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Il
grande intermediario
Marco Nebiolo
L11 dicembre 2004 il senatore Marcello DellUtri è stato
condannato dalla seconda sezione del tribunale di Palermo alla pena di
9 anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione
mafiosa. Una sentenza pesante, giunta a dieci anni dalliscrizione
nel registro degli indagati dellimputato, per un processo a dir
poco complesso: sette anni di dibattimento, 257 udienze, centinaia di
testimoni ascoltati, 12 giorni di camera di consiglio per raggiungere
il verdetto, 1800 pagine di motivazioni. E per ora siamo solo al primo
round. Prima di avere la parola fine su questa complicata vicenda ci vorranno
diversi anni: ci sarà lAppello, quasi certamente un ulteriore
ricorso in Cassazione, e non è detto che finisca lì.
Per il principio di presunzione di innocenza, il sen. DellUtri deve
essere considerato non colpevole fino al verdetto definitivo. Tuttavia,
avendo ben chiara tale premessa, riteniamo che questa sentenza
solo un passaggio intermedio sulla strada che porterà alla verità
processuale meriti di essere divulgata e conosciuta, fondamentalmente,
per tre motivi. Primo, perché riguarda un uomo al centro di alcune
delle vicende politiche e imprenditoriali più rilevanti degli anni
80 e 90 e al culmine della sua parabola umana e professionale (non un
ex potente, come, per esempio, era ormai Giulio Andreotti a metà
degli anni 90). Secondo, perché si fonda non solo su dichiarazioni
di pentiti, ma su una serie di fatti, di ammissioni dello stesso imputato,
di documenti scritti, fotografici, filmati difficilmente contestabili
(al limite diversamente interpretabili). E terzo, perché fornisce
uno spaccato incredibilmente nitido di come la mafia e il potere legale
(politico, finanziario, economico) si tocchino, interagiscano e si nutrano
a vicenda grazie ad alcune figure di raccordo, solitamente
personaggi insospettabili, ben noti agli studiosi del fenomeno mafioso
e ai sociologi, ma sempre molto abili a districarsi tra le maglie del
processo penale.
Amicizie pericolose.Le
motivazioni della sentenza dipingono uno scenario articolato, allinterno
del quale DellUtri gioca sempre lo stesso ruolo: quello del mediatore
tra gli interessi di Cosa Nostra e quelli del grande imprenditore del
Nord (e principale uomo politico della cosiddetta seconda Repubblica)
Silvio Berlusconi. Un ruolo ambiguo, che Berlusconi in parte avrebbe subito,
e del quale, in parte, si sarebbe avvantaggiato.
Ma DellUtri comè entrato in contatto con la mafia?
Principalmente attraverso due amicizie pericolose: quella di Gaetano Cinà,
presunto mafioso della famiglia del quartiere di Malaspina imparentato
tramite la moglie con boss del calibro di Stefano Bontate e Mimmo Teresi
(boss di Santa Maria del Gesù) coimputato al medesimo processo
per associazione mafiosa e condannato a sette anni di reclusione; e quella
di Vittorio Mangano (deceduto nel 2000), mafioso della famiglia di Porta
Nuova, entrato ed uscito dal carcere più volte tra gli anni 70
e 80 per diverse imputazioni. Amicizie strette a Palermo nei primi anni
70 nellambiente della squadra di calcio dilettantistica della Bacigalupo,
nella quale DellUtri svolgeva lattività di allenatore
e di direttore sportivo. Sono questi due dei nomi più importanti
che segnano il processo DellUtri. Perché furono, assieme
a lui, gli attori principali dellavvicinamento della mafia a Berlusconi.
Il Cavaliere poteva servire. Sono diverse le ragioni per cui Stefano
Bontate (ai vertici di Cosa Nostra negli anni 70) e i suoi sodali erano
interessati al Cavaliere. Innanzitutto a scopo di estorsione. Berlusconi
era già un importante costruttore e il suo patrimonio faceva gola
alla mafia. Ma non solo. Tra la seconda metà degli anni 70 e primi
anni 80 Cosa Nostra accumulava ingenti somme di denaro attraverso molteplici
attività illecite, ma in primo luogo grazie al businness del narcotraffico.
Necessitava quindi di canali sicuri di riciclaggio. Un imprenditore in
espansione come Berlusconi, che stava inventando la televisione commerciale,
e che presumibilmente aveva bisogno di grandi somme di denaro, poteva,
nellottica dei mafiosi, servire allo scopo. Non esiste la prova
che Berlusconi, entrato in contatto con Cosa Nostra come vittima,
abbia fatto buon viso a cattivo gioco e si sia prestato come riciclatore,
accettando Cosa Nostra come socio occulto della sua avventura imprenditoriale.
Tuttavia, i periti dellaccusa e della difesa non sono stati in grado
di ricostruire lorigine di circa 113 miliardi di vecchie lire affluiti
nelle Holding Fininvest tra il 1975 e il 1983 (vale a dire circa 250-300
milioni di euro attuali) e dei quali non è stato possibile ricostruire
lorigine. Il perito della difesa, il dott. Iovenitti, ha dichiarato
che alcuni di quei finanziamenti sono inspiegabili e «potenzialmente
non trasparenti».
I timori per lAnonima sequestri. Ma quando inizia lavvicinamento
tra Berlusconi e la mafia? Nel 1974 DellUtri, nonostante la recente
promozione negli uffici della direzione generale di Palermo della Sicilcasse,
si dimette per trasferirsi nel capoluogo lombardo dallamico Berlusconi
(conosciuto allUniversità Statale di Milano) e diventare
il suo segretario particolare. Deve seguire i lavori di ristrutturazione
della villa di Arcore, ma il vero problema che assilla il Cavaliere in
quel periodo è quello della sicurezza: teme, per sè e la
sua famiglia, di essere, in quanto imprenditore lombardo emergente, nel
mirino dellAnonima sequestri. Timore fondato visto che
tra il 1972 e il 1979, nel milanese, vengono perpetrati oltre 70 rapimenti
a scopo di estorsione. Per far fronte a tale minaccia, secondo i giudici,
inizia, il rapporto con Cosa Nostra e inizia a delinearsi il ruolo di
DellUtri. Questi infatti, su suggerimento di Cinà, propone
a Berlusconi di assumere ad Arcore, come fattore, proprio Vittorio Mangano.
Il quale, naturalmente, non si sarebbe limitato alla cura del parco e
degli animali della villa, ma avrebbe rivestito il ruolo di garante di
Cosa Nostra presso Berlusconi. Secondo il pentito Di Carlo (il cui racconto
è confermato da altri collaboratori) la decisione di assumere Mangano
viene presa dopo un incontro avvenuto a Milano tra Berlusconi, Mimmo Teresi
e il super boss Stefano Bontate, a cui partecipa personalmente lo stesso
Di Carlo. Al di là dei racconti dei collaboratori, tuttavia, non
esistono riscontri ulteriori di questa riunione. Quel che è certo
è che grazie a Cinà e a DellUtri, Mangano si trasferisce
ad Arcore. È plausibile che la personalità criminale dello
stalliere fosse ignota a DellUtri? Secondo i giudici no: Mangano,
durante il suo soggiorno a villa San Martino viene arrestato per scontare
una condanna per truffa. Tuttavia, dopo il suo rilascio torna tranquillamente
al suo posto di lavoro e non viene licenziato. Non solo, un amico di Berlusconi,
il principe DAngerio, subisce un tentativo di rapimento uscendo
dalla villa dopo una serata con il Cavaliere. I giornali locali cominciano
a parlare del siciliano residente ad Arcore. Solo allora è
il 1976 Mangano, nonostante che Fedele Confalonieri e DellUtri
avessero tentato di dissuaderlo, decide di lasciare Berlusconi.
Tuttavia, anche dopo questi episodi, i rapporti con Mangano sarebbero
continuati per molti anni, almeno fino al 1993-1994.
Lo stalliere ritorna. Nel 1980 Mangano viene arrestato
da Giovanni Falcone nellambito di indagini sul traffico di stupefacenti
tra Italia e Usa. Poco prima del suo arresto, la Criminalpol di Milano
intercetta una telefonata tra lex fattore e DellUtri in cui
il primo dice al secondo di avere un affare da proporgli e di «avere
il cavallo che fa per lui». Molto si è discusso sul significato
di questa espressione. In una intervista concessa pochi giorni prima di
essere ucciso, Paolo Borsellino dichiarò che Mangano, parlando
di cavalli, faceva riferimento a partite di droga. Quel che è provato
è che dopo lallontanamento da Arcore DellUtri continua
ad avere rapporti con il mafioso di Porta Nuova. E che questi rapporti
continuano anche dopo il lungo periodo di carcerazione degli anni 80.
Mangano infatti ricompare prepotentemente in questa storia circa 20 anni
dopo i primi contatti con DellUtri e Berlusconi. Quando Berlusconi
decide di entrare in politica e la costituzione di Forza Italia è
già in una fase operativa, lex stalliere, secondo i pentiti
Cannella e Calvaruso, contatta DellUtri in nome e per conto di Cosa
Nostra, che, dopo la caduta della Prima Repubblica, è in cerca
di nuovi referenti politici. DellUtri nel 1993 non è più
solamente il segretario personale di Berlusconi, il tramite per raggiungere
le sue aziende e il suo denaro. È diventato il suo braccio destro
politico, lorganizzatore di Forza Italia, ed è tra coloro
che più si sono battuti per la discesa in campo del Cavaliere.
Intanto Mangano è diventato reggente della famiglia di Porta Nuova.
Cosa vuole da DellUtri? Cerca garanzie sul fatto che il nuovo partito,
in cambio dellappoggio elettorale della mafia, risponderà
ad alcune esigenze politiche di Cosa Nostra: alleggerimento del 41 bis
(carcere duro), della legge sui beni confiscati e del 416 bis (associazione
di stampo mafioso). Ne parla tra gli altri il pentito Savatore Cucuzza,
ritenuto dai giudici «un collaborante di sicura attendibilità,
dotato di notevoli capacità intellettive e dialettiche, già
positivamente apprezzato con riferimento ad altri argomenti». Cucuzza
ha parlato di un paio di incontri avvenuti prima di giugno del 1994, tra
Mangano e DellUtri. Di questi incontri esiste una prova documentale:
le agende dello stesso DellUtri, che riportano due appuntamenti
avvenuti il 2 e il 30 novembre 1993. Il senatore ha cercato di giustificarsi
dicendo che Mangano (noto mafioso, già imprigionato per truffa
e narcotraffico...) era solito andare a trovarlo nel suo ufficio (a Milano,
non proprio comodo per chi vive a Palermo
) per esporgli non meglio
precisati problemi di carattere personale.
Dopo questi incontri alcuni pentiti affermano che dentro Cosa Nostra è
circolato lordine di appoggiare Forza Italia in quanto Marcello
DellUtri avrebbe dato ampie rassicurazioni circa la possibilità
di assecondare le richieste fatte dalla mafia.
La raccomandazione dellamico Cinà. Sicuramente quella
con Mangano non è lunica frequentazione pericolosa di DellUtri.
Il 19 aprile 1980, a Londra, partecipa al matrimonio tra Girolamo Maria
Fauci e Shanon Green. Fauci è un pregiudicato che gestisce il traffico
di stupefacenti per conto delle famiglie Caruana-Cuntrera tra Canada,
Gran Bretagna e Italia. DellUtri è accompagnato da Cinà.
Al ricevimento sono presenti anche Mimmo Teresi e il futuro pentito Di
Carlo (quello che parlò dellincontro a Milano nel 1974 tra
Berlusconi, DellUtri, Bontate e Teresi). Della partecipazione al
matrimonio londinese di Fauci ha parlato il Di Carlo, ma è lo stesso
DellUtri a confermare la sua presenza, dicendo però che lui
si trovava a Londra per visitare una mostra sui Vichinghi e che fu condotto
al ricevimento dallamico Cinà.
Ma già nel 1977 DellUtri, dopo aver lasciato Silvio Berlusconi,
che, secondo limputato, non credeva abbastanza nelle sue capacità
manageriali, va a lavorare presso Filippo Alberto Rapisarda, «personaggio
complesso scrivono i giudici i cui rapporti con diversi
soggetti vicini alla criminalità organizzata, più volte
emersi nel corso del dibattimento, non paiono sufficientemente chiariti».
Secondo quanto emerso nel processo, il senatore azzurro viene assunto
grazie alla raccomandazione di Cinà, evidentemente persona capace
di influenzare Rapisarda, allora alla guida della Inim (terzo gruppo immobiliare
italiano) nonostante sia ufficialmente solo il modesto titolare
di una lavanderia. DellUtri diventa amministratore delegato della
Bresciano costruzioni, unazienda del suo gruppo, che
in poco tempo fallisce. Rapisarda fugge allestero, ospite in Venezuela
dei narcotrafficanti Cuntrera-Caruana e si muove grazie a un passaporto
intestato al fratello gemello di DellUtri, Alberto.
Lo sconto sul pizzo.
Cè poi il capitolo del pizzo pagato a Cosa Nostra da Berlusconi
e dalle sue aziende. Secondo diversi pentiti, Berlusconi pagava sia allepoca
di Bontate sia dopo la sua uccisione (1981) quando, dopo la seconda guerra
di mafia, a comandare erano i Corleonesi. Lo stesso Rapisarda ha dichiarato
di aver saputo da DellUtri che, grazie alla sua mediazione, Berlusconi
aveva pagato meno di quanto gli fosse richiesto. DellUtri ha ammesso
di aver formulato queste dichiarazioni a Rapisarda, ma sostiene di averlo
fatto per mera vanteria. Difficile capire la mentalità
di chi si vanta di conoscere grandi boss mafiosi e di essere in grado
di trattare con loro. Comunque le affermazioni dei pentiti unite alle
dichiarazione del testimone Rapisarda, confermano ancora una volta il
ruolo svolto da DellUtri: mediatore tra Cosa Nostra e Gruppo Berlusconi.
Allimprovviso, Berlusconi allinizio degli anni 80 richiama
DellUtri alla sua corte e lo nomina in un ruolo strategico per il
suo Gruppo: ai vertici di Publitalia 80, la società concessionaria
della pubblicità per la Fininvest. Iniziativa curiosa, viste le
perplessità precedentemente dimostrate sulle sue capacità
dirigenziali e considerata la cattiva prova di sé data presso la
Bresciano costruzioni di Rapisarda.
Quello che il tribunale ritiene pienamente provato è che anche
sotto il dominio di Riina, la Fininvest, tramite DellUtri e Cinà,
continua a pagare Cosa Nostra. E i rapporti continuano negli anni 90.
Nel 1990, per esempio, la Standa di Catania subisce alcuni attentati a
scopo estorsivo. Dietro queste azioni cè Nitto Santapaola,
capomafia di Catania, molto vicino a Riina. Secondo i pentiti e un testimone,
DellUtri incontra Santapaola per cercare una mediazione. Quel che
è certo è che gli attentati cessano allimprovviso
e che la Standa non sporge denuncia.
I buchi neri. I fatti presi in considerazione dai giudici Leonardo
Guarnotta (componente, negli anni 80, assieme a Falcone, Borsellino, Di
Lello, del pool guidato da Caponnetto e già presidente del collegio
che ha assolto in primo grado Calogero Mannino), Gabriella Di Marco e
Giuseppe Sgadari sono innumerevoli, è non è possibile trattarli
tutti in questa sede, neppure sommariamente. Rinviamo per lapprofondimento
alla lettura degli stralci che pubblichiamo di seguito, e al nostro sito
Internet (www.narcomafie.it) per il testo integrale della sentenza.
Cio che va ribadito è che il quadro probatorio è complesso,
fondato su prove documentali, filmati, fotografie, dichiarazioni di pentiti
e di testimoni, nonché su dichiarazioni e ammissioni dello stesso
imputato. Il quale ha tenuto una condotta processuale tuttaltro
che encomiabile, visto il tentativo di inquinamento delle prove effettuato
cercando di minare la credibilità di alcuni collaboratori attraverso
dichiarazioni pilotate di falsi pentiti.
Rimangono tuttavia dei buchi neri in questa ricostruzione processuale.
DellUtri è stato una pedina utile alla mafia, anzi fondamentale,
esclusivamente per il suo ruolo di amico e collaboratore dellattuale
Presidente del Consiglio, che interessava alle cosche sotto diversi profili.
E nonostante non si trattasse di un processo contro Berlusconi, la sua
presenza ha aleggiato nellaula del tribunale in tutti questi anni
e rimbalza continuamente nelle pagine della sentenza. Berlusconi avrebbe
potuto chiarire molti lati poco chiari di questa vicenda e diradare ogni
fumus, ogni sospetto sul suo conto. Avrebbe potuto chiarire nei dettagli
le modalità e il contesto dellassunzione e dellallontanamento
di Mangano; avrebbe potuto chiarire la natura del rapporto con DellUtri,
prima considerato un manager poco dotato e dopo il fallimento di Rapisarda
nominato a capo di Publitalia; avrebbe potuto spiegare il senso di tante
intercettazioni telefoniche in cui parla con disinvoltura di attentati
e richieste di estorsione mai denunciate; avrebbe potuto chiarire lorigine
di certi oscuri finanziamenti delle holding Fininvest tra il 1975 e il
1983. E tanto altro ancora. Purtroppo il 26 novembre 2002, quando i magistrati
si recarono a Palazzo Chigi per sottoporgli queste e altre domande, il
Presidente del Consiglio scelse di avvalersi della facoltà di non
rispondere. Un suo diritto, senza dubbio. Il cui esercizio ha lasciato
intatto, intorno alla verità, una densa coltre di nebbia.
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Un
consapevole e valido apporto a Cosa Nostra
Pubblichiamo di seguito alcuni stralci tratti
dalla sentenza di condanna del senatore DellUtri. I titoletti di
inizio paragrafo sono a cura della redazione. Eventuali errori di forma
sono invece da attribuirsi alloriginalità del documento.
Dal capitolo primo
LA CONOSCENZA CON CINÀ GAETANO
E MANGANO
VITTORIO
Larrivo di Mangano ad Arcore. [
] Alla stregua delle emergenze
probatorie finora richiamate, costituisce un dato sostanzialmente non
più contestabile (stante le sostanziali ammissioni provenienti
dai soggetti direttamente protagonisti della vicenda) larrivo di
Mangano ad Arcore per intermediazione dellimputato DellUtri
e del coimputato Cinà, come pure le particolari mansioni che il
Mangano medesimo era stato chiamato a svolgere in quella tenuta.
Questi innegabili dati di fatto, considerata la particolare caratura criminale
che in quegli anni Mangano stava assumendo, per la fitta trama di rapporti
con personaggi di spicco allinterno della organizzazione mafiosa
cosa nostra e operanti in quel periodo nel milanese (si tratta,
anche in questo caso, di acquisizioni probatorie in parte definitivamente
accertate anche in altri procedimenti e che sostanzialmente non possono
essere più messe in discussione, sulle quali ci si soffermerà
in modo più specifico in altra parte della sentenza), rimarrebbero
privi di una ragionevole spiegazione ove si trascurasse di tenere conto
di un particolare modus operandi, negli anni 70, della
criminalità organizzata di stanza a Milano.
Trattasi di numerosi sequestri di persona a scopo di estorsione, posti
in essere in quel periodo, in relazione ai quali si deve univocamente
intendere (come peraltro è dato leggere tra le righe delle dichiarazioni
dello stesso imputato, sopra richiamate), la funzione di garanzia
e protezione che Mangano era chiamato a svolgere, a tutela della
sicurezza del suo datore di lavoro e dei suoi più stretti familiari,
in un momento in cui si era deciso il trasferimento di Berlusconi nella
tenuta di Arcore, appena acquistata, trasferimento che in sé comportava
inevitabili ricadute in termini di sicurezza anche per i familiari dellimprenditore
rispetto alla precedente sistemazione milanese.
Un canale di collegamento. [
] Tutte le considerazioni che precedono
non lasciano residuare alcun dubbio circa la mediazione concretamente
svolta dagli odierni imputati i quali, costituendo uno specifico canale
di collegamento tra lorganizzazione mafiosa cosa nostra
(nella persona del suo più importante esponente dellepoca,
Stefano Bontate) e limprenditore milanese Silvio Berlusconi (in
evidente e rapida ascesa sulla scena economica di quella ricca regione)
hanno con ciò posto in essere una condotta idonea a costituire
un consapevole e valido apporto al consolidamento e rafforzamento del
sodalizio mafioso, sempre pronto a cercare nuovi canali attraverso i quali
riciclare i (già allora) imponenti introiti ricavati dalle attività
illecite gestite ma anche, e più semplicemente, nuove fonti di
guadagno attraverso la imposizione di indebite esazioni, con la conseguente
configurabilità a carico di entrambi gli imputati del reato associativo
in contestazione, nei termini che verranno più adeguatamente tratteggiati
nella parte della sentenza riservata alle considerazioni conclusive.
Secondo il disegno di Bontate. [
] In conclusione, se lattivo
coinvolgimento del Mangano nella organizzazione del sequestro DAngerio
poteva costituire agli occhi di Berlusconi violazione di quel mandato
di garante assunto allatto del suo trasferimento ad Arcore (tanto
da indurlo, secondo quanto riferito da Cocuzza, ad un irrigidimento dei
suoi rapporti col Mangano), il complesso delle emergenze probatorie finora
richiamate lascia chiaramente intendere che questo episodio, in realtà,
era destinato ad inserirsi in una più complessa strategia destinata
ad avvicinare e legare maggiormente limprenditore Berlusconi alla
organizzazione criminale, secondo un disegno al quale non appaiono affatto
estranei i vertici di quel sodalizio, ed in particolare lo stesso Stefano
Bontate, come viene confermato dalla attiva partecipazione al sequestro
dei Grado e dello stesso Vernengo Pietro, tutti uomini donore della
famiglia di Santa Maria di Gesù a capo della quale
era appunto il Bontate.
Per quanto riguarda il periodo immediatamente successivo al sequestro
DAngerio, è certo che Mangano rimase nella villa di Arcore
almeno fino al 27 dicembre 1974, data in cui venne tratto in arresto per
scontare una pena di mesi dieci e giorni 15 di reclusione (alla quale
era stato condannato per il reato di truffa) e in quel luogo fece ritorno
quando venne scarcerato il 22 gennaio 1975.
Gli elementi che si ricavano dalle emergenze processuali non sono invece
univoci nel dimostrare il successivo periodo di permanenza del Mangano
nella villa di Arcore e non consentono di datare con certezza il suo allontanamento.
[
] Peraltro, è bene non dimenticare che il dato concernente
lallontanamento di Mangano da Arcore non riguarda la posizione dellimputato
DellUtri, il quale non ha mai interrotto i suoi rapporti con il
Mangano, pur essendo ben consapevole, alla luce delle sue stesse ammissioni,
della caratura criminale del personaggio.
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