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Luglio/Agosto 2007

Il controllo delle case abusive
'O Sistema immobiliare

di Daniela De Crescenzo

Vele, Bronx, Pazzigno sono alcuni dei famigerati rioni costruiti con fondi statali, ma abitati interamente da abusivi. Ad “amministrare” questi miseri ghetti, privi anche dei servizi primari, ci pensa la Camorra, che li ha trasformati nelle proprie basi operative. I clan sono l’unico “ente” deputato a sfrattare, sgomberare, controllare il territorio e, quando scoppiano faide e scissioni, anche a uccidere. Ma il Comune, nonostante l’allarme dei magistrati, pensa a un’altra sanatoria



«In alcune parti della città di Napoli non vi è nulla della civiltà, ma solo una condizione paragonabile a quella di molti paesi africani nei quali le guerre civili fanno sì che i ragazzini vengano armati e mandati al macello senza alcuna cognizione di quella che sarà la loro sorte. La devastazione psicologica che subiscono quei bambini non è molto diversa da quella che ragazzini di pari età sono costretti a subire in alcune parti dell’evoluta Italia»: lo scrive un magistrato napoletano, Roberto Donatiello, nella sentenza di condanna dei sei giovani assassini di Carmela Attrice. I motivi del delitto li spiega ancora il magistrato. «L’omicidio costituisce uno degli episodi che hanno segnato in maniera indelebile quella faida di Camorra scoppiata a Napoli verso la fine del 2004 e durata non pochi mesi, nel corso dei quali appartenenti all’originario gruppo criminale capeggiato da Paolo Di Lauro si sono scontrati in maniera estremamente cruenta in una guerra che non solo a visto coinvolti gli appartenenti al sodalizio criminale, ma anche persone estranee alle logiche associative e semplicemente legate da rapporti di parentela e amicizia con esponenti di una delle due fazioni in lotta». E ancora: «La vittima aveva due colpe, se di colpe si può parlare. La prima era di essere la madre di un ragazzo che frequentava gli ambienti criminali di Secondigliano e che, suo malgrado, era rimasto in qualche modo coinvolto nel conflitto. La seconda era quella di abitare nelle cosiddette “Case Celesti” di Secondigliano che stanno e dovevano restare sotto il controllo del sodalizio criminoso facente capo alla famiglia Di Lauro».

Il girone delle Case Celesti. Il «paese africano» descritto dal giudice è uno dei tanti inferni realizzati ai bordi della città (in questo caso a Scampia) con i fondi stanziati dalla ricostruzione. Un inferno i cui gironi si chiamano Vele, Bronx, Rione dei Fiori, Pazzigno. Le Case Celesti sono il regno di Gennaro “Mc Kay” Marino, uno dei leader dei cosiddetti “scissionisti”, quelli che nel 2004 hanno scatenato una guerra che ha provocato finora una settantina di morti e che sta seminando il terrore nella zona nord di Napoli. Le palazzine non sono mai state collaudate e quindi non sono state consegnate dal commissariato di governo ai legittimi assegnatari. Gli abitanti sono tutti abusivi e l’ente locale non sa nemmeno chi siano. Lo sanno, invece, i clan. Quando nel 2004, Marino e i suoi decisero di “mettersi in proprio” le Case Celesti (al confine tra Secondigliano e Scampia) e il vicino “parco delle poste”, originariamente costruito dall’ente per dare un’abitazione ai propri dipendenti e successivamente occupato da abusivi di ogni tipo, divennero le loro basi operative. Per la gente normale, quella che lavora per vivere e non ha legami con i clan, fu l’inferno. Un inferno dal quale né il Comune, che pure è proprietario degli alloggi, né le forze dell’ordine né la prefettura vogliono liberarli. Nonostante le lettere (quasi tutte anonime) arrivate agli enti gestori e l’allarme dei magistrati che nel 2005 furono ascoltati dall’antimafia, i boss continuano a sgomberare intere famiglie, a sistemare i gregari dove e come vogliono, a imporre il coprifuoco e perfino a organizzare le sommosse popolari contro polizia e carabinieri. Come successe dopo l’arresto di Cosimo Di Lauro, quando i “guaglioni” del clan bussarono alle porte degli abitanti del Rione dei Fiori (il rione di edilizia pubblica governato dai Di Lauro) obbligando giovani e vecchi a scendere in strada per protestare contro i carabinieri. Furono bruciate diverse auto dei militari e seguirono ore di guerriglia.

Sanatorie, panacea per ogni male. A Scampia, come in tutti gli altri ghetti della periferia napoletana, gli abitanti dei 58mila alloggi costruiti a Napoli dallo Stato e gestiti dai clan possono essere in qualsiasi momento sfrattati, deportati, costretti a nascondere droga o armi, obbligati a non uscire di casa quando ai boss serve campo libero. Boss che ricavano milioni e milioni di euro dal traffico di droga, dalle estorsioni e dagli appalti, continuano ad abitare negli alloggi degli enti pubblici perché la presenza nei ghetti di Scampia, Secondigliano, San Giovanni, Ponticelli, permette ai clan di mantenere il capillare controllo del territorio. Una situazione drammatica favorita dalle leggi regionali del ’94 e del ’98 che hanno sanato le occupazioni delle case degli enti: molte erano state dettate dal bisogno, molte altre sono state volute dalla Camorra che dispone a suo piacimento delle case che dovrebbero essere gestite dal Comune e dall’istituto autonomo case popolari (Iacp). E ora il consiglio comunale sta vagliando l’ipotesi di una nuova sanatoria. Finora mille e cinquecento persone sono state denunciate dall’Iacp per l’assalto agli alloggi, più di mille segnalazioni sono state avanzate all’autorità giudiziaria dal Comune di Napoli, seimila richieste di regolarizzazione di acquisizioni illegali tra Napoli e Provincia sono arrivate all’Iacp, almeno quattromila al Comune di Napoli.

Le chiavi di casa? Al boss. Cifre che raccontano storie di abusi e illegalità che, anno dopo anno, stanno trasformando il volto della città e ne stanno consegnando fette progressivamente più ampie alla criminalità organizzata. Nel 2005 il giudice Giovanni Corona parlò alla commissione antimafia di interi rioni nelle mani dei boss. A San Giovanni, in quella che una volta era la periferia industriale, i clan vincenti succedono ai vinti nella gestione dei rioni di edilizia popolare. Corona ha spiegato all’Antimafia: «Tutti gli abitanti legati ai Rinaldi e ai Reale sono stati sostituiti dai Mazzarella e quindi sfrattati». Non è stato organizzato un censimento vero e proprio, ma dalle segnalazioni e dalle successive verifiche effettuate dall’ufficio casa del Comune sono almeno venticinque le famiglie abusive sistemate dal clan vincente nel solo rione di Taverna del Ferro (144 alloggi in tutto). E ancora oggi gli abitanti dei rioni dominati dai clan sono spesso costretti a lasciare le chiavi nelle toppe: le case diventano nascondigli per droga e armi quando irrompono polizia e carabinieri. Gli ascensori sono tutti in disuso: gli affiliati dei clan ritengono che sia molto meglio costringere tutti a utilizzare le scale per controllare chi entra e chi esce. Spiega Corona all’Antimafia: «Il controllo del territorio si concretizza nel dare un’abitazione ai soggetti che appartengono all’organizzazione, per cui se un gruppo perde il controllo del territorio deve perdere anche il controllo degli alloggi. Di conseguenza nelle “Case Celesti” tutti quelli che erano legati a Gennaro Marino sono stati cacciati via».

Terremoto, faide e senzatetto. Nonostante l’allarme dei magistrati e i ripetuti summit in prefettura, i clan non sono stati sgomberati. E del resto, quando nel ’98 furono sgomberati gli abusivi sistemati dal clan Reale nel rione Pazzigno e dai Formicola a Taverna del Ferro, nessuno dei legittimi assegnatari volle occupare gli appartamenti strappati alle cosche. Così dopo qualche mese gli alloggi furono nuovamente occupati dai gregari dei boss. A più di venti anni dalla fine dei lavori, i rioni realizzati con i fondi stanziati per la ricostruzione dopo il sisma dell’80 vivono nella più completa illegalità. Quando, alle 19,43 del 23 novembre 1980, un sisma di magnitudo 7 della scala Richter si abbatté su Campania e Basilicata, nessun napoletano poteva immaginare che cosa sarebbe seguito. I morti sarebbero stati in realtà molti di più dei 2.735 inghiottiti dalla terra nei 90 secondi della scossa: da allora le guerre scatenate dai boss per accaparrarsi gli appalti della ricostruzione hanno provocato una media di duecento vittime all’anno. Né era facile credere che i 50mila senzatetto di Napoli fossero destinati a moltiplicarsi all’infinito, tanto da rendere insufficienti le 150mila abitazioni realizzate dallo Stato.

Quell’ipoteca sui feudi dei clan. Del resto sono lievitate anche le spese: nel 2000 erano stati spesi 58.640 miliardi di lire e con la finanziaria del 2006 sono stati stanziati altri 100 milioni di euro. E se è cosa nota, e anche parzialmente provata dai magistrati, che a partire dal 27 aprile dell’81 con il rapimento di Ciro Cirillo (assessore regionale ai Lavori pubblici in quota Dc, ndr.) la Camorra mise una seria ipoteca su quella pioggia di miliardi, è molto meno chiaro quello che successe a case, scuole, biblioteche, teatri, impianti sportivi pagati dalla collettività a caro prezzo. Già nei giorni successivi alla scossa, centinaia di strutture furono occupate da migliaia di famiglie. Non furono sgomberate né furono disposti controlli accurati per stabilire se le loro abitazioni fossero state realmente lesionate. Ma l’essersi stabiliti in strutture pubbliche divenne un titolo necessario per salire nelle graduatorie per l’assegnazione di un alloggio. Furono assaltate anche le Vele di Scampia realizzate con i fondi della legge 167 e nell’80 non ancora completate: mancavano gli allacci fognari. Ciononostante furono occupate prima le case, poi i negozi e infine gli scantinati. In alcuni stabili i primi occupanti si organizzarono per difendersi e impedire altri ingressi. Dieci anni dopo, nel ’90, ultimati i primi rioni della ricostruzione, il fenomeno si ripeté. Senza alcun preavviso, a febbraio, alla vigilia delle elezioni in 48 ore furono occupati 4mila alloggi in gran parte incompleti. Anche in questo caso, nonostante fosse ormai chiaro che si trattava di un fenomeno organizzato, non ci fu alcun intervento. Anzi cominciò la gara tra i leader di tutti i partiti per chiedere le sanatorie che regolarmente arrivarono nel ’94 e nel ’98 anche se, a quel punto, era ormai chiaro che i clan erano riusciti a gestire le occupazioni approfittando del bisogno di migliaia di disperati. Così la Camorra, arricchitasi con i subappalti che le ditte concessionarie dei lotti della ricostruzione si erano affrettate ad assegnare, creò i propri feudi nei ghetti delle periferie distrutte. E la storia continua.