Cave e malaffare in Piemonte

11 Lug 2014 | Categoria: articoli
di Massimiliano Ferraro

cavaDopo l’articolo “La cava dell’Orco” publicato sul numero di giugno della nostra rivista (http://www.narcomafie.it/2014/07/09/la-cava-dellorco/), torniamo ad occuparci di mafie e rifiuti, di cave in Piemonte.

Benvenuti in Piemonte, dove chi trova una cava trova un tesoro! Possedere un “buco” e poterlo riempire di qualunque schifezza è un affare che nella nostra regione fa gola soprattutto alla malavita organizzata.
Di per sé non è una novità che i settori legati alla cavazione e al ciclo del cemento siano tra quelli maggiormente soggetti ad infiltrazione da parte delle mafie. Sono almeno vent’anni infatti che le forze dell’ordine provano a mettere in luce i loschi interessi della criminalità sulle cave piemontesi. Il primo caso eclatante si verificò a Montanaro, nel Canavese, dove nel 1994 uno smaltimento clandestino di rifiuti in una ex cava situata in frazione Pratomoriano fu al centro di una interessante indagine della Procura di Palermo, conseguente alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia trapanese. Il procedimento penale scaturito dall’indagine, che inizialmente portò in cella sette persone, si concluse con l’archiviazione. Ma l’interessamento di Cosa nostra per quella miniera canavesana mise a fuoco all’improvviso una sospetta girandola di rifiuti e miliardi gestiti delle cosche per venire incontro alle esigenze di qualche industriale del Nord, con la complicità di alcune società di smaltimento.
Due decenni dopo le cave piemontesi continuano ad essere nel mirino delle mafie che la usano per smaltire illecitamente rifiuti speciali, in alcuni casi anche tossici e potenzialmente nocivi. Le più ambite? Quelle situate in zone considerate strategiche per accaparrarsi i profitti degli appalti delle grande opere.
Per capire fino in fondo la pericolosità di questo fenomeno bisogna ricordare tre fatti recenti. In primis le indagini condotte dalla magistratura per individuare i mandanti dell’omicidio dell’imprenditore Ettore Marcoli, brutalmente ucciso nel 2010 nella sua cava di Romentino (NO), che hanno evidenziato gli interessi para-mafiosi che gravitano attorno ai giacimenti piemontesi. Nuove conferme dell’esistenza del binomio cave-mafia sono arrivate di recente anche dall’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Valsusa collegate ad una cava nel comune di Sant’Ambrogio, nonché dall’apertura di un altro fascicolo riguardante lo smaltimento del pietrisco e delle rocce amiantifere provenienti dai lavori del Passante ferroviario di Torino in altre miniere della regione.
Insomma, il rischio che le cave possano diventare, grazie ai rifiuti, delle vere e proprie miniere d’oro per gli “uomini d’onore” appare evidente. Eppure la passata giunta regionale era stata ad un passo dall’introdurre delle nuove norme nell’ambito delle cave e dell’estrazione di materiali per l’edilizia. Delle “Misure urgenti di semplificazione delle norme regionali sulle attività estrattive” che avrebbero favorito l’apertura di nuove cave, come se le attuali 697 (vedi Dossier Cave 2014 di Legambiente – http://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/rapporto_cave_2014_web_2.pdf) non fossero già più che sufficienti per gli affari e il malaffare. Attenzione quindi, perché come dice un proverbio piemontese: “A pensé ben a-i-é sempre temp”, a pensar bene c’è sempre tempo…

La cava di Romentino e l’omicidio Marcoli. 20 gennaio 2010. Ettore Marcoli, 35 anni, viene ucciso con un colpo di fucile al petto nell’ufficio della sua cava di Romentino, in provincia di Novara. Fin da subito le modalità dell’omicidio fanno pensare a un’esecuzione maturata nell’impenetrabile mondo delle cave. Un’ipotesi confermata dopo oltre un anno di indagini che hanno permesso di scavare a fondo nella zona grigia che ruota attorno ai giacimenti piemontesi.
In cinque finiscono sotto processo. Francesco Gurgone, 27enne novarese, è stato riconosciuto quale mandante dell’omicidio Marcoli e condannato all’ergastolo in primo grado nel 2012, sentenza poi confermata un anno dopo dalla Corte d’Assise d’Appello. Secondo quanto si legge nelle motivazioni della sentenza (http://www.lastampa.it/2012/07/14/edizioni/novara/marcoli-e-morto-perche-d-ostacolo-ai-traffici-illeciti-di-rifiuti-nelle-cave-bzIFI5XVtKBD0YOb3wDg4M/pagina.html) , “Ettore Marcoli voleva scindere il “sodalizio” nato con Gurgone per portare rifiuti illeciti tossici alla sua cava di Romentino; voleva rompere i ponti con l’ultima fase della vita societaria di famiglia e iniziare qualcosa di nuovo con altri imprenditori novaresi. E quando Gurgone si è accorto che non bastavano più minacce, pressioni, delegittimazioni, allora è passato all’eliminazione fisica”. E ancora: “L’atteggiamento di Ettore costituiva un ostacolo all’acquisizione della cava di Romentino e delle Soa dell’azienda Marcoli, ovvero le certificazioni necessarie per partecipare agli appalti pubblici”.
Avrebbero fatto parte del commando assassino anche Andrea Mattiolo (l’autista) e Vincenzo Fagone (il palo), condannati rispettivamente in secondo grado a 16 anni e 8 mesi e 18 anni di reclusione (condanna resa definitiva dalla Corte di Cassazione lo scorso 11 giugno). Diciotto anni di carcere con sentenza definitiva invece per Giuseppe Lauretta, killer reo confesso. È stato lui a sparare nella cava di Romentino con delle armi fornite, secondo l’accusa, da Tancredi Brezzi, condannato a 10 anni e 8 mesi.
Per mettere definitivamente la parola fine alla vicenda si attende ora il giudizio della corte di Cassazione. Tuttavia, il sospetto interesse criminale degli imputati verso la cava gestita da Marcoli – hanno scritto i giudici della Corte d’Assise di Novara – sarebbe emerso nel corso del dibattimento “con solare evidenza: l’obiettivo era quello di controllare tutti gli appalti, non solo in modo palesemente illecito, ma anche facendo ricorso a metodi para-mafiosi”. Numerosi sarebbero stati infatti anche gli episodi intimidatori rivolti dal gruppo ad altri imprenditori: incendi di camion, pallottole spedite in busta a dei concorrenti, riferimenti a parenti siciliani e “gente del Sud”.

 Il “buco” di Sant’Ambrogio e la ‘ndrangheta in Valsusa. Cave, rifiuti e mafia. La combinazione di questi tre elementi sembra emergere chiaramente dai verbali dell’operazione “San Michele”, condotta dai Ros dei Carabinieri contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Valsusa. L’inchiesta coordinata dalla DDA di Torino ha portato all’inizio del mese di luglio a spiccare un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 20 persone, attualmente indagate per associazione mafiosa, concorso esterno e smaltimento illecito di rifiuti.
La cava su cui la criminalità organizzata calabrese sarebbe riuscita a mettere le mani è quella Sant’Ambrogio, gestita dal 2010 dalla società Toro srl, il cui titolare è l’imprenditore di origine catanzarese Giovanni Toro. Il giacimento, ubicato in una zona strategica lungo la Statale 25 e ufficialmente impiegato per la produzione di conglomerati bituminosi, secondo gli investigatori era l’avamposto per gli affari sporchi di una ‘ndrina crotonese, quella distaccata di San Mauro Marchesato, da tempo attiva anche in Piemonte. Ma c’è di più, come si legge nelle oltre 900 pagine dell’ordinanza, proprio attraverso la cava di Sant’Ambrogio la ‘ndrangheta avrebbe cercato di infiltrarsi nei lavori di realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione. “Le intenzioni degli indagati vertevano sull’utilizzo della cava come deposito di rifiuti speciali per le ditte “amiche” che avrebbero lavorato nella TAV – sottolineano i magistrati torinesi – nonché come luogo per la frantumazione dei rifiuti già presenti sul posto o comunque acquisiti, da reimpiegare (senza alcun controllo e bonifica, oltre che in assenza di autorizzazione) nei lavori della TAV”.
L’obiettivo primario dei componenti dell’organizzazione era infatti proprio quello di cercare di “mangiarsi” la «torta dell’alta velocità» servendosi del giacimento. In alcuni dialoghi intercettati gli indagati parlano in particolare dello smaltimento del cosiddetto smarino, il materiale roccioso generato dalla trivellazione per la realizzazione della TAV, composto in parte da sostanze nocive e quindi da conferire in discariche autorizzate. Il business è milionario e gli uomini legati alla cosca crotonese non vogliono perderlo: «Adesso parte a giugno parte la prima trivella… e dobbiamo iniziare a capire che tra Rondissone… tra… che si prende tutto lo smarino… e… e una parte noi… e una parte i… dobbiamo pulire la Valle dello smarino… e i soldi devono arrivare nei buchi… e i buchi ce ne abbiamo uno anche noi…».
Particolarmente inquietanti sono i verbali di un’intercettazione tratta dall’ordinanza di arresto del Gip in cui sembra emergere la pericolosità dell’attività di smaltimento compiuta nella cava di
Sant’Ambrogio. «Quella cosa che esce dalla cisterna a noi ci ammazza!» dice un operaio, riferendosi ad alcuni fusti portati nell’impianto senza autorizzazione.
Alcuni rifiuti venivano triturati, fusi, mischiati e rivenduti ad altre ditte diventando del nuovo materiale di costruzione contaminato. Mentre altri scarti, quelli peggiori, in alcuni casi avrebbero addirittura provocato malori e svenimenti tra i lavoratori. Roba
«brutta», roba tossica al punto che in un’altra intercettazione è lo stesso Toro a sfogarsi: «Non ne voglio… minchia… cosa mi hanno portato?». E ancora: «Guarda che qua dietro hanno buttato tanta di quella merda che non si capisce… fusti con della roba dentro … c’è di tutto eh». «Cerca di seppellirli un attimo – gli rispondono – se esce sta roba ci inchiodano tutto».

 

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