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GUIDA |
| Febbraio 2004 L'immigrazione clandestina via mare Nessuna quiete dopo la tempesta Paola Monzini Il
numero dei migranti morti e dispersi nel Mediterraneo è in aumento.
Allora perché il traffico di persone via mare continua ad essere
redditizio per le organizzazioni criminali? |
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| Secondo le stime delle organizzazioni internazionali, tra il 1990 e il 2000 più di 180mila persone sarebbero arrivate in Europa, in modo irregolare, attraversando il Mediterraneo. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni considera il Mediterraneo la principale porta d’ingresso per l’immigrazione irregolare nell’Unione europea. Negli ultimi anni le coste italiane, anche più di quelle spagnole e greche, sono infatti divenute ambite mete per quelle migliaia di migranti che, trovando sbarrate le vie legali e non possedendo denaro sufficiente per corrompere funzionari di ambasciata e polizia di frontiera, sono costrette ad affrontare i rischi di un viaggio clandestino.
Si stima che dal 1996 ad oggi siano morte almeno mille persone nel tentativo di raggiungere l’Italia via mare. Secondo i risultati di una ricerca coordinata da Luigi Manconi, in Italia nel 2002 sarebbero morti 195 migranti e dispersi 82. Fino al 20 ottobre del 2003, invece, i morti sarebbero 227 e i dispersi 76: nel 2003, dunque, il rapporto è stato di un morto o un disperso ogni 47 migranti sbarcati, mentre nel 2002 di uno ogni 91. I traghettamenti – nonostante le tragedie prendano forme sempre più agghiaccianti – continuano perché la mediazione dei trafficanti che gestiscono le traversate è la via più economica per raggiungere l’“altro mondo”: arrivare in un aeroporto europeo da uno scalo africano con documenti d’identità falsificati costa circa 7mila dollari; lo stesso viaggio, compiuto con mezzi di terra e il traghettamento finale attraverso il canale di Sicilia, se condotto a tappe, lentamente, può costarne meno di 3mila. Per questo motivo quella del passaggio via mare è divenuta una sezione specifica del mercato dell’immigrazione clandestina, con organizzazioni specializzate, ma molto flessibili. Il loro operare deve tener conto, infatti, di più fattori, quali le oggettive difficoltà di navigazione – date di volta in volta dalle specificità geografiche delle coste e dalle condizioni del mare –, la consistenza e la composizione dei flussi migratori, la disponibilità di mezzi e capitali da investire, le relazioni con i trafficanti che operano in altri mercati illeciti. Le organizzazioni che gestiscono le traversate sono fortemente condizionate anche dall’agire istituzionale: le attività di contrasto e pattugliamento, le misure politiche, diplomatiche, di intelligence, le tecniche investigative messe in atto in Italia e nei Paesi di partenza, così come le politiche di regolazione delle migrazioni e dell’accoglienza, e il grado di applicazione delle norme, hanno una forte incidenza sulle forme prese dai traffici e sul successo di alcune rotte.
L’analisi
dei dati raccolti dalla Guardia costiera, dalla Guardia di finanza e dal
ministero dell’Interno, unita allo studio di esempi concreti tratti
da vicende giudiziarie, mostra il veloce evolversi dei flussi d’immigrazione,
delle forme organizzative e delle rotte.
A
seconda delle rotte, variano anche il tipo di organizzazione dei trafficanti
e le imbarcazioni utilizzate. Ogni rotta è gestita da “costellazioni”
di organizzazioni, a loro volta formate da operatori indipendenti o da
gruppi organizzati in modo più stabile.
Le
organizzazioni turche che alla fine degli anni Novanta aprono la tratta
Turchia-Italia hanno invece un’origine e un’evoluzione molto
diverse. In quegli anni la Turchia è un Paese di transito per migliaia
di profughi provenienti dalle aree mesopotamiche e anatoliche, diretti
in Europa attraverso molteplici rotte. Il Paese è già attraversato
da un traffico di persone molto articolato; soprattutto, esiste già
una rete internazionale ben collaudata, che mette in relazione i trafficanti
turchi con i loro omologhi iracheni, iraniani, afghani, e di alcune repubbliche
ex sovietiche. Alcuni trafficanti turchi fanno il loro ingresso sulle
rotte marittime prendendo parte a vere e proprie joint venture internazionali.
Inizialmente piazzano i migranti che hanno in gestione su navi che transitano
dalla Turchia, passando lo stretto dei Dardanelli. Le navi, condotte da
equipaggi di nazionalità mista, partono dal Mar Nero cariche di
migranti di origine prevalentemente asiatica (Bangladesh, Pakistan e Sri
Lanka) e imbarcano passeggeri dell’area mediorientale – soprattutto
curdi – in un secondo tempo, nel porto di Istanbul. Anche grandi
imbarcazioni salpate da porti siriani o libanesi si fermano in prossimità
dei porti turchi, o al largo delle coste anatoliche, per imbarcare in
alto mare i passeggeri gestiti dalle organizzazioni turche. Solo in un
secondo tempo queste organizzazioni iniziano a rendersi autonome: si procurano
navi proprie, o di armatori compiacenti, reclutano gli equipaggi, mettono
a frutto i loro solidi contatti in ambienti qualificati delle istituzioni
turche, e cominciano ad organizzare viaggi che partono direttamente dalla
Turchia. Le prime navi sono imbarcazioni in buono stato, precedentemente
utilizzate per svolgere servizi commerciali attraverso il Mediterraneo.
Comprate o affittate in Russia, Bulgaria o Romania, sono utilizzate per
più viaggi. Il primo approdo avviene nel Salento: è del
2 novembre 1997 l’ingresso della prima “carretta del mare”
carica di 796 migranti, per lo più profughi curdi, nel porto di
Otranto. I passeggeri sono stati trasbordati tre ore prima, in acque internazionali,
da una cosiddetta nave-madre, la Cometa.
Le organizzazioni di trafficanti, di qualunque origine siano, e pur mantenendo le proprie specificità, presentano percorsi evolutivi molto simili. La prima fase è contraddistinta dalla crescita della loro professionalizzazione, che segna il passaggio dall’organizzazione casuale ed episodica dei viaggi all’affermarsi di nuove rotte. Per le nascenti organizzazioni si è, ad esempio, riscontrata l’importanza della loro messa in rete con organizzazioni più strutturate: cinesi e turche per gli scafisti di Valona, mentre agenzie che reclutano i migranti nell’area mesopotamica e afghano-caucasica per le organizzazioni turche. Una seconda fase ha invece inizio con l’articolazione di nuove tecniche che rispondono all’intensificarsi dei rischi dovuti all’incremento delle attività di contrasto. Si adottano dunque nuove tattiche per l’imbarco (in luoghi più nascosti) e per lo sbarco (con l’abbandono delle navi da parte dell’equipaggio, o con lo scarico dei migranti a mare, presso le coste). La terza e ultima fase evolutiva, che avviene quando i rischi iniziano ad essere troppo alti, è segnata dalla dismissione della rotta, e da processi di esportazione delle competenze e di “allungamento” delle rotte verso altre zone: si spostano i luoghi di imbarco e di sbarco, in altri Paesi o in altre aree italiane, dopo avere individuato l’anello più debole nelle strategie di contrasto.
Le
rotte dei traffici via mare sono state sottoposte nel tempo a controlli
sempre più rigidi. Nel caso dell’Albania e di Malta è
stato il progressivo rafforzamento della cooperazione con l’Italia
– anche giudiziaria – ad aumentare i costi per le organizzazioni.
Il drastico calo degli arrivi dalle acque extra-mediterranee attraverso
il canale di Suez e lo stretto di Gibilterra è stato invece indotto
da azioni diplomatiche e accordi di riammissione, che hanno portato a
un rafforzamento dell’intervento diretto delle autorità locali.
Più in generale, i flussi in partenza da Tunisia, Egitto, e Albania
si sono notevolmente ridotti in seguito alle ripetute azioni di blocco
delle imbarcazioni in partenza e ad una riduzione delle pratiche locali
di corruzione. Nel caso degli arrivi dall’Albania e dalla Turchia
(soprattutto in Calabria), anche la repressione giudiziaria in Italia
sembra aver sortito effetti di rilievo. La recente disponibilità
dei governi di questi Paesi a rinforzare il proprio controllo sulle migrazioni
è sicuramente effetto di politiche orientate ad un maggiore dialogo
con i partner europei, ma è anche spinta da fattori interni, diversi
in ciascun Paese.
L’articolo
è frutto di uno studio sulle dinamiche degli sbarchi clandestini
in Italia. Coordinato in Italia da Ferruccio Pastore, del Centro Studi
Politica Internazionale (CeSPI), la ricerca è parte di un più
ampio progetto promosso dalla European Science Foundation con l’intento
di comparare i passaggi irregolari di clandestini in diversi Paesi europei:
Olanda, Austria, Germania, Spagna e Italia. Il rapporto italiano completo
è disponibile sul sito www.cespi.it
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| Protocollo Onu, finalmente la ratifica A
un mese dall’entrata in vigore del Protocollo di Palermo contro
la tratta degli esseri umani, aggiuntivo alla Convenzione delle Nazioni
Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, il 28 gennaio
2004 è entrato in vigore anche quello contro il traffico di migranti
via terra, aria e mare. Il protocollo promuove un approccio internazionale
al problema e chiama i governi ad intensificare le misure di protezione
dei diritti dei migranti e di contrasto alle organizzazioni criminali
che gestiscono il trasporto illegale. I fini prioritari sono l’eliminazione
delle differenze in materia tra i sistemi legali dei diversi Paesi, e
la definizione di standard legislativi comuni per combattere effettivamente
il crimine organizzato, ad esempio, attraverso azioni di confisca dei
beni e di contrasto al riciclaggio. Un altro punto molto importante riguarda
la protezione dei testimoni. |