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Luglio/agosto 2007


Dossier India

di Lucia Vastano

Tra poco più di 10 anni l’India sarà la seconda potenza economica del mondo; una scalata fulminante fatta di eccellenza tecnologica e spirito imprenditoriale. Ma su 1 miliardo e 100 milioni di abitanti il 60% è povero e il 25% è fuori da ogni “casta”, abbandonato alla legge della giungla. Viaggio nelle contraddizioni e nelle disuguaglianze indiane



Il gigante bifronte

«Che Paese l’India! In parte Silicon Valley, in parte Età della Pietra!». È così che Steve Hamm, giornalista e scrittore americano, ha descritto l’India nel suo libro Bangalore Tiger, un best seller nelle librerie di Delhi e Mumbai. Hamm racconta la scalata della Wipro, un’azienda che in soli cinque anni è diventata leader mondiale nel settore dei servizi tecnologici.
La storia della Wipro si adatta perfettamente a quella di molte altre aziende indiane che in pochi anni stanno trasformando non solo l’economia del loro Paese, ma dell’intero pianeta. Nel 2020 il potere economico indiano sarà secondo solo alla Cina, mentre gli Stati Uniti si dovranno accontentare del terzo posto. Il detto che va per la maggiore tra gli imprenditori indiani è “Buy anytime, anywhere”, comprare sempre e ovunque. Loro lo fanno. Ma poi c’è anche l’India che vive ai tempi di Stone Age e che deve risparmiare per un mese per comprarsi una saponetta.

La metro e il risciò. Per accorgersi di questa forbice, che in nessuna parte del mondo è così accentuata, basta salire sulla metropolitana alla stazione di Connaught Place, nel centro di New Delhi, e scendere dopo un paio di fermate a Chandni Chowk, lo storico cuore pulsante della Old Delhi. La metropolitana della capitale indiana è quanto di più moderno e tecnologico vi possa essere, con treni che viaggiano a una frequenza di due-tre minuti, monitor ovunque, pavimenti di marmo e cartelloni pubblicitari che inneggiano all’India “che sta decollando”. Chandni Chowk, la via dell’argento, è quella che si poteva incontrare trent’anni fa, prima dell’inizio della “rivoluzione industriale” di Rajiv Gandhi. Nella Old Delhi una massa di gente si muove a piedi, su scalcinati risciò a pedale, o spingendo carichi immensi. E le vacche sacre riposano in mezzo alle strade soffocate dal traffico. Ecco l’India di sempre, quella che attira milioni di turisti ogni anno, affamati del suo esotismo e di quella spiritualità che spesso è soltanto nei depliant delle agenzie di viaggio.
Come sostiene il premio Nobel Amartya Sen, l’India è senz’altro il paese più laico del mondo, che si inchina e prega davanti all’immagine delle sue divinità, ma che poi guarda con realismo e anche cinismo al mondo e alla vita quotidiana.

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Se la giustizia fa l'indiana

A Varanasi, la città sulle rive del Gange più cara a Shiva, sono circa le sette di sera. Il traffico di questa città senza semafori è un vero caos. Nei vicoli in cui passa a malapena un’auto, ma sono ostinatamente a doppio senso, sono parcheggiati carretti, scatoloni e persino le mucche sacre. Biciclette, motociclette, risciò a pedale o motore e persino camioncini per il carico-scarico merci cercano una pista tutta personale per districarsi e raggiungere la loro meta. Nessuno si scompone, nessuno si arrabbia, nessuno protesta se qualcuno per guadagnare mezzo metro blocca definitivamente le colonne nei due sensi di marcia. Nessuno, nemmeno i due poliziotti del traffico che sono lì, in mezzo a quel caos e guardano quel pulsare di vita come nemmeno li riguardasse. D’altro canto cosa potrebbero fare? Uno di loro lo sa bene. Tira fuori una spranga di ferro, l’appoggia su due sgabelli e chiude l’unica via di una possibile fuga da quel piccolo inferno di smog. Da lì non si passa. O, meglio, non si passa senza pagare una tangente inventata lì per lì per arrotondare il misero stipendio. Una prima Bmw abbassa il finestrino e una mano allunga una banconota. La spranga si alza per riabbassarsi subito dopo. A chi non paga e protesta le due guardie esibiscono il manganello.
«È la norma – dice il mio autista –, d’altro canto come farebbero a vivere se non facessero così? Sono sottopagati, alcuni di loro fanno turni di ventiquattro ore al giorno. Dormono in strada, dentro le postazioni dalle quali dovrebbero dirigere il traffico. Nessuno si aspetta niente da loro. Sono le ultime persone al mondo cui rivolgersi per un qualsiasi problema. Da loro possono venire soltanto guai». Paradosso della nuova economia mondiale: proprio perché sottopagati e privi di qualsiasi forza contrattuale l’agenzia americana Fbi ha dichiarato che intende “affittare” poliziotti indiani per tagliare i costi di oltre due terzi.

Per ingordigia o per necessità. La corruzione a tutti i livelli, la scarsa considerazione della giustizia e dei suoi rappresentanti sono i più evidenti sintomi di un sistema in totale affanno che non è certo al passo con i tempi in questa India che decolla. Secondo il rapporto di Transparency International (www.transparency.org, un osservatorio sui problemi legati alla corruzione nel mondo), l’India è al primo posto delle 30 nazioni incluse nella lista delle più corrotte. Ma, come dimostra la tranquillità degli autisti di Varanasi di fronte all’abuso di potere del poliziotto, la percezione del fenomeno da parte della gente comune è quasi nulla visto che, secondo lo stesso rapporto, l’India scivola al 74° posto della classifica dei paesi più corrotti stando al giudizio dei suoi cittadini.

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Esproprio mafioso

I cartelli stradali che indicano hotel, pub o lavanderie sono scritti in russo e buona parte dei giovani che cavalcano senza maglietta gli scooter per spostarsi da una parte all’altra di Morijim Beach a Goa – il più piccolo Stato dell’Unione indiana, lo Shangri La per molti giovani fin dai tempi degli hippies negli anni Settanta – vengono proprio “dal freddo”.
La “mini Russia”, così come viene chiamata dagli indiani, si trova in questa fascia di terra che si affaccia sul mare dove la vita è sempre sembrata agli occidentali facile e spensierata, dove c’è un rave party quasi ogni sera, dove si può bere vodka o arak e ci si può passare spinelli e joint senza timore di essere disturbati dalla polizia. Dove ci si può fare di eroina, se si vuole fare un salto indietro nel tempo, ma anche avere il meglio di quanto offre il mercato attuale delle droghe: cocaina, amfetamine, ecstasy e tutto ciò che può essere messo a disposizione. Anche ragazze per passare una serata pagando qualche decina di dollari. Ragazze delle ex repubbliche sovietiche, bionde, alte, magre, o giovani indiane e nepalesi, con gli occhi neri e profondi. E poi ci sono i bambini: maschi e femmine. Merce pregiata. Per chi vuol andare “sul sicuro” senza usare i preservativi ci sono le vergini (molte di loro “trafficate” dal Bangladesh) di soli dodici o tredici anni. Bimbe maldestramente camuffate con un po’ di trucco e tacchi impossibili per apparire più vecchie.

Burocrazia semplice, per chi paga in contanti. È dal 2001 che la polizia di Goa denuncia il fenomeno del turismo pedofilo che ha progressivamente trasformato lo Stato in una nuova Thailandia. Ma i vertici politici hanno sempre chiuso gli occhi e ora che la gente locale non ne può più fanno finta di darsi da fare invocando qualche irruzione di agenti sulle spiagge durante un party più rumoroso del dovuto.
«Goa è sempre stata considerata una zona franca dell’India, con la sua storia portoghese alle spalle all’interno di un mondo anglofono. Noi siamo sempre stati considerati i “diversi”. C’era l’India e c’era Goa» spiega Devendra Prabhudejai, l’insegnante che ha fondato una Ong per cercare di contrastare la vendita di attività e terreni a personaggi dalla dubbia reputazione, in particolare russi. «Qui la vita scorreva diversamente che in altre parti del Paese – continua – e forse per questo la polizia chiudeva gli occhi su tante cose, anche sui ragazzi occidentali che si drogavano, ma soprattutto su quelli che vendevano loro la droga.

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Business in pillole

Una volta era una lista importante da depennare prima di intraprendere un viaggio in India. Nella valigia non mancava mai una piccola farmacia per ogni tipo di emergenza: dissenterie, infezioni, febbri, malaria. Nelle farmacie delle principali città indiane si poteva trovare di tutto, ma erano perlopiù farmaci di importazione e poteva accadere che fossero venduti oltre la data di scadenza. Vi erano forti e giustificati sospetti che le multinazionali scaricassero in India, come in altri paesi in via di sviluppo, prodotti destinati a essere ritirati dal mercato occidentale perché mal conservati, superati, o addirittura ritenuti dannosi per la salute. Capsule e pastiglie si compravano al pezzo e venivano spesso avvolti in carta di giornale. Inoltre i farmaci d’importazione costavano più che nelle farmacie americane o europee e già questo giustificava la scorta in valigia. Il mercato interno era riservato a una ristrettissima fascia di pubblico che poteva permetterselo.

Ora è davvero tutta un’altra musica. L’industria farmaceutica indiana è all’avanguardia nel mondo (entro il 2010 sarà la quinta per fatturato mentre è già al quarto posto per volume) e con i suoi generici (che costituiscono il 97% della sua intera produzione) è praticamente presente ovunque: nel terzo mondo ha reso accessibile a molti le principali medicine, come quelle per curare l’Aids (riducendo il costo del trattamento annuo da 12-15 mila dollari a 600-800 dollari) mentre nei paesi industrializzati negli ultimi tre anni ha avviato una capillare e aggressiva strategia di acquisizione di piccole, medie e persino grandi aziende del settore.
Brevetto facile. Solo dall’inizio del 2007 la Ranbaxy, una delle principali aziende indiane (vedi box p. 38), ha fatto sei importanti acquisizioni negli Stati Uniti e in Europa, tra cui quello della Merk’s Generics, un business che gli è costato 5 miliardi di dollari, più del suo stesso valore, ma che l’ha catapultata al terzo posto mondiale (dopo l’israeliana Teva e la statunitense Sandoz, del gruppo Novartis) nel settore dei generici.
Quella dei farmaci in India è stata una vera e propria rivoluzione che si è compiuta in pochissimo tempo e che ha reso competitive piccole imprese di stampo familiare a livello globale, in un business succulento valutato ufficialmente oltre 15 miliardi di dollari l’anno. Come è potuto succedere?
Lo spiegano Arun Kumar, giornalista economico dell’«Hindustan Times» (tra i maggiori quotidiani indiani con una vendita di 1.400.000 copie al giorno) e Gaurav Choudhury, esperto del settore farmaceutico per lo stesso giornale: «Le aziende farmaceutiche indiane che sono nate negli anni Novanta hanno beneficiato di una peculiarità della nostra giurisprudenza: la legge internazionale sui brevetti dei farmaci non era applicabile qui da noi. Si poteva duplicare qualsiasi prodotto sul mercato cambiando una piccola componente senza violare la legge indiana. C’era anzi quasi una “complicità” delle nostre normative che prevedevano che su tutti i prodotti, comprese le bibite, fosse sempre indicata la loro composizione esatta. Va ricordato il caso della Coca Cola che per non rivelare il segreto della sua formula uscì dal mercato indiano. Per i farmaci valevano le stesse regole. E così si è cominciata la produzione di generici indiani, visti con molta ostilità a livello internazionale. Soltanto nel 2005 l’India, seguendo le disposizioni stabilite dal Wto nel 1994, ha dovuto sottomettersi al rispetto delle leggi sui brevetti dei farmaci. Ma con l’emendamento all’India Patent Act è stato anche stabilito che l’India stessa poteva brevettare farmaci, anche quei generici già in vendita a patto che introducessero qualche innovazione sugli originali. Una sezione dell’atto stabiliva che nuove forme di sostanze già prodotte non avevano bisogno dei brevetti. In parole povere le aziende potevano continuarne la commercializzazione dei generici già in vendita. Da qui la causa avviata dalla Navartis contro il nostro governo che legittima la produzione di generici a bassissimi costi anche di quei farmaci altrove protetti dalla “patente”».

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