|
Un
mestiere difficile
di m.n.
Apriamo
questo dossier su un argomento vasto e complesso come quello del rapporto
tra mafia e informazione che avrà seguito con ulteriori
articoli sui prossimi numeri della rivista con una considerazione
che non vuole essere né unassoluzione della categoria giornalistica
dalle accuse di inadempienza rispetto al proprio dovere di informare sui
temi della criminalità organizzata né una excusatio non
petita, bensì una semplice constatazione della realtà: raccontare
le mafie e luniverso multiforme che ruota attorno ad esse è
tuttaltro che semplice.
Impenetrabile per definizione. Le difficoltà derivano dalla
natura stessa dellargomento: organizzazioni criminali ultracentenarie
fortemente radicate sul territorio, associazioni segrete difficilmente
penetrabili ed estremamente violente, inserite in un reticolo di rapporti
e legami con settori dei poteri legali. Quello mafioso è un fenomeno
in continua evoluzione per molti versi oscuro anche per la magistratura,
la quale ne ha avuto una visione più nitida negli ultimi ventanni
grazie al fenomeno dei collaboratori di giustizia, che hanno illustrato
riti, strutture, codici donore. Prima quel che si sapeva derivava
dalle informazioni dei delatori, dei confidenti di polizia, dalle lettere
anonime: informazioni poco spendibili in tribunale, spesso contradditorie
e finalizzate a una strumentalizzazione dellazione giudiziaria per
fini criminali da parte dei mafiosi stessi.
Riflettori
spenti, grazie. La strategia dellinabissamento, che permette
di gestire i propri affari in tranquillità, è la condizione
di normalità in cui operano le mafie. I periodi di emersione, di
attacco diretto alle istituzioni, corrispondono a periodi di crisi dellassociazione:
guerre interne, frizioni con la politica e così via.
Chi accende i riflettori sulle loro attività è un nemico.
Lo sono i magistrati in prima linea, le forze dellordine, i politici
sensibili al tema costretti a vivere tutelati da sistemi di sicurezza
a volte imponenti. E lo sono i giornalisti che, in unipotetica catena
di personaggi che si occupano di mafia, costituiscono lanello debole.
I quali non possono svolgere la loro funzione (che è quella di
muoversi liberamente sul territorio, parlare con la gente, scovare documenti)
seguiti da una scorta. Non possono lavorare chiusi in un bunker come facevano
i magistrati del pool di Falcone e Borsellino. Non posso vivere in una
caserma della Guardia di finanza come faceva Antonino Caponnetto. Pena
limpossibilità di fare il proprio lavoro. Eppure raccontare
la mafia non è un mestiere privo di rischi, specie per gli osservatori
più attenti, in particolare per coloro che, per dirla con Montanelli
non lasciano nella penna le notizie migliori. I quali devono
svolgere il proprio lavoro potendo contare sulle stesse tutele e garanzie
di cui dispone il cronista sportivo o di gossip. Ma i mafiosi e i fiancheggiatori
di ogni risma sono molto attenti a quel che si scrive e si dice di loro,
soppesano parola per parola, e fanno pagare conti salati a chi passa il
segno. I nove giornalisti caduti per mano mafiosa tra il 1960 e il 1993
(caso unico in Europa) sono lì a testimoniarlo. Chi scrive di mafia
ha ben presente i loro nomi e il loro tragico destino.
Chi tutela il giornalista? Dino Paternostro, sindacalista e giornalista
residente a Corleone, collaboratore di «Narcomafie», ha subito
linverno scorso un attentato incendiario che ha distrutto la sua
auto (cfr. «Narcomafie» n. 2/06). In quelloccasione
ci fece notare un aspetto della mentalità mafiosa: «Se di
mafia scrive Giorgio Bocca non succede niente, se lo fa un siciliano la
storia e la cronaca raccontano reazioni ben diverse. In Cosa Nostra è
presente una specie di concezione familistica del mondo, secondo la quale
il siciliano che parla di mafia viene considerato un traditore dei suoi
compaesani». Recentemente lo ha verificato sulla propria pelle Roberto
Saviano, giovanissimo scrittore napoletano autore di Gomorra, libro-inchiesta
sulla malavita campana divenuta sistema, rivelatosi in pochi mesi un best
seller da oltre centomila copie vendute (cfr. «Narcomafie»
n. 7-8/06). Attualmente vive sotto tutela delle forze dellordine,
una misura decisa in seguito allintensificarsi delle minacce nei
suoi confronti verificatosi dopo lincontro pubblico di ottobre a
Casal di Principe a fianco del presidente della Camera Bertinotti. In
quelloccasione, rivolgendosi ai clan della zona, aveva gridato dal
palco: «Schiavone, Zagaria, Iovene, voi non non avete nulla!».
E poi al pubblico: «Loro poggiano la loro potenza sulla vostra paura.
Se ne devono andare da questa terra, se ne devono andare!». Tra
il pubblico era presente anche un parente del boss Francesco Schiavone
(detto Sandokan, capo clan di Casal di Principe in carcere
da alcuni anni) il quale prendeva nota delle reazioni dei presenti. Il
lavoro dinchiesta di Saviano era fondato sulla libertà di
movimento e il contatto con la gente. Ora, almeno per un periodo, vi dovrà
rinunciare. Mentre i magistrati possono compiere le proprie funzioni anche
vivendo in un regime di libertà molto ristretto, per il giornalista
tale condizione non è concepibile. Sta alla sua sensibilità
individuare i propri limiti, i rischi che si devono evitare e quelli che
si possono ragionevolmente correre. Una responsabilità pesante,
che non deve stupire se in molti casi induce a una prudente autocensura.
Corsi e ricorsi. Per non parlare delle intimidazioni a cui sono (siamo)
sottoposti quotidianamente attraverso larma della querela e del
risarcimento danni. Per una piccola realtà editoriale perdere una
causa di risarcimento può essere esiziale. Ma anche i grandi giornali,
alla lunga, possono scegliere di convogliare gli sforzi dei propri giornalisti
su questioni meno scivolose, preferendo articoli di carattere descrittivo-cronachistico
rispetto alle incognite di carattere giudiziario che qualunque inchiesta
seria può comportare. Queste ultime, di solito, vengono prodotte
solo in tempo di emergenza, a ridosso di fatti eclatanti, sullonda
dellindignazione popolare. È, quello della ciclicità
dellinformazione, un problema serio: quando la mafia alza il tiro
i media macinano servizi di qualità decisamente superiore, accettano
di sobbarcarsi i costi onerosi che qualunque inchiesta seria comporta
(distaccare uno o più giornalisti su un determinato tema per settimane
o mesi, rimborsare viaggi, soggiorni etc.). Passata la crisi si torna
alla normalità, cioè al resoconto della giornata, alla cronaca
nera o giudiziaria.
Leggere tra le righe. La cronaca nera è gradita ai lettori
ed è in linea con le esigenze degli editori: scrivere di sangue,
attentati, questioni inerenti la sicurezza che toccano da vicino
la sensibilità dei cittadini incrementa il numero di copie
vendute e fa impennare lo share di telegiornali e trasmissioni di approfondimento.
Indulgere su questo genere, però, comporta il rischio di scivolare
verso una visione semplicistica e folcloristica della questione mafiosa,
in particolare se si cede alla tentazione di raffigurarla come eterna
lotta tra guardie e ladri: forze dellordine e magistrati da una
parte, picciotti armati di lupara dallaltra.
La cronaca giudiziaria inerisce lesito processuale di quei fatti.
È più ostica, richiede maggiori competenze da parte del
cronista, che in poco spazio deve sintetizzare questioni molto complesse.
Il materiale giudiziario sulla mafia è una fonte insostituibile
di conoscenza. Nelle pieghe dei processi, nelle migliaia di pagine delle
motivazioni della sentenze si trovano fatti, circostanze, personaggi che
meritano di essere portati alla conoscenza del pubblico. Anche nei procedimenti
che si concludono con lassoluzione degli imputati possono trovarsi
elementi importanti per capire i contesti ambientali in cui cresce la
malapianta mafiosa, e il cronista attento può fornire un servizio
importante al cittadino dando pubblicità a fatti che altrimenti
sarebbero conosciuti da pochi addetti ai lavori. Tuttavia, lesigenza
di semplificazione si presta a errori o a vere e proprie strumentalizzazioni
che, viceversa, possono contribuire a diffondere fotografie pesantemente
artefatte della realtà.
Dolo o superficialità? Pensiamo al processo Andreotti. Quando
sulla gran parte dei giornali (anche di orientamento politico lontano
da quello del senatore a vita) si titolava, dopo la complessa sentenza
di appello confermata in Cassazione nel 2004, Andreotti assolto,
senza metterre in evidenza la parte delle motivazioni relativa alle responsabilità
penali del sette volte presidente del consiglio (accertate dai giudici
ma prescritte), ciò avveniva per precisa volontà di falsificazione
dei fatti, per errore o per superficialità? Riteniamo che ci sia
stata una combinazione di questi fattori, che ha prodotto un risultato
conforme alle aspettative di chi ha dolosamente operato per la mistificazione:
la convinzione diffusa che Andreotti sia stato assolto con formula piena
dagli addebiti gravissimi contestatigli. Tale erroneo convincimento è
servito, da una parte, ad assolvere una intera stagione politica, consentendo
agli eredi di continuare con gli stessi metodi, dallaltra a predisporre
un precedente giudiziario (virtuale) che consentisse la delegittimazione
preventiva dellazione dei magistrati di Palermo che stanno conducendo
importanti processi sui rapporti mafia e politica, ma che hanno
già perseguitato Andreotti ingiustamente. Un depistaggio
dalla verità che ha precluso la possibilità di trarre le
dovute conseguenze politiche da quella vicenda, o perlomeno di aprire
un dibattito serio sul merito della sentenza.
Non vorremmo aver bisogno di eroi. Cosa possiamo fare in più
e meglio come operatori dellinformazione? Certamente dai giornalisti
non si può pretendere leroismo, come da nessun altro cittadino.
Sono auspicabili ulteriori inchieste specie sul lato dei rapporti tra
mafia e poteri legali, anche se si rischiano pesanti attriti con la politica
(vedi art. p. 24, ndr.). Ma anche una cronaca nera e giudiziaria più
accurate possono fornire un servizio di cui il Paese ha profondamente
bisogno. Una nera che, invece di indulgere su particolari di folclore
(pensiamo alliconografia della figura di Provenzano, del quale ormai
conoscevamo anche le abitudini alimentari e le disposizioni delle cicatrici
sul corpo), cerchi di raccontare i fatti del giorno senza perdere di vista
levoluzione complessiva del fenomeno. Descrivere questo o quellomicidio
senza omettere di sottolineare, per esempio, il fatto che in Italia negli
ultimi dieci anni sono cadute oltre 2.500 persone per mano dei clan, molte
delle quali vittime innocenti. Senza perdere di vista il panorama di fondo
in cui si inseriscono.
Per quanto riguarda la giudiziaria, è doveroso mettere in campo
uno sforzo ulteriore di ricerca nellinesauribile miniera di informazioni
costituita dalle inchieste e soprattutto dalle sentenze della magistratura.
È un lavoro lungo e faticoso, che mal si concilia con i ritmi forsennati
dellinformazione dei nostri giorni, ma il cui valore è insostituibile.
Senza mai appiattirsi sui contenuti di quei documenti, senza perdere spirito
critico, senza ridursi a ufficio stampa delle procure, considerando
quei dati solo il punto di partenza dellanalisi, non quello di arrivo.
Ma non si può prescindere dalla mole di informazioni prodotte dal
corpo dello Stato istituzionalmente delegato allaccertamento della
verità processuale se si vuole ragionare in modo serio su un fenomeno
così pesantemente intrecciato con la storia del nostro Paese come
quello mafioso.
Se il bello non fa notizia. Infine, contribuire a mantenere accesa
la fiaccola della speranza. Le buone notizie, è noto, non
fanno notizia. Dobbiamo fare il possibile per ignorare, almeno di
tanto in tanto, questa regola di marketing giornalistico. La descrizione
catastrofista di situazioni oggettivamente drammatiche omette troppo spesso
di rilevare le esperienze positive di partecipazione, di buona amministrazione,
di riscatto sociale, di sacrificio che quotidianamente si realizzano nel
nostro Paese. Non si tratta di edulcorare la realtà, che va descritta
in tutta la sua effettiva brutalità. Si tratta di non lasciarsi
travolgere da una sorta di pessimismo esistenziale di stampo gattopardesco
che colpisce per primi coloro che fanno concretamente qualcosa di positivo,
infliggendo loro, oltre al fardello della solitudine in cui solitamente
agiscono, la beffa del silenzio e delloblio.
|
|
L'ostruzionismo
della politica
di
Marco Nebiolo
Perché
linformazione, in molti casi, rinuncia a denunciare le reticenze
e le connivenze di una politica che affronta con discontinuità
la questione mafiosa, dimostrando sensibilità solo a ridosso dei
periodi di emergenza? Perché non ne sottolinea con decisione le
inadempienze rispetto agli impegni presi sullonda dellindignazione
popolare per lultimo cadavere eccellente? Perché ripiega
sulla più accomodante cronaca dei fatti quotidiani? Riteniamo che
la risposta a queste domande sia insita in quella che le dottrine storiografica,
sociologica e giuridica individuano come radice della questione mafiosa:
i rapporti tra le mafie e il potere.
I termini dello scambio. Le mafie sono un potere criminale assai influente,
con il quale hanno storicamente interagito settori significativi dei poteri
legali, in primo luogo della politica e delleconomia. Cosa Nostra,
Ndrangheta e Camorra, attraverso lintimidazione e la violenza,
ma anche in virtù di una certa dose di consenso sociale, hanno
accumulato denaro e controllo del territorio, risorse molto ambite dai
poteri legali. Il denaro (parliamo di miliardi di euro) permette ai mafiosi
di infiltrarsi nelleconomia legale, riciclando e moltiplicando le
fonti di reddito, e con leffetto deleterio per lintera comunità,
nel lungo periodo, di rendere fradicio il mercato, che fagocita ed espelle
gradualmente gli imprenditori sani che usufruiscono esclusivamente di
canali di finanziamento leciti. Ma allinesauribile fonte di risorse
finanziarie di cui dispongogono le mafie non sono solo le imprese (e le
banche) ad abbeverarsi, senza preoccuparsi dellabisso da cui provengono:
anche la politica, i cui costi sono elevatissimi, chiude volentieri un
occhio di fronte allorigine di certi contributi. Li chiude entrambi
qundo si parla di beneficiare dei pacchetti di voto controllati dalle
mafie grazie alla propria ramificazione sul territorio. Cè
chi tende a minimizzare linfluenza delle cosche a livello elettorale
(basta leggere la relazione conclusiva della Commissione antimafia della
scorsa legislatura). Tuttavia non si deve dimenticare cosa accadde, solo
per fare un esempio tra i tanti, durante le elezioni politiche del 1987.
Secondo quanto riferito da numerosi collaboratori di giustizia, Cosa Nostra
decise di dare un avvertimento alla Dc ritenuta colpevole di lasciare
inevase alcune istanze dei boss e spostò parte del suoi
voti su Psi e Pri (impegnati in campagne garantiste, sullonda del
caso Tortora, ritenute vantaggiose dai mafiosi stretti nelle gabbie del
maxiprocesso). A livello nazionale limpatto di quella scelta fu
poco rilevante. Ma nelle zone ad alta densità mafiosa lo spostamento
fu notevolissimo. Nel volume Lalleanza e il compromesso
Umberto Santino riporta alcuni dati: a Palermo, nel quartiere Croceverde-Giardini
la Dc scese dal 68,12% al 33,35% mentre il Psi salì dal 14,6% al
26,6% e il Pri dallo 0,55% al 3%. Oscillazioni analoghe si verificarono
a Ciaculli e a Brancaccio. Ritenere irrilevanti questi dati locali sarebbe
ingenuo, in particolare se si considera che alle ultime elezioni politiche
lo schieramento di centrosinistra si è imposto alla Camera dei
deputati con un vantaggio di soli 24 mila voti.
Ovviamente le mafie traggono utilità fondamentali dal rapporto
con la politica: dallinfiltrazione negli appalti pubblici, a una
legislazione di favore, alla possibilità di far mettere la museruola
a magistrati ed esponenti delle forze di polizia troppo ligi al dovere.
In parole povere, ricchezza e sopravvivenza.
Mentre dunque settori delle istituzioni e della società civile
per decenni combattevano le mafie, altri settori intrecciavano con esse
rapporti di varia natura e ne ricavavano utilità di vario tipo,
garantendone lesistenza. Questa capacità di trovare appoggi
in settori impensabili della società spiega come sia possibile
che organizzazioni criminali costituite da poche migliaia di affiliati
non siano ancora state sconfitte nonostante la notevole profusione di
mezzi, il sacrificio di tanti uomini, laffinazione e il potenziamento
della legislazione di contrasto, la crescita economica e culturale del
Paese.
(CONTINUA
SULLA RIVISTA...)
|
Libertà
di stampa? Obiezione, vostro Onore
di Claudio Riolo
Nel 2001
alcune associazioni antimafia hanno avviato una campagna per la
libertà di stampa nella lotta contro la mafia, denunziando
che sempre più spesso accade che uomini politici, sentendosi diffamati
da critiche rivolte al loro operato, cerchino di rivalersi in sede giudiziaria
contro chi esercita per professione o per impegno civico i diritti di
cronaca, di critica e di ricerca garantiti dalla Costituzione. In particolare
si assiste alluso strumentale del ricorso ai procedimenti civili
per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa, che invece di tutelare
la reputazione personale rischia dinstaurare un clima dintimidazione
nei confronti di chiunque intenda far conoscere, commentare o studiare
il persistente fenomeno delle contiguità tra politica, mafia e
affari.
Responsabilità politica e responsabilità penale.
A distanza di due anni, nel 2003, le stesse associazioni hanno rilevato
che si sono moltiplicate le richieste di risarcimenti milionari nei confronti
di giornalisti, studiosi e, persino, di familiari delle vittime di mafia,
e che sono aumentate anche le condanne emesse dai giudici, soprattutto
in ambito civilistico.
Le conseguenze del fenomeno sono particolarmente perniciose sul terreno
specifico della lotta contro la mafia, nella misura in cui la piena libertà
di informazione, di critica e di ricerca è indispensabile per individuare
e stigmatizzare tutti quei comportamenti che configurino delle responsabilità
politiche e morali, indipendentemente dallaccertamento di eventuali
responsabilità penali che spetta esclusivamente alla magistratura.
Non a caso il principio di distinzione tra responsabilità politica
e responsabilità penale approvato dalla Commissione parlamentare
antimafia nel 1993 con una larghissima e inedita maggioranza (Dc, Pds,
Psi, Lega, Prc, Pri, Pli, Psdi, Verdi, Rete) ma rimasto purtroppo inapplicato
stabiliva che il Parlamento e i partiti, sulla base di fatti accertati
che non necessariamente costituiscono reato, potessero comminare delle
precise sanzioni politiche, «consistenti nella stigmatizzazione
delloperato e, nei casi più gravi, nellallontanamento
del responsabile dalle funzioni esercitate». È, quindi, del
tutto evidente che questa fondamentale distinzione presuppone la massima
libertà di cronaca, di critica e di ricerca, giacché, come
affermava la stessa Commissione parlamentare, «il presupposto per
muovere una contestazione di responsabilità politica è la
conoscibilità di fatti o di vicende che a quella contestazione
possono dar luogo; se non si conosce, non si è in grado di esercitare
alcun controllo».
Il Parlamento non si decide. Ma, a ben vedere, tutto ciò
pone un serio problema di democrazia, che va ben oltre il campo specifico
dellantimafia, nella misura in cui ci troviamo di fronte a una tendenza
a trasferire la dialettica democratica e il conflitto politico in sede
giudiziaria con la pretesa, per di più, di monetizzare
un danno immateriale come quello morale che mal si concilia con
lesigenza fondamentale, in un sistema democratico, di garantire
lesercizio della critica politica. Inoltre, il difetto di bilanciamento
tra interessi inevitabilmente in conflitto, dovuto a una concezione formalistica
della tutela della reputazione individuale (orientamento giurisprudenziale
particolarmente diffuso in ambito civilistico), rischia di inibire il
diritto/dovere di sottoporre loperato di chi ricopre cariche pubbliche
o ruoli rappresentativi al vaglio dellopinione pubblica, indebolendo
i meccanismi di responsabilità politica posti a salvaguardia della
credibilità delle istituzioni.
A conferma della gravità del problema e, a un tempo, delle resistenze
del ceto politico ad affrontarlo, nelle ultime due legislature si è
trascinato in Parlamento, senza risultati concreti, il dibattito sui disegni
di legge, presentati da tutti i gruppi politici, per la riforma delle
attuali norme sulla diffamazione a mezzo stampa. Un primo testo è
stato approvato, nellottobre 2004, dalla Camera dei Deputati, ma
poi si è arenato al Senato. Nellattuale legislatura si dovrebbe
il condizionale è dobbligo ripartire da qui.
Condanne anche per chi ha scritto la verità. Ma prima di
entrare nel merito delle questioni legislative è necessario cercare
di comprendere le cause di questo preoccupante fenomeno. Per trovare una
spiegazione bisogna risalire agli anni 90, quando si è verificato,
in Italia, un fatto nuovo in materia di diffamazione a mezzo stampa, e
cioè un crescente ricorso ad azioni civilistiche risarcitorie in
sostituzione della tradizionale querela penale. Secondo lopinione
dei presentatori di alcuni progetti di legge il fattore scatenante sarebbe
stato, negli anni 80, un indirizzo favorevole della Corte di Cassazione
sulla possibilità di ricorrere al giudice civile senza passare
prima da quello penale. Ciò avrebbe comportato una vera e propria
valanga di richieste di risarcimento, per un ammontare complessivo
secondo unindagine svolta dallOrdine dei giornalisti nel 2001
di almeno 3.500 miliardi di vecchie lire.
Ma indipendentemente dai fattori scatenanti, su cui possono esservi opinioni
diverse, è certo che, a fronte di una minore efficacia delle querele
penali per diffamazione, il procedimento civile è molto più
vantaggioso: il risarcimento danni può essere chiesto a distanza
di cinque anni dai fatti (mentre per sporgere querela non si possono superare
i novanta giorni); il presunto diffamatore può essere condannato
anche se ha scritto la verità e anche se non sussiste volontà
diffamatoria; è possibile ottenere risarcimenti molto elevati per
danno morale anche quando non si riesca a dimostrare lesistenza
di un effettivo danno patrimoniale; la condanna, infine, è
immediatamente esecutiva, senza dover attendere lespletazione di
tutti i gradi del giudizio.
Una spirale viziosa. Tuttavia, per capire davvero le ragioni del
fenomeno, è necessario risalire non solo ai fattori tecnico-giuridici
che hanno reso possibile loffensiva civilistica che minaccia la
libertà di stampa, ma soprattutto al contesto politico-istituzionale
in cui tutto ciò è maturato. Mi riferisco alle note vicende
di tangentopoli e di mafiopoli e al conseguente
e inedito conflitto tra poteri che ha caratterizzato lItalia in
questa lunga fase di transizione politica. Ciò spiega la spirale
viziosa che si è innescata, ormai, da circa un decennio: numerosi
esponenti politici della prima o della seconda repubblica, coinvolti a
torto o ragione in procedimenti penali per mafia o corruzione, per un
verso hanno accusato pubblicamente una parte della magistratura di politicizzazione
o, addirittura, di tramare per rovesciare gli equilibri politici del Paese
e, per un altro verso, ritenendosi diffamati da informazioni e analisi
critiche riguardanti il loro operato, hanno cercato di rivalersi in sede
giudiziaria, soprattutto civile, contro chi esercita, per professione
o per impegno civico e politico, i diritti di cronaca, di critica e di
ricerca. A loro volta, i magistrati hanno reagito ai toni aggressivi e
delegittimanti di una campagna mediatica senza precedenti, cercando anchessi
di rivalersi con lo strumento delle richieste di risarcimento contro i
politici e i giornalisti che li attaccavano.
Questa spirale viziosa, che ha certamente contribuito in modo significativo
allinflazione delle azioni civilistiche e al loro effetto inibitorio
nei confronti della libertà di stampa, ha ulteriormente complicato
la posta in gioco e ha reso più difficile la realizzazione di una
riforma di ampio respiro, libera dai condizionamenti contingenti di un
quadro politico-istituzionale così conflittuale.
Occorre una terza via. Infatti le modifiche legislative in materia
di diffamazione, approvate alla Camera e poi insabbiate al Senato nella
scorsa legislatura, non sembrano in grado di rompere questa spirale e
dinvertire lattuale tendenza alla monetizzazione del danno
morale. Le novità principali previste dal testo di legge sono:
a) leliminazione della pena detentiva per il reato di diffamazione
a mezzo stampa; b) linasprimento delle pene pecuniarie; c) lintroduzione
della pena accessoria dellinterdizione temporanea dalla professione
di giornalista nel caso di recidiva; d) la pubblicazione della rettifica
(senza commento), anche per la stampa non periodica, come causa di non
punibilità in sede penale; e) limposizione di un limite massimo
per il risarcimento equitativo del danno non patrimoniale (solo se non
si tratta di recidiva); f) la riduzione dei tempi di prescrizione per
lazione civile; g) lapplicazione delle norme sulla stampa
anche ai siti Internet.
Queste proposte, più che raggiungere lagognato equilibrio
tra libertà di espressione e tutela della persona, sembrano rispondere
a una logica contraddittoria, che oscilla tra le due alternative senza
riuscire a trovare una sintesi più avanzata. Se si vuole davvero
trovare un punto di equilibrio tra diritto di cronaca, di critica, di
ricerca e tutela della reputazione personale bisogna percorrere una terza
via, che punti soprattutto a incentivare le possibili misure alternative
sia allazione penale che allazione civile. È certamente
giusto e tardivo eliminare le pene detentive invero quasi mai applicate
(salvo rare eccezioni, come quella di Carlo Ruta, vedi art. p. 33)
per i reati di diffamazione a mezzo stampa, ma la monetizzazione
del danno morale non rappresenta unalternativa convincente.
Se il risarcimento è una rivalsa privata. Lazione
civile, infatti, non solo si presta, come si è visto, a un uso
strumentale delle richieste di risarcimento a scopo intimidatorio o speculativo,
ma pone soprattutto il problema della inadeguatezza intrinseca del risarcimento
monetario rispetto a un danno di natura non patrimoniale, che in quanto
tale non può essere efficacemente risarcito su un piano economico.
Quando il bene effettivamente leso è la reputazione personale,
se ne ottiene certamente una più efficace riparazione con una rettifica
pubblica che non con un indennizzo in denaro, dato che i due beni non
sono qualitativamente equivalenti. Le caratteristiche stesse del processo
civile, che si svolge, per lo più, attraverso uno scambio silenzioso
di incartamenti tra le parti, non ne favoriscono la visibilità
sul piano dellopinione pubblica, anzi lo rendono più simile
a una sorta di rivalsa privata che non a uno strumento di riabilitazione
della reputazione ingiustamente danneggiata da eventuali atti o scritti
diffamatori.
Inoltre, i discutibili criteri equitativi elaborati dalla
giurisprudenza per quantificare lentità del danno non patrimoniale
pongono una rilevante questione di equità sociale, nella misura
in cui tengono conto esclusivamente del soggetto leso (il diffamato) e
non del soggetto sanzionato (il diffamatore), con la conseguenza di produrre
effetti punitivi molto diversi se applicati a soggetti diseguali. Da questo
punto di vista lintroduzione di un limite massimo per il risarcimento
rappresenta un passo avanti, nella misura in cui pone un argine alla discrezionalità
del giudice, ma nello stesso tempo continua a produrre effetti discriminatori.
È del tutto evidente, ad esempio, che se una condanna a trentamila
euro è irrilevante per un grande editore, per un importante giornale
o canale televisivo, è però in grado di far chiudere un
piccolo editore, un giornaletto di quartiere o una radio locale. Vi sono,
dunque, molte valide ragioni per ritenere che una buona riforma legislativa
dovrebbe disincentivare con ben maggiore efficacia la tendenza alla monetizzazione
del danno morale, e che, comunque, quando ciò fosse inevitabile,
dovrebbe almeno prevedere una progressività della sanzione massima,
una sorta di tetto mobile da stabilire in proporzione al reddito del soggetto
sanzionato.
Fuori dai tribunali il confronto delle idee. La via da seguire
era già indicata in alcune proposte contenute nei disegni di legge
dei diversi schieramenti politici, che sono state poi, inspiegabilmente,
lasciate cadere: a) lallargamento delle cause di non punibilità
(rettifica spontanea o richiesta, citazione di fonti attendibili, ricorso
a un giurì donore) e lestensione dei loro effetti di
elisione anche al risarcimento del danno; b) la possibilità per
il presunto diffamatore di provare, a propria discolpa, la verità
di quanto pubblicato; c) lintroduzione di condizioni di procedibilità
(la richiesta della rettifica e il ricorso al giurì donore)
sia per la querela che per lazione civile.
Di tutto ciò, nel testo approvato dalla Camera, è rimasta
soltanto la pubblicazione della rettifica come causa di esclusione delle
sanzioni penali ma non di quelle civili, che viene prevista anche per
la stampa non periodica. Ma ciò non risolve il problema posto dallesercizio
dei distinti diritti di cronaca, di critica e di ricerca. È infatti
evidente che la rettifica è doverosa ed efficacemente riparatoria
soltanto in caso di notizie false o inesatte (cronaca); ma appare inadeguata
o inefficace quando ci troviamo di fronte è il caso tipico
della critica politica o delle analisi socio-politologiche e storiografiche
a una legittima interpretazione soggettiva di fatti veri o a un
plausibile ragionamento ipotetico, derivante dalla concatenazione logica
di fatti già accertati e rigorosamente riferiti. In questi casi,
piuttosto, si potrebbe prevedere un vero e proprio diritto di replica,
garantendo a chi si ritenesse diffamato analoghi spazi e visibilità
sui media per rispondere alle accuse, alle critiche o alle interpretazioni
non gradite.
Se, insomma, si riuscisse a trasferire buona parte del contenzioso in
materia di diffamazione a mezzo stampa in sede extragiudiziale, si potrebbe
tutelare più efficacemente la reputazione personale senza mettere
a repentaglio la libertà dinformazione, di critica e di ricerca.
Ma per determinare una svolta significativa in tale direzione occorrerebbe,
oltre a una riforma legislativa di maggior respiro, più coerente
e coraggiosa di quella della passata legislatura, anche un mutamento di
cultura politica per riportare il confronto delle idee, per quanto duro
e aspro sia, sul terreno che gli è proprio, fuori dai tribunali.
|
|
Ragusa,
il prezzo di un'inchiesta
di Manuela Mareso
La vicenda
che ha portato alla condanna carceraria (8 mesi, in primo grado) dello
storico e giornalista Carlo Ruta ha inizio nel novembre del 2000, quando
la Provincia di Ragusa decise di acquistare alcuni immobili per il ricovero
di strumenti meccanici, auto di servizio, mezzi per la protezione civile.
La spesa preventivata era di un miliardo e cinquecento milioni delle vecchie
lire. Il bando venne pubblicato per solo un mese, dal 30 novembre al 30
dicembre. Forse anche per lesiguità dei termini, pervenne
ununica offerta, che lUfficio tecnico provinciale ritenne
inadeguata. Anziché prorogare i termini di presentazione, ed eventualmente
pubblicizzare meglio il bando, lUtp decise di procedere per una
ricerca informale degli immobili. Pochi mesi dopo, lofferta di vendita
pervenne dagli imprenditori Vito Noto e Giovanni Chiaromonte, indicati
nella relazione dellUfficio tecnico come «amministratori della
costituenda Ellepi srl»: in sostanza, titolari di unimpresa
non ancora esistente.
Nulla di strano? Lofferta, inoltre, riguardava una proprietà
legalmente non disponibile, perché ancora appartenente a unanziana
vedova, Maria Caruso, e ai suoi figli (Elio, Maurizio, Claudia e Adriana
Giannì), che con i Noto-Chiaromonte avevano semplicemente firmato
un compromesso per 450 milioni. Il punto debole dellaffare stava
dunque nella doppia stima degli immobili, che, previa ristrutturazione
imputata alla Ellepi (per un totale di 300 milioni di lire), erano comunque
stati valutati dalla Provincia un miliardo e cinquecento milioni di lire,
nonostante si trattasse di capannoni vecchi di oltre quarantanni
che, oltre a non essere dotati di allacciamento idrico e fognario e di
molti altri elementi strutturali, non avevano neppure la concessione edilizia
in sanatoria.
Elio Giannì, uno dei proprietari, non convinto dellopportunità
della vendita, tentò invano di dissuadere i suoi famigliari. Essendosi
poi, a seguito della delusione, totalmente disinteressato della vicenda,
con sua grande sorpresa venne a sapere che nellatto di vendita la
cifra registrata fu di 800 milioni. Peccato che né a lui né
ai suoi familiari venne corrisposta quella differenza di 350 milioni.
A chi finirono, ad oggi non è dato di sapere.
A questo si aggiunge il fatto che allatto di compravendita stipulato
presso uno studio notarile di Ragusa il 25 settembre 2001 (data di determina
della Provincia per lacquisto degli immobili) risulta allegato un
documento redatto il medesimo giorno presso uno studio notarile di Paola,
in Calabria, con cui il Giannì delegava sua madre a rappresentare
i suoi interessi. Ma quel documento era stato redatto alle 21.30 del 25,
e dunque non sarebbe potuto arrivare a Ragusa prima della mattina del
26.
Troppo dispendioso laccertamento della verità.
Un ex funzionario della Provincia, Sebastiano Agosta, introdottosi nella
vicenda con una congrua offerta di vendita relativa a un altro immobile,
poi respinta, denunciò le presunte irregolarità al presidente
della Provincia, Franco Antoci (insediatosi successivamente alla conclusione
del contratto), che a sua volta trasmise lesposto alla locale Procura
della Repubblica.
(CONTINUA
SULLA RIVISTA...)
|