesi? Bisogna provarlo» ha affermato la Maugeri. Ed è così che questo compito sarà assunto da Libera Informazione, che, anche se non è riuscita ad avere le controparti sedute al tavolo, non è certo stata da loro ignorata. «Lo scorso 14 febbraio – ha spiegato Roberto Morrione in apertura dei lavori – a due giorni dal convegno, sulle pagine della “Sicilia” è apparsa una curiosa manchette di “Repubblica” in cui si leggeva: “Da martedì 19 febbraio negli aeroporti e nelle principali stazioni ferroviarie siciliane sarà possibile trovare il quotidiano ‘la Repubblica’, edizione di Palermo”».
Chi al mattino non fa un salto all’aeroporto per prendere il giornale?