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Fotografa,
regista, ambientalista, femminista, politico... Letizia Battaglia dice
di essere «una persona che fa delle cose» e in questa definizione
si nascondono due grandi verità. La prima è la generosità
del suo impegno culturale e politico, anteposto al successo professionale,
e, seconda, è la passione con la quale crede nellazione civile
e personale come motore di cambiamento.
Vincitrice nel 1985 del prestigioso premio W. Eugene Smith per la fotografia
sociale, Letizia Battaglia ha attraversato con la sua vicenda privata
e professionale gli ultimi quarantanni di storia siciliana, scontrandosi
con la violenza e la miseria dellisola.
Oggi, alletà di settantanni, continua a girare il mondo
con le sue fotografie, perché la sua lotta non è capriccio
intellettuale né rivincita del buono contro il cattivo, ma amore
per la vita. Siamo andati a trovarla a casa, nel cuore del centro storico
di Palermo.
Signora Battaglia, come fotografa del quotidiano palermitano «LOra»,
lei ha vissuto da vicino lesplosione della violenza mafiosa dei
primi anni Ottanta
Quando sono arrivata al giornale, nel 1974, non sapevo molto di mafia:
pensavo fosse un problema delle campagne. Poi, sul finire degli anni Settanta,
mi capitò sempre più spesso di fotografare degli omicidi:
arrivai a contarne fino a cinque al giorno. Non fu semplice perché
essere donna mi rendeva poco credibile come fotografa di mafia, e sul
luogo del delitto sia i familiari delle vittime che le forze dellordine
mi ostacolavano.
Che
valore aveva in quegli anni denunciare con la fotografia quanto stava
accadendo?
In realtà a «LOra» non era riconosciuto ai fotografi
alcun ruolo autonomo di denuncia. Ero contenta di lavorare in un quotidiano
antifascista e antimafia, ma anche lì le fotografie erano trattate
solo come corredo degli articoli.
Eppure il suo lavoro non si è fermato alla cronaca
No, ma è avvenuto al di fuori del giornale. Nel 1980 partecipai
alla fondazione del Centro siciliano di documentazione Peppino Impastato.
Fu la bella presenza a Palermo di Umberto Santino e Anna Puglisi, già
da tempo promotori di iniziative antimafia, a coinvolgerci tutti. Con
il Centro, io e Franco Zecchin, fotografo e mio compagno per ventanni,
organizzammo mostre per le strade, di cui una, memorabile, a Corleone:
la cittadina era in festa e in molti si avvicinavano a curiosare, finché
qualcuno non vide tra i nostri pannelli le foto di Luciano Liggio. Allora,
poco alla volta, sparirono tutti dalla piazza lasciandoci soli. Abbiamo
avuto paura.
Quali scatti esponevate e perché?
Fotografie che rappresentassero lintero mondo mafioso: miseria,
politica, processi, arresti. Volevamo che la gente fosse cosciente della
strategia mafiosa in atto contro le istituzioni democratiche.
Talvolta finivamo anche per essere naïf nel nostro sognare una Sicilia
pulita e onesta. Eppure condividere con altri il nostro dolore non risultò
vano, anzi destò nuova attenzione intorno al problema. Mancò
invece una risposta forte da parte del mondo politico, e mentre giudici,
poliziotti, giornalisti e politici cadevano sotto i colpi della mafia
noi cominciammo ad essere ossessionati da un crescente senso di solitudine.
Come reagì la città di Palermo al montare della violenza
mafiosa?
Durante gli anni Settanta la gente credeva ancora che la mafia colpisse
solo i mafiosi. Neanche quando nel gennaio 1980 uccisero il presidente
della regione Piersanti Mattarella nacque una riflessione collettiva.
Ci volle tempo prima di assistere a reazioni di piazza: la prima volta
fu nel 1982, per i funerali del prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla
Chiesa, e poi lanno successivo, per luccisione di Rocco Chinnici
(consigliere istruttore della procura di Palermo, ndr.), molto conosciuto
per la sua attività di sensibilizzazione antimafia fatta nelle
scuole.
La crescente attenzione della società civile si tradusse anche
nel fenomeno culturale e politico noto come Primavera di Palermo,
che segnò lascesa di Leoluca Orlando a sindaco della città...
Il risveglio fu lento e progressivo, accelerato da omicidi eccellenti,
e Orlando seppe cogliere e guidare questa voglia di rinnovamento. La Primavera
di Palermoci fece sognare un futuro diverso.
Proprio in quegli anni lei è passata dalla denuncia civile allazione
politica
Sono stata due volte consigliere comunale, la prima volta nel 1986 con
il partito dei Verdi, poi assessore Alla vivibilità urbana
con Orlando e infine deputato regionale. Ho un ottimo ricordo del mio
lavoro allassessorato, perché ho potuto operare concretamente,
pulire le piazze, sporcarmi le mani. Abbiamo piantato molti alberi in
quegli anni: mi piaceva avvicinare la gente ad una città più
ricca di verde. Finito lincarico continuai a lavorare con Orlando
come consulente esterno per il carcere.
Perché proprio il carcere?
Quando lavoravo al giornale provavo vergogna a fotografare la gente ammanettata,
sentivo di fargli violenza.
Chiesi di lavorare nel carcere perché non provo odio verso chi
lavora per la mafia, anzi penso che alcuni di loro vorrebbero cambiare
vita. Per questo ho sempre creduto che la lotta alla criminalità
non possa limitarsi alla via repressiva.
Quando scelsi di lavorare in carcere era come se avessi voluto farmi perdonare
di non aver saputo, con altri, costruire una società capace di
tenerli lontani dalla criminalità. Volevo restituire a chi era
in carcere una speranza, perché ho sempre pensato che i ragazzi
nati nei peggiori quartieri di Palermo siano costretti a fare riferimento
ai mafiosi. Di questo parlai anche con Giovanni Falcone, che si disse
convinto del fatto che da certi quartieri si possa solo scappare, perché
al loro interno non cè possibilità di salvarsi.
Come ha vissuto la morte di Falcone e Borsellino?
Ho provato un dolore cocente, sia perché i loro omicidi giungevano
al culmine di un crescendo di violenza, sia perché i due giudici
si erano fatti amare. Ho provato una forte emozione piangendo insieme
a tanta gente. Era come se il loro sacrificio fosse riuscito finalmente
a risvegliare il senso civico dei siciliani. Il popolo si riversò
nelle strade ed espresse grande rabbia e dolore. Sul momento credemmo
non solo di poter continuare a lottare ma anche di aver trovato nuova
forza. Poi invece è finito tutto, il popolo si è stancato.
Cosè successo allora al movimento antimafia?
Me lo chiedo. Mi chiedo dove siano oggi quelli che urlavano ai funerali.
Lo sdegno si è spento, lurgenza è cessata e sembra
che anche il pudore sia sparito. Le menti sono corrotte, i giovani non
sanno e non vogliono sapere nulla. A Palermo opera il Centro Impastato
e i ragazzi di Addiopizzo, ma non cè più il sostegno
dei cittadini.
Crede nelleducazione alla legalità fatta nelle scuole?
Non molto, penso che ormai si sia svuotata di significato e sia diventata
una materia scolastica come le altre. Ammiro invece i ragazzi che lavorano
i terreni confiscati alla mafia. Le lenticchie, la pasta, il pomodoro,
sono frutti concreti, unantimafia in cui credo.
Perché lanno scorso ha lasciato Palermo?
Non sopportavo più il silenzio. Non si vive bene a Palermo. Ma
alla fine mi sono sentita in colpa e sono tornata: la mia città
mi imprigiona per troppo amore, vorrei ancora provare. Ho settantanni
e non posso più fare molto, se non perseverare nella promozione
dellintegrità morale.
Allora si può fare ancora qualcosa
Sicuramente. Di fronte allindifferenza delle nuove generazioni diventa
importante anche solo esserci. E poi mi capita di incontrare persone che
meritano il nostro impegno: conosco e amo molto un ragazzo, figlio di
un mafioso e nipote di un mafioso assassinato che io ho fotografato anni
fa. Lui disprezza loperato della sua famiglia, e soffre del silenzio
che incombe sulla sua casa. È il più antimafioso di tutti,
non manca a una manifestazione, studia, legge moltissimo. Sono sicura
che non verrà mai ricacciato nel mondo di suo padre. Val la pena
di fare ancora qualcosa per persone come lui.
Cosa pensa di chi fugge dalla Sicilia e dai suoi problemi?
Non sono moralista su questo tipo di scelte: ci sono menti eccelse che
hanno bisogno di andarsene per girare un film, pubblicare un libro, specializzarsi.
Restare legati alla propria terra è un impegno che solo alcuni
sentono e che viene messo a dura prova dalla realtà dei fatti.
Non sempre si ha la forza di resistere, non ce lho avuta neanchio.
Certo che se fossimo tutti qua, con le nostre belle teste, forse andrebbe
meglio, ma capisco chi lascia la Sicilia perché i suoi sogni o
i suoi diritti non vengono rispettati.
Come si conciliano limpegno e la vita privata, lessere
madre in particolare?
Si possono conciliare, si deve. Non ho mai abbandonato i miei figli e
sono una nonna amorevolissima. La vita è bella così per
comè: lotta, amore e gioia.
Quale forma ha la sua lotta oggi?
Ho la mia casa editrice, porto in giro le mie foto e i miei sogni... vivo
da persona onesta. Cosa posso fare di più?
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