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Settembre 2006


Dossier: Illegalità in Veneto

di Lucia Vastano

In provincia di Vicenza si sta costruendo la più grande zincheria d’Italia. Dietro lo sviluppo e la ricchezza promessi, però, ci sono abusi edili, conflitti d’interessi, omissioni politiche sospette, intimidazioni violente... Dal 2002 un presidio di cittadini si oppone e chiede chiarezza. Inascoltato



Una storia di ordinaria mafia veneta

A guardarla da lontano la storia del presidio di San Pietro di Rosà, a sud di Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, è una vicenda che a mala pena merita qualche riga sulla stampa locale. Un paese di mille abitanti o poco più, dove un gruppo di cittadini (soprattutto ragazzi) dall’8 agosto 2002 si ribella alla costruzione abusiva di un complesso industriale a ridosso delle proprie case. Una storia comune a tante nel Belpaese, perché a nessuno piace che i propri prati diventino cemento o discariche di rifiuti. Quella tenda-presidio potrebbe essere per molti il simbolo stesso della nostra società, che vuole le comodità date dal progresso, ma non è disposta a pagarne il prezzo se questo tocca il proprio orticello. Ma vista da vicino, la storia del presidio di San Pietro di Rosà diventa storia di prevaricazione e sopruso, di inquietanti silenzi e omissioni da parte delle autorità della politica e dell’informazione. C’è una mafia veneta, che sa colpire duro, anche con la violenza fisica.

L’incubo si materializza. «Tutto comincia in sordina, agli inizi degli anni Novanta, quando un’area del nostro Comune, definita PIP49, viene destinata alla costruzione di un complesso industriale di 140 mila metri quadrati, a ridosso delle nostre case», racconta Daniele Pasinato, vice presidente del Presidio di San Pietro di Rosà. «All’inizio sembrano solo chiacchiere. Il paese mormora, ma pochi ci credono, anche perché si tratta di un’area protetta da varie normative: nulla del genere può essere costruito. Tutti abbiamo fiducia nelle istituzioni. Se qualcuno ha in mente qualcosa di strano, saranno loro a proteggerci. Ma un po’ alla volta, abusivamente, si comincia a lavorare su quel territorio. E un po’ alla volta comincia a concretizzarsi la realtà di una zincheria per la quale non esistono legalmente concessioni edilizie. Ed è questo il paradosso: quando qualcuno di noi si rivolge al Comune per avere delucidazioni su quello che sta avvenendo, i responsabili ci trattano come stupidi: loro non ne sanno niente, per quei campi non ci sono progetti di sviluppo, non ci sono richieste. Noi dobbiamo solo stare calmi e tranquilli e non prestare orecchie ai pettegolezzi. Ma ci basta poco tempo per renderci conto che la Zincheria Valbrenta è ben più di una semplice leggenda paesana. È qualcosa di concreto, che si può vedere e toccare, qualcosa con la quale si deve fare i conti anche quando ci si sposta a piedi o in automobile: alcuni sentieri vengono inglobati nell’aria di sviluppo, alcuni terreni sono spaccati in due da quel fantasma che per le autorità non esiste. Viene persino distrutto, contro tutti i vincoli di tutela ambientale, un sito archeologico romano-longobardo, di proprietà del demanio. Al suo posto è previsto un parcheggio di 8 mila metri quadrati. L’amministrazione comunale non ha visto quando le ruspe abbattevano antiche vie alberate, insediamenti sotterranei, rogge storiche e nemmeno lo scempio che è stato fatto di piante rare e protette». L’area archeologica è così importante da essere ritenuta, fino al momento della sua distruzione, il più importante sito del bassanese.

Mondi paralleli. Ma a chi appartengono quell’area e quella fabbrica che si sta erigendo? Chi dirige l’operazione, invisibile soltanto a coloro che dovrebbero tutelare gli abitanti e il territorio? La storia è confusa sin dall’inizio. La famiglia di Giuseppe Bordignon acquista nel 1990 quest’area di terreno agricolo, pagandola oltre il triplo del suo prezzo di mercato per eliminare il diritto di prelazione dei contadini che l’avevano utilizzato fino a quel momento. Ufficialmente la Valbrenta è di proprietà di Anna Loro, moglie di Giuseppe, e per il 47% dell’istituto bancario Mediocredito Friuli.
«Il rappresentante della Valbrenta dichiarava pubblicamente alla stampa di aver acquistato l’area su consiglio dell’amministrazione comunale di San Pietro di Rosà, la stessa che a noi diceva di non saperne niente – spiega Pasinato –. A quel tempo assessore all’urbanistica era Beniamino Didoné, futuro progettista e direttore dei lavori del PIP49, nonché fratello del futuro sindaco Giovanni Didoné. Grazie ad alcuni consiglieri di minoranza, fra cui Lorenzo Signori e Margherita Mattesco in Piotto, la popolazione di San Pietro inizia una raccolta di firme contro la costruzione della zincheria. Tutta la popolazione del paese aderisce all’iniziativa. La legge sembra darci ragione e nel 1993 il Prg (Piano regolatore generale, nda.) approvato dalla Regione Veneto esclude ogni possibilità di utilizzazione che non sia agricola dei terreni acquistati dalla zincheria. Ma i lavori per la sua costruzione vanno comunque avanti senza che nessuno lo impedisca. Come se quella realtà vivesse fuori dalla nostra, in un mondo parallelo che non interagiva con il nostro».

Sempre in mezzo alla gente. Nel 1997 arriva il colpo di scena. Mentre il gruppo archeologico “Medoacus” ottiene il riconoscimento dell’area come rilevante sito archeologico, il Comune, nonostante non vi sia il numero legale di partecipanti alla seduta, approva la variante al Prg e legittima la collocazione della Valbrenta su quel territorio così protetto da vincoli ambientali.
L’azienda di proprietà dei Bordignon, fondata da oltre trent’anni, si trovava precedentemente su un altro territorio non lontano da San Pietro.
Ufficialmente aveva motivato la sua richiesta di ricollocazione, oltre che per la necessità di un ampliamento, anche per il rispetto delle normative vigenti: dal momento che la zincheria si serve del metodo di zincatura generale a caldo, è considerata un’industria insalubre di prima classe ed ha il dovere di rispettare norme ben precise di lontananza dalle abitazioni.
Negli ultimi anni alcune famiglie avevano costruito abusivamente le loro case vicino alla fabbrica. Così, invece di ricorrere alla legge per farle abbattere, la Valbrenta generosamente offre di andarsene. Peccato che scelga un territorio compreso tra abitazioni già esistenti.

S’interroga la Giunta per sapere se... «Nel 1999 noi del comitato, il gruppo archeologico e i residenti di quella che sarebbe diventata la zona industriale insalubre, abbiamo presentato al Tar del Veneto tre ricorsi che sono ancora in attesa di giudizio – dice Daniele Pasinato –. In compenso la Giunta regionale approva la variante al Prg, ma con alcune modifiche che il Comune si guarda bene dal rispettare». In seguito, il 22 luglio 2005, il consigliere Cosi presenterà anche un’interrogazione alla Giunta regionale per fare chiarezza su queste inadempienze oramai irreversibili. Si legge, tra l’altro, nel testo del suo intervento: «Si interroga la Giunta per sapere se: […] è vero che per le violazioni edilizie il Tribunale Penale di Bassano del Grappa s’è pronunciato con condanna l’8 marzo 2005 così come v’è stato il pronunciamento del Consiglio di Stato il 6 aprile 2004 pubblicato il 16 settembre 2004 con il quale si dichiara l’abuso non sanabile, e che, nonostante ciò, i lavori in cantiere non sono mai stati fermati, così che sono tuttora stati avviati ulteriori ricorsi in sede giurisdizionale presso il Tar Veneto, Consiglio di Stato e Tribunale Penale, ricorsi avviati per le ragioni sopra citate, dall’Associazione Comitato Onlus di Paese San Pietro in Paerno, mentre il Comune di Rosà (Vi) è stato dichiarato omissivo dal Tribunale del Riesame di Vicenza con sentenza del novembre 2003; […] può confermare che lo scavo-asporto-riempimento-sopralzo del Piano Campagna con apporto di materiale inquinante di provenienza siderurgica già accertato con esami chimici eseguiti nei laboratori EcoRicerche di Bassano del Grappa (Vi) e CheLab di Resana (Tv) oltre all’Arpav di Bassano del Grappa, nonostante la dichiarazione di congruità, rileva però parametri fuori tabella di legge per il Cromo, Nichel, Stagno ecc., apporto per il quale è in corso procedimento giudiziario presso il Tribunale di Bassano del Grappa (Vi); […] è a conoscenza che il succitato apporto di materiale inquinante quale riempimento e sopralzo del piano campagna, oltre i metalli pesanti, ha fatto rilevare presenza di acrilamide allo stato di monomero e polimero, sostanza altamente pericolosa per la salute e per l’ambiente come etichettata dalla Legge (l’acrilamide è stata rilevata e accertata dall’Arpav nel dicembre 2004 e da Ctu e Ctp incaricati dal Giudice di eseguire dei carotaggi in loco nel febbraio 2005); può confermare che lo scavo-asporto di ghiaia e riempimento-sopralzo con materiale inquinante è avvenuto in assenza di autorizzazioni e/o concessioni comunali e controlli Arpav (legge Lunardi e del D.Lgs. Ronchi); […] e, infine, se, tutto ciò premesso, non ritenga opportuno e doveroso effettuare una puntuale verifica della situazione di fatto e di diritto…».

Davide contro Golia. Negli anni la zincheria si preoccupa di rispettare soltanto le leggi emanate in suo favore. Ignora le altre con annoiato fastidio quando portano alla sospensione, anche se sempre temporanea, dei lavori. La Valtorta e la PIP49 vanno avanti senza paura, scavalcano intoppi “burocratici”, ottengono permessi da parte della Ulss (azienda sanitaria, ndr.) e dell’Arpav nonostante l’assenza di planimetrie che individuassero le abitazioni adiacenti così come previsto dall’art.216 del Testo Unico delle Leggi Sanitarie e senza valutazione dell’impatto ambientale nonostante l’ampliamento della zincheria. Il paese si riunisce, si sdegna, ma guarda senza poter far niente il cantiere della zincheria che nasce e che cresce.
Solo nel luglio del 2002 il Comune si accorge delle irregolarità, ma oramai il danno è fatto e non può fare altro che dichiararsi impotente. Qualcuno suggerisce di accettare l’inevitabile. Per la gente è la goccia che fa traboccare il vaso. Per Rosà è il periodo peggiore, quello in cui tutta la popolazione comincia a sentirsi abbandonata dalle istituzioni. Per i giovani soprattutto è il momento della disillusione, quello in cui vedono l’illegalità trionfare sulla giustizia. Il momento in cui prendono coscienza che i “muri di gomma” sono duri da abbattere. Ma quello che fa più male è il silenzio: accorgersi che la propria voce non è ascoltata da nessuno. E nonostante tutto c’è ancora voglia di lottare.

Qualcuno, da una macchina di lusso… «Nell’estate del 2002 sono cominciate le manifestazioni di fronte al cantiere – racconta Daniele –. La nostra lotta contro la zincheria più grande d’Italia è diventata più mirata. Abbiamo cominciato a chiederci perché le cose si fossero spinte fino a quel punto e abbiamo cominciato a esigere risposte sul loro comportamento anche da parte di quelle autorità delle quali fino a quel momento ci eravamo fidati. L’8 agosto abbiamo dato avvio al presidio nei pressi del cantiere (in seguito lo abbiamo dovuto spostare poco lontano, in un terreno di proprietà della mia famiglia). Quando è arrivato il primo volantino anonimo contro Stefano Zulian, il presidente del nostro Comitato, abbiamo capito che cominciavamo a dare fastidio e che quella che stava emergendo era una storia molto più grande di noi. C’erano di mezzo potenti e poteri ad alto livello. Il primo a farcelo capire espressamente è stato un assessore del Comune che ci ha avvertito che contro la zincheria non si può fare nulla perché ci sono “grossi interessi” e “giochi pericolosi” in ballo. Un po’ alla volta abbiamo scoperto negli sportelli delle istituzioni documenti falsi, approvazioni illegittime, denunce archiviate senza motivo, pratiche legali sparite nel nulla, conflitti di interesse da parte di chi seguiva le indagini. La Valtorta è un’azienda all’avanguardia in Italia nel suo settore e, a detta di tutti gli industriali, riceverà gli appalti previsti per le “grandi opere”. A niente sono servite le sentenze dei tribunali amministrativi che hanno bloccato il cantiere in costruzione. Non c’era nessuno a farle applicare. I lavori sono continuati, giorno e notte, festivi inclusi. A volte arrivava persino una pattuglia dei Carabinieri con l’ordine di fermare i lavori. Ma poi, chissà come, appariva qualcuno, da una macchina di lusso, che in un modo o nell’altro riusciva ad allontanare gli agenti. Così, mentre ufficialmente quel cantiere doveva essere chiuso, impunemente c’era chi compiva, sotto gli occhi di tutti, altri illeciti, ancora più gravi, certamente più pericolosi: lo scarico di rifiuti tossici di cromo che hanno inquinato la falda acquifera».

È guerra aperta
. La prima azione attiva del presidio è stata quella di presentare ricorso al Tar per le irregolarità riscontrate nell’approvazione del PIP49. Come risposta Stefano Zulian è denunciato dalla Zincheria Valbrenta per diffamazione, pur non essendo mai stata nominata nella richiesta di chiarimenti da parte del tribunale amministrativo. Il comitato scopre inoltre che a condizionamento del collegio giudicante del Tar Veneto era stata depositata una dichiarazione non veritiera da parte del dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Rosà e provvede per entrambe a sporgere regolare denuncia. Inizia il procedimento contro il presidio per abuso edilizio.
Oramai tra il Comitato, l’amministrazione locale, i cittadini, la Valbrenta è guerra aperta.
Il primo ferito grave, Stefano Zulian, vittima di un tentato omicidio, getta però tutti nel panico e fa capire a tutti, anche a quelli che avevano ancora dei dubbi, che lì a Rosà qualcosa di grosso sta davvero succedendo.
D’altronde, questa non è certo la prima storia veneta di infiltrazioni e intimidazioni mafiose. L’elenco è lungo: dalla cosiddetta mafia del Brenta, al caso dei fratelli Agizza – dirigenti di prima linea del clan dei Nuvoletta, tra i protagonisti della Camorra dopo la caduta di Raffaele Cutolo – arrestati proprio a Rosà circa vent’anni fa.

 

C’è del tossico nel “Caierón de San Marco”

Molti la conoscono come mafia del Brenta: la “mafietta” del Veneto, che non fa tanta paura perché è frutto di un virus che viene dall’esterno. Come Felice Maniero, che, costretto qui al soggiorno obbligato, si è messo ad esercitare il suo “talento”. Un mafioso che ha costituito un’organizzazione criminale considerata comunque un “corpo estraneo”, incapace di generare metastasi poiché basta allontanarlo perché tutto torni sano come prima, incontaminato.
Invece la mafia del Veneto va considerata tutt’altra cosa e ha dimostrato più volte di saper mettere radici (vedi box p. 12).
La punta di un iceberg. Qui in Veneto i mafiosi non sono stati mandati tutti in soggiorno obbligato come Maniero. Molti sono arrivati con le proprie gambe per riciclare soldi, stringere accordi con chi di soldi ne ha e non sdegna alleanze con personaggi ambigui di cui fa finta di ignorare persino il nome.
Alla mafia veneta forse dovrebbe essere dato un nome perché si inizi a prenderla sul serio. Potrebbe chiamarsi “il Caierón de San Marco”, il calderone di San Marco, perché qui dentro, proprio come nel pentolone per fare la polenta, ci sta proprio di tutto. I traffici di droga, di armi, di esseri umani, di terra, di rifiuti tossici, il riciclaggio di denaro sporco, il contrabbando di carburante (vedi box p. 17. Cfr. anche «Narcomafie» n. 03/05 e n. 05/06, ndr.). E ci sono l’omertà e il silenzio da parte della gente che partecipa al banchetto o lo subisce. «Vorremmo che la storia del nostro presidio venisse raccontata perché è una storia esemplare di come mafia e illegalità si siano impossessate della nostra Regione – dice Lorenzo Signori, ex sindaco di San Pietro di Rosà e uno dei promotori del presidio –. Il nostro non è un caso isolato, ma è certamente esemplare e può far capire quanto non ci sia tempo da attendere per agire in modo coordinato contro l’illegalità diffusa ormai a tutti i livelli. La Zincheria Valbrenta è la punta di un iceberg. Ma qui di storie da raccontare ce ne sono fin troppe. I fratelli Agizza (vedi p. 13) erano proprietari di una discarica qui. Erano camorristi ricercati dalla polizia in tutta Italia, latitanti da anni. Nessuno di noi sapeva chi fossero, nessuno di noi aveva mai visto una loro fotografia su un giornale. Io ai tempi ero sindaco e l’allora ministro Enzo Scotti me li raccomandò dicendo che lavoravano bene. In seguito prese le distanze dicendo che non sapeva fossero ricercati. Li aveva visti all’opera e gli erano sembrati scrupolosi e veloci. Io non diedi loro l’incarico perché avevo già altre ditte sottomano, ma non ebbi alcun sospetto sulla loro identità. La gente di qui li incontrava al bar, qualcuno ci scambiava quattro chiacchiere. Il nostro è un piccolo paese, dove ci si conosce tutti. Un “forestiero” non rimane un estraneo per molto. Ma Polizia e Carabinieri locali forse avrebbero dovuto occuparsi di loro prima dell’arresto, avrebbero dovuto farsi qualche domanda sulla loro identità. Sono venuti da Palermo per arrestarli, qui nessuno si è mosso. Sicuramente per agire per anni indisturbati dovevano avere delle protezioni altolocate. Nessuno, dopo la clamorosa rivelazione, si è però mai interrogato per scoprire le loro aderenze con il potere locale. Dopo l’arresto tutto è finito lì, così come è capitato nel caso di Felice Maniero, che ingenuamente si preferisce credere abbia agito sempre da solo, senza protezioni. Nessuno ha mai fatto indagini per scoprire quali fossero i suoi agganci istituzionali. Nella discarica degli Agizza furono trovati rifiuti tossici. Fu la Provincia a bonificare il terreno. Venivano scaricati bidoni tossici provenienti da Marghera. Per me è ancora una bomba ecologica. È stato messo un coperchio, ecco tutto».

(CONTINUA SULLA RIVISTA...)