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Luglio/Agosto 2007

A un anno dal varo dell'indulto, intervista al professore Claudio Sarzotti
Aspettando la riforma

di Stefania Bizzarri



In questi mesi ha acceso l’opinione pubblica e infiammato il dibattito politico, dividendo la stessa maggioranza del Parlamento che pure lo aveva approvato con una percentuale ben più ampia di quella richiesta dalla Costituzione. Numerosi quotidiani hanno ospitato colonne di accuse di “inciucio” con l’opposizione e talvolta stravolto la sua funzione, trasformandolo in fonte di ogni male con il risultato di esacerbare la situazione, come, per esempio, quando si trattò di riportare ai lettori la cronaca degli ormai noti fatti di Erba, il tranquillo Comune lombardo. Quattro omicidi per cui fu immediatamente trovato un capro espiatorio: un giovane straniero, ex detenuto, uscito da poco proprio grazie all’indulto («Corriere della Sera», 13 dicembre 2006). Si scoprì in seguito che erano stati i vicini. Ora il tanto discusso ddl sull’indulto si appresta a compiere un anno. Era il 29 luglio del 2006, quando il Senato approvava in via definitiva il sino allora tanto invocato atto di clemenza con la legge 241/06. Le carceri italiane stavano letteralmente scoppiando di detenuti: 60.710 persone ammassate in strutture la cui capienza regolamentare era di circa 42mila unità. Un affollamento mai riscontrato nell’Italia repubblicana.
Nel corso di quest’anno abbiamo assistito al classico balletto di cifre e numeri. Mercoledì 9 maggio 2007 viene pubblicato un rapporto della polizia che denuncia l’aumento di rapine e furti dopo la messa in vigore del provvedimento legislativo. Solo il giorno prima, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Guadasigilli Clemente Mastella, in occasione della visita nel carcere romano di Rebibbia, avevano difeso il provvedimento, ritenendolo necessario: in carcere entra solo chi commette crimini gravi. Avevano anche fornito dati aggiornati dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: una percentuale di recidiva poco superiore all’11%. La questione recidiva è quella che ha più inasprito il confronto politico. Particolarmente acceso lo scontro tra il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino e il ministro Mastella. «A Napoli c’è emergenza, indubbiamente l’indulto pesa molto su questa situazione. Personalmente non lo avrei votato», dice il sindaco a margine degli Stati generali dell’antimafia organizzati lo scorso novembre a Roma. Ferma la reazione del ministro che, pur non volendo polemizzare con il sindaco di Napoli, ribatte: «L’anno scorso non mi pare ci fosse l’indulto, ma a Napoli c’erano più morti, c’era uguale spazzatura e ulteriori disagi. Spero che la Iervolino se ne stia occupando, sia della spazzatura, sia dei rifiuti napoletani». Sulle ricadute del provvedimento, il ministro dichiara: «Se l’anno scorso non ci fosse stata criminalità o ce ne fosse stata di meno, la Iervolino avrebbe avuto una qualche ragione. Ma siccome mi pare che non ci sia alcun nesso statistico tra l’indulto e quello che si verifica a Napoli, il sindaco dice parole vuote e senza senso politico».
Abbiamo quindi voluto chiedere al professore Claudio Sarzotti, docente di Sociologia giuridica e Filosofia del diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino, di stilare un bilancio sul provvedimento di clemenza a un anno dalla sua entrata in vigore, chiarendo i nessi tra la criminalità e l’effetto indulto, anche alla luce di un recente studio condotto sul tema e pubblicato su «Antigone», quadrimestrale di critica del sistema penale e penitenziario, di cui è direttore responsabile.

Professore, dopo l’approvazione dell’indulto sui principali media nazionali si è sviluppata un’enfasi inedita sulla presunta relazione tra questo istituto e la deriva criminale che affligge l’Italia e, in particolare, la città di Napoli, investita da un’incontenibile guerra di Camorra. È proprio così? Il rafforzamento della criminalità è imputabile al provvedimento di clemenza che avrebbe permesso ad affiliati di nuovo liberi di dedicarsi alle attività malavitose?
È necessario cercare di capire che cos’è realmente avvenuto nel nostro Paese al di là del battage mediatico, cercando di evitare ogni tipo di strumentalizzazione. Certamente il sistema dei media, soffiando sul fuoco dell’allarme criminalità, ha prodotto quell’effetto megafono che si ripercuote sulla nostra cultura. La situazione tuttavia non è così lineare e in primis bisogna cercare di chiarire questa complessità.
È vero, dopo l’approvazione dell’indulto ci sono stati diversi momenti di allarme dovuti agli omicidi di Camorra a Napoli e l’attenzione dei media si è concentrata sull’indulto come una misura che avrebbe in qualche modo provocato questi rigurgiti di criminalità. Ma questo è stato negato esplicitamente in un’intervista fatta al procuratore di Napoli Cordova, che riconosceva come queste fossero dinamiche che andavano ben al di là dell’indulto. Ed è così: se i camorristi ricominciano a spararsi tra di loro è perché ci sono delle dinamiche interne che riguardano la criminalità organizzata e che non sono certo influenzate dall’indulto. I dati che abbiamo raccolto confermano questa analisi. Poiché il beneficio dell’indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette entro cinque anni dalla data di entrata in vigore delle legge un delitto non colposo, per capire come stanno andando le cose è necessario ragionare su parametri oggettivi come, per esempio, i casi sulla recidiva.

(CONTINUA SULLA RIVISTA)