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Una
storia di ordinaria mafia veneta
A guardarla da lontano la storia del presidio di San Pietro di Rosà,
a sud di Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, è una vicenda
che a mala pena merita qualche riga sulla stampa locale. Un paese di mille
abitanti o poco più, dove un gruppo di cittadini (soprattutto ragazzi)
dall8 agosto 2002 si ribella alla costruzione abusiva di un complesso
industriale a ridosso delle proprie case. Una storia comune a tante nel
Belpaese, perché a nessuno piace che i propri prati diventino cemento
o discariche di rifiuti. Quella tenda-presidio potrebbe essere per molti
il simbolo stesso della nostra società, che vuole le comodità
date dal progresso, ma non è disposta a pagarne il prezzo se questo
tocca il proprio orticello. Ma vista da vicino, la storia del presidio
di San Pietro di Rosà diventa storia di prevaricazione e sopruso,
di inquietanti silenzi e omissioni da parte delle autorità della
politica e dellinformazione. Cè una mafia veneta, che
sa colpire duro, anche con la violenza fisica.
Lincubo si materializza. «Tutto comincia in sordina,
agli inizi degli anni Novanta, quando unarea del nostro Comune,
definita PIP49, viene destinata alla costruzione di un complesso industriale
di 140 mila metri quadrati, a ridosso delle nostre case», racconta
Daniele Pasinato, vice presidente del Presidio di San Pietro di Rosà.
«Allinizio sembrano solo chiacchiere. Il paese mormora, ma
pochi ci credono, anche perché si tratta di unarea protetta
da varie normative: nulla del genere può essere costruito. Tutti
abbiamo fiducia nelle istituzioni. Se qualcuno ha in mente qualcosa di
strano, saranno loro a proteggerci. Ma un po alla volta, abusivamente,
si comincia a lavorare su quel territorio. E un po alla volta comincia
a concretizzarsi la realtà di una zincheria per la quale non esistono
legalmente concessioni edilizie. Ed è questo il paradosso: quando
qualcuno di noi si rivolge al Comune per avere delucidazioni su quello
che sta avvenendo, i responsabili ci trattano come stupidi: loro non ne
sanno niente, per quei campi non ci sono progetti di sviluppo, non ci
sono richieste. Noi dobbiamo solo stare calmi e tranquilli e non prestare
orecchie ai pettegolezzi. Ma ci basta poco tempo per renderci conto che
la Zincheria Valbrenta è ben più di una semplice leggenda
paesana. È qualcosa di concreto, che si può vedere e toccare,
qualcosa con la quale si deve fare i conti anche quando ci si sposta a
piedi o in automobile: alcuni sentieri vengono inglobati nellaria
di sviluppo, alcuni terreni sono spaccati in due da quel fantasma che
per le autorità non esiste. Viene persino distrutto, contro tutti
i vincoli di tutela ambientale, un sito archeologico romano-longobardo,
di proprietà del demanio. Al suo posto è previsto un parcheggio
di 8 mila metri quadrati. Lamministrazione comunale non ha visto
quando le ruspe abbattevano antiche vie alberate, insediamenti sotterranei,
rogge storiche e nemmeno lo scempio che è stato fatto di piante
rare e protette». Larea archeologica è così
importante da essere ritenuta, fino al momento della sua distruzione,
il più importante sito del bassanese.
Mondi paralleli. Ma a chi appartengono quellarea e quella
fabbrica che si sta erigendo? Chi dirige loperazione, invisibile
soltanto a coloro che dovrebbero tutelare gli abitanti e il territorio?
La storia è confusa sin dallinizio. La famiglia di Giuseppe
Bordignon acquista nel 1990 questarea di terreno agricolo, pagandola
oltre il triplo del suo prezzo di mercato per eliminare il diritto di
prelazione dei contadini che lavevano utilizzato fino a quel momento.
Ufficialmente la Valbrenta è di proprietà di Anna Loro,
moglie di Giuseppe, e per il 47% dellistituto bancario Mediocredito
Friuli.
«Il rappresentante della Valbrenta dichiarava pubblicamente alla
stampa di aver acquistato larea su consiglio dellamministrazione
comunale di San Pietro di Rosà, la stessa che a noi diceva di non
saperne niente spiega Pasinato . A quel tempo assessore allurbanistica
era Beniamino Didoné, futuro progettista e direttore dei lavori
del PIP49, nonché fratello del futuro sindaco Giovanni Didoné.
Grazie ad alcuni consiglieri di minoranza, fra cui Lorenzo Signori e Margherita
Mattesco in Piotto, la popolazione di San Pietro inizia una raccolta di
firme contro la costruzione della zincheria. Tutta la popolazione del
paese aderisce alliniziativa. La legge sembra darci ragione e nel
1993 il Prg (Piano regolatore generale, nda.) approvato dalla Regione
Veneto esclude ogni possibilità di utilizzazione che non sia agricola
dei terreni acquistati dalla zincheria. Ma i lavori per la sua costruzione
vanno comunque avanti senza che nessuno lo impedisca. Come se quella realtà
vivesse fuori dalla nostra, in un mondo parallelo che non interagiva con
il nostro».
Sempre in mezzo alla gente. Nel 1997 arriva il colpo di scena.
Mentre il gruppo archeologico Medoacus ottiene il riconoscimento
dellarea come rilevante sito archeologico, il Comune, nonostante
non vi sia il numero legale di partecipanti alla seduta, approva la variante
al Prg e legittima la collocazione della Valbrenta su quel territorio
così protetto da vincoli ambientali.
Lazienda di proprietà dei Bordignon, fondata da oltre trentanni,
si trovava precedentemente su un altro territorio non lontano da San Pietro.
Ufficialmente aveva motivato la sua richiesta di ricollocazione, oltre
che per la necessità di un ampliamento, anche per il rispetto delle
normative vigenti: dal momento che la zincheria si serve del metodo di
zincatura generale a caldo, è considerata unindustria insalubre
di prima classe ed ha il dovere di rispettare norme ben precise di lontananza
dalle abitazioni.
Negli ultimi anni alcune famiglie avevano costruito abusivamente le loro
case vicino alla fabbrica. Così, invece di ricorrere alla legge
per farle abbattere, la Valbrenta generosamente offre di andarsene. Peccato
che scelga un territorio compreso tra abitazioni già esistenti.
Sinterroga la Giunta per sapere se... «Nel 1999 noi
del comitato, il gruppo archeologico e i residenti di quella che sarebbe
diventata la zona industriale insalubre, abbiamo presentato al Tar del
Veneto tre ricorsi che sono ancora in attesa di giudizio dice Daniele
Pasinato . In compenso la Giunta regionale approva la variante al
Prg, ma con alcune modifiche che il Comune si guarda bene dal rispettare».
In seguito, il 22 luglio 2005, il consigliere Cosi presenterà anche
uninterrogazione alla Giunta regionale per fare chiarezza su queste
inadempienze oramai irreversibili. Si legge, tra laltro, nel testo
del suo intervento: «Si interroga la Giunta per sapere se: [
]
è vero che per le violazioni edilizie il Tribunale Penale di Bassano
del Grappa sè pronunciato con condanna l8 marzo 2005
così come vè stato il pronunciamento del Consiglio
di Stato il 6 aprile 2004 pubblicato il 16 settembre 2004 con il quale
si dichiara labuso non sanabile, e che, nonostante ciò, i
lavori in cantiere non sono mai stati fermati, così che sono tuttora
stati avviati ulteriori ricorsi in sede giurisdizionale presso il Tar
Veneto, Consiglio di Stato e Tribunale Penale, ricorsi avviati per le
ragioni sopra citate, dallAssociazione Comitato Onlus di Paese San
Pietro in Paerno, mentre il Comune di Rosà (Vi) è stato
dichiarato omissivo dal Tribunale del Riesame di Vicenza con sentenza
del novembre 2003; [
] può confermare che lo scavo-asporto-riempimento-sopralzo
del Piano Campagna con apporto di materiale inquinante di provenienza
siderurgica già accertato con esami chimici eseguiti nei laboratori
EcoRicerche di Bassano del Grappa (Vi) e CheLab di Resana (Tv) oltre allArpav
di Bassano del Grappa, nonostante la dichiarazione di congruità,
rileva però parametri fuori tabella di legge per il Cromo, Nichel,
Stagno ecc., apporto per il quale è in corso procedimento giudiziario
presso il Tribunale di Bassano del Grappa (Vi); [
] è a conoscenza
che il succitato apporto di materiale inquinante quale riempimento e sopralzo
del piano campagna, oltre i metalli pesanti, ha fatto rilevare presenza
di acrilamide allo stato di monomero e polimero, sostanza altamente pericolosa
per la salute e per lambiente come etichettata dalla Legge (lacrilamide
è stata rilevata e accertata dallArpav nel dicembre 2004
e da Ctu e Ctp incaricati dal Giudice di eseguire dei carotaggi in loco
nel febbraio 2005); può confermare che lo scavo-asporto di ghiaia
e riempimento-sopralzo con materiale inquinante è avvenuto in assenza
di autorizzazioni e/o concessioni comunali e controlli Arpav (legge Lunardi
e del D.Lgs. Ronchi); [
] e, infine, se, tutto ciò premesso,
non ritenga opportuno e doveroso effettuare una puntuale verifica della
situazione di fatto e di diritto
».
Davide contro Golia. Negli anni la zincheria si preoccupa di rispettare
soltanto le leggi emanate in suo favore. Ignora le altre con annoiato
fastidio quando portano alla sospensione, anche se sempre temporanea,
dei lavori. La Valtorta e la PIP49 vanno avanti senza paura, scavalcano
intoppi burocratici, ottengono permessi da parte della Ulss
(azienda sanitaria, ndr.) e dellArpav nonostante lassenza
di planimetrie che individuassero le abitazioni adiacenti così
come previsto dallart.216 del Testo Unico delle Leggi Sanitarie
e senza valutazione dellimpatto ambientale nonostante lampliamento
della zincheria. Il paese si riunisce, si sdegna, ma guarda senza poter
far niente il cantiere della zincheria che nasce e che cresce.
Solo nel luglio del 2002 il Comune si accorge delle irregolarità,
ma oramai il danno è fatto e non può fare altro che dichiararsi
impotente. Qualcuno suggerisce di accettare linevitabile. Per la
gente è la goccia che fa traboccare il vaso. Per Rosà è
il periodo peggiore, quello in cui tutta la popolazione comincia a sentirsi
abbandonata dalle istituzioni. Per i giovani soprattutto è il momento
della disillusione, quello in cui vedono lillegalità trionfare
sulla giustizia. Il momento in cui prendono coscienza che i muri
di gomma sono duri da abbattere. Ma quello che fa più male
è il silenzio: accorgersi che la propria voce non è ascoltata
da nessuno. E nonostante tutto cè ancora voglia di lottare.
Qualcuno, da una macchina di lusso
«Nellestate
del 2002 sono cominciate le manifestazioni di fronte al cantiere
racconta Daniele . La nostra lotta contro la zincheria più
grande dItalia è diventata più mirata. Abbiamo cominciato
a chiederci perché le cose si fossero spinte fino a quel punto
e abbiamo cominciato a esigere risposte sul loro comportamento anche da
parte di quelle autorità delle quali fino a quel momento ci eravamo
fidati. L8 agosto abbiamo dato avvio al presidio nei pressi del
cantiere (in seguito lo abbiamo dovuto spostare poco lontano, in un terreno
di proprietà della mia famiglia). Quando è arrivato il primo
volantino anonimo contro Stefano Zulian, il presidente del nostro Comitato,
abbiamo capito che cominciavamo a dare fastidio e che quella che stava
emergendo era una storia molto più grande di noi. Cerano
di mezzo potenti e poteri ad alto livello. Il primo a farcelo capire espressamente
è stato un assessore del Comune che ci ha avvertito che contro
la zincheria non si può fare nulla perché ci sono grossi
interessi e giochi pericolosi in ballo. Un po
alla volta abbiamo scoperto negli sportelli delle istituzioni documenti
falsi, approvazioni illegittime, denunce archiviate senza motivo, pratiche
legali sparite nel nulla, conflitti di interesse da parte di chi seguiva
le indagini. La Valtorta è unazienda allavanguardia
in Italia nel suo settore e, a detta di tutti gli industriali, riceverà
gli appalti previsti per le grandi opere. A niente sono servite
le sentenze dei tribunali amministrativi che hanno bloccato il cantiere
in costruzione. Non cera nessuno a farle applicare. I lavori sono
continuati, giorno e notte, festivi inclusi. A volte arrivava persino
una pattuglia dei Carabinieri con lordine di fermare i lavori. Ma
poi, chissà come, appariva qualcuno, da una macchina di lusso,
che in un modo o nellaltro riusciva ad allontanare gli agenti. Così,
mentre ufficialmente quel cantiere doveva essere chiuso, impunemente cera
chi compiva, sotto gli occhi di tutti, altri illeciti, ancora più
gravi, certamente più pericolosi: lo scarico di rifiuti tossici
di cromo che hanno inquinato la falda acquifera».
È guerra aperta. La prima azione attiva del presidio è
stata quella di presentare ricorso al Tar per le irregolarità riscontrate
nellapprovazione del PIP49. Come risposta Stefano Zulian è
denunciato dalla Zincheria Valbrenta per diffamazione, pur non essendo
mai stata nominata nella richiesta di chiarimenti da parte del tribunale
amministrativo. Il comitato scopre inoltre che a condizionamento del collegio
giudicante del Tar Veneto era stata depositata una dichiarazione non veritiera
da parte del dirigente dellufficio tecnico del Comune di Rosà
e provvede per entrambe a sporgere regolare denuncia. Inizia il procedimento
contro il presidio per abuso edilizio.
Oramai tra il Comitato, lamministrazione locale, i cittadini, la
Valbrenta è guerra aperta.
Il primo ferito grave, Stefano Zulian, vittima di un tentato omicidio,
getta però tutti nel panico e fa capire a tutti, anche a quelli
che avevano ancora dei dubbi, che lì a Rosà qualcosa di
grosso sta davvero succedendo.
Daltronde, questa non è certo la prima storia veneta di infiltrazioni
e intimidazioni mafiose. Lelenco è lungo: dalla cosiddetta
mafia del Brenta, al caso dei fratelli Agizza dirigenti di prima
linea del clan dei Nuvoletta, tra i protagonisti della Camorra dopo la
caduta di Raffaele Cutolo arrestati proprio a Rosà circa
ventanni fa.
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Cè
del tossico nel Caierón de San Marco
Molti la
conoscono come mafia del Brenta: la mafietta del Veneto, che
non fa tanta paura perché è frutto di un virus che viene
dallesterno. Come Felice Maniero, che, costretto qui al soggiorno
obbligato, si è messo ad esercitare il suo talento.
Un mafioso che ha costituito unorganizzazione criminale considerata
comunque un corpo estraneo, incapace di generare metastasi
poiché basta allontanarlo perché tutto torni sano come prima,
incontaminato.
Invece la mafia del Veneto va considerata tuttaltra cosa e ha dimostrato
più volte di saper mettere radici (vedi box p. 12).
La punta di un iceberg. Qui in Veneto i mafiosi non sono stati mandati
tutti in soggiorno obbligato come Maniero. Molti sono arrivati con le
proprie gambe per riciclare soldi, stringere accordi con chi di soldi
ne ha e non sdegna alleanze con personaggi ambigui di cui fa finta di
ignorare persino il nome.
Alla mafia veneta forse dovrebbe essere dato un nome perché si
inizi a prenderla sul serio. Potrebbe chiamarsi il Caierón
de San Marco, il calderone di San Marco, perché qui dentro,
proprio come nel pentolone per fare la polenta, ci sta proprio di tutto.
I traffici di droga, di armi, di esseri umani, di terra, di rifiuti tossici,
il riciclaggio di denaro sporco, il contrabbando di carburante (vedi box
p. 17. Cfr. anche «Narcomafie» n. 03/05 e n. 05/06, ndr.).
E ci sono lomertà e il silenzio da parte della gente che
partecipa al banchetto o lo subisce. «Vorremmo che la storia del
nostro presidio venisse raccontata perché è una storia esemplare
di come mafia e illegalità si siano impossessate della nostra Regione
dice Lorenzo Signori, ex sindaco di San Pietro di Rosà e
uno dei promotori del presidio . Il nostro non è un caso
isolato, ma è certamente esemplare e può far capire quanto
non ci sia tempo da attendere per agire in modo coordinato contro lillegalità
diffusa ormai a tutti i livelli. La Zincheria Valbrenta è la punta
di un iceberg. Ma qui di storie da raccontare ce ne sono fin troppe. I
fratelli Agizza (vedi p. 13) erano proprietari di una discarica qui. Erano
camorristi ricercati dalla polizia in tutta Italia, latitanti da anni.
Nessuno di noi sapeva chi fossero, nessuno di noi aveva mai visto una
loro fotografia su un giornale. Io ai tempi ero sindaco e lallora
ministro Enzo Scotti me li raccomandò dicendo che lavoravano bene.
In seguito prese le distanze dicendo che non sapeva fossero ricercati.
Li aveva visti allopera e gli erano sembrati scrupolosi e veloci.
Io non diedi loro lincarico perché avevo già altre
ditte sottomano, ma non ebbi alcun sospetto sulla loro identità.
La gente di qui li incontrava al bar, qualcuno ci scambiava quattro chiacchiere.
Il nostro è un piccolo paese, dove ci si conosce tutti. Un forestiero
non rimane un estraneo per molto. Ma Polizia e Carabinieri locali forse
avrebbero dovuto occuparsi di loro prima dellarresto, avrebbero
dovuto farsi qualche domanda sulla loro identità. Sono venuti da
Palermo per arrestarli, qui nessuno si è mosso. Sicuramente per
agire per anni indisturbati dovevano avere delle protezioni altolocate.
Nessuno, dopo la clamorosa rivelazione, si è però mai interrogato
per scoprire le loro aderenze con il potere locale. Dopo larresto
tutto è finito lì, così come è capitato nel
caso di Felice Maniero, che ingenuamente si preferisce credere abbia agito
sempre da solo, senza protezioni. Nessuno ha mai fatto indagini per scoprire
quali fossero i suoi agganci istituzionali. Nella discarica degli Agizza
furono trovati rifiuti tossici. Fu la Provincia a bonificare il terreno.
Venivano scaricati bidoni tossici provenienti da Marghera. Per me è
ancora una bomba ecologica. È stato messo un coperchio, ecco tutto».
(CONTINUA
SULLA RIVISTA...)
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