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Tutti
gli uomini dell'assessore
di Marco Nebiolo
Bartolo
Pellegrino, leader di Nuova Sicilia, è stato arrestato
il 4 aprile su mandato della Dda di Palermo con laccusa di concorso
esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata.
I fatti contestati? Aver fatto mercimonio delle proprie funzioni di assessore
e aver intrattenuto rapporti ravvicinati con i boss trapanesi
Larresto
di Bartolo Pellegrino, ai domiciliari, per ragioni detà,
dal 4 aprile scorso, è lesito per il momento più clamoroso
dellinchiesta coordinata dalla Dda di Palermo denominata mafia
e appalti. Unindagine complessa che da alcuni anni vede magistrati
e investigatori impegnati nel tentativo di dipanare alcuni filoni del
complicato groviglio di interessi politici, economici e mafiosi che tradizionalmente
si radicano nel territorio trapanese. Lipotesi di reato formulata
nei confronti di Pellegrino dai sostituiti procuratori Gaetano Paci e
Andrea Tarondo e dal procuratore aggiunto Andrea Morvillo è pesante,
di quelle potenzialmente esiziali anche per un navigatore così
esperto della politica siciliana: corruzione aggravata e concorso esterno
in associazione mafiosa. Il leader del movimento Nuova Sicilia,
più volte deputato allArs, un passato nelle fila del Psi
prima e di Rinnovamento italiano poi, già vicepresidente della
regione e assessore alle Finanze e bilancio, nonché assessore al
Territorio e ambiente tra il 2001 e il 2003 nel primo governo Cuffaro,
secondo i magistrati avrebbe coltivato stretti contatti con Cosa Nostra,
come dimostrerebbero laccordo corruttivo della speculazione edilizia
del quartiere trapanese di Villa Rosina e la fitta rete di rapporti con
personaggi più o meno riconducibili allorganizzazione mafiosa
emersa durante le indagini. Il 27 aprile la difesa di Pellegrino si è
rivolta al Tribunale del riesame per chiederne la scarcerazione, ma i
giudici hanno rigettato listanza.
Birrittella, personaggio chiave. Gli altri provvedimenti di custodia
cautelare hanno coinvolto, con imputazioni diverse che vanno dallassociazione
mafiosa allestorsione aggravata, limprenditore Vincenzo Mannina
(cui sono stati sequestrati beni per 10 milioni di euro), Francesco Virga
(figlio primogenito del boss Vincenzo, già arrestato nel 1996 nellambito
delloperazione Rino 2) Michele Martinez e Mario Sucamele,
lex dirigente del Demanio Francesco Nasca, responsabile fino al
2002 della gestione e dellassegnazione dei beni confiscati, e il
boss Francesco Pace, ai vertici del mandamento di Trapani dalla cattura,
nel 2001, del capomandamento Vincenzo Virga. A Pace lordinanza di
custodia cautelare è stata notificata in carcere, dove si trova
dal 24 novembre 2005, quando andò in scena il primo tempo dellinchiesta
mafia e appalti. Allora finirono in manette, tra gli altri,
anche gli imprenditori Tommaso Coppola e Antonino Birrittella. Secondo
gli inquirenti, grazie ai loro servigi il Pace esercitava il controllo
sulla realtà imprenditoriale locale, attraverso la capillare escussione
del pizzo dai vincitori delle gare dappalto e attraverso limposizione
agli stessi dei subappalti, delle forniture di materiali e del noleggio
dei mezzi operativi. Birrittella imprenditore molto noto in città,
presidente della squadra di calcio città di Trapani
fino al 2005 è il personaggio chiave della seconda fase
dellinchiesta: dopo larresto, pur non chiedendo lo status
di pentito, ha iniziato una collaborazione a tutto campo con i magistrati
che ha impresso unaccelerazione decisiva alle indagini, sfociate
nei mandati darresto dellaprile scorso. Come si legge nella
richiesta di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati interpretano
tale collaborazione come segnale di «una sincera volontà
di recidere ogni legame con lassociazione mafiosa e con i soggetti
che ne fanno parte».
(CONTINUA
SULLA RIVISTA)
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Lo
strano caso della Calcestruzzi Ericina
di Elena Ciccarello
Mentre
unazienda confiscata alla mafia viene boicottata e rischia di chiudere,
un Prefetto cerca di salvarla, ma viene improvvisamente trasferito. Una
vicenda complessa, i cui retroscena gettano ombre anche sulle stanze romane
del potere
È
il 29 ottobre 2001 e tre uomini stanno viaggiando in macchina alla volta
di Catania. Sono Antonino Birrittella, Vincenzo Mannina e Francesco Pace,
imprenditori della provincia di Trapani. Vanno a incontrare i vertici
della Ira Costruzioni Generali srl, ditta che si è aggiudicata
un importante appalto pubblico per il consolidamento delle banchine del
porto di Trapani. Lopera richiede una fornitura di calcestruzzo
del valore di circa due miliardi di vecchie lire che i tre vorrebbero
venisse assegnata alla Mannina Vito srl, di cui Vincenzo,
figlio di Vito, è amministratore.
Birrittella, Mannina e Pace sanno che per quel lavoro la Ira Costruzioni
è già stata invitata dal prefetto di Trapani Fulvio Sodano
a rifornirsi presso la Calcestruzzi Ericina, unimpresa confiscata
alla mafia e in gravi difficoltà economiche. Ma due miliardi sono
una cifra cui non intendono rinunciare e per questo motivo hanno deciso
di andare fino a Catania, per intimidire i rappresentanti della ditta
e convincerli a collaborare con loro nonostante le richieste del Prefetto.
La sollecitudine di Sodano per le sorti della Ericina ha però richiamato
sullappalto del porto di Trapani lattenzione delle istituzioni,
fornendo alla Ira Costruzioni un solido argomento per respingere le loro
pressioni. Un fallimento che Pace non dimenticherà facilmente.
Il calcestruzzo del boss. La Calcestruzzi Ericina, azienda che
gestisce tre impianti di produzione del calcestruzzo a Trapani, Valderice
e Favignana, è stata confiscata al boss Vincenzo Virga capo
mandamento di Trapani nel 1997, mentre era ancora latitante. Virga
è un pezzo grosso della mafia locale, luomo cui nei primi
anni Novanta si sarebbe rivolto anche Marcello DellUtri, nella qualità
di presidente di Publitalia, per estorcere denaro allex senatore
del Pri Vincenzo Garraffa, presidente della società Pallacanestro
Trapani (per questo reato nel 2004 Virga e DellUtri sono stati condannati
in primo grado a due anni di carcere, sentenza confermata il 16 maggio
scorso dalla terza sezione della Corte dAppello di Milano).
Al momento del sequestro la Calcestruzzi era una realtà economica
fiorente, anche perché si legge nella relazione di minoranza
della Commissione antimafia del 2006 «gli imprenditori della
zona venivano costretti ad acquistare il calcestruzzo presso detta azienda,
riconoscendo inoltre a Virga un surplus percentuale rispetto alla quantità
di cemento acquistato». In un primo momento, avvenuta la confisca,
le commesse della Calcestruzzi erano diminuite senza compromettere eccessivamente
la salute finanziaria dellazienda. Gli inquirenti scopriranno infatti
che durante quei primi quattro anni lex proprietario e i suoi figli
erano riusciti a mantenere il proprio controllo sugli affari: «Abbiamo
accertato che fino al 1999 i figli del capo mandamento, cioè i
figli del boss mafioso, anche loro arrestati e poi condannati, erano presenti
tutti i giorni nellimpianto e decidevano i prezzi da fare ai vari
imprenditori ha raccontato alla giornalista di Report Maria Grazia
Mazzola il sostituto procuratore della repubblica di Trapani Andrea Tarondo
e che le fatture venivano emesse dalla società confiscata,
quindi dallo Stato, ma venivano pagate al mafioso».
Il numero di ordinativi, più o meno stabile durante i quattro anni,
era invece crollato nel febbraio 2001 quando Virga fu catturato: cessato
il potere intimidatorio del boss, gli imprenditori che avevano continuato
a rifornirsi presso la Calcestruzzi durante la sua latitanza hanno cominciato
a disertare gli impianti.
La confisca è solo linizio. Arrestato Virga, e prima
di lui i figli Francesco (nel 1996) e Pietro (nel luglio 1999), sostituiti
i precedenti amministratori giudiziari e ricondotta lazienda al
reale controllo dello Stato, la Calcestruzzi Ericina si era trovata improvvisamente
esclusa dal mercato. «Alcuni clienti che prima si rifornivano da
noi hanno cominciato a non effettuare più ordini né a chiedere
preventivi, nonostante avessero dei cantieri aperti racconta Giacomo
Messina, ragioniere della Calcestruzzi dal 1992 . In quel periodo
abbiamo avuto un calo della produzione del 40-50%. Il volume daffari
è passato da 2.200.000 euro a 1.100.000 euro, costringendo lazienda
a ricorrere alla cassa integrazione». I dipendenti si erano da subito
accorti che gli imprenditori locali li stavano boicottando, preferendo
forniture di altri impianti nonostante la Ericina confiscata offrisse
prezzi più che concorrenziali. Le loro denunce erano arrivate fino
ai magistrati attraverso le parole del nuovo amministratore giudiziario
dellazienda, Luigi Miserendino, che, ascoltato nel 2003, aveva raccontato
di un mercato fortemente controllato da «alcuni soggetti»
e di imprenditori che venivano «costantemente indirizzati verso
impianti di calcestruzzo diversi da quello che amministro e in particolare
limpianto di Mannina e limpianto [sito nel Comune] di Paceco
denominato Sicil Calcestruzzi».
A prescindere dal fatto che i privati non trovassero più nellazienda
confiscata la possibilità di acquistare in nero, ovvero senza fattura,
e che questo fattore potesse incidere sul numero degli ordinativi, si
manifestava una concreta volontà di escludere la Ericina dal novero
dei fornitori, al punto che alcuni lavoratori erano stati direttamente
minacciati: due di loro, mentre andavano da alcuni imprenditori aggiudicatari
di appalti pubblici per invitarli a rifornirsi dalla loro azienda, erano
stati avvicinati da sconosciuti e caldamente consigliati a «cessare
questa attività e farsi gli affari loro». Ma chi aveva interesse
a boicottare la Calcestruzzi Ericina?
Una lotta tra mafia e Stato. Secondo quanto avrebbero rivelato
le successive indagini della Squadra mobile di Trapani, lazienda
confiscata era osteggiata da Francesco Pace, erede di Vincenzo Virga al
vertice del mandamento di Trapani, il quale fino al giorno del suo arresto,
avvenuto nel novembre 2005, avrebbe esercitato con la collaborazione
di altri presunti affiliati, tra i quali Antonino Birrittella e Tommaso
Coppola (anche loro arrestati nel 2005) un capillare controllo
sulle realtà imprenditoriali della zona, estorcendo il pizzo e
imponendo sub-appalti, forniture e noli alle ditte che si aggiudicavano
appalti pubblici.
In tale condizione di ingerenza mafiosa, lingresso dello Stato nel
mercato del calcestruzzo, attraverso la gestione dellimpresa confiscata
a Virga, si era tradotto in un concreto ostacolo alle attività
della consorteria, poiché ogni affare concluso dalla Calcestruzzi
finiva con il coincidere con un mancato guadagno per il mandamento locale.
Per questo motivo Pace e i suoi uomini sin dal 2001 avevano tentato in
tutti i modi di emarginarla dirottando gli imprenditori presso impianti
controllati direttamente da loro, in particolare quelli di Vincenzo Mannina
e la Sicil Calcestruzzi srl, riconducibile allo stesso Pace.
I loro propositi si erano però scontrati, come abbiamo visto, con
le iniziative dellallora Prefetto di Trapani, Fulvio Sodano, preoccupato
non solo di garantire i posti di lavoro della Calcestruzzi Ericina, ma
anche di dimostrare la capacità dello Stato di salvaguardare e
rilanciare i beni sottratti alla mafia. Progetto per il quale aveva chiesto
la collaborazione degli amministratori giudiziari, dei rappresentanti
dellagenzia del Demanio, della Sovrintendenza ai beni culturali
e degli industriali, nonché dei sindaci di Trapani, Valderice e
Favignana. Il Prefetto aveva anche incaricato lassociazione Libera
di elaborare un progetto per il rilancio dellazienda, che prevedesse
in ultima battuta laffidamento del bene ai suoi undici dipendenti,
che si sarebbero appositamente costituiti in cooperativa (vedi box a pag.
18).
È in questo contesto che la Prefettura era riuscita a procurare
allimpresa confiscata limportante commessa della Ira Costruzioni
di Catania, consentendole di uscire dalla gravissima crisi del 2001. Ma
proprio tale episodio aveva convinto Francesco Pace che linteresse
dello Stato per le sorti della Calcestruzzi stava diventando troppo ingombrante
e che fosse necessario intervenire. Dato che escluderla dal mercato era
diventato impossibile, Pace e i suoi uomini avevano pensato di riacquisire
la Calcestruzzi nelle disponibilità di Cosa Nostra. E a tal scopo
avevano mosso unaltra pedina: Francesco Nasca.
Un uomo al servizio delle cosche. Francesco Nasca, direttore tributario
dellagenzia del Demanio di Trapani, si è occupato fino al
2002 delle pratiche per la gestione e la destinazione dei beni confiscati.
Un uomo, a detta di Antonino Birrittella, «liccu di soldi»,
ossia avido di denaro e per questo già altre volte disponibile
alle richieste di Pace.
Nasca, secondo quanto dichiarato da Birrittella ai magistrati, era stato
incaricato di valutare al ribasso i beni della Calcestruzzi Ericina predisponendone
la vendita a prezzi stracciati. Secondo i piani della consorteria mafiosa
lazienda sarebbe stata acquistata da Vincenzo Mannina e questa operazione
avrebbe consentito al gruppo non solo di consolidare il proprio monopolio
del calcestruzzo, ma anche di ricavarne un guadagno immediato, comprando
gli impianti a meno della metà del loro valore (400mila euro anziché
il milione stimato dallingegnere Santoro, incaricato nel 2003 dal
Demanio di Palermo della valutazione).
Fu a questo scopo che Francesco Nasca si recò alla Calcestruzzi,
munito di carta e penna: «Ricordo che in un certo periodo [Nasca]
aveva cominciato di sua iniziativa a effettuare la valutazione dei beni
aziendali ha raccontato Luigi Miserendino tanto che seppi
dai dipendenti che si era recato allimpianto per compilare le schede
tecniche di valutazione dei mezzi. La dott.ssa Lanna [Direttore della
filiale di Palermo dellAgenzia del Demanio] appresa da me tale circostanza
si meravigliò dicendo che il Nasca non era stato autorizzato né
aveva ricevuto incarico in tal senso». Nasca non era quel che si
dice un funzionario diligente perciò, poco tempo dopo, nel 2002,
prima ancora che venisse scoperto il suo ruolo nellaffaire Ericina,
era stato sollevato dal suo incarico per «condotte non conformi
ai doveri dufficio».
Del resto, che nelle stanze del Demanio di Trapani regnasse un clima di
poca trasparenza era stato evidenziato già nel settembre 2001 da
una relazione inviata alla locale Procura dal prefetto Sodano in cui si
rilevavano «notevoli ritardi a volte di parecchi anni, inspiegabili
comportamenti dilatori e persino omissivi da parte della suddetta Agenzia
del Demanio». Francesco Nasca verrà arrestato nellaprile
2007 con laccusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Intanto, a Favignana. Mentre nei dintorni di Trapani la Calcestruzzi
assisteva al drammatico crollo degli ordinativi, subendo la sleale concorrenza
delle imprese gestite da Pace e i suoi uomini, nuovi problemi sorgevano
anche sullisoletta di Favignana, sede del terzo impianto, da sempre
punto di forza dellimpresa perché unico fornitore di calcestruzzo
su tutta lisola.
I silos erano stati costruiti su un terreno concesso in comodato duso
a Virga durante la costruzione della galleria Scindo Passo e da allora
limpresa non si era più spostata.
Dopo la confisca il Comune di Favignana aveva però riconosciuto
allarea un grande valore paesaggistico, sollecitando la chiusura
degli impianti: una decisione di per sé più che legittima,
ma sulla cui tempistica la passata Commissione antimafia ha rilevato elementi
di sospetto, ritenendo singolare che la Calcestruzzi rischiasse di chiudere
proprio in un momento in cui lespansione dei villaggi turistici
le avrebbe garantito buoni profitti. Per di più si legge
nella relazione di minoranza in alternativa allazienda confiscata,
il Comune aveva previsto la possibile costruzione di nuovi impianti su
un terreno per il quale aveva già stipulato accordi con «un
soggetto quasi nullatenente (eppure, evidentemente, in grado di disporre
di elevati capitali per lacquisto del terreno e linstallazione
di un impianto industriale) già oggetto di un precedente intervento
dellA.G. proprio per la realizzazione di un impianto abusivo per
la produzione di calcestruzzo».
La Calcestruzzi è riuscita a presevare limpianto di Favignana
solo grazie allintervento della Prefettura e ad una proroga concessa
dalla Sovrintendenza dei Beni Culturali e Ambientali.
Acquirenti intercambiabili. Ma torniamo a Trapani e al progetto
di Pace di riportare la Calcestruzzi sotto il controllo mafioso. Nonostate
luscita di scena di Nasca nel 2002, il proposito di fare acquistare
a Vincenzo Mannina limpresa confiscata non era stato per nulla abbandonato,
anzi aveva trovato la maniera di presentarsi alle istituzioni con un volto
rispettabile. Nel gennaio 2003 Marzio Bresciani e Francesco Bianco, allora
presidente e direttore dellassociazione degli industriali di Trapani,
si erano rivolti al prefetto Sodano con la proposta di conferire il titolo
di Cavaliere del Lavoro allimprenditore Vito Mannina e in quelloccasione
avevano anche accennato allinteresse del figlio, Vincenzo, per lacquisto
della Calcestruzzi Ericina. Sulla fattibilità delloperazione
avevano riportato niente meno che il parere positivo del funzionario del
demanio Francesco Nasca (allepoca già sollevato dal suo incarico).
Il Prefetto aveva però espresso delle riserve sulliniziativa,
ben sapendo che la vendita del bene avrebbe annullato il valore simbolico
della battaglia che in quegli ultimi anni era stata fatta a sostegno dellazienda
confiscata. Li aveva dunque rimandati allente competente, il Demanio,
lasciando intendere che, se interpellato, avrebbe dato parere negativo.
Le resistenze del Prefetto vennero interpretate da Pace e i suoi uomini
come il segnale di sospetti gravanti su Vincenzo Mannina, perciò
venne individuato un altro possibile acquirente per la Calcestruzzi, Tommaso
Coppola, un imprenditore meno riconducibile al boss locale. Ma non facero
in tempo a tentare questo secondo piano ché nel 2005 Birrittella,
Pace e Coppola furono arrestati, in attuazione a unordinanza di
custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Palermo Gioacchino
Scaduto, per associazione mafiosa ed estorsione.
Inchiesta a due fasi. Gli episodi e le responsabilità individuali
che abbiamo sin qui delineato sono ancora al vaglio dei magistrati, eppure
sono tali e tanti i riscontri dei fatti descritti che abbiamo ritenuto
valesse la pena raccontarli. Una prima, parziale, ricostruzione della
vicenda era già stata pubblicata nella relazione di minoranza della
Commissione parlamentare antimafia della scorsa legislatura, a partire
dalle informazioni raccolte fino a quel momento dalla Polizia di Stato
e dalle dichiarazioni rese dal prefetto Sodano al pm il 22 luglio 2004.
Il resto delle notizie deriva dalle successive indagini coordinate dalla
Dda di Palermo nellambito delloperazione Mafia e Appalti
Trapani che ha portato in una sua prima fase agli arresti nel novembre
2005 di Birrittella, Coppola e Pace (insieme ad altri tre imputati), accusati
di appartenere a Cosa Nostra e di averne garantito la continuità
operativa dopo larresto del boss Vincenzo Virga. Dopo questi primi
arresti, le indagini hanno potuto beneficiare anche delle dichiarazioni
di Antonino Birrittella che ha iniziato una proficua collaborazione con
la giustizia e ha contribuito al successo della seconda tranche delloperazione,
conclusasi lo scorso 4 aprile con larresto anche di Vincenzo Mannina
e Francesco Nasca, raggiunti (insieme ad altri quattro indagati, tra cui
Francesco Pace) da un provvedimento di custodia cautelare in carcere con
laccusa di associazione mafiosa, nel caso di Mannina, e di concorso
esterno in associazione mafiosa nel caso di Nasca.
Gli arresti non hanno però inciso sui fatturati della Calcestruzzi
Ericina, che oggi vive soprattutto grazie alle commesse procuratele negli
ultimi anni dal nuovo prefetto di Trapani Giovanni Finazzo. Si aspetta
lavvio dei lavori per la realizzazione del nuovo impianto per il
riciclaggio degli inerti, che dovrebbe garantire allazienda un nuovo
mercato.
Laccusa di Sodano. I recenti risultati delle due fasi dellinchiesta
Mafia e Appalti Trapani sono stati interpretati come una rivincita
personale del prefetto Sodano che sin dal 2001 aveva denunciato i tentativi
della mafia di boicottare la Calcestruzzi Ericina. La conferma investigativa
delle dichiarazioni da lui rese ai pm lascia però ancora irrisolta
la parte delle denunce che riguardano la sua vicenda personale.
Nel 2003 il Prefetto, che oggi è gravemente malato di distrofia
muscolare, è stato trasferito con un ordine di servizio immediato
ad Agrigento. Un trasferimento che il protagonista ha vissuto come una
grave ingiustizia, un tradimento dello Stato verso un suo servitore che
grandi energie stava profondendo per fare applicare la legge e consentire
a un bene confiscato alla mafia di diventare il simbolo di istituzioni
efficienti e di uneconomia pulita.
Sodano era stato accolto da una Agrigento diffidente, che lo guardava
con il sospetto che si riserva ai traditori: «Una città che
sussurrava alle mie spalle mentre lo Stato consentiva alle malelingue
di indicarmi come un poco di buono ha raccontato al giornalista
Felice Cavallaro , la cosa peggiore che potesse capitarmi in tutta
la vita. Roba da ammalarsi». Secondo Sodano lordine, giunto
inaspettato al punto da apparire come una rimozione, era stato
conseguente proprio alla sua attività a favore della Calcestruzzi
Ericina e voluto dallallora sottosegretario agli Interni del governo
Berlusconi, il senatore Antonio DAlì.
Il Prefetto non ha dubbi, e anche se oggi non è più in grado
di parlare a causa della malattia, con laiuto della moglie e di
un computer continua a indicare le presunte responsabilità del
senatore DAlì, oggi presidente della Provincia di Trapani,
sul suo repentino trasferimento. Lo ha fatto anche davanti alle telecamere
della trasmissione AnnoZero, e per questo il senatore lo ha citato in
giudizio per danni, insieme ai giornalisti Stefano Maria Bianchi e Michele
Santoro.
Nel 2004, a colloquio con i pm, Sodano aveva raccontato di aver ricevuto
proteste da parte del senatore per i suoi interventi in favore della Calcestruzzi.
E anche Luigi Miserendino, amministratore giudiziario dellazienda
confiscata, aveva dato prova del disappunto del senatore sugli interventi
di Sodano raccontando ai pm dellepisodio, avvenuto nel 2002, di
un imprenditore di Partinico che si era aggiudicato un appalto presso
la zona industriale di Trapani e si era accordato con la Ericina per lacquisto
del calcestruzzo. Dopo un paio di forniture limprenditore aveva
interrotto il rapporto con limpresa chiedendo una «esorbitante»
riduzione del prezzo e «asserendo che a Paceco [sede
della Sicil Calcestruzzi di Pace] gli avrebbero fornito il calcestruzzo
a quelle condizioni». Qualche tempo dopo Miserendino avrebbe appreso
dallavvocato Carmelo Castelli, informato direttamente da Francesco
Nasca, che limprenditore in questione «aveva deciso di rifornirsi
altrove in quanto sollecitato in tal senso dal senatore DAlì».
La Dda di Palermo sta indagando.
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Vedi
Trapani e poi trasferisciti
di Marco Nebiolo
«A.A.A
funzionario allineato ai poteri forti cercasi». Il cartello fisicamente
non cè, ma è come se ci fosse, idealmente collocato
allingresso dei palazzi istituzionali di Trapani. Basta chiedere
a chi ha prestato servizio in Tribunale, in Procura, in Questura, in Prefettura
e ha respirato quanto può essere ostile lambiente verso chi
non capisce che aria tira. Verso chi non sa come va il mondo, da queste
parti. La vicenda del prefetto Fulvio Sodano è solo lultimo
episodio di una storia che si ripete. Trentanni fa, per esempio,
un altro Don Chisciotte, il commissario Ninni Cassarà, giungeva
nella terra dei mulini a vento, per esserne travolto. Fu chiamato a guidare
la Squadra mobile, resistette tre anni, poi fu costretto a fare le valigie
verso quella Palermo in cui, il 6 agosto 1985, trovò la morte falciato
dai kalashnikov della mafia. Testimone diretto delle difficoltà
incontrate da Cassarà durante la sua parentesi trapanese, nonché
suo successore, fu Giorgio Collura, capo della Mobile dal 1980 al 1984.
Anche il suo tentativo di lavorare isolandosi dalla pressioni esterne,
cercando di seguire le orme del suo predecessore, fallì in modo
drammatico. Oggi, alle soglie della pensione, presta servizio a Milano,
presso il Dipartimento interregionale di Polizia. Questo è il suo
racconto.
Dott. Collura, come ricorda Ninni Cassarà?
Come un fratello. Lo conobbi nel 1978, quando arrivai a Trapani. Era un
funzionario di polizia eccezionale, lo dissi alla Commissione antimafia
mentre era ancora vivo. Era eccezionale quanto a intelligenza e quanto
a resistenza fisica al lavoro, alla fatica. Poteva lavorare due giorni
e due notti di fila, mangiando panini e fumando come un ossesso e senza
dormire.
In che condizioni si trovava allora la Squadra mobile ?
Cassarà è arrivato nel 1977. Il suo predecessore, Aldo Peri,
era stato arrestato per concussione, sfruttamento della prostituzione
e altri gravi reati. Era un fedele e leale servitore del questore Aiello,
che mi dispiace citare perché è morto, ma fu la causa dei
mali di quel decennio da un punto di vista della lotta al crimine. Cassarà
ha rilevato una squadra squassata, allo sbando, e le ha ridato credibilità,
fiducia. Aldo Peri non va confuso con Giuseppe Peri, che aveva guidato
con grande grinta e tempra la Squadra mobile negli anni Settanta, anche
lui cacciato via perché in rotta di collisione con lestablishment
locale. Funzionario vecchio tipo, persona onestissima, lo paragonavano
al tenente Colombo per la trasandatezza nel vestire e la sua apparente
bonomia, ma era riuscito a sferrare grossi colpi a determinati gruppi
mafiosi trapanesi.
In che clima lavoravate?
Ogni volta che Cassarà conduceva brillanti operazioni, invece di
ricevere encomi come era consuetudine o semplicemente pacche sulle
spalle e plausi si scatenavano guerre. Uno dei sistemi attraverso
cui cercavano di indebolirlo e isolarlo, di portarlo a miti consigli con
il potere, era privarlo di uomini. Nel 77 ne aveva 26, che non sono
tanti considerato la complessità di Trapani, ma comunque un numero
accettabile. Quando lho rilevata io, nel 1980, ne avevo 14. Io stesso
dopo nove mesi a fianco di Cassarà come funzionario addetto, ero
stato trasferito allufficio politico.
(CONTINUA SULLA RIVISTA)
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Culla,
cassaforte e vivaio
di Nicola Biondo e Rino Giacalone
Che cosa
ha consentito uno sviluppo così articolato di Cosa Nostra a Trapani?
La capacità delle famiglie locali di misurare tradizione e modernità,
violenza e capacità imprenditoriale. Con una predilezione per listituzione
di reti transnazionali che tuttoggi sopravvivono. Il pentito Antonino
Giuffrè racconta
Cè
una provincia in Italia dove lo Stato da sempre è Cosa Nostra,
anzi Cosa Loro. Dove per costruire il nuovo Palazzo di Giustizia ci sono
voluti decenni. Dove non è necessario leggere atti giudiziari,
intercettazioni, relazioni della Commissione antimafia, saggi e articoli
per farsi unidea di che cosa si intenda per mafia. Benvenuti a Trapani,
dove basta vedere il numero delle estorsioni denunciate per capire quante
non lo saranno mai. Dove basta sapere delle centinaia di milioni di euro
che ogni anno arrivano dalla Comunità europea e poi vedere allalba
quanti ventenni affollano i pullman che salgono la Penisola per andare
a cercare lavoro in Germania, Svizzera, Belgio.
Se 100 arresti vi sembran pochi
Passato e futuro, tradizione
e modernità, violenza ancestrale e bestiale imprenditoria: tutto
questo Cosa Nostra ha saputo sintetizzarlo da sempre a Trapani e nella
sua provincia. Perché qui è nata lassociazione Cosa
Nostra, qui ha costruito le sue vocazioni, da qui è
partita per colonizzare gli States, qui si è sempre sentita al
riparo, protetta, qui ha messo a punto militarmente, e in parte politicamente,
gli attacchi stragisti di Milano, Firenze e Roma, qui ha fissato, dopo
le intemperie giudiziarie della metà degli anni Novanta, il suo
zoccolo duro.
Ed è qui, dalle meravigliose coste che vanno da Castellammare del
Golfo fino a Mazara del Vallo, dai templi greci di Selinunte al teatro
antico di Segesta, che sta nascendo la nuova mafia. Che contratta quando
è ora di contrattare, che spara quando è ora di sparare,
che vota bene quando è ora di votare bene. Sempre al passo con
i tempi che cambiano.
Non è una questione di impunità: si può finire dentro,
anche per sempre, e continuare a comandare. Come Mariano Agate o Andrea
Mangiaracina, che parlano, fanno segni ai parenti, mandano pizzini dal
carcere. Ci sono ancora e si fanno sentire dallex-inferno del 41-bis.
In tutta la provincia di Trapani ci sono circa cento arresti allanno
per associazione mafiosa; in proporzione agli abitanti è come se
nella sola Palermo ce ne fossero oltre mille lanno. Ed è
lo stesso sangue da sempre quello che scorre nelle vene della classe criminale
dominante a Trapani: Bonanno, Magaddino, Milazzo, Messina Denaro, Virga,
Bastone, Mangiaracina, Agate
Corleonesi ante-litteram. Le chiavi della storia del Novecento di Trapani
sono in mano a Cosa Nostra; gli affiliati sono insieme i protagonisti
e i narratori.
Se la capitale della mafia è stata fino ai primi anni Ottanta Palermo,
per poi trasferirsi nelle campagne, tra i viddani di Riina, a Trapani
il bastone del comando non è mai passato di mano. A guardare i
curricula di Francesco Messina Denaro e Vito Mangiaracina, dei Bonanno
e degli Agate, si capisce che loro erano i Corleonesi ante-litteram, prima
che quei picciotti di paese facessero parlare il mondo. Perché
se a Palermo e poi a Corleone ha trovato sede il governo di Cosa Nostra,
a Trapani cè, da sempre, il ministero degli Esteri dellonorata
società e, secondo alcuni, anche quello del Tesoro.
(CONTINUA SULLA RIVISTA)
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Non
solo mafia
di Nicola Biondo e Rino Giacalone
I misteri
di Trapani vanno oltre gli affari di Cosa Nostra e riguardano anche Servizi
segreti e massoneria. Oltre a potenti burocrati e professionisti, nella
città ha operato anche Alì Agca, laffiliato dei Lupi
Grigi autore dellattentato a Giovanni Paolo II
Il reticolo
degli affari di Cosa Nostra con il Medioriente, le Americhe e la Turchia
sarebbe entrato a far parte di alcune delle più importanti inchieste
della magistratura: quella sul commercio di armi e droga compiuta da Carlo
Palermo, il procedimento Pizza Connection avviato dal pool palermitano
di Giovanni Falcone e infine quello sullattentato a Papa Wojtyla
istruito da Rosario Priore.
I misteri trapanesi, come spiega Giuffrè, sono legati a questi
rapporti che Cosa Nostra intrattiene da decenni in luoghi pronti ad accogliere
chi ha amicizie e potere da portare in dono e da ricevere, e che compongono
una famigerata alleanza descritta in migliaia di atti giudiziari: la trimurti
mafia-Servizi segreti-massoneria. «Cera anche qualcosa che
è andato oltre Cosa Nostra, un rapporto che è durato 40
anni e cè stato qualche cosa che li ha legati allinizio
che poi sono andati sempre perfettamente daccordo racconta
ancora Giuffrè allFbi per spiegare la potenza della mafia
trapanese . Tutto questo amore, tra virgolette, che il Riina aveva
per questa zona era appositamente che cè qualche cosa di
molto importante. Questo qualcosa di molto importante, appositamente,
è Castellammare. Castellammare è stata anche una miniera
di notizie, che poi arrivano tramite Cosa Nostra, anche a livello di Servizi
segreti, cioè è stato tutto un punto, e lo è, strategico
importantissimo
Cioè, hanno trovato rifugio, punto di incontro
tutte le persone in ombra più importanti per un lunghissimo periodo,
e a livello massonico e a livello di Servizi segreti. Cioè, sotto
ci sono parecchie cose molto molto molto importanti e pericolose. Tranquillamente
possiamo dire che è il punto strategico».
Spy story, ma i morti sono veri. Sembra un romanzo, uno di quei
racconti che i sepolcri imbiancati del garantismo nostrano
bollano come dietrologia. E allora bisognerebbe raccontarla questa favola
dietrologica, le cui realtà, queste sì inconfutabili, rimangono
le raffinerie di droga e gli sportelli bancari 0,44 ogni mille
abitanti, una percentuale da paradiso fiscale, dove affluiscono il 40%
dei depositi di tutta lisola i comitati daffari e le
logge massoniche coperte (vedi box a fianco), inaugurate dal gran maestro
Licio Gelli, dove si incontravano mafiosi latitanti e a piede libero,
politici e imprenditori, uomini daffari trapanesi e oscuri trafficanti
bulgari e turchi. Questa realtà da spy story fatta di aeroporti
militari abbandonati di giorno e affollati di notte, di basi di Gladio
e comunità di recupero di tossicodipendenti come la Saman. Questa
favola dietrologica che odora di paura e morte: quella di Ciaccio Montalto
(vedi box p.33) e del giudice Giacomelli, di Mauro Rostagno (vedi box
p. 36), di Barbara Asta e dei suoi due figli (vedi box p. 34): tutti delitti
dove se cè il colpevole è la Cupola, ma se si chiede
il movente, la giustizia allarga le braccia e sembra dire, che bisogno
cè di sapere il motivo, è la mafia.
(CONTINUA SULLA RIVISTA)
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Il
volto vincente di Cosa Nostra
di Nicola Biondo e Rino Giacalone
Matteo
Messina Denaro, ministro degli Esteri di Cosa Nostra, è
latitante grazie alla cosiddetta zona grigia di cui la mafia si nutre.
Molti dei favoreggiatori sono stati scoperti, ma puntualmente soppiantati,
perché nel contesto culturale trapanese ladoperarsi in favore
di organizzazioni criminali viene avvertito come dovuto e pagante
Arresti,
scandali e condanne a Trapani non debbono far notizia, meglio che non
siano conosciuti. Se proprio non li si può tacere, bisogna scriverli
sui giornali in modo tale che si capisca poco. Ma di segnali ce ne sono
tanti a Trapani. Fatti allapparenza inspiegabili che, però,
alla fine una ragione lhanno sempre.
Beati i perseguitati
. Segnali. Uno lo si colse il
25 febbraio del 1998, giorno dei funerali di Calogero Minore, il boss
trapanese deceduto di morte naturale, fratello di Salvatore che ebbe sorte
diversa e violenta, strangolato e sciolto nellacido dai Corleonesi
nel novembre del 1982. Calogero, invece, è morto nel suo letto
e senza che i processi in corso nei suoi confronti fossero stati chiusi.
È morto come un vero patriarca, senza carte macchiate, ma tutti
sapevano chi era. Le esequie nella chiesa più importante della
città, a pochi metri dalla sua casa, nella Basilica dellAnnunziata.
Rione Borgo, regno dei Minore. Dentro, la chiesa stracolma, fuori, altra
gente assiepata, negozi chiusi in segno di lutto. La deferenza della città
mostrata al boss e ai suoi parenti, oltre quello che poteva essere lestremo
saluto. Le presenze in quella chiesa hanno reso percepibile in che modo
la società trapanese in questi anni è cresciuta, allombra
di un uomo rispettato sino allultimo, con un necrologio secondo
una tradizione che continua ancora oggi come per un altro patriarca, Francesco
Messina Denaro. Caliddo Minore venne così ricordato sul quotidiano
più letto della città, il «Giornale di Sicilia»:
Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà,
agli occhi degli stolti parve che morissero. Mai messaggio poteva
essere così chiaro. Per Francesco Messina Denaro il figlio Matteo
aveva pubblicato il suo commiato: Beati i perseguitati, perché
di essi sarà il regno dei cieli.
(CONTINUA SULLA RIVISTA)
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C'è
bisogno della società civile
di Emanuela Zuccalà
Lanno
scorso era a Palermo, capo di quella Squadra mobile che ha stanato Bernardo
Provenzano. Oggi è Questore a Trapani, a caccia di Matteo Messina
Denaro. Giuseppe Gualtieri ci racconta la mafia trapanese e lancia un
appello: per sconfiggerla è necessaria la collaborazione di tutti
i cittadini
La scorsa
primavera è stato intervistato dai giornali di mezzo mondo come
luomo che ha stanato il superlatitante Bernardo Provenzano. Allora
Giuseppe Gualtieri calabrese, in Polizia dal 1983, una lunga esperienza
di contrasto alla Ndrangheta era capo della Squadra mobile
di Palermo. Da settembre è questore a Trapani. E non a caso: se
ha preso il boss corleonese, ha buone probabilità di arrivare anche
allultimo grande latitante di Cosa Nostra, quel Matteo Messina Denaro
(vedi art. p. 39) che lo stesso Provenzano indicava come suo delfino,
padrone della Sicilia occidentale. Abbiamo incontrato Gualtieri nel suo
ufficio in Questura.
Quale società civile ha trovato a Trapani?
Una società in evoluzione, che cerca di avventurarsi in nuove imprese
economiche per crescere. Ed è naturale che, quando ci sono investimenti
e leconomia è viva, aumentano gli appetiti della mafia e
della criminalità organizzata in genere. Quella di Trapani è
una borghesia operosa, tradizionalmente tranquilla, che però non
è ancora attrezzata mentalmente a unopera di vigilanza e
di denuncia del fenomeno mafioso.
Storicamente questa provincia ha occupato una posizione strategica negli
interessi della mafia, e ogni anno sono un centinaio gli arresti per associazione
mafiosa. A Trapani lo Stato è Cosa Nostra?
No, assolutamente. Proprio il numero degli arresti e la loro continuità
dimostrano una presenza costante della Magistratura e delle Forze dellordine.
Inoltre questa provincia è fra le prime in Italia non solo nella
confisca dei beni mafiosi, ma anche nella loro assegnazione, che è
unoperazione ben più difficile della semplice confisca. Qui
lo Stato cè. Il problema, piuttosto, è la connotazione
di Cosa Nostra, che è questione ben diversa dalla presenza dello
Stato.
(CONTINUA SULLA RIVISTA)
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