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Il
gigante bifronte
«Che
Paese lIndia! In parte Silicon Valley, in parte Età della
Pietra!». È così che Steve Hamm, giornalista e scrittore
americano, ha descritto lIndia nel suo libro Bangalore Tiger, un
best seller nelle librerie di Delhi e Mumbai. Hamm racconta la scalata
della Wipro, unazienda che in soli cinque anni è diventata
leader mondiale nel settore dei servizi tecnologici.
La storia della Wipro si adatta perfettamente a quella di molte altre
aziende indiane che in pochi anni stanno trasformando non solo leconomia
del loro Paese, ma dellintero pianeta. Nel 2020 il potere economico
indiano sarà secondo solo alla Cina, mentre gli Stati Uniti si
dovranno accontentare del terzo posto. Il detto che va per la maggiore
tra gli imprenditori indiani è Buy anytime, anywhere,
comprare sempre e ovunque. Loro lo fanno. Ma poi cè anche
lIndia che vive ai tempi di Stone Age e che deve risparmiare per
un mese per comprarsi una saponetta.
La metro e il risciò. Per accorgersi di questa forbice,
che in nessuna parte del mondo è così accentuata, basta
salire sulla metropolitana alla stazione di Connaught Place, nel centro
di New Delhi, e scendere dopo un paio di fermate a Chandni Chowk, lo storico
cuore pulsante della Old Delhi. La metropolitana della capitale indiana
è quanto di più moderno e tecnologico vi possa essere, con
treni che viaggiano a una frequenza di due-tre minuti, monitor ovunque,
pavimenti di marmo e cartelloni pubblicitari che inneggiano allIndia
che sta decollando. Chandni Chowk, la via dellargento,
è quella che si poteva incontrare trentanni fa, prima dellinizio
della rivoluzione industriale di Rajiv Gandhi. Nella Old Delhi
una massa di gente si muove a piedi, su scalcinati risciò a pedale,
o spingendo carichi immensi. E le vacche sacre riposano in mezzo alle
strade soffocate dal traffico. Ecco lIndia di sempre, quella che
attira milioni di turisti ogni anno, affamati del suo esotismo e di quella
spiritualità che spesso è soltanto nei depliant delle agenzie
di viaggio.
Come sostiene il premio Nobel Amartya Sen, lIndia è senzaltro
il paese più laico del mondo, che si inchina e prega davanti allimmagine
delle sue divinità, ma che poi guarda con realismo e anche cinismo
al mondo e alla vita quotidiana.
(CONTINUA SULLA RIVISTA)
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Se
la giustizia fa l'indiana
A Varanasi, la città sulle rive del Gange più cara a Shiva,
sono circa le sette di sera. Il traffico di questa città senza
semafori è un vero caos. Nei vicoli in cui passa a malapena unauto,
ma sono ostinatamente a doppio senso, sono parcheggiati carretti, scatoloni
e persino le mucche sacre. Biciclette, motociclette, risciò a pedale
o motore e persino camioncini per il carico-scarico merci cercano una
pista tutta personale per districarsi e raggiungere la loro meta. Nessuno
si scompone, nessuno si arrabbia, nessuno protesta se qualcuno per guadagnare
mezzo metro blocca definitivamente le colonne nei due sensi di marcia.
Nessuno, nemmeno i due poliziotti del traffico che sono lì, in
mezzo a quel caos e guardano quel pulsare di vita come nemmeno li riguardasse.
Daltro canto cosa potrebbero fare? Uno di loro lo sa bene. Tira
fuori una spranga di ferro, lappoggia su due sgabelli e chiude lunica
via di una possibile fuga da quel piccolo inferno di smog. Da lì
non si passa. O, meglio, non si passa senza pagare una tangente inventata
lì per lì per arrotondare il misero stipendio. Una prima
Bmw abbassa il finestrino e una mano allunga una banconota. La spranga
si alza per riabbassarsi subito dopo. A chi non paga e protesta le due
guardie esibiscono il manganello.
«È la norma dice il mio autista , daltro
canto come farebbero a vivere se non facessero così? Sono sottopagati,
alcuni di loro fanno turni di ventiquattro ore al giorno. Dormono in strada,
dentro le postazioni dalle quali dovrebbero dirigere il traffico. Nessuno
si aspetta niente da loro. Sono le ultime persone al mondo cui rivolgersi
per un qualsiasi problema. Da loro possono venire soltanto guai».
Paradosso della nuova economia mondiale: proprio perché sottopagati
e privi di qualsiasi forza contrattuale lagenzia americana Fbi ha
dichiarato che intende affittare poliziotti indiani per tagliare
i costi di oltre due terzi.
Per ingordigia o per necessità. La corruzione a tutti i
livelli, la scarsa considerazione della giustizia e dei suoi rappresentanti
sono i più evidenti sintomi di un sistema in totale affanno che
non è certo al passo con i tempi in questa India che decolla. Secondo
il rapporto di Transparency International (www.transparency.org, un osservatorio
sui problemi legati alla corruzione nel mondo), lIndia è
al primo posto delle 30 nazioni incluse nella lista delle più corrotte.
Ma, come dimostra la tranquillità degli autisti di Varanasi di
fronte allabuso di potere del poliziotto, la percezione del fenomeno
da parte della gente comune è quasi nulla visto che, secondo lo
stesso rapporto, lIndia scivola al 74° posto della classifica
dei paesi più corrotti stando al giudizio dei suoi cittadini.
(CONTINUA SULLA RIVISTA)
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Esproprio
mafioso
I cartelli stradali che indicano hotel, pub o lavanderie sono scritti
in russo e buona parte dei giovani che cavalcano senza maglietta gli scooter
per spostarsi da una parte allaltra di Morijim Beach a Goa
il più piccolo Stato dellUnione indiana, lo Shangri La per
molti giovani fin dai tempi degli hippies negli anni Settanta vengono
proprio dal freddo.
La mini Russia, così come viene chiamata dagli indiani,
si trova in questa fascia di terra che si affaccia sul mare dove la vita
è sempre sembrata agli occidentali facile e spensierata, dove cè
un rave party quasi ogni sera, dove si può bere vodka o arak e
ci si può passare spinelli e joint senza timore di essere disturbati
dalla polizia. Dove ci si può fare di eroina, se si vuole fare
un salto indietro nel tempo, ma anche avere il meglio di quanto offre
il mercato attuale delle droghe: cocaina, amfetamine, ecstasy e tutto
ciò che può essere messo a disposizione. Anche ragazze per
passare una serata pagando qualche decina di dollari. Ragazze delle ex
repubbliche sovietiche, bionde, alte, magre, o giovani indiane e nepalesi,
con gli occhi neri e profondi. E poi ci sono i bambini: maschi e femmine.
Merce pregiata. Per chi vuol andare sul sicuro senza usare
i preservativi ci sono le vergini (molte di loro trafficate
dal Bangladesh) di soli dodici o tredici anni. Bimbe maldestramente camuffate
con un po di trucco e tacchi impossibili per apparire più
vecchie.
Burocrazia semplice, per chi paga in contanti. È dal 2001
che la polizia di Goa denuncia il fenomeno del turismo pedofilo che ha
progressivamente trasformato lo Stato in una nuova Thailandia. Ma i vertici
politici hanno sempre chiuso gli occhi e ora che la gente locale non ne
può più fanno finta di darsi da fare invocando qualche irruzione
di agenti sulle spiagge durante un party più rumoroso del dovuto.
«Goa è sempre stata considerata una zona franca dellIndia,
con la sua storia portoghese alle spalle allinterno di un mondo
anglofono. Noi siamo sempre stati considerati i diversi. Cera
lIndia e cera Goa» spiega Devendra Prabhudejai, linsegnante
che ha fondato una Ong per cercare di contrastare la vendita di attività
e terreni a personaggi dalla dubbia reputazione, in particolare russi.
«Qui la vita scorreva diversamente che in altre parti del Paese
continua e forse per questo la polizia chiudeva gli occhi
su tante cose, anche sui ragazzi occidentali che si drogavano, ma soprattutto
su quelli che vendevano loro la droga.
(CONTINUA
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Business
in pillole
Una volta era una lista importante da depennare prima di intraprendere
un viaggio in India. Nella valigia non mancava mai una piccola farmacia
per ogni tipo di emergenza: dissenterie, infezioni, febbri, malaria. Nelle
farmacie delle principali città indiane si poteva trovare di tutto,
ma erano perlopiù farmaci di importazione e poteva accadere che
fossero venduti oltre la data di scadenza. Vi erano forti e giustificati
sospetti che le multinazionali scaricassero in India, come in altri paesi
in via di sviluppo, prodotti destinati a essere ritirati dal mercato occidentale
perché mal conservati, superati, o addirittura ritenuti dannosi
per la salute. Capsule e pastiglie si compravano al pezzo e venivano spesso
avvolti in carta di giornale. Inoltre i farmaci dimportazione costavano
più che nelle farmacie americane o europee e già questo
giustificava la scorta in valigia. Il mercato interno era riservato a
una ristrettissima fascia di pubblico che poteva permetterselo.
Ora è davvero tutta unaltra musica. Lindustria
farmaceutica indiana è allavanguardia nel mondo (entro il
2010 sarà la quinta per fatturato mentre è già al
quarto posto per volume) e con i suoi generici (che costituiscono il 97%
della sua intera produzione) è praticamente presente ovunque: nel
terzo mondo ha reso accessibile a molti le principali medicine, come quelle
per curare lAids (riducendo il costo del trattamento annuo da 12-15
mila dollari a 600-800 dollari) mentre nei paesi industrializzati negli
ultimi tre anni ha avviato una capillare e aggressiva strategia di acquisizione
di piccole, medie e persino grandi aziende del settore.
Brevetto facile. Solo dallinizio del 2007 la Ranbaxy, una delle
principali aziende indiane (vedi box p. 38), ha fatto sei importanti acquisizioni
negli Stati Uniti e in Europa, tra cui quello della Merks Generics,
un business che gli è costato 5 miliardi di dollari, più
del suo stesso valore, ma che lha catapultata al terzo posto mondiale
(dopo lisraeliana Teva e la statunitense Sandoz, del gruppo Novartis)
nel settore dei generici.
Quella dei farmaci in India è stata una vera e propria rivoluzione
che si è compiuta in pochissimo tempo e che ha reso competitive
piccole imprese di stampo familiare a livello globale, in un business
succulento valutato ufficialmente oltre 15 miliardi di dollari lanno.
Come è potuto succedere?
Lo spiegano Arun Kumar, giornalista economico dell«Hindustan
Times» (tra i maggiori quotidiani indiani con una vendita di 1.400.000
copie al giorno) e Gaurav Choudhury, esperto del settore farmaceutico
per lo stesso giornale: «Le aziende farmaceutiche indiane che sono
nate negli anni Novanta hanno beneficiato di una peculiarità della
nostra giurisprudenza: la legge internazionale sui brevetti dei farmaci
non era applicabile qui da noi. Si poteva duplicare qualsiasi prodotto
sul mercato cambiando una piccola componente senza violare la legge indiana.
Cera anzi quasi una complicità delle nostre normative
che prevedevano che su tutti i prodotti, comprese le bibite, fosse sempre
indicata la loro composizione esatta. Va ricordato il caso della Coca
Cola che per non rivelare il segreto della sua formula uscì dal
mercato indiano. Per i farmaci valevano le stesse regole. E così
si è cominciata la produzione di generici indiani, visti con molta
ostilità a livello internazionale. Soltanto nel 2005 lIndia,
seguendo le disposizioni stabilite dal Wto nel 1994, ha dovuto sottomettersi
al rispetto delle leggi sui brevetti dei farmaci. Ma con lemendamento
allIndia Patent Act è stato anche stabilito che lIndia
stessa poteva brevettare farmaci, anche quei generici già in vendita
a patto che introducessero qualche innovazione sugli originali. Una sezione
dellatto stabiliva che nuove forme di sostanze già prodotte
non avevano bisogno dei brevetti. In parole povere le aziende potevano
continuarne la commercializzazione dei generici già in vendita.
Da qui la causa avviata dalla Navartis contro il nostro governo che legittima
la produzione di generici a bassissimi costi anche di quei farmaci altrove
protetti dalla patente».
(CONTINUA
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