|
«Qui
i cronisti sono inviati di guerra». Arnaldo Capezzuto è un
giovane bruno, smilzo, volto furbo che ricorda il Pacino di Quel
pomeriggio di un giorno da cani. Ha scoperto che i familiari di
un noto killer della camorra vivono abusivamente in una scuola pubblica
e ne ha scritto su un giornale napoletano. È il suo mestiere, fatto
con passione e occhi acuti, niente di più. Da allora riceve minacce
di morte, deve guardarsi le spalle, gira per i quartieri dove
è nato come su un territorio nemico. Una storia fra le tante che
noi di Libera Informazione abbiamo incontrato in uno dei nostri seminari
nei territori occupati.
La solitudine
porta alla chiusura. Arnaldo ce la racconta, metafora di una impossibile
quanto normale condizione di vita, nella sede dellanti-racket che
Tano Grasso sta pazientemente consolidando a Napoli. Sette appuntamenti
in due mesi per la piccola squadra di Libera Informazione: da Polistena
a Lamezia, nelle province dominate dalla ndrangheta, a Casal di
Principe e al capoluogo campano, terre di camorra cosparse di rifiuti,
tangenti, appalti truccati, morti ammazzati, fino ai fiumi carsici
di Cosa nostra che scorrono sotto traccia a Palermo, Catania, Trapani.
Potremmo chiamare il nostro viaggio alla ricerca dellinformazione
perduta. Un viaggio spesso amaro, per farsi conoscere, ma ancor
prima per conoscere, per capire. Così, con laiuto appassionato
dei referenti di Libera, abbiamo prima selezionato la partecipazione,
su terreni colmi di rischi di contaminazioni, poi ascoltato,
discusso, progettato. Cronisti di diverse generazioni, alcuni collocati
in redazioni strutturate nel mercato editoriale, molti precari o volontari,
insieme con associazioni della società civile, siti
web, radio e tv locali.
In ciascuno dei seminari abbiamo avvertito solitudine e frustrazione,
come a volte reciproche incomprensioni, personalismi propri di chi nellassenza
di risorse, di fronte ad avversari troppo potenti, tende a difendersi
chiudendosi in se stesso, valorizzando solo ciò che è in
grado di costruire direttamente, non percependo il valore aggiunto dellunione
fra forze troppo deboli se isolate, non in grado di incidere in modo significativo
sullopinione pubblica.
Un concetto nuovo invece può e deve imporsi: cominciare finalmente
a fare rete e lavorare insieme su obiettivi e percorsi comuni.
Perché risulta fin troppo chiaro che gli avversari della legalità
sono potenti, spesso egemoni sul terreno della comunicazione.
Quellattitudine
a piegare la schiena. Ovunque si moltiplicano e condizionano censure,
limiti, silenzi imposti dallalto, che a loro volta generano dubbi
e auto-censure, il vero, antico nemico della libertà di stampa.
Una miriade di casi ed episodi denunciati da giovani il cui entusiasmo
e la cui determinazione a cercare la verità sono frustrati e battuti
dalla precarietà del lavoro, dallo sfruttamento di un sistema che,
quando retribuisce e non impone apporti volontari, lo fa con tre, cinque
euro a servizio, o con turni massacranti, fatti inoltre di routine a esclusione
di proposte dinchiesta, di approfondimenti per illuminare punti
oscuri della realtà e le complicità a ogni livello.
Non cè la notizia o Su questo non possiamo
andare
sono risposte usuali da parte di un caposervizio o
di un direttore in redazioni grandi e piccole.
(CONTINUA
SULLA RIVISTA)
|
|
Catania,
buio sull'informazione
di Manuela Mareso
Cè una città in Italia dove si stampa un giornale
che nello stesso territorio non viene né letto né distribuito.
La città è Catania, e il giornale è «La Repubblica»,
edizione locale. Come sia possibile una tale distorsione non è
dato sapere, si può solo immaginare.
«La Repubblica» in Sicilia viene stampata dalle rotative di
proprietà di Mario Ciancio Sanfilippo, editore e contemporaneamente
direttore (unanomalia di cui si registrano pochi casi, e per lo
più in Sicilia) del quotidiano catanese «La Sicilia»,
padrone di numerose altre testate ed emittenti radiotelevisive, nonché
imprenditore di grande capacità.
Un pactum sceleris? Da anni giornalisti locali indipendenti e associazioni
di categoria denunciano lesistenza di un accordo tra le due realtà
editoriali, anche se sulla natura di questo si possono solo fare ipotesi.
E se nel caso di Ciancio può essere facile capire i vantaggi di
una tale intesa, decisamente meno lo è per il gruppo Caracciolo-LEspresso.
Per il primo, infatti, i fattori di convenienza sono molteplici, e sostanzialmente
riconducibili a due aspetti: il primo è che, essendo il proprietario
dellunico quotidiano catanese, un ulteriore concorrente potrebbe
danneggiarlo. Il secondo, di altrettanta consistenza, tanto più
che non sono certo le vendite, bensì gli introiti pubblicitari
(vedremo poi di quale natura) a garantire lesistenza de «La
Sicilia», è che poiché Ciancio controlla molti degli
affari della città etnea, egli ha tutto linteresse a evitare
che circolino notizie che potrebbero ostacolarlo e a far sì che
il monopolio dellinformazione e dunque il controllo dei giornalisti
resti quanto più possibile nelle sue mani. Molto più
interessante sarebbe invece capire che cosa guadagni leditore de
«La Repubblica» in cambio della rinuncia a questa fetta di
mercato. Fatto sta che a farne le spese sono i cittadini della Sicilia
orientale, il cui diritto allinformazione viene palesemente calpestato.
Per tentare di portare a livello nazionale il nodo della questione, cioè
la mancanza di pluralismo dellinformazione a Catania, lo scorso
16 febbraio Libera Informazione, con il suo direttore Roberto Morrione,
ha fatto da capofila allorganizzazione di un convegno, presso lUniversità
catanese, per discutere dellanomalia con i diretti interessati.
Peccato che questi abbiano declinato linvito, e che dunque al tavolo,
ad affrontare un dibattito su serie questioni di tenuta democratica di
un territorio, si siano ritrovati solo coloro che ponevano le domande.
Assente ingiustificabile. L’editore Mario Ciancio non ha usato mezzi termini per giustificare la sua assenza: «Se c’è Claudio Fava non vengo». Che i rapporti tra i due siano pessimi è noto alle cronache da quando Giuseppe Fava, padre di Claudio e direttore de «i Siciliani», è stato ucciso a Catania il 5 gennaio 1984. «La Sicilia» in quel periodo, e anche negli anni successivi, tenne un particolare atteggiamento nel trattamento delle notizie relative all’assassinio del giornalista e ai fenomeni mafiosi della città di Catania (vedi box). A questo si è aggiunta la costante denuncia di Claudio Fava, non solo come giornalista e intellettuale, ma anche come politico, dei conflitti di interesse nella città del direttore-editore-imprenditore Mario Ciancio. Una scelta che gli è costata la chirurgica censura sul quotidiano della sua persona e delle iniziative da lui organizzate, al punto da decidere, nel maggio del 2007, di intraprendere contro Ciancio una causa in sede civile per danni morali e patrimoniali.
Niente di personale. Ma sbaglia chi pensa che in questo scontro storico la componente privata giochi un ruolo importante. «Siamo di fronte a un problema non personale, ma di emergenza democratica – ha detto Fava –. Catania non vive in una democrazia compiuta, bensì sospesa, perché la democrazia si manifesta nella misura in cui si è in grado di sapere per poter decidere. Un popolo che non sa non è un popolo libero e di questo dovremmo farci carico tutti». Tanto più in una città in cui la politica è «ancella, silenziosa, subalterna, servile» e «viene premiata con un’informazione che non informa, che non chiede e che in cambio offre, regala, paga». Il fatto che una parte ingente degli introiti pubblicitari de «La Sicilia» derivino da enti istituzionali lascia intuire la natura dell’intreccio cui le esigenze dell’informazione devono sottomettersi in favore di ragioni economiche. Senza dimenticare, ha ammonito Fava, che «la linea di confine tra comitato d’affare, ingerenza politica, interessi finanziari e progetti criminali è una linea sottilissima, fragilissima, che spesso salta. E in questo caso la funzione dell’informazione non può essere supplita da nessun altro».
Una questione di responsabilità, anche personale. Tollerare che la Sicilia continui a restare ostaggio di queste dinamiche è qualcosa che, secondo Fava, va oltre il conflitto di interessi e le regole del monopolio, e diventa una responsabilità etica. Per questo ha affermato che «sino a quando pensiamo che l’unico nemico in questa città sia Mario Ciancio gli facciamo un grande favore. Se oggi qui siamo in pochi, non è solo perché sui giornali non è stato dato rilievo, ma anche per il fatto che a Catania siamo abituati, abbiamo imparato a convivere con questo stato di fatto». Una lettura che ha trovato consensi anche tra chi lavora nel campo della cosiddetta controinformazione. «Finché tutti noi continuiamo a pensare che il giornale a Catania sia uno, consentiamo sempre più a Ciancio di fare quello che può – ha detto Natya Migliore, di Women in the city –. A Catania c’è un problema di cultura deviata, che si chiama snobismo. Si snobba la controinformazione, che qui è viva e mette di tasca propria per informare. Ma il cittadino non la considera».
Fava, che pure ha riconosciuto il ricatto cui è sottoposto chi nella città vuole lavorare come giornalista («o si accetta l’ortodossia del silenzio o si è costretti ad andarsene») ha poi voluto rivolgere un appello a tutti i giornalisti catanesi. «Bisogna restituire senso al principio di responsabilità personale, che non ha a che fare solo con gli editori, ma anche con i giornalisti». Una questione delicata, condivisa dai molti professionisti (e non) indipendenti presenti all’incontro, che hanno denunciato le difficoltà di fare informazione a Catania, ma problematizzata da alcune giornaliste della «Sicilia» presenti all’incontro, che hanno coraggiosamente confermato le difficoltà di lavoro all’interno del quotidiano, sottolineando, però, le loro lotte all’interno di un sordo comitato di redazione. «Più volte ho detto al mio editore-direttore che un conto è dare poco risalto, un conto è censurare tout court – ha detto una di loro –, ma senza risultato. Certo che è problematico che la figura del direttore e quella del padrone coincidano, ma il punto è che non c’è una legge che lo vieti! Di assumerci le nostre responsabilità abbiamo provato a farlo più volte. Per esempio proponendo uno sciopero quando sono stati licenziati i colleghi di Telecolor (nell’agosto 2006, secondo Ciancio per motivi di bilancio, secondo i giornalisti per un’opera di normalizzazione di un’emittente che restava una delle poche voci libere della città, ndr.): il comitato di redazione si è spaccato e abbiamo perso per un voto».
Il giornale? Si compra all’aeroporto. Ma la svolta che il convegno ha portato a Catania, al di là dell’importante dibattito tra i giornalisti, è la proposta operativa nata dallo spunto delle relazioni introduttive di Maurizio Caserta, ordinario di economia politica presso la facoltà di economia di Catania, e Maria Rosaria Maugeri, docente di Diritto privato a Scienze politiche. Quest’ultima, con una chiara disamina sugli strumenti tradizionali dell’antitrust e sulle relative autorità competenti, è arrivata a prospettare diverse possibilità di ricorso alla disciplina che vieta le intese. «L’accordo di cui tutti parlano rientra in questa ipotesi? Bisogna provarlo» ha affermato la Maugeri. Ed è così che questo compito sarà assunto da Libera Informazione, che, anche se non è riuscita ad avere le controparti sedute al tavolo, non è certo stata da loro ignorata. «Lo scorso 14 febbraio – ha spiegato Roberto Morrione in apertura dei lavori – a due giorni dal convegno, sulle pagine della “Sicilia” è apparsa una curiosa manchette di “Repubblica” in cui si leggeva: “Da martedì 19 febbraio negli aeroporti e nelle principali stazioni ferroviarie siciliane sarà possibile trovare il quotidiano ‘la Repubblica’, edizione di Palermo”».
Chi al mattino non fa un salto all’aeroporto per prendere il giornale?
|