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«In
questi giorni mi domando cosa mi stia succedendo. Credevo di essere più
forte. Invece mi accorgo che più ne parlo più sento il dolore
crescere. Da fuori non si vede, ma dentro so solo io quello che sento».
La voce di Margherita Asta si incrina per lemozione appena ripensa
a quella mattina di ventanni fa in cui, alletà di soli
dieci anni, in un istante perse la madre Barbara e i fratelli minori,
i gemellini Salvatore e Giuseppe, di sei anni. Tutti travolti e uccisi
dalla violenza di Cosa Nostra, in quella che viene ricordata come la
strage di Pizzolungo. Era il 2 aprile 1985.
Obiettivo dellattentato era il sostituto procuratore di Trapani,
Carlo Palermo: era per lui lautobomba posizionata sul ciglio della
strada che da Pizzolungo conduce a Trapani. Trasferitosi nel febbraio
di quellanno dalla Procura di Trento, dove si era distinto per alcune
indagini importanti sul traffico darmi e di stupefacenti, in poche
settimane di lavoro si era guadagnato una condanna a morte dalla mafia.
Una tragica fatalità, però, lo salvò: la sua auto
incontrò lungo il tragitto lutilitaria guidata da Barbara
Asta e la superò proprio nel punto in cui i sicari avevano posizionato
la vettura con lesplosivo. Noncuranti dellostacolo imprevisto,
gli assassini premettero comunque il pulsante, sperando di raggiungere
lobiettivo: la mafia non dà alcun valore alla vita umana,
specie a quella di chi costituisce un intralcio alla realizzazione dei
suoi interessi. Carlo Palermo fu solo ferito, mentre la mamma e i bambini
fecero da scudo e furono dilaniati.
Fu una strage di innocenti, figlia di una strategia terroristica che avrebbe
raggiunto il culmine nelle stragi del 92 e che ebbe il suo prologo
in quella del 29 luglio 1983, a Palermo: unautobomba parcheggiata
davanti al palazzo in cui risiedeva Rocco Chinnici, capo dellufficio
istruzione di Palermo, uccise, oltre al magistrato e ai carabinieri della
scorta Mario Trapassi ed Edoardo Bartolotta, anche Stefano Lisacchi, linerme
portiere dello stabile. Unaltra vittima collaterale di una guerra
nella quale, spesso, i semplici cittadini non credono di poter essere
coinvolti.
Carlo Palermo fu profondamente scosso da quella tragedia. Se il piano
fosse andato a buon fine, sarebbe stato il secondo magistrato assassinato
a Trapani in due anni: il 26 gennaio 1983 era caduto a colpi di mitragliatrice
Gian Giacomo Ciaccio Montalto, che indagava sulle potenti cosche delleroina.
Poco tempo dopo lattentato, Palermo lasciò la magistratura
e la Sicilia.
Margherita Asta ricorda tutto di quel giorno. Far sì che non si
dimentichi fa parte del suo impegno quotidiano, da quando con lassociazione
Libera cerca di promuovere, specie tra gli studenti, la cultura della
legalità e dellantimafia.
Margherita, cosa ricordi di quel giorno?
Che mi salvai per una pura coincidenza. Invece di andare a scuola con
mia madre come al solito fui accompagnata da una vicina di casa e passai
sul luogo dellattentato un quarto dora prima dellesplosione.
Dopo poco mi venne a prendere la segretaria di mio padre, senza spiegarmi
il motivo. Non mi feci particolari domande, mi insospettì solo
il fatto che per tornare a casa facemmo un giro molto lungo, e durante
il percorso notai la presenza di molti posti di blocco.
Giunta a casa la sorella di mia madre mi comunicò cosa era successo.
Non realizzai in che modo fossero morti. Poi, andando ai funerali il giorno
dopo, facemmo la strada che passa da Pizzolungo e passammo sul luogo dellattentato.
Andando in chiesa nel primo pomeriggio avevo notato solo il cratere in
terra creato dallautobomba. Ma al ritorno vidi un particolare che
ancora adesso mi fa soffrire particolarmente. Una macchia di sangue sulla
parete di una abitazione. Mio padre mi spiegò che era stato il
corpo di uno dei due fratellini, scaraventato contro quella casa. Solo
una parte del corpo, in realtà, perché i tre cadaveri furono
dilaniati e ne rimase ben poco. Furono ricomposti per modo di dire, cera
ben poco da ricomporre.
Qual è lemozione prevalente in te quando ti guardi indietro?
Rabbia, rancore?
Impotenza. Perché non potrò sapere mai chi è stato
a pigiare il pulsante.
Non esiste una verità processuale sulla strage?
Per quanto riguarda i mandanti cè un processo in corso nel
grado di appello. Lanno scorso sono stati condannati Di Maggio,
Virga e Riina. Per quanto riguarda gli esecutori, in primo e secondo grado
sono stati condannati Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo, Filippo
Melodia. Ma la sentenza è stata cassata nel 91 perché
gli imputati non avrebbero commesso il fatto. Tra quei giudici cera
Corrado Carnevale (lex Presidente della Iª sezione della Corte di
Cassazione noto negli anni 80 e 90 come lammazzasentenze,
nda.).
Le istituzioni ti sono state vicine? In che modo?
Mi sono sentita abbandonata. Sono passati ventanni e ancora sul
luogo dove una famiglia è stata distrutta non cè nulla
che ricordi la strage, se non una stele realizzata a nostre spese lanno
dopo. Larea è tutta piena di erbacce, si limitano a pulirla
prima delle celebrazioni annuali, perché le autorità devono
venire a fare la solita passerella. La volontà politica di ricordare
quella tragedia è mancata. Forse perché sono morti semplici
cittadini, non giudici o politici.
Che rapporto hai avuto con Carlo Palermo?
Con lui ha tenuto i rapporti mio padre, che è morto nel 1993. Da
allora non ci siamo più sentiti: ho provato a chiamarlo lanno
scorso in occasione dellanniversario, ma non sono riuscita a combinare
un incontro. Credo che Palermo faccia ancora molta fatica a ripensare
a quei giorni.
Cosera per te la mafia prima dellattentato?
La sentivo come una cosa lontanissima dalla mia famiglia. In quel periodo
di mafia in Sicilia se ne parlava eccome, anche se con accenti diversi.
Il sindaco di Trapani, qualche giorno dopo la strage, disse che la mafia
non cera. Ma chi aveva disintegrato i miei famigliari?
Oggi sei impegnata con lassociazione Libera come responsabile
per i comuni di Trapani ed Erice: nella tua attività di formazione
e di educazione alla legalità nelle scuole, che messaggio cerchi
di fare passare ai ragazzi?
La mafia non colpisce solo i suoi avversari diretti, giudici, forze dellordine,
politici, giornalisti, ma può colpire chiunque. Mia mamma stava
accompagnando i miei fratellini a scuola, non stava facendo altro. E la
nostra famiglia non aveva mai avuto nulla a che fare con la mafia, neanche
lontanamente. E poiché tutti possiamo essere colpiti, ognuno di
noi deve impegnarsi a combatterla, senza delegare questo impegno alla
magistratura e alla polizia. I ragazzi sono molto sensibili a questi ragionamenti,
molto più degli adulti.
Quando incontri i famigliari di altre vittime di mafia, cosa vi dite?
Cerchiamo di non piangerci addosso e di pensare in positivo. Anche se
il dolore è grande e non ti abbandona, reagire è una necessità.
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