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GUIDA |
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Settembre 2001 Kabul, la speranza ha un volto velato Intervista a Zoya di Rita Cristofari |
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È molto giovane Zoya, ma ha lo sguardo della veterana. Percorre da anni il cammino della resistenza contro un regime che opprime le donne e annienta ogni possibilità di democrazia. Rischia la vita Zoya. Per questo usa un nome che non è il suo. È unattivista della Rawa, lassociazione rivoluzionaria delle donne afghane che dal 1977 lotta per i diritti umani delle donne, per la giustizia sociale e per il ristabilimento dei valori democratici e secolari in Afghanistan. Nonostante le mille precauzioni, Meena, la fondatrice, è stata assassinata nel 1987. Zoya è in Italia per una serie di conferenze, per chiedere aiuto finanziario e soprattutto per lanciare un appello, "un invito per impedire ai governi occidentali di venire a patti con chi sta compiendo un lento e indisturbato genocidio". Narcomafie lha incontrata a Roma. Lei, che è nata a Kabul, osserva la capitale italiana. Dice che è veramente bella, ma che tanta bellezza quasi la ferisce: "Dalle mie parti solo a guardare le case, ti vengono in mente le tombe". A quanti anni ha iniziato a militare nella Rawa? Avevo 15 anni quando ho iniziato a seguire le manifestazioni e a leggere le pubblicazioni delle rivoluzionarie. Parlavano proprio lo stesso linguaggio della gente, usavano un tono molto duro contro i nemici: fu questo a colpirmi. E i suoi genitori? Li ho persi molto presto, nel 90, durante un attacco missilistico dei mujaheddin. Non ho fratelli né sorelle. Agli inizi mi hanno aiutata i miei zii, ma presto ho cominciato a lavorare per lorganizzazione. Su quali fronti si combatte la vostra battaglia? Istruzione, salute e propaganda. I fondamentalisti hanno unespressione precisa per definire la scuola: "la porta per linferno, il primo passo verso la prostituzione". Dal 92, a causa loro, scuole e università hanno completamente interrotto ogni attività. Hanno bruciato libri e dato fuoco alle biblioteche dal primo giorno in cui hanno preso il potere. Sono contro la scienza, la tecnologia, le donne, la democrazia. In una tale situazione il lavoro di alfabetizzazione diventa estremamente complicato e rischioso. Sono previste pene per gli studenti e gli insegnanti. Noi teniamo lezioni segrete nelle case dove ci sono donne e bambini, ma per motivi di sicurezza cambiamo sede regolarmente. Ogni volta mettiamo il Corano sul tavolo e se arrivano nascondiamo immediatamente i libri di studio. Nei campi profughi in Pakistan, invece, lavoriamo meno segretamente: abbiamo scuole per le ragazze e corsi di alfabetizzazione per le donne. E per quanto riguarda la salute? Abbiamo unità mobili composte da un medico, uninfermiera, due farmacisti e una guardia del corpo. Ma le unità sono solo tredici e devono curare le donne e i bambini di tutto il paese. Prima in Pakistan cera lospedale Malalai a prendersi cura dei profughi, ma ora per mancanza di finanziamenti è stato chiuso anche quello. Noi ci muoviamo a piedi o in taxi, ma la legge dei talebani ci costringe ad essere sempre accompagnate da un uomo. Non ci sono molte macchine e lunità medica non ha unambulanza: unambulanza si riconosce subito e noi non possiamo correre il rischio di attirare lattenzione. È un terribile circolo vizioso. Le donne non possono essere curate dai medici maschi, non possono essere visitate anche perché non possono essere toccate: significherebbe commettere un peccato. Per i talebani è meglio farle morire e assicurare loro il paradiso piuttosto che lasciarle sopravvivere e mandarle allinferno. Sono un gruppo di illetterati, non sanno neanche scrivere il loro nome e non hanno coscienza del futuro del paese. Daltra parte, poiché le donne non hanno diritto allistruzione, non esistono medici femmine. Le vecchie dottoresse sono scappate e qui sono rimaste in poche. Noi veniamo a sapere dei malati tramite il passaparola dei vicini di casa. Oltre a curarle, le incoraggiamo a imparare a leggere e a scrivere. A volte non diciamo nemmeno che siamo membri della Rawa, ma poniamo domande e scriviamo sempre relazioni su ciò che vediamo. Si ricorda di un caso in particolare? Un giorno a Kabul ho visto una ragazza che giaceva per strada. Cera molta gente intorno a lei. Voleva suicidarsi. Con i miei colleghi ho iniziato ad indagare. Abbiamo ritrovato la sua casa e siamo venuti a conoscenza della sua storia. Sua madre era gravemente malata dasma e lei quel giorno laveva condotta in ospedale. La madre, che respirava molto faticosamente, aveva sollevato solo per un attimo il burqa (labito che copre interamente il corpo, con appena una grata di tessuto davanti agli occhi), ma era stata vista da un talebano. Per questo motivo era stata picchiata davanti ai medici e agli altri pazienti. Il talebano laveva percossa almeno cinquanta volte. La ragazza allora, resasi conto di non poter aiutare sua madre, piuttosto che vederla in quello stato, senza speranza, aveva deciso che era meglio farla finita. La gente qui muore per malattie banali che potrebbero essere curate. Lei ha parlato di propaganda. Sì, propaganda politica. In Pakistan, visto che in Afghanistan è impossibile, organizziamo manifestazioni e incontri. I membri della Rawa si muovono in tutto il mondo per richiamare lattenzione pubblica sul popolo afghano. Da quando abbiamo il sito web, www.rawa.org, e un indirizzo e-mail, rawa@rawa.org, siamo in contatto con gli occidentali, mentre prima eravamo completamente isolate. Ci sono poi le nostre pubblicazioni in cui denunciamo i crimini dei fondamentalisti. Quanti membri contate tra Afghanistan e Pakistan? Circa 2000. Facendo una proporzione imprecisa potrei dire 1500 in Afghanistan e 500 in Pakistan. In un tale contesto, come spiega a una donna che ha dei diritti? Il mio è un paese che guarda al passato, estremamente tradizionalista, con tutti gli effetti negativi della religione, che pure ha del buono. Le donne non ricevono alcuna educazione. Convincerle è una lotta durissima. Alcune credono che la loro vita sia regolata dal destino, che si debba accettarla con rassegnazione e che non ci sia ragione di combattere. Noi spieghiamo loro che diritti e democrazia non si ricevono in regalo, che si guadagnano impegnandosi. Spesso abbiamo problemi con le famiglie, i padri, i mariti che non permettono, ad esempio, di partecipare alle nostre manifestazioni. Alcune ci incontrano a loro insaputa. Pensano mai di dover rispondere alla violenza con altra violenza? Un giorno andai a casa di una donna la cui figlia era stata violentata. Le dissi che facevo parte della Rawa e lei si rifiutò di parlare con me. Mi rispose che se veramente combattevo per i diritti delle donne e per la democrazia, le avrei dovuto dare una pistola. Mi avrebbe creduto solo in questo caso. Lei conosceva il carnefice della figlia, il capogruppo. Le dissi che avrei potuto aiutarla in tanti modi, ma non in quello. La Rawa è contro la violenza. Rifiutò di parlare persino in un tale caso. Ci sono uomini che fanno parte della Rawa? La Rawa è unorganizzazione di donne, gli uomini non possono diventarne membri. Ci sono molti uomini che appoggiano la nostra causa aiutandoci. Mi riferisco ai mariti, ai padri, ai fratelli. Ci fanno da guardie del corpo, ci accompagnano nei taxi visto che i talebani impediscono alle donne di prendere i taxi da sole. Tanti ci scrivono lettere di sostegno. Come si diventa membro della Rawa? Per noi è fondamentale la sicurezza. Corriamo sempre il pericolo di spie, infiltrati. Diventare membro richiede tempo. Possono passare anche due anni. Per le stesse ragioni, i nomi dei leader non si conoscono. Gli stessi membri usano pseudonimi. Non vogliamo poter fare confessioni sotto tortura. È mai stata torturata qualcuna di voi? Ricordo che una volta furono arrestate due donne e torturate per due mesi di fila. Vennero appese e tormentate continuamente per non farle dormire. Se chiudevano gli occhi, venivano colpite con percosse e insulti. Non rivelarono nulla. Se avessero veramente capito che erano membri della nostra organizzazione le avrebbero uccise. Poi le liberarono. Non ha mai paura? Paura? Quando ho intrapreso questo cammino mi è stato subito chiaro che in ogni momento sarei stata in pericolo. Ogni momento è buono perché mi accada qualcosa. Quando il pericolo ti aspetta fuori dalla porta, smetti daver paura. Ho scelto un cammino difficile, lungo e pericoloso ma lo accetto: sono pronta al mio sacrificio perché in Afghanistan non è cosa semplice lottare per la giustizia e la democrazia. Io sono spesso in Pakistan a lavorare nei campi profughi, ma chi vive in Afghanistan rischia di più. Ad esempio quando si devono interrogare le vittime per redigere la relazione di documentazione e ancor di più quando si filmano le esecuzioni, alcune delle quali sono visibili sul sito. Tra laltro, basta essere in possesso di una macchina fotografica per essere puniti: la fotografia è proibita. Quanto è importante documentare le atrocità? È fondamentale. A Kabul un tempo cera un campo di calcio. Ora viene utilizzato per le esecuzioni e per le punizioni di vario tipo, come il taglio delle mani, la fustigazione, eccetera. Regolarmente il giorno prima danno lannuncio alla radio e incoraggiano la gente a partecipare. In queste orribili occasioni i negozi devono restare chiusi e i commercianti presenziare. Una volta cero anchio. Era il giorno in cui tagliavano le mani. Ho visto molti bambini e ragazzi, dalletà di un anno fino a diciotto, diciannove anni. Per loro era uno spettacolo normale, sogghignavano, ridevano. Ho cercato di immaginare il loro futuro, il futuro del mio paese. Diventeranno tutti criminali se si continua così. La situazione afghana non assomiglia a quella di nessun altro paese. È stato detto che ciò che avviene qui è comparabile allolocausto. I nazisti bruciavano la gente mettendola nei forni crematori. Nel mio paese si brucia lentamente e la sofferenza è graduale. Ci sono scontri dovuti a differenze etniche? Nel villaggio di Yakaolang, a gennaio, i talebani hanno ucciso più di trecento uomini in un solo giorno. Dopo che per tre giorni i corpi sono rimasti sotto il sole, le donne li hanno sepolti con le loro mani. Di questo episodio i mezzi di informazione non hanno parlato. Abbiamo portato molte di quelle donne nei campi profughi. Perché non ha accettato linvito a raggiungere i suoi zii negli Stati Uniti? Non posso andarmene in America, devo stare con la mia gente. So di non poter fare molto, ma anche se sono solo una goccia devo fare la mia parte. Visto come stanno le cose, partire sarebbe un atto vergognoso. A me è stata offerta questa opportunità, ma tanti altri non lavranno mai. Gli americani hanno dimenticato lAfghanistan. I miei parenti non vogliono neanche dire che sono dorigine afghana. Hanno il cuore più piccolo di quello degli uccelli. Io non voglio diventare così. Cosa le dà tanta determinazione, la perdita dei suoi genitori? No, la sofferenza della gente. Ho ventitré anni e ho visto solo sangue, crimini, brutalità. Non ho mai visto umanità e democrazia. La mia tragedia personale non è nulla rispetto alla tragedia di tutti. Le capita di sentirsi scoraggiata? Mai. A volte sono triste. Il cammino è lungo e senza soluzioni immediate, ma bisogna fare qualcosa. |