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Maggio 2007

SPECIALE TRAPANI



Tutti gli uomini dell'assessore
di Marco Nebiolo

Bartolo Pellegrino, leader di “Nuova Sicilia”, è stato arrestato il 4 aprile su mandato della Dda di Palermo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata.
I fatti contestati? Aver fatto mercimonio delle proprie funzioni di assessore e aver intrattenuto rapporti ravvicinati con i boss trapanesi

L’arresto di Bartolo Pellegrino, ai domiciliari, per ragioni d’età, dal 4 aprile scorso, è l’esito per il momento più clamoroso dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Palermo denominata “mafia e appalti”. Un’indagine complessa che da alcuni anni vede magistrati e investigatori impegnati nel tentativo di dipanare alcuni filoni del complicato groviglio di interessi politici, economici e mafiosi che tradizionalmente si radicano nel territorio trapanese. L’ipotesi di reato formulata nei confronti di Pellegrino dai sostituiti procuratori Gaetano Paci e Andrea Tarondo e dal procuratore aggiunto Andrea Morvillo è pesante, di quelle potenzialmente esiziali anche per un navigatore così esperto della politica siciliana: corruzione aggravata e concorso esterno in associazione mafiosa. Il leader del movimento “Nuova Sicilia”, più volte deputato all’Ars, un passato nelle fila del Psi prima e di Rinnovamento italiano poi, già vicepresidente della regione e assessore alle Finanze e bilancio, nonché assessore al Territorio e ambiente tra il 2001 e il 2003 nel primo governo Cuffaro, secondo i magistrati avrebbe coltivato stretti contatti con Cosa Nostra, come dimostrerebbero l’accordo corruttivo della speculazione edilizia del quartiere trapanese di Villa Rosina e la fitta rete di rapporti con personaggi più o meno riconducibili all’organizzazione mafiosa emersa durante le indagini. Il 27 aprile la difesa di Pellegrino si è rivolta al Tribunale del riesame per chiederne la scarcerazione, ma i giudici hanno rigettato l’istanza.

Birrittella, personaggio chiave. Gli altri provvedimenti di custodia cautelare hanno coinvolto, con imputazioni diverse che vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione aggravata, l’imprenditore Vincenzo Mannina (cui sono stati sequestrati beni per 10 milioni di euro), Francesco Virga (figlio primogenito del boss Vincenzo, già arrestato nel 1996 nell’ambito dell’operazione “Rino 2”) Michele Martinez e Mario Sucamele, l’ex dirigente del Demanio Francesco Nasca, responsabile fino al 2002 della gestione e dell’assegnazione dei beni confiscati, e il boss Francesco Pace, ai vertici del mandamento di Trapani dalla cattura, nel 2001, del capomandamento Vincenzo Virga. A Pace l’ordinanza di custodia cautelare è stata notificata in carcere, dove si trova dal 24 novembre 2005, quando andò in scena il primo tempo dell’inchiesta “mafia e appalti”. Allora finirono in manette, tra gli altri, anche gli imprenditori Tommaso Coppola e Antonino Birrittella. Secondo gli inquirenti, grazie ai loro servigi il Pace esercitava il controllo sulla realtà imprenditoriale locale, attraverso la capillare escussione del pizzo dai vincitori delle gare d’appalto e attraverso l’imposizione agli stessi dei subappalti, delle forniture di materiali e del noleggio dei mezzi operativi. Birrittella – imprenditore molto noto in città, presidente della squadra di calcio “città di Trapani” fino al 2005 – è il personaggio chiave della seconda fase dell’inchiesta: dopo l’arresto, pur non chiedendo lo status di pentito, ha iniziato una collaborazione a tutto campo con i magistrati che ha impresso un’accelerazione decisiva alle indagini, sfociate nei mandati d’arresto dell’aprile scorso. Come si legge nella richiesta di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati interpretano tale collaborazione come segnale di «una sincera volontà di recidere ogni legame con l’associazione mafiosa e con i soggetti che ne fanno parte».

(CONTINUA SULLA RIVISTA)

Lo strano caso della Calcestruzzi Ericina
di Elena Ciccarello

Mentre un’azienda confiscata alla mafia viene boicottata e rischia di chiudere, un Prefetto cerca di salvarla, ma viene improvvisamente trasferito. Una vicenda complessa, i cui retroscena gettano ombre anche sulle stanze romane del potere

È il 29 ottobre 2001 e tre uomini stanno viaggiando in macchina alla volta di Catania. Sono Antonino Birrittella, Vincenzo Mannina e Francesco Pace, imprenditori della provincia di Trapani. Vanno a incontrare i vertici della Ira Costruzioni Generali srl, ditta che si è aggiudicata un importante appalto pubblico per il consolidamento delle banchine del porto di Trapani. L’opera richiede una fornitura di calcestruzzo del valore di circa due miliardi di vecchie lire che i tre vorrebbero venisse assegnata alla “Mannina Vito srl”, di cui Vincenzo, figlio di Vito, è amministratore.
Birrittella, Mannina e Pace sanno che per quel lavoro la Ira Costruzioni è già stata invitata dal prefetto di Trapani Fulvio Sodano a rifornirsi presso la Calcestruzzi Ericina, un’impresa confiscata alla mafia e in gravi difficoltà economiche. Ma due miliardi sono una cifra cui non intendono rinunciare e per questo motivo hanno deciso di andare fino a Catania, per intimidire i rappresentanti della ditta e convincerli a collaborare con loro nonostante le richieste del Prefetto. La sollecitudine di Sodano per le sorti della Ericina ha però richiamato sull’appalto del porto di Trapani l’attenzione delle istituzioni, fornendo alla Ira Costruzioni un solido argomento per respingere le loro pressioni. Un fallimento che Pace non dimenticherà facilmente.

Il calcestruzzo del boss. La Calcestruzzi Ericina, azienda che gestisce tre impianti di produzione del calcestruzzo a Trapani, Valderice e Favignana, è stata confiscata al boss Vincenzo Virga – capo mandamento di Trapani – nel 1997, mentre era ancora latitante. Virga è un pezzo grosso della mafia locale, l’uomo cui nei primi anni Novanta si sarebbe rivolto anche Marcello Dell’Utri, nella qualità di presidente di Publitalia, per estorcere denaro all’ex senatore del Pri Vincenzo Garraffa, presidente della società Pallacanestro Trapani (per questo reato nel 2004 Virga e Dell’Utri sono stati condannati in primo grado a due anni di carcere, sentenza confermata il 16 maggio scorso dalla terza sezione della Corte d’Appello di Milano).
Al momento del sequestro la Calcestruzzi era una realtà economica fiorente, anche perché – si legge nella relazione di minoranza della Commissione antimafia del 2006 – «gli imprenditori della zona venivano costretti ad acquistare il calcestruzzo presso detta azienda, riconoscendo inoltre a Virga un surplus percentuale rispetto alla quantità di cemento acquistato». In un primo momento, avvenuta la confisca, le commesse della Calcestruzzi erano diminuite senza compromettere eccessivamente la salute finanziaria dell’azienda. Gli inquirenti scopriranno infatti che durante quei primi quattro anni l’ex proprietario e i suoi figli erano riusciti a mantenere il proprio controllo sugli affari: «Abbiamo accertato che fino al 1999 i figli del capo mandamento, cioè i figli del boss mafioso, anche loro arrestati e poi condannati, erano presenti tutti i giorni nell’impianto e decidevano i prezzi da fare ai vari imprenditori – ha raccontato alla giornalista di Report Maria Grazia Mazzola il sostituto procuratore della repubblica di Trapani Andrea Tarondo – e che le fatture venivano emesse dalla società confiscata, quindi dallo Stato, ma venivano pagate al mafioso».
Il numero di ordinativi, più o meno stabile durante i quattro anni, era invece crollato nel febbraio 2001 quando Virga fu catturato: cessato il potere intimidatorio del boss, gli imprenditori che avevano continuato a rifornirsi presso la Calcestruzzi durante la sua latitanza hanno cominciato a disertare gli impianti.

La confisca è solo l’inizio. Arrestato Virga, e prima di lui i figli Francesco (nel 1996) e Pietro (nel luglio 1999), sostituiti i precedenti amministratori giudiziari e ricondotta l’azienda al reale controllo dello Stato, la Calcestruzzi Ericina si era trovata improvvisamente esclusa dal mercato. «Alcuni clienti che prima si rifornivano da noi hanno cominciato a non effettuare più ordini né a chiedere preventivi, nonostante avessero dei cantieri aperti – racconta Giacomo Messina, ragioniere della Calcestruzzi dal 1992 –. In quel periodo abbiamo avuto un calo della produzione del 40-50%. Il volume d’affari è passato da 2.200.000 euro a 1.100.000 euro, costringendo l’azienda a ricorrere alla cassa integrazione». I dipendenti si erano da subito accorti che gli imprenditori locali li stavano boicottando, preferendo forniture di altri impianti nonostante la Ericina confiscata offrisse prezzi più che concorrenziali. Le loro denunce erano arrivate fino ai magistrati attraverso le parole del nuovo amministratore giudiziario dell’azienda, Luigi Miserendino, che, ascoltato nel 2003, aveva raccontato di un mercato fortemente controllato da «alcuni soggetti» e di imprenditori che venivano «costantemente indirizzati verso impianti di calcestruzzo diversi da quello che amministro e in particolare l’impianto di Mannina e l’impianto [sito nel Comune] di Paceco denominato Sicil Calcestruzzi».
A prescindere dal fatto che i privati non trovassero più nell’azienda confiscata la possibilità di acquistare in nero, ovvero senza fattura, e che questo fattore potesse incidere sul numero degli ordinativi, si manifestava una concreta volontà di escludere la Ericina dal novero dei fornitori, al punto che alcuni lavoratori erano stati direttamente minacciati: due di loro, mentre andavano da alcuni imprenditori aggiudicatari di appalti pubblici per invitarli a rifornirsi dalla loro azienda, erano stati avvicinati da sconosciuti e caldamente consigliati a «cessare questa attività e farsi gli affari loro». Ma chi aveva interesse a boicottare la Calcestruzzi Ericina?

Una lotta tra mafia e Stato. Secondo quanto avrebbero rivelato le successive indagini della Squadra mobile di Trapani, l’azienda confiscata era osteggiata da Francesco Pace, erede di Vincenzo Virga al vertice del mandamento di Trapani, il quale fino al giorno del suo arresto, avvenuto nel novembre 2005, avrebbe esercitato – con la collaborazione di altri presunti affiliati, tra i quali Antonino Birrittella e Tommaso Coppola (anche loro arrestati nel 2005) – un capillare controllo sulle realtà imprenditoriali della zona, estorcendo il pizzo e imponendo sub-appalti, forniture e noli alle ditte che si aggiudicavano appalti pubblici.
In tale condizione di ingerenza mafiosa, l’ingresso dello Stato nel mercato del calcestruzzo, attraverso la gestione dell’impresa confiscata a Virga, si era tradotto in un concreto ostacolo alle attività della consorteria, poiché ogni affare concluso dalla Calcestruzzi finiva con il coincidere con un mancato guadagno per il mandamento locale. Per questo motivo Pace e i suoi uomini sin dal 2001 avevano tentato in tutti i modi di emarginarla dirottando gli imprenditori presso impianti controllati direttamente da loro, in particolare quelli di Vincenzo Mannina e la Sicil Calcestruzzi srl, riconducibile allo stesso Pace.
I loro propositi si erano però scontrati, come abbiamo visto, con le iniziative dell’allora Prefetto di Trapani, Fulvio Sodano, preoccupato non solo di garantire i posti di lavoro della Calcestruzzi Ericina, ma anche di dimostrare la capacità dello Stato di salvaguardare e rilanciare i beni sottratti alla mafia. Progetto per il quale aveva chiesto la collaborazione degli amministratori giudiziari, dei rappresentanti dell’agenzia del Demanio, della Sovrintendenza ai beni culturali e degli industriali, nonché dei sindaci di Trapani, Valderice e Favignana. Il Prefetto aveva anche incaricato l’associazione Libera di elaborare un progetto per il rilancio dell’azienda, che prevedesse in ultima battuta l’affidamento del bene ai suoi undici dipendenti, che si sarebbero appositamente costituiti in cooperativa (vedi box a pag. 18).
È in questo contesto che la Prefettura era riuscita a procurare all’impresa confiscata l’importante commessa della Ira Costruzioni di Catania, consentendole di uscire dalla gravissima crisi del 2001. Ma proprio tale episodio aveva convinto Francesco Pace che l’interesse dello Stato per le sorti della Calcestruzzi stava diventando troppo ingombrante e che fosse necessario intervenire. Dato che escluderla dal mercato era diventato impossibile, Pace e i suoi uomini avevano pensato di riacquisire la Calcestruzzi nelle disponibilità di Cosa Nostra. E a tal scopo avevano mosso un’altra pedina: Francesco Nasca.

Un uomo al servizio delle cosche. Francesco Nasca, direttore tributario dell’agenzia del Demanio di Trapani, si è occupato fino al 2002 delle pratiche per la gestione e la destinazione dei beni confiscati. Un uomo, a detta di Antonino Birrittella, «liccu di soldi», ossia avido di denaro e per questo già altre volte disponibile alle richieste di Pace.
Nasca, secondo quanto dichiarato da Birrittella ai magistrati, era stato incaricato di valutare al ribasso i beni della Calcestruzzi Ericina predisponendone la vendita a prezzi stracciati. Secondo i piani della consorteria mafiosa l’azienda sarebbe stata acquistata da Vincenzo Mannina e questa operazione avrebbe consentito al gruppo non solo di consolidare il proprio monopolio del calcestruzzo, ma anche di ricavarne un guadagno immediato, comprando gli impianti a meno della metà del loro valore (400mila euro anziché il milione stimato dall’ingegnere Santoro, incaricato nel 2003 dal Demanio di Palermo della valutazione).
Fu a questo scopo che Francesco Nasca si recò alla Calcestruzzi, munito di carta e penna: «Ricordo che in un certo periodo [Nasca] aveva cominciato di sua iniziativa a effettuare la valutazione dei beni aziendali – ha raccontato Luigi Miserendino – tanto che seppi dai dipendenti che si era recato all’impianto per compilare le schede tecniche di valutazione dei mezzi. La dott.ssa Lanna [Direttore della filiale di Palermo dell’Agenzia del Demanio] appresa da me tale circostanza si meravigliò dicendo che il Nasca non era stato autorizzato né aveva ricevuto incarico in tal senso». Nasca non era quel che si dice un funzionario diligente perciò, poco tempo dopo, nel 2002, prima ancora che venisse scoperto il suo ruolo nell’affaire Ericina, era stato sollevato dal suo incarico per «condotte non conformi ai doveri d’ufficio».
Del resto, che nelle stanze del Demanio di Trapani regnasse un clima di poca trasparenza era stato evidenziato già nel settembre 2001 da una relazione inviata alla locale Procura dal prefetto Sodano in cui si rilevavano «notevoli ritardi a volte di parecchi anni, inspiegabili comportamenti dilatori e persino omissivi da parte della suddetta Agenzia del Demanio». Francesco Nasca verrà arrestato nell’aprile 2007 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Intanto, a Favignana. Mentre nei dintorni di Trapani la Calcestruzzi assisteva al drammatico crollo degli ordinativi, subendo la sleale concorrenza delle imprese gestite da Pace e i suoi uomini, nuovi problemi sorgevano anche sull’isoletta di Favignana, sede del terzo impianto, da sempre punto di forza dell’impresa perché unico fornitore di calcestruzzo su tutta l’isola.
I silos erano stati costruiti su un terreno concesso in comodato d’uso a Virga durante la costruzione della galleria Scindo Passo e da allora l’impresa non si era più spostata.
Dopo la confisca il Comune di Favignana aveva però riconosciuto all’area un grande valore paesaggistico, sollecitando la chiusura degli impianti: una decisione di per sé più che legittima, ma sulla cui tempistica la passata Commissione antimafia ha rilevato elementi di sospetto, ritenendo singolare che la Calcestruzzi rischiasse di chiudere proprio in un momento in cui l’espansione dei villaggi turistici le avrebbe garantito buoni profitti. Per di più – si legge nella relazione di minoranza – in alternativa all’azienda confiscata, il Comune aveva previsto la possibile costruzione di nuovi impianti su un terreno per il quale aveva già stipulato accordi con «un soggetto quasi nullatenente (eppure, evidentemente, in grado di disporre di elevati capitali per l’acquisto del terreno e l’installazione di un impianto industriale) già oggetto di un precedente intervento dell’A.G. proprio per la realizzazione di un impianto abusivo per la produzione di calcestruzzo».
La Calcestruzzi è riuscita a presevare l’impianto di Favignana solo grazie all’intervento della Prefettura e ad una proroga concessa dalla Sovrintendenza dei Beni Culturali e Ambientali.

Acquirenti intercambiabili. Ma torniamo a Trapani e al progetto di Pace di riportare la Calcestruzzi sotto il controllo mafioso. Nonostate l’uscita di scena di Nasca nel 2002, il proposito di fare acquistare a Vincenzo Mannina l’impresa confiscata non era stato per nulla abbandonato, anzi aveva trovato la maniera di presentarsi alle istituzioni con un volto rispettabile. Nel gennaio 2003 Marzio Bresciani e Francesco Bianco, allora presidente e direttore dell’associazione degli industriali di Trapani, si erano rivolti al prefetto Sodano con la proposta di conferire il titolo di Cavaliere del Lavoro all’imprenditore Vito Mannina e in quell’occasione avevano anche accennato all’interesse del figlio, Vincenzo, per l’acquisto della Calcestruzzi Ericina. Sulla fattibilità dell’operazione avevano riportato niente meno che il parere positivo del funzionario del demanio Francesco Nasca (all’epoca già sollevato dal suo incarico).
Il Prefetto aveva però espresso delle riserve sull’iniziativa, ben sapendo che la vendita del bene avrebbe annullato il valore simbolico della battaglia che in quegli ultimi anni era stata fatta a sostegno dell’azienda confiscata. Li aveva dunque rimandati all’ente competente, il Demanio, lasciando intendere che, se interpellato, avrebbe dato parere negativo.
Le resistenze del Prefetto vennero interpretate da Pace e i suoi uomini come il segnale di sospetti gravanti su Vincenzo Mannina, perciò venne individuato un altro possibile acquirente per la Calcestruzzi, Tommaso Coppola, un imprenditore meno riconducibile al boss locale. Ma non facero in tempo a tentare questo secondo piano ché nel 2005 Birrittella, Pace e Coppola furono arrestati, in attuazione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Palermo Gioacchino Scaduto, per associazione mafiosa ed estorsione.

Inchiesta a due fasi. Gli episodi e le responsabilità individuali che abbiamo sin qui delineato sono ancora al vaglio dei magistrati, eppure sono tali e tanti i riscontri dei fatti descritti che abbiamo ritenuto valesse la pena raccontarli. Una prima, parziale, ricostruzione della vicenda era già stata pubblicata nella relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia della scorsa legislatura, a partire dalle informazioni raccolte fino a quel momento dalla Polizia di Stato e dalle dichiarazioni rese dal prefetto Sodano al pm il 22 luglio 2004. Il resto delle notizie deriva dalle successive indagini coordinate dalla Dda di Palermo nell’ambito dell’operazione “Mafia e Appalti Trapani” che ha portato in una sua prima fase agli arresti nel novembre 2005 di Birrittella, Coppola e Pace (insieme ad altri tre imputati), accusati di appartenere a Cosa Nostra e di averne garantito la continuità operativa dopo l’arresto del boss Vincenzo Virga. Dopo questi primi arresti, le indagini hanno potuto beneficiare anche delle dichiarazioni di Antonino Birrittella che ha iniziato una proficua collaborazione con la giustizia e ha contribuito al successo della seconda tranche dell’operazione, conclusasi lo scorso 4 aprile con l’arresto anche di Vincenzo Mannina e Francesco Nasca, raggiunti (insieme ad altri quattro indagati, tra cui Francesco Pace) da un provvedimento di custodia cautelare in carcere con l’accusa di associazione mafiosa, nel caso di Mannina, e di concorso esterno in associazione mafiosa nel caso di Nasca.
Gli arresti non hanno però inciso sui fatturati della Calcestruzzi Ericina, che oggi vive soprattutto grazie alle commesse procuratele negli ultimi anni dal nuovo prefetto di Trapani Giovanni Finazzo. Si aspetta l’avvio dei lavori per la realizzazione del nuovo impianto per il riciclaggio degli inerti, che dovrebbe garantire all’azienda un nuovo mercato.

L’accusa di Sodano. I recenti risultati delle due fasi dell’inchiesta “Mafia e Appalti Trapani” sono stati interpretati come una rivincita personale del prefetto Sodano che sin dal 2001 aveva denunciato i tentativi della mafia di boicottare la Calcestruzzi Ericina. La conferma investigativa delle dichiarazioni da lui rese ai pm lascia però ancora irrisolta la parte delle denunce che riguardano la sua vicenda personale.
Nel 2003 il Prefetto, che oggi è gravemente malato di distrofia muscolare, è stato trasferito con un ordine di servizio immediato ad Agrigento. Un trasferimento che il protagonista ha vissuto come una grave ingiustizia, un tradimento dello Stato verso un suo servitore che grandi energie stava profondendo per fare applicare la legge e consentire a un bene confiscato alla mafia di diventare il simbolo di istituzioni efficienti e di un’economia pulita.
Sodano era stato accolto da una Agrigento diffidente, che lo guardava con il sospetto che si riserva ai traditori: «Una città che sussurrava alle mie spalle mentre lo Stato consentiva alle malelingue di indicarmi come un poco di buono – ha raccontato al giornalista Felice Cavallaro –, la cosa peggiore che potesse capitarmi in tutta la vita. Roba da ammalarsi». Secondo Sodano l’ordine, giunto inaspettato al punto da apparire come una “rimozione”, era stato conseguente proprio alla sua attività a favore della Calcestruzzi Ericina e voluto dall’allora sottosegretario agli Interni del governo Berlusconi, il senatore Antonio D’Alì.
Il Prefetto non ha dubbi, e anche se oggi non è più in grado di parlare a causa della malattia, con l’aiuto della moglie e di un computer continua a indicare le presunte responsabilità del senatore D’Alì, oggi presidente della Provincia di Trapani, sul suo repentino trasferimento. Lo ha fatto anche davanti alle telecamere della trasmissione AnnoZero, e per questo il senatore lo ha citato in giudizio per danni, insieme ai giornalisti Stefano Maria Bianchi e Michele Santoro.
Nel 2004, a colloquio con i pm, Sodano aveva raccontato di aver ricevuto proteste da parte del senatore per i suoi interventi in favore della Calcestruzzi. E anche Luigi Miserendino, amministratore giudiziario dell’azienda confiscata, aveva dato prova del disappunto del senatore sugli interventi di Sodano raccontando ai pm dell’episodio, avvenuto nel 2002, di un imprenditore di Partinico che si era aggiudicato un appalto presso la zona industriale di Trapani e si era accordato con la Ericina per l’acquisto del calcestruzzo. Dopo un paio di forniture l’imprenditore aveva interrotto il rapporto con l’impresa chiedendo una «esorbitante» riduzione del prezzo e «asserendo che a ‘Paceco’ [sede della Sicil Calcestruzzi di Pace] gli avrebbero fornito il calcestruzzo a quelle condizioni». Qualche tempo dopo Miserendino avrebbe appreso dall’avvocato Carmelo Castelli, informato direttamente da Francesco Nasca, che l’imprenditore in questione «aveva deciso di rifornirsi altrove in quanto sollecitato in tal senso dal senatore D’Alì».
La Dda di Palermo sta indagando.

Vedi Trapani e poi trasferisciti
di Marco Nebiolo

«A.A.A funzionario allineato ai poteri forti cercasi». Il cartello fisicamente non c’è, ma è come se ci fosse, idealmente collocato all’ingresso dei palazzi istituzionali di Trapani. Basta chiedere a chi ha prestato servizio in Tribunale, in Procura, in Questura, in Prefettura e ha respirato quanto può essere ostile l’ambiente verso chi non capisce che aria tira. Verso chi non sa come va il mondo, da queste parti. La vicenda del prefetto Fulvio Sodano è solo l’ultimo episodio di una storia che si ripete. Trent’anni fa, per esempio, un altro Don Chisciotte, il commissario Ninni Cassarà, giungeva nella terra dei mulini a vento, per esserne travolto. Fu chiamato a guidare la Squadra mobile, resistette tre anni, poi fu costretto a fare le valigie verso quella Palermo in cui, il 6 agosto 1985, trovò la morte falciato dai kalashnikov della mafia. Testimone diretto delle difficoltà incontrate da Cassarà durante la sua parentesi trapanese, nonché suo successore, fu Giorgio Collura, capo della Mobile dal 1980 al 1984. Anche il suo tentativo di lavorare isolandosi dalla pressioni esterne, cercando di seguire le orme del suo predecessore, fallì in modo drammatico. Oggi, alle soglie della pensione, presta servizio a Milano, presso il Dipartimento interregionale di Polizia. Questo è il suo racconto.
Dott. Collura, come ricorda Ninni Cassarà?
Come un fratello. Lo conobbi nel 1978, quando arrivai a Trapani. Era un funzionario di polizia eccezionale, lo dissi alla Commissione antimafia mentre era ancora vivo. Era eccezionale quanto a intelligenza e quanto a resistenza fisica al lavoro, alla fatica. Poteva lavorare due giorni e due notti di fila, mangiando panini e fumando come un ossesso e senza dormire.
In che condizioni si trovava allora la Squadra mobile ?
Cassarà è arrivato nel 1977. Il suo predecessore, Aldo Peri, era stato arrestato per concussione, sfruttamento della prostituzione e altri gravi reati. Era un fedele e leale servitore del questore Aiello, che mi dispiace citare perché è morto, ma fu la causa dei mali di quel decennio da un punto di vista della lotta al crimine. Cassarà ha rilevato una squadra squassata, allo sbando, e le ha ridato credibilità, fiducia. Aldo Peri non va confuso con Giuseppe Peri, che aveva guidato con grande grinta e tempra la Squadra mobile negli anni Settanta, anche lui cacciato via perché in rotta di collisione con l’establishment locale. Funzionario vecchio tipo, persona onestissima, lo paragonavano al tenente Colombo per la trasandatezza nel vestire e la sua apparente bonomia, ma era riuscito a sferrare grossi colpi a determinati gruppi mafiosi trapanesi.
In che clima lavoravate?
Ogni volta che Cassarà conduceva brillanti operazioni, invece di ricevere encomi come era consuetudine – o semplicemente pacche sulle spalle e plausi – si scatenavano guerre. Uno dei sistemi attraverso cui cercavano di indebolirlo e isolarlo, di portarlo a miti consigli con il potere, era privarlo di uomini. Nel ’77 ne aveva 26, che non sono tanti considerato la complessità di Trapani, ma comunque un numero accettabile. Quando l’ho rilevata io, nel 1980, ne avevo 14. Io stesso dopo nove mesi a fianco di Cassarà come funzionario addetto, ero stato trasferito all’ufficio politico.
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Culla, cassaforte e vivaio
di Nicola Biondo e Rino Giacalone

Che cosa ha consentito uno sviluppo così articolato di Cosa Nostra a Trapani? La capacità delle famiglie locali di misurare tradizione e modernità, violenza e capacità imprenditoriale. Con una predilezione per l’istituzione di reti transnazionali che tutt’oggi sopravvivono. Il pentito Antonino Giuffrè racconta

C’è una provincia in Italia dove lo Stato da sempre è Cosa Nostra, anzi Cosa Loro. Dove per costruire il nuovo Palazzo di Giustizia ci sono voluti decenni. Dove non è necessario leggere atti giudiziari, intercettazioni, relazioni della Commissione antimafia, saggi e articoli per farsi un’idea di che cosa si intenda per mafia. Benvenuti a Trapani, dove basta vedere il numero delle estorsioni denunciate per capire quante non lo saranno mai. Dove basta sapere delle centinaia di milioni di euro che ogni anno arrivano dalla Comunità europea e poi vedere all’alba quanti ventenni affollano i pullman che salgono la Penisola per andare a cercare lavoro in Germania, Svizzera, Belgio.

Se 100 arresti vi sembran pochi…
Passato e futuro, tradizione e modernità, violenza ancestrale e bestiale imprenditoria: tutto questo Cosa Nostra ha saputo sintetizzarlo da sempre a Trapani e nella sua provincia. Perché qui è nata l’associazione Cosa Nostra, qui ha costruito le sue “vocazioni”, da qui è partita per colonizzare gli States, qui si è sempre sentita al riparo, protetta, qui ha messo a punto militarmente, e in parte politicamente, gli attacchi stragisti di Milano, Firenze e Roma, qui ha fissato, dopo le intemperie giudiziarie della metà degli anni Novanta, il suo zoccolo duro.
Ed è qui, dalle meravigliose coste che vanno da Castellammare del Golfo fino a Mazara del Vallo, dai templi greci di Selinunte al teatro antico di Segesta, che sta nascendo la nuova mafia. Che contratta quando è ora di contrattare, che spara quando è ora di sparare, che vota bene quando è ora di votare bene. Sempre al passo con i tempi che cambiano.
Non è una questione di impunità: si può finire dentro, anche per sempre, e continuare a comandare. Come Mariano Agate o Andrea Mangiaracina, che parlano, fanno segni ai parenti, mandano pizzini dal carcere. Ci sono ancora e si fanno sentire dall’ex-inferno del 41-bis.
In tutta la provincia di Trapani ci sono circa cento arresti all’anno per associazione mafiosa; in proporzione agli abitanti è come se nella sola Palermo ce ne fossero oltre mille l’anno. Ed è lo stesso sangue da sempre quello che scorre nelle vene della classe criminale dominante a Trapani: Bonanno, Magaddino, Milazzo, Messina Denaro, Virga, Bastone, Mangiaracina, Agate…
Corleonesi ante-litteram. Le chiavi della storia del Novecento di Trapani sono in mano a Cosa Nostra; gli affiliati sono insieme i protagonisti e i narratori.
Se la capitale della mafia è stata fino ai primi anni Ottanta Palermo, per poi trasferirsi nelle campagne, tra i viddani di Riina, a Trapani il bastone del comando non è mai passato di mano. A guardare i curricula di Francesco Messina Denaro e Vito Mangiaracina, dei Bonanno e degli Agate, si capisce che loro erano i Corleonesi ante-litteram, prima che quei picciotti di paese facessero parlare il mondo. Perché se a Palermo e poi a Corleone ha trovato sede il governo di Cosa Nostra, a Trapani c’è, da sempre, il ministero degli Esteri dell’onorata società e, secondo alcuni, anche quello del Tesoro.
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Non solo mafia
di Nicola Biondo e Rino Giacalone

I misteri di Trapani vanno oltre gli affari di Cosa Nostra e riguardano anche Servizi segreti e massoneria. Oltre a potenti burocrati e professionisti, nella città ha operato anche Alì Agca, l’affiliato dei Lupi Grigi autore dell’attentato a Giovanni Paolo II

Il reticolo degli affari di Cosa Nostra con il Medioriente, le Americhe e la Turchia sarebbe entrato a far parte di alcune delle più importanti inchieste della magistratura: quella sul commercio di armi e droga compiuta da Carlo Palermo, il procedimento Pizza Connection avviato dal pool palermitano di Giovanni Falcone e infine quello sull’attentato a Papa Wojtyla istruito da Rosario Priore.
I misteri trapanesi, come spiega Giuffrè, sono legati a questi rapporti che Cosa Nostra intrattiene da decenni in luoghi pronti ad accogliere chi ha amicizie e potere da portare in dono e da ricevere, e che compongono una famigerata alleanza descritta in migliaia di atti giudiziari: la trimurti mafia-Servizi segreti-massoneria. «C’era anche qualcosa che è andato oltre Cosa Nostra, un rapporto che è durato 40 anni e c’è stato qualche cosa che li ha legati all’inizio che poi sono andati sempre perfettamente d’accordo – racconta ancora Giuffrè all’Fbi per spiegare la potenza della mafia trapanese –. Tutto questo amore, tra virgolette, che il Riina aveva per questa zona era appositamente che c’è qualche cosa di molto importante. Questo “qualcosa di molto importante”, appositamente, è Castellammare. Castellammare è stata anche una miniera di notizie, che poi arrivano tramite Cosa Nostra, anche a livello di Servizi segreti, cioè è stato tutto un punto, e lo è, strategico importantissimo… Cioè, hanno trovato rifugio, punto di incontro tutte le persone in ombra più importanti per un lunghissimo periodo, e a livello massonico e a livello di Servizi segreti. Cioè, sotto ci sono parecchie cose molto molto molto importanti e pericolose. Tranquillamente possiamo dire che è il punto strategico».

Spy story, ma i morti sono veri. Sembra un romanzo, uno di quei racconti che i sepolcri imbiancati del “garantismo” nostrano bollano come dietrologia. E allora bisognerebbe raccontarla questa favola dietrologica, le cui realtà, queste sì inconfutabili, rimangono le raffinerie di droga e gli sportelli bancari – 0,44 ogni mille abitanti, una percentuale da paradiso fiscale, dove affluiscono il 40% dei depositi di tutta l’isola – i comitati d’affari e le logge massoniche coperte (vedi box a fianco), inaugurate dal gran maestro Licio Gelli, dove si incontravano mafiosi latitanti e a piede libero, politici e imprenditori, uomini d’affari trapanesi e oscuri trafficanti bulgari e turchi. Questa realtà da spy story fatta di aeroporti militari abbandonati di giorno e affollati di notte, di basi di Gladio e comunità di recupero di tossicodipendenti come la Saman. Questa favola dietrologica che odora di paura e morte: quella di Ciaccio Montalto (vedi box p.33) e del giudice Giacomelli, di Mauro Rostagno (vedi box p. 36), di Barbara Asta e dei suoi due figli (vedi box p. 34): tutti delitti dove se c’è il colpevole è la Cupola, ma se si chiede il movente, la giustizia allarga le braccia e sembra dire, “che bisogno c’è di sapere il motivo, è la mafia”.
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Il volto vincente di Cosa Nostra
di Nicola Biondo e Rino Giacalone

Matteo Messina Denaro, “ministro degli Esteri” di Cosa Nostra, è latitante grazie alla cosiddetta zona grigia di cui la mafia si nutre. Molti dei favoreggiatori sono stati scoperti, ma puntualmente soppiantati, perché nel contesto culturale trapanese l’adoperarsi in favore di organizzazioni criminali viene avvertito come dovuto e pagante

Arresti, scandali e condanne a Trapani non debbono far notizia, meglio che non siano conosciuti. Se proprio non li si può tacere, bisogna scriverli sui giornali in modo tale che si capisca poco. Ma di segnali ce ne sono tanti a Trapani. Fatti all’apparenza inspiegabili che, però, alla fine una ragione l’hanno sempre.

“Beati i perseguitati…”.
Segnali. Uno lo si colse il 25 febbraio del 1998, giorno dei funerali di Calogero Minore, il boss trapanese deceduto di morte naturale, fratello di Salvatore che ebbe sorte diversa e violenta, strangolato e sciolto nell’acido dai Corleonesi nel novembre del 1982. Calogero, invece, è morto nel suo letto e senza che i processi in corso nei suoi confronti fossero stati chiusi. È morto come un vero patriarca, senza carte macchiate, ma tutti sapevano chi era. Le esequie nella chiesa più importante della città, a pochi metri dalla sua casa, nella Basilica dell’Annunziata. Rione Borgo, regno dei Minore. Dentro, la chiesa stracolma, fuori, altra gente assiepata, negozi chiusi in segno di lutto. La deferenza della città mostrata al boss e ai suoi parenti, oltre quello che poteva essere l’estremo saluto. Le presenze in quella chiesa hanno reso percepibile in che modo la società trapanese in questi anni è cresciuta, all’ombra di un uomo rispettato sino all’ultimo, con un necrologio secondo una tradizione che continua ancora oggi come per un altro patriarca, Francesco Messina Denaro. Caliddo Minore venne così ricordato sul quotidiano più letto della città, il «Giornale di Sicilia»: “Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà, agli occhi degli stolti parve che morissero”. Mai messaggio poteva essere così chiaro. Per Francesco Messina Denaro il figlio Matteo aveva pubblicato il suo commiato: “Beati i perseguitati, perché di essi sarà il regno dei cieli”.
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C'è bisogno della società civile
di Emanuela Zuccalà

L’anno scorso era a Palermo, capo di quella Squadra mobile che ha stanato Bernardo Provenzano. Oggi è Questore a Trapani, a caccia di Matteo Messina Denaro. Giuseppe Gualtieri ci racconta la mafia trapanese e lancia un appello: per sconfiggerla è necessaria la collaborazione di tutti i cittadini

La scorsa primavera è stato intervistato dai giornali di mezzo mondo come l’uomo che ha stanato il superlatitante Bernardo Provenzano. Allora Giuseppe Gualtieri – calabrese, in Polizia dal 1983, una lunga esperienza di contrasto alla ’Ndrangheta – era capo della Squadra mobile di Palermo. Da settembre è questore a Trapani. E non a caso: se ha preso il boss corleonese, ha buone probabilità di arrivare anche all’ultimo grande latitante di Cosa Nostra, quel Matteo Messina Denaro (vedi art. p. 39) che lo stesso Provenzano indicava come suo delfino, padrone della Sicilia occidentale. Abbiamo incontrato Gualtieri nel suo ufficio in Questura.

Quale società civile ha trovato a Trapani?

Una società in evoluzione, che cerca di avventurarsi in nuove imprese economiche per crescere. Ed è naturale che, quando ci sono investimenti e l’economia è viva, aumentano gli appetiti della mafia e della criminalità organizzata in genere. Quella di Trapani è una borghesia operosa, tradizionalmente tranquilla, che però non è ancora attrezzata mentalmente a un’opera di vigilanza e di denuncia del fenomeno mafioso.

Storicamente questa provincia ha occupato una posizione strategica negli interessi della mafia, e ogni anno sono un centinaio gli arresti per associazione mafiosa. A Trapani lo Stato è Cosa Nostra?

No, assolutamente. Proprio il numero degli arresti e la loro continuità dimostrano una presenza costante della Magistratura e delle Forze dell’ordine. Inoltre questa provincia è fra le prime in Italia non solo nella confisca dei beni mafiosi, ma anche nella loro assegnazione, che è un’operazione ben più difficile della semplice confisca. Qui lo Stato c’è. Il problema, piuttosto, è la connotazione di Cosa Nostra, che è questione ben diversa dalla presenza dello Stato.
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