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Luglio/Agosto 2007

Un monologo sul potere mafioso
Mara, ieri serva oggi padrona

di Anna Ceravolo



Don Lirio, alias Dollirio, è un boss di quartiere della vecchia guardia; Mara è una giovane in cerca di vendetta, per questo si rivolge a lui: vuole sapere chi le ha ucciso i genitori. Con questa preghiera si insinua in casa del capo mafia. Prima riesce ad ingraziarselo, ad assicurarsi la sua fiducia, poi a prendere le redini del comando passando anche, inevitabilmente, dal suo talamo e, infine, ad umiliarlo. La scalata di Mara alla “famiglia” ribolle nel magma di un’ambizione imprevedibile che finirà per divorare, in un crudo corpo a corpo teatrale, il vecchio Dollirio, presenza costantemente muta e via via sempre più indifesa. La vicenda, suddivisa in scene che scorrono in un trentennio circa fino ai nostri giorni, avanza per scatti temporali che danno progressivamente vantaggio al personaggio femminile. Mara è il volto della nuova mafia, che non si accontenta di un controllo obsoleto del territorio, ma punta in alto e oltre i confini segnati dal boss di quartiere, imbracciando una rinnovata intraprendenza che le fa stringere patti con la politica e siglare accordi con la finanza. Lo spettacolo è tutto giocato sull’interpretazione raffinatissima e straripante di sfumature ora dolenti, ora imperiose o sprezzanti dei due attori: Graziana Maniscalco, che ha ricevuto per la sua carriera di attrice, ma in particolare per l’interpretazione di Dollirio, il premio dell’Associazione dei Critici di Teatro, e Nino Romeo, che è anche autore e regista dello spettacolo. Il linguaggio, raccolto dalle strade di Catania, il balletto di sguardi, gesti, sospensioni, le luci che inquadrano minacciosi coni d’ombra raddensano un’atmosfera livida che avvolge il palcoscenico e avvince perdutamente lo spettatore.

Romeo, come è nato questo spettacolo?
In Dollirio il nucleo drammaturgico è incentrato su una figura femminile inserita nel contesto di una famiglia mafiosa catanese. Dollirio, a differenza della maggior parte dei testi sull’argomento, basati su apporti documentali, non ha intenti cronachistici, non è teatro documento, pur indagando le relazioni e l’evoluzione del fenomeno mafioso. Io ho, piuttosto, cercato di innestare tensioni drammaturgiche in un contesto che ha dei riferimenti storici. Vede, io scrivo soltanto quando tre elementi trovano consistenza e poi confluenza in un punto: l’elemento narrativo, la struttura drammaturgica e il linguaggio. Anche da spettatore sono preso da questa congiunzione di elementi rispetto al solo fattore estetico che a volte è invece predominante.

(CONTINUA SULLA RIVISTA)