Le risposte di Italia ed Europa sul tema delle migrazioni

9 Giu 2015 | Categoria: archivio articoli, editoriali
di Livio Pepino

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Ci sono uomini, donne, bambini che fuggono da guerre e violenze indicibili o dalla fame e dalle carestie cercando un approdo nella parte ricca del mondo. Qui trovano democrazie che fanno a gara nel trovare parole di circostanza per esecrare quelle violenze (spesso da loro provocate con politiche di sfruttamento e forniture di armi) purché le vittime stiano lontane dalle nostre coste, dai nostri confini, dalle nostre regioni. C’è, addirittura, chi dice che, per proteggere la nostra fortezza, bisogna usare la forza e le armi, anche per difenderci dalle malattie e dal terrorismo che i migranti portano con sé (sic!). E c’è chi, apparentemente più moderato, dice che bisogna aiutare quei disperati “dall’altra parte del Mediterraneo”.
Tutti poi concordano che i responsabili dell’invasione dell’Italia e dell’Europa sono gli “scafisti” da arrestare e condannare a pene esemplari previa distruzione, nei porti di partenza, dei barconi e delle carrette del mare da loro utilizzate. C’è da non crederci.

Una considerazione generale, prima di tutto. La storia del mondo è storia di popoli che si spostano. L’Europa moderna è nata dalla grande migrazione successiva al crollo dell’impero romano e si è assestata attraverso spostamenti di popoli avvenuti per le ragioni più diverse. L’attuale popolazione degli Stati Uniti d’America era sconosciuta in loco appena seicento anni fa e meno del due per cento degli abitanti dell’Australia è erede degli indigeni che la abitavano a fine del Settecento, allorché vi approdarono i colonizzatori inglesi. Può piacere o no ma questo non cambia la realtà. Anche perché – come scriveva Kant oltre duecento anni fa – la terra è tonda e,  dunque, gli uomini «non possono isolarsi all’infinito, ma devono da ultimo rassegnarsi a incontrarsi e a coesistere e, del resto, nessuno ha in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra». Nel solo 2012, sono oltre 232 milioni, più del 3 per cento della popolazione mondiale, le donne e gli uomini che hanno lasciato il proprio Paese per vivere in un’altra nazione. Fermare il corso della storia è un sogno folle e impossibile. Si aggiunga che i migranti sono tuttora, in Italia, un numero ridotto, pari a circa 5 milioni e mezzo (poco più dell’8 per cento della popolazione totale), e che ridotta ne è altresì la crescita, stabilizzatasi da ultimo in circa 120.000 unità annue (assorbibili senza particolari traumi con politiche di integrazione lungimiranti ed efficaci).

Ma alla considerazione generale se ne aggiunge una specifica relativa alle migrazioni di questi giorni e mesi. Si tratta infatti, in via pressoché esclusiva, di esodi epocali da regioni martoriate da guerre pluriennali. Il tentativo di annientamento, nel nord della Siria, del popolo curdo, ha provocato la fuga in Turchia di 1,6 milioni di persone nei primi nove mesi del 2014 e di 850mila nel solo mese di settembre, con picchi di 50 mila al giorno. Il Libano, con 4 milioni e mezzo di abitanti, ospita un milione e mezzo di mi-granti. È in questo contesto globale che, per esempio, la Val d’Aosta notifica al Governo di non essere in grado di ospitare 79 rifugiati! L’articolo 10, terzo comma, della Costituzione prevede che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica». Eppure oggi in Italia e in Europa il diritto di asilo – come scrive Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa – «deve essere chiesto a nuoto» e spetta solo, e non sempre, a chi sopravvive alla «decimazione» in mare.

Eppure governi e opinionisti di grido ripetono ossessivamente che il problema si risolve con la repressione dura degli scafisti e con il bombardamento dei barconi sulle coste libiche. Difficile dire se, in queste posizioni, prevale il cinismo o la stupidità. Gli scafisti sfruttano la situazione (e vanno per questo puniti) ma non la creano.

I migranti che si imbarcano sulle coste del sud del Mediterraneo non sono né libici né egiziani né tunisini ma siriani, iracheni, somali, eritrei, palestinesi fuggiti dalle guerre che devastano i loro paesi ed emigrati in Libia, dove sono, spesso, sottoposti a carcerazione, maltrattamenti, torture. Impedire loro di lasciare la Libia significa essere complici di quelle torture e di quei maltrattamenti. Senza contare che bombardare navi e barche nei porti libici significherebbe inevitabilmente provocare altri morti e feriti (e non certo tra gli scafisti). Razionalità, diritto e senso di umanità imporrebbero corridoi umanitari, accoglienza, appoggio. Sarebbe anche una politica lungimirante ché la spirale di odio che sta distruggendo il mondo, apparentemente dettata da ragioni religiose, affonda in realtà le sue radici profonde nello sfruttamento economico, nell’egoismo nazionalistico, nel rifiuto.

Bisogna cambiare politiche. Ma, prima ancora, bisogna cambiare approccio e cultura. I responsabili di quanto accade, forse, non sono gli scafisti ma siamo noi.

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  1. Concordo in pieno con la suddetta analisi.

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