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Luglio/Agosto 2005

 

Il Tav in Val di Susa
Certi treni è meglio perderli

Andrea Giordano

 

Una linea ferroviaria in grado di spostare ad alta velocità milioni di persone e di merci: la Torino-Lione sembra un progetto di sviluppo per l’Europa unita, ma si basa più su previsioni fantastiche che su dati empirici o concrete esigenze. Senza considerare i costi enormi e gli altissimi rischi per la salute



“Torta (ad) Alta Velocità”: l’eloquente lapsus freudiano traduceva la sigla Tav (in realtà Treno ad alta velocità) nella didascalia di un opuscolo redatto in francese, dodici anni fa, dal Comitato promotore della nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Nel 1993 il progetto era agli albori. Quello strampalato errore conteneva forse già tutto il senso di questa ghiotta “grande opera”?

Una valle già satura. «Il Tav serve essenzialmente a chi lo fa, non al Paese, di cui finirà con l’aggravare i conti pubblici. Ci presentino un progetto tecnico ed economico serio, e non basato su previsioni roboanti, irrealistiche e poco fondate, e ci dicano con precisione cosa mai succederà se non viene realizzato», sfida Claudio Cancelli, docente presso il Dipartimento di Ingegneria aeronautica e spaziale del Politecnico di Torino, tra i fondatori del comitato Habitat. Cancelli è membro di un folto gruppo di docenti universitari, ingegneri, economisti ed esperti schieratisi contro il progetto, insieme ai presidenti delle due Comunità montane, ai sindaci e agli abitanti valsusini. «La nuova Torino-Lione non è tollerabile per la sopravvivenza di questa vallata, ma questo non viene tenuto in alcuna considerazione», aggiunge.
Già attraversata da due statali, da un’autostrada, da una linea ferroviaria e da un paio di elettrodotti, la Val di Susa ha oggi, nella zona di pianura, anche seri problemi di inquinamento da diossina e Pcb: è su questo stretto corridoio saturo di infrastrutture che la nuova opera dovrebbe passare, con impatti ambientali inevitabilmente gravi e concrete possibilità di rischio per la salute.

Aspettando la talpa. Il popolo dei “no Tav” non si fa illusioni. Conosce persino le caratteristiche tecniche e le date di consegna della nuova “talpa” Tbm, la macchina di scavo prenotata per forare, tra qualche mese, la montagna a Venaus e scavare un cunicolo di “sondaggio” che dovrebbe poi diventare la galleria di servizio del tunnel di base di 52,7 km sotto il massiccio d’Ambin.
Ma nemmeno si illudono le imprese che dovranno praticare i carotaggi in una ventina di siti: pare che stiano iniziando a reclutare personale di sorveglianza (armato?) per la tutela dei cantieri, e che siano pronte a rifornirsi di autocisterne, o addirittura a scavare pozzi, per avere autonomia d’acqua, nel caso venissero negati dai Comuni gli allacciamenti alla rete idrica.
Insomma, la “resistenza” passiva, con le riunioni degli abitanti e i Consigli comunali all-day per “presidiare” i siti dei sondaggi preliminari, non potrà tenere a lungo e dappertutto: «Se cercano di stanziarsi in troppi cantieri contemporaneamente, ripieghiamo su Venaus. Ma per quanto potremo tenerlo?», si sentiva esclamare in valle a fine giugno, con toni di (pacifica) strategia partigiana.

Una battaglia civile.
Legalità e pace sono le parole d’ordine di quest’opposizione. Questo non ha però impedito, negli ultimi anni, che ignoti “cani sciolti” danneggiassero alcune centraline legate alle attività della Ltf (Lyon Turin Ferroviaire, società partecipata al 50% da Rfi, ossia Rete ferroviaria italiana, e da Reseau Ferré de France), che sovrintende ai lavori preliminari della tratta internazionale. I “presìdi” ufficiali hanno però tutt’altra natura e spirito: «Abbiamo sempre espresso, in modo pacifico e corretto, la contrarietà di tutta la popolazione ai sondaggi, volti in realtà a far partire l’opera e la costruzione delle gallerie – spiega Antonio Ferrentino, presidente della Comunità montana della Bassa Val di Susa –. Come sindaci e amministratori pubblici vigiliamo affinché l’opposizione sia pacifica. Se però si vorrà imporre con la forza un’occupazione provocatoria e iniziare i lavori, potrebbero nascerne risposte avventate».
Basterà la proposta dei Ds di creare una commissione di controllo, con la partecipazione dei Comuni valsusini, chiamata a presiedere a sondaggi mirati piuttosto che alla valutazione preventiva degli eventuali rischi di scavo, per pacificare gli animi?

Parigi tentenna. Chi caldeggia l’opera ritiene invece fondamentale un celere avvio dei sondaggi. In estate si terranno importanti riunioni internazionali in cui si dovrà rendere conto dello stato dei progetti, in vista dell’ottenimento dei sospirati finanziamenti europei. Questi ultimi potrebbero coprire al massimo il 20% dei costi della tratta internazionale, ma il loro effettivo stanziamento, e i relativi tempi, sono incerti. Come tanti altri aspetti progettuali, tecnici, ambientali e finanziari.
Spaventa i fautori della nuova linea anche la tiepida reazione mostrata in alcune occasioni dalla Francia, partner del progetto e condivisore, all’incirca al 50%, dei suoi costi globali. Forse proprio per vincere queste perplessità gli italiani si sono impegnati a finanziare il 63% della tratta internazionale, che comprende l’oneroso tunnel di base, a dispetto del fatto che essa dovrebbe correre solo per poco più di un terzo circa sul nostro territorio nazionale. Negli ultimi anni, su incarico del Governo di Parigi, varie commissioni di esperti si sono pronunciate con fredda perplessità sul progetto Tav Torino-Lione, giudicato ad esempio, dal prestigioso audit francese diffuso nel 2003, non prioritario per la Francia e problematico nel rapporto costi-benefici. Il rapporto dei superesperti d’oltralpe consigliava piuttosto di puntare, nell’imminente futuro, ad un miglioramento della linea storica, visto che «è improbabile che le attuali infrastrutture siano sature nel 2015, ed è troppo presto per dire quando lo saranno».

Sarà utile tra 20 anni?
Difficili da prevedere anche i possibili aumenti di costi e tempi previsti: ipotesi, ormai datate, di costo globale si attestano sui 13 miliardi di euro, da dividere, come si è detto, con la Francia; ma negli anni – visti soprattutto i complessi lavori in galleria – potrebbero rivelarsi assai superiori. Ciò vale in particolare per la cosiddetta “tratta internazionale” dell’opera, il cui costo stimato è di 6,7 miliardi di euro.
Ad onta della sua sbandierata “urgenza”, poi, il nuovo collegamento non sarà verosimilmente terminato prima di almeno quindici-vent’anni, in un quadro europeo dei trasporti di certo modificato da nuove dinamiche, come ad esempio l’apertura dei nuovi trafori alpini del Lötschberg (Svizzera), nel 2007, e del San Gottardo.
La Torino-Lione era stata lanciata agli inizi come linea volta a sopperire alle future necessità del trasporto passeggeri. Ltf prevede 5 milioni di passeggeri all’anno. Ma gli unici dati concreti e documentati parlano di un magro traffico passeggeri negli ultimi anni. Di cui costituisce solida prova la soppressione, nel 2004, dell’ultimo collegamento ferroviario diretto Torino-Lione , motivata dal passivo annuo di 6 milioni di euro.

Torino Cenerentola.
Un obbligato mutamento propagandistico del progetto lo ha così legato, nel tempo, alla cosiddetta “alta capacità” – in primo luogo di merci – finalizzata ad evitare una presunta, imminente saturazione della linea storica e dunque a scongiurare il rischio che “il Piemonte risulti tagliato fuori dall’Europa”. Allo stato attuale del progetto, però, Torino potrebbe rischiare eccome di essere parzialmente tagliata fuori dal percorso del Tav, almeno in un contesto di trasporto merci. L’interconnessione di corso Marche (indispensabile “bretella” di raccordo torinese alla nuova linea per il passaggio delle merci dallo scalo di Orbassano, peraltro unicamente in direzione della Francia) non è infatti ritenuta “essenziale” dai dirigenti di Rfi in assenza di altri interventi integrati (strade etc.) e di cospicui finanziamenti anche pubblici: i costi della sua gestione sono infatti reputati «del tutto insostenibili» dai manager delle ferrovie. Pur fortemente voluta dalla Regione Piemonte, l’effettiva realizzazione dell’interconnessione per ora resta in sospeso. Il progetto preliminare della nuova linea contempla semplicemente una predisposizione per il raccordo, di cui manca, inoltre, qualsiasi stima accurata dei costi, costruttivi e d’esercizio. Ed in sua assenza, le merci in transito dalla Val di Susa sulla nuova linea proseguirebbero per Milano attraverso Settimo torinese, e viceversa. Un modo singolare per collegare Torino e le sue merci all’Europa, a Nord-ovest come ad Est...

Treni di 3 km: belli, ma non ci stanno. In merito al traffico merci, inoltre, i dati a disposizione e le previsioni, se non formulate a partire da indici di crescita economica che non rispecchiano in nulla il quadro attuale, non giustificano affatto la costruzione di una nuova linea (vedi box p. 56). Deludenti anche i risultati – tranne che, per ovvie ragioni, dopo la recente chiusura del Traforo del Frejus – dell’esperimento, lanciato nel 2003, di “autostrada ferroviaria” con semirimorchi e persino interi Tir caricati con le loro merci su appositi vagoni dallo scalo di Orbassano ad Aiton, nei pressi di Chambery.
Anche la colorita ipotesi di futuristici treni-merci lunghi 2-3 chilometri, che verrebbero sottratti dal nuovo collegamento (in buona parte in galleria) alla linea storica e quindi ad un inquinante circolazione in valle con conseguente beneficio ambientale, non parrebbe risultare praticabile alla luce della nuova progettazione di Rfi: essa contempla per i binari di stazionamento dei treni merci in attesa presso il futuro interscambio di Bruzolo una lunghezza di soli 750 metri.

Uranio, questo conosciuto
. A tutto ciò si aggiungono le incertezze progettuali. Prima fra tutte l’attraversamento in una galleria di 52,7 chilometri (da Venaus a Saint Jean de Maurienne): un tunnel più lungo di quello della Manica, passante a profondità massime comprese tra i 1500 e i 2500 metri, e quindi sotto forti carichi, in zone geologiche non ottimali, con elevate temperature in vari tratti. Ma non è tutto. «I lavori di attraversamento del massiccio d’Ambin potrebbero rivelarsi problematici anche per la presenza sul percorso della galleria, ad esempio nei pressi di Molaretto, di possibili siti con uranio (la cui presenza nella zona è ben nota e documentata da quarant’anni), e più ancora del suo prodotto di decadimento, il gas radioattivo radon – spiega il professor Massimo Zucchetti, docente di Impianti nucleari presso il Politecnico di Torino –. Il rischio, che a nostro avviso esiste, è ovviamente legato alla concentrazione di questi elementi, quantificabile con precisione solo disponendo di mappature complete tridimensionali della geologia di zona, come pure (fatto oggi del tutto trascurato) dei movimenti delle acque, visto che il radon può essere da queste trasportato a notevoli distanze. Per tale motivo non è assolutamente sufficiente fare qualche carotaggio e prelievo qua e là, contando poi sul fatto di riuscire ad evitare sul percorso grandi formazioni uranifere». Zucchetti rileva che «la legislazione italiana, con il decreto 241/2000, è oggi molto restrittiva in materia di rischio radon, tossico per inalazione (con aumento del rischio di tumore polmonare)». Secondo il docente, quindi, «nel caso s’incontrassero zone con concentrazioni tossiche di uranio o radon i lavoratori del tunnel diventerebbero “professionalmente esposti a radiazioni”, con quel che ne conseguirebbe in termini di attrezzature, costi e rischi per la salute». «Da incubo» sarebbe inoltre, secondo Zucchetti, la sorte di eventuale materiale (contenente uranio) estratto dagli scavi e stoccato magari in discariche locali all’aperto, pronto ad essere dilavato dalle acque.

E poi c’è l’amianto.
Ai milioni e milioni di metri cubi di “smarino” (materiale di risulta) – solo in parte riutilizzabili, a detta degli stessi progettisti – del tunnel di base, si aggiungerebbe il milione e passa di metri cubi che verrebbe estratto dalle gallerie in bassa valle, ed in particolare sotto il monte Musiné. E queste rocce, come hanno confermato nel 2003 i geologi dell’Università di Siena su incarico della stessa Rfi, contengono amianto in diverse forme e quantità.
Un’associazione che riunisce cento medici di base, ospedalieri e liberi professionisti valsusini ha così lanciato l’allarme, giudicando la situazione che si prospetta per il territorio come «estremamente preoccupante, tale da configurare la possibilità di severi danni alla salute pubblica». Spiega il dottor Marco Tomalino, portavoce del Coordinamento sanitario Val di Susa: «La nostra è una posizione strettamente medica. Chiediamo garanzie. Le polveri di amianto si diffondono con facilità e provocano il mesotelioma maligno polmonare». I cento medici esprimono preoccupazione anche su alcune ipotesi di stoccaggio di mezzo milione di metri cubi di “smarino” delle gallerie previste per la bassa valle in discariche improvvisate a cielo aperto ad Almese, e forse di altro materiale a Sant’Ambrogio. «Sinora non abbiamo ricevuto da chi lavora al progetto nessuna rassicurazione e risposta precisa» conclude Tomalino.
Preoccupa inoltre il rischio che molte falde acquifere di valle possano essere prosciugate a seguito degli scavi delle diverse gallerie. E che inondazioni possano essere causate da infrastrutture come la lunga “rampa” di Bruzolo. Critico anche, in termini di impatto ambientale, l’attraversamento della Val Cenischia con un doppio viadotto aereo, stando all’ipotesi progettuale più accreditata.

Le alternative ci sarebbero!
Nel 2001 l’ingegnere torinese Gabriele Manfredi e l’architetto Sergio Nicola presentarono un innovativo progetto, controcorrente rispetto alla Torino-Lione, per un collegamento ad alta velocità Torino-Cuneo-Nizza. Era volto a risolvere gli impellenti bisogni di mobilità pubblica nell’area, e a contenere il traffico stradale rivalutando il ruolo della ferrovia nel Piemonte e oltre i suoi confini.
Da più parti si auspica che il progetto venga ripreso in considerazione, visto che era realizzabile con un impatto ambientale minimo, ordini di spesa e tempi ridotti rispetto alla Torino-Lione, e con una genuina vocazione ad un collegamento internazionale Est-Ovest: la linea avrebbe consentito di raggiungere l’aeroporto di Nizza in meno di un’ora e di smaltire una parte consistente del traffico merci in transito da Ventimiglia, ma anche dal Frejus. Il progetto ricevette il plauso degli ambientalisti, ma fu ignorato da un certo numero di politici, perché in competizione con l’autostrada del Mercantour in attesa di realizzazione.
Non è il caso della Torino-Lione: «Realizzando un’infrastruttura ferroviaria non si stronca l’opzione del trasporto merci su strada. In Italia del resto abbiamo una lobby stradale fortissima», chiosa amaro Ferrentino.

e inoltre:

-Con la scusa del "corridoio"

-Un'opportunità non necessaria