Torino, processo Minotauro: le condanne della sentenza di secondo grado

28 Mag 2015 | Categoria: prima pagina
di Giulia Panepinto
Tribunale-TorinoGiovedì 28 maggio, ore 9.30, Palazzo di Giustizia “Bruno Caccia” di Torino. La Corte d’Appello presieduta dal giudice Paola Perrone si riunisce per deliberare: è l’atto conclusivo del processo di rito ordinario scelto da 70 degli imputati dell’inchiesta Minotauro. 
Fra le fila riservate al pubblico, i parenti degli imputati aspettano l’esito della sentenza. 
Mentre si aspetta l’entrata dei giudici, gli avvocati fanno la spola fra gli imputati e i parenti per scambiarsi gli ultimi consigli sul da farsi. Gli imputati detenuti, mani dietro alla schiena, fanno su e giù all’interno delle gabbie dell’aula, mentre gli imputati liberi sono seduti al fondo, apparentemente a loro agio. Mancano pochi minuti alle 13. Fra il pubblico si sentono dei brusii. Entra la corte, ma alcuni imputati, quasi con aria di sfida, decidono di rimanere seduti. Ha inizio la lettura della sentenza: 45 condanne e 25 assoluzioni. I riflettori mediatici si sono concentrati sui due imputati con maggiore visibilità politica: Nevio Coral e Antonino Battaglia.
Coral, l’ex sindaco di Leinì, dovrà scontare la pena di 8 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Inoltre dovrà risarcire sia il Comune di Leinì (comune sciolto per presunte infiltrazioni mafiose) sia il Comune di Volpiano per la somma di 50 mila euro a testa. Battaglia, l’ex segretario comunale di Rivarolo Canavese (comune sciolto anch’esso per mafia durante la giunta Bertot) è stato condannato a tre anni per voto di scambio politico-mafioso. In primo grado non gli fu riconosciuto il 416 ter.
Rimanendo in area Rivarolo, pur non essendo affiliato, ricordiamo la condanna emessa oggi ai danni dell’imprenditore Giovanni Macrì, che dovrà scontare 3 anni di detenzione. A lui è stato riconosciuto il 416 ter e sarà interdetto dai pubblici uffici per 5 anni.
 Per la locale di San Giusto, la condanna di Natale Romeo, capo locale, passa da tredici a dieci, con la decadenza dell’interdizione dai pubblici uffici; assolto Vincenzo Fazari; Antonio Papalia condannato a 7 anni ed interdetto dai pubblici uffici.
Per la locale di Cuorgnè, 8 anni di condanna per Agostino Nicodemo e l’assoluzione per Berardi Achille.
Per la locale di Rivoli Domenico Portolesi,assolto in primo grado, è stato condannato a 7 anni più l’interdizione dai pubblici uffici; Salvatore Demasi detto Giorgio, da 14 anni del primo grado ne dovrà scontare 12, ma non sarà più interdetto dai pubblici uffici. Gaetano Cortesi, assolto in primo grado, è stato oggi condannato a 5 anni più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici; infine Vito Pollifroni, a cui è stato confermato il primo grado.
Per la locale di Volpiano, Domenico Agresta, assolto in primo grado, dovrà scontare 5 anni di detenzione, ad Antonio Marando è stata riconosciuta l’assoluzione così come a Gaetano Napoli, Nicola Macrina dovrà scontare 9 anni (la pena in primo grado era di 12 anni), Rosario Marando, assolto in primo grado, è stato condannato a 4 anni di detenzione più l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.
Per la locale di Siderno, a Nicodemo Ientile è stato confermato il primo grado mentre Cosimo Catalano è stato assolto. Per la locale di Natile di Careri sono stati condannati Nicola Iervarsi (5 anni) e Bruno Raschilla, (7 anni): quest’ultimo interdetto dai pubblici uffici.
Per la locale di Chivasso, a Bruno Trunfio sono stati confermati i 7 anni con il 416 ter. Giovanni Vadalà è stato condannato a 7 anni, 4 mesi e interdetto dai pubblici uffici, Stefano Modafferi a 7 anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, mentre per la locale di Moncalieri è stato confermato il primo grado a Giuseppe Idotta.
 
Ad Antonino Occhiuto sono stati riconosciuti 2 anni e 8 mesi e dovrà pagare la mora di 700 euro; Valerio Ierardi  sconterà 1 anno e 10 mesi (era stato assolto in primo grado), mentre ad Antonio Versaci è stata confermata l’assoluzione. Benvenuto Praticò è stato condannato a 13 anni senza l’interdizione dai pubblici uffici, mentre la condanna di Vincenzo Argirò passa dai 21 anni e 6 mesi del primo grado ai 17 anni e 3 mesi del secondo grado; infine Giuseppe Mangone, assolto.
 
La lettura per i risarcimenti delle parti civili viene accolta tra i mormorii del pubblico, che aumentano quando la corte sancisce un risarcimento di 15 mila euro per l’associazione Libera. Vengono inoltre riconosciuti 15 mila euro alla Regione Piemonte, 10 mila euro al comune di Chivasso (per le spese legali) e altrettanti al Comune di Torino. 
 
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