A Torino è ‘ndrangheta. Irrevocabile la condanna per 50 affiliati

25 Feb 2015 | Categoria: articoli, prima pagina
di Davide Pecorelli

minotauro_schemi_gNessun nuovo processo. Ieri, dopo ore in Camera di Consiglio, la Corte di Cassazione si è espressa dichiarando colpevoli di associazione mafiosa 50 soggetti . Sono tutti affiliati alla ‘ndrangheta e processati, con rito abbreviato, grazie alla chiusura dell’operazione Minotauro che, l’8 giugno del 2011, ha fatto scattare le manette ai polsi a più di 140 soggetti.
La Seconda Sezione della Suprema Corte ha rigettato la richiesta avanzata dalla Procura Generale che chiedeva l’annullamento delle condanne e  il rifacimento del processo perché  per i soggetti a giudizio non si configurava il metodo mafioso.
Una sentenza attesa, soprattutto per la richiesta del PG in Cassazione, che avrebbe riportato la storia processuale di questo gruppo criminale all’appello e creato un precedente giuridico pericoloso.
Il timore più grande era quello –  verificato più volte negli ultimi anni – che ci fosse la difficoltà giuridica di dimostrare l’esistenza del metodo mafioso al Nord.
Così non è stato. Oltre 300 anni di carcere per 50 soggetti affiliati alla ‘ndrangheta strutturata in locali, tra Torino e provincia, sono diventati definitivi.
Tra i soggetti al 41/bis ci sono personaggi di grande spessore criminale, come Bruno Iaria. Il capo locale di Cuorgnè, definito il “re” di questo centro nel canavese, pochi giorni fa ha risposto delle domande di avvocati e Pm nel corso del dibattimento Minotauro di Appello, con rito ordinario. Deposizione nella quale ha dichiarato di non sapere cosa fosse la ‘ndrangheta e di essere responsabile di aver organizzato qualche cena, di aver partecipato a matrimoni e funerali, e di essere un onesto lavoratore (Qui il video dell’Udienza). Tesi che contrasta con quanto deciso in via definitiva dalla Giustizia, che lo ha condannato a 13 anni al carcere duro.
Poi ci sono i soggetti a cui il gruppo della ‘ndrangheta sotto la Mole si rivolgeva quando era necessario far ricorso alla violenza, intimidire, punire. Sono Adolfo e Aldo Cosimo Crea, di Monasterace. Una vecchia conoscenza degli inquirenti torinesi, già arrestati con l’operazione Gioco Duro con l’accusa di aver organizzato una serie di bische clandestine avvalendosi del metodo mafioso. Teorema non confermato dalla Giustizia, che li ha condannati per le bische, ma non per il 416 bis. Diversa la sorte in questo procedimento: Adolfo e Aldo Cosimo Crea dovranno scontare, rispettivamente, 10 e 8 anni di reclusione.
Altri “boss” sono stati colpiti duramente. A capo delle locali operanti  nel territorio torinese, sono stati condannati Rocco Raghiele, capolocale di Moncaleiri, Francesco Perre, capolocale di Volpiano e  Giuseppe Fazari di San Giusto. Per loro sono state comminate pene che vanno dai 6 agli 8 anni.
Altra figura di notevole spessore è quella di Urbano Zucco. Imprenditore edile di successo, prima dell’arresto nel giugno del 2011. Uomo capace di vincere grossi appalti, sia pubblici che privati, e che aveva un legame forte con Nevio Coral (tramite la municipalizzata leinecese Provana ha ottenuto molte commesse), ex sindaco di Leinì condannato in primo grado a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Zucco dovrà scontare 8 anni di reclusione.
Il verdetto emesso ieri dalla Corte di Cassazione certifica, con una sentenza irrevocabile, l’esistenza della ‘ndrangheta a Torino. Una sentenza storica, la prima definitiva nel Nord Ovest per 416 bis.

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