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«In
alcune parti della città di Napoli non vi è nulla della
civiltà, ma solo una condizione paragonabile a quella di molti
paesi africani nei quali le guerre civili fanno sì che i ragazzini
vengano armati e mandati al macello senza alcuna cognizione di quella
che sarà la loro sorte. La devastazione psicologica che subiscono
quei bambini non è molto diversa da quella che ragazzini di pari
età sono costretti a subire in alcune parti dellevoluta Italia»:
lo scrive un magistrato napoletano, Roberto Donatiello, nella sentenza
di condanna dei sei giovani assassini di Carmela Attrice. I motivi del
delitto li spiega ancora il magistrato. «Lomicidio costituisce
uno degli episodi che hanno segnato in maniera indelebile quella faida
di Camorra scoppiata a Napoli verso la fine del 2004 e durata non pochi
mesi, nel corso dei quali appartenenti alloriginario gruppo criminale
capeggiato da Paolo Di Lauro si sono scontrati in maniera estremamente
cruenta in una guerra che non solo a visto coinvolti gli appartenenti
al sodalizio criminale, ma anche persone estranee alle logiche associative
e semplicemente legate da rapporti di parentela e amicizia con esponenti
di una delle due fazioni in lotta». E ancora: «La vittima
aveva due colpe, se di colpe si può parlare. La prima era di essere
la madre di un ragazzo che frequentava gli ambienti criminali di Secondigliano
e che, suo malgrado, era rimasto in qualche modo coinvolto nel conflitto.
La seconda era quella di abitare nelle cosiddette Case Celesti
di Secondigliano che stanno e dovevano restare sotto il controllo del
sodalizio criminoso facente capo alla famiglia Di Lauro».
Il girone delle Case Celesti. Il «paese africano» descritto
dal giudice è uno dei tanti inferni realizzati ai bordi della città
(in questo caso a Scampia) con i fondi stanziati dalla ricostruzione.
Un inferno i cui gironi si chiamano Vele, Bronx, Rione dei Fiori, Pazzigno.
Le Case Celesti sono il regno di Gennaro Mc Kay Marino, uno
dei leader dei cosiddetti scissionisti, quelli che nel 2004
hanno scatenato una guerra che ha provocato finora una settantina di morti
e che sta seminando il terrore nella zona nord di Napoli. Le palazzine
non sono mai state collaudate e quindi non sono state consegnate dal commissariato
di governo ai legittimi assegnatari. Gli abitanti sono tutti abusivi e
lente locale non sa nemmeno chi siano. Lo sanno, invece, i clan.
Quando nel 2004, Marino e i suoi decisero di mettersi in proprio
le Case Celesti (al confine tra Secondigliano e Scampia) e il vicino parco
delle poste, originariamente costruito dallente per dare unabitazione
ai propri dipendenti e successivamente occupato da abusivi di ogni tipo,
divennero le loro basi operative. Per la gente normale, quella che lavora
per vivere e non ha legami con i clan, fu linferno. Un inferno dal
quale né il Comune, che pure è proprietario degli alloggi,
né le forze dellordine né la prefettura vogliono liberarli.
Nonostante le lettere (quasi tutte anonime) arrivate agli enti gestori
e lallarme dei magistrati che nel 2005 furono ascoltati dallantimafia,
i boss continuano a sgomberare intere famiglie, a sistemare i gregari
dove e come vogliono, a imporre il coprifuoco e perfino a organizzare
le sommosse popolari contro polizia e carabinieri. Come successe dopo
larresto di Cosimo Di Lauro, quando i guaglioni del
clan bussarono alle porte degli abitanti del Rione dei Fiori (il rione
di edilizia pubblica governato dai Di Lauro) obbligando giovani e vecchi
a scendere in strada per protestare contro i carabinieri. Furono bruciate
diverse auto dei militari e seguirono ore di guerriglia.
Sanatorie,
panacea per ogni male. A Scampia, come in tutti gli altri ghetti della
periferia napoletana, gli abitanti dei 58mila alloggi costruiti a Napoli
dallo Stato e gestiti dai clan possono essere in qualsiasi momento sfrattati,
deportati, costretti a nascondere droga o armi, obbligati a non uscire
di casa quando ai boss serve campo libero. Boss che ricavano milioni e
milioni di euro dal traffico di droga, dalle estorsioni e dagli appalti,
continuano ad abitare negli alloggi degli enti pubblici perché
la presenza nei ghetti di Scampia, Secondigliano, San Giovanni, Ponticelli,
permette ai clan di mantenere il capillare controllo del territorio. Una
situazione drammatica favorita dalle leggi regionali del 94 e del
98 che hanno sanato le occupazioni delle case degli enti: molte
erano state dettate dal bisogno, molte altre sono state volute dalla Camorra
che dispone a suo piacimento delle case che dovrebbero essere gestite
dal Comune e dallistituto autonomo case popolari (Iacp). E ora il
consiglio comunale sta vagliando lipotesi di una nuova sanatoria.
Finora mille e cinquecento persone sono state denunciate dallIacp
per lassalto agli alloggi, più di mille segnalazioni sono
state avanzate allautorità giudiziaria dal Comune di Napoli,
seimila richieste di regolarizzazione di acquisizioni illegali tra Napoli
e Provincia sono arrivate allIacp, almeno quattromila al Comune
di Napoli.
Le chiavi di casa? Al boss. Cifre che raccontano storie di abusi
e illegalità che, anno dopo anno, stanno trasformando il volto
della città e ne stanno consegnando fette progressivamente più
ampie alla criminalità organizzata. Nel 2005 il giudice Giovanni
Corona parlò alla commissione antimafia di interi rioni nelle mani
dei boss. A San Giovanni, in quella che una volta era la periferia industriale,
i clan vincenti succedono ai vinti nella gestione dei rioni di edilizia
popolare. Corona ha spiegato allAntimafia: «Tutti gli abitanti
legati ai Rinaldi e ai Reale sono stati sostituiti dai Mazzarella e quindi
sfrattati». Non è stato organizzato un censimento vero e
proprio, ma dalle segnalazioni e dalle successive verifiche effettuate
dallufficio casa del Comune sono almeno venticinque le famiglie
abusive sistemate dal clan vincente nel solo rione di Taverna del Ferro
(144 alloggi in tutto). E ancora oggi gli abitanti dei rioni dominati
dai clan sono spesso costretti a lasciare le chiavi nelle toppe: le case
diventano nascondigli per droga e armi quando irrompono polizia e carabinieri.
Gli ascensori sono tutti in disuso: gli affiliati dei clan ritengono che
sia molto meglio costringere tutti a utilizzare le scale per controllare
chi entra e chi esce. Spiega Corona allAntimafia: «Il controllo
del territorio si concretizza nel dare unabitazione ai soggetti
che appartengono allorganizzazione, per cui se un gruppo perde il
controllo del territorio deve perdere anche il controllo degli alloggi.
Di conseguenza nelle Case Celesti tutti quelli che erano legati
a Gennaro Marino sono stati cacciati via».
Terremoto, faide e senzatetto. Nonostante lallarme dei magistrati
e i ripetuti summit in prefettura, i clan non sono stati sgomberati. E
del resto, quando nel 98 furono sgomberati gli abusivi sistemati
dal clan Reale nel rione Pazzigno e dai Formicola a Taverna del Ferro,
nessuno dei legittimi assegnatari volle occupare gli appartamenti strappati
alle cosche. Così dopo qualche mese gli alloggi furono nuovamente
occupati dai gregari dei boss. A più di venti anni dalla fine dei
lavori, i rioni realizzati con i fondi stanziati per la ricostruzione
dopo il sisma dell80 vivono nella più completa illegalità.
Quando, alle 19,43 del 23 novembre 1980, un sisma di magnitudo 7 della
scala Richter si abbatté su Campania e Basilicata, nessun napoletano
poteva immaginare che cosa sarebbe seguito. I morti sarebbero stati in
realtà molti di più dei 2.735 inghiottiti dalla terra nei
90 secondi della scossa: da allora le guerre scatenate dai boss per accaparrarsi
gli appalti della ricostruzione hanno provocato una media di duecento
vittime allanno. Né era facile credere che i 50mila senzatetto
di Napoli fossero destinati a moltiplicarsi allinfinito, tanto da
rendere insufficienti le 150mila abitazioni realizzate dallo Stato.
Quellipoteca sui feudi dei clan. Del resto sono lievitate
anche le spese: nel 2000 erano stati spesi 58.640 miliardi di lire e con
la finanziaria del 2006 sono stati stanziati altri 100 milioni di euro.
E se è cosa nota, e anche parzialmente provata dai magistrati,
che a partire dal 27 aprile dell81 con il rapimento di Ciro Cirillo
(assessore regionale ai Lavori pubblici in quota Dc, ndr.) la Camorra
mise una seria ipoteca su quella pioggia di miliardi, è molto meno
chiaro quello che successe a case, scuole, biblioteche, teatri, impianti
sportivi pagati dalla collettività a caro prezzo. Già nei
giorni successivi alla scossa, centinaia di strutture furono occupate
da migliaia di famiglie. Non furono sgomberate né furono disposti
controlli accurati per stabilire se le loro abitazioni fossero state realmente
lesionate. Ma lessersi stabiliti in strutture pubbliche divenne
un titolo necessario per salire nelle graduatorie per lassegnazione
di un alloggio. Furono assaltate anche le Vele di Scampia realizzate con
i fondi della legge 167 e nell80 non ancora completate: mancavano
gli allacci fognari. Ciononostante furono occupate prima le case, poi
i negozi e infine gli scantinati. In alcuni stabili i primi occupanti
si organizzarono per difendersi e impedire altri ingressi. Dieci anni
dopo, nel 90, ultimati i primi rioni della ricostruzione, il fenomeno
si ripeté. Senza alcun preavviso, a febbraio, alla vigilia delle
elezioni in 48 ore furono occupati 4mila alloggi in gran parte incompleti.
Anche in questo caso, nonostante fosse ormai chiaro che si trattava di
un fenomeno organizzato, non ci fu alcun intervento. Anzi cominciò
la gara tra i leader di tutti i partiti per chiedere le sanatorie che
regolarmente arrivarono nel 94 e nel 98 anche se, a quel punto,
era ormai chiaro che i clan erano riusciti a gestire le occupazioni approfittando
del bisogno di migliaia di disperati. Così la Camorra, arricchitasi
con i subappalti che le ditte concessionarie dei lotti della ricostruzione
si erano affrettate ad assegnare, creò i propri feudi nei ghetti
delle periferie distrutte. E la storia continua.
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