Bosco Ntaganda si consegna. Ma per il Congo non c’è pace

20 Mar 2013 | Categoria: articoli
di Matteo Zola

Bosco Ntaganda, capo del Movimento del 23 marzo, gruppo ribelle che ha insanguinato nei mesi scorsi l’est della Repubblica Democratica del Congo, si è consegnato ieri all’ambasciata Usa a Kigali e ha chiesto di essere trasferito alla Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) che lo accusa di crimini di guerra e contro l’umanità. Fin qui la cronaca. Resta da capire perché Ntaganda abbia deciso di arrendersi. Facciamo qualche passo indietro, la sua vita è infatti una cartina tornasole della recente storia del Congo e della regione dei Grandi Laghi.

I primi anni

Bosco Ntaganda è un Tutsi ruandese, nato nel 1973 (ma la data è incerta) in un piccolo villaggio ai piedi delle alture del Virunga, non distante dal confine congolese. Quando nel 1994 gli Hutu scatenano in Ruanda il genocidio contro i Tutsi, Ntaganda fugge oltreconfine. Qui frequenta la scuola superiore ma lascia gli studi per trasferirsi nel sud dell’Uganda dove, grazie all’appoggio delle autorità di Kempala, i Tutsi stavano organizzando il Rwandan Patriotic Front (Rpf), esercito “etnico” col quale opporsi al regime Hutu. Qui conosce James Karebebe, colonnello e poi generale del Rpf, sotto la cui guida i Tutsi – avanzando dall’Uganda – rovesceranno gli Hutu ponendo fine (almeno in Ruanda) al genocidio.

La prima guerra del Congo, eccidi e bambini-soldato

Il nuovo Ruanda a espressione Tutsi manifesta presto le sue mire egemoniche sulla regione dei Grandi Laghi. Il nord-est della Repubblica democratica del Congo, allora ancora nota come Zaire, viene ribattezzato “Ruanda storico” e rivendicato dal governo di Kigali. E’ il 1995 e gli eventi precipitano in fretta. Il vecchio dittatore zairese Mobutu viene rovesciato da un’alleanza guidata da Desiré-Laurent Kabila: con lui ci sono gli ugandesi, i ruandesi e (indirettamente) gli americani. Il casus belli di questa “prima guerra del Congo” (1996-1997) è offerto di nuovo dagli Hutu che, riorganizzatisi in milizie nei campi profughi congolesi, riprendono a sterminare i Tutsi. Già, perché una minoranza Tutsi è presente anche nel Congo, sono i banyamulenge, i quali – sentendosi traditi da Mobutu – chiedono aiuto ai “fratelli Tutsi” del Ruanda. La guerra vedrà in prima linea il nostro Bosco Ntaganda, leader del Patriotic Forces for the Liberation of Congo, capo delle operazioni militari in Kivu per conto del governo ruandese. Si renderà protagonista di eccidi nei confronti della popolazione civile arruolando forzosamente bambini-soldato. Il suo vecchio generale, James Karebebe, si spingerà fino a Kinshasa al fianco di Kabila deponendo il vecchio dittatore Mobutu.

Il battesimo di Terminator

La pace sarà breve. Quando Kabila cercherà di epurare l’esercito dallo strapotere Tutsi, affidando a nativi congolesi le più alte cariche, scoppierà un nuovo tragico conflitto: la “seconda guerra del Congo” (1998-2003) che, con i suoi cinque milioni di morti, farà del Kivu e dell’Ituri (province nord-orientali del Congo) un cimitero a cielo aperto. E uno dei macellai è proprio lui: Bosco Ntaganda che, per le sue malefatte, si guadagna l’epiteto di “Terminator”. Il suo vecchio mentore, James Kabarebe, diventa intanto Capo di Stato maggiore dell’esercito ruandese. Da quella posizione Kabarebe può tirare le fila di tutte le milizie filo-ruandesi operanti in Congo per conto di Kigali.

Il generale ribelle

Nel 2005 Ntaganda viene nominato generale dell’esercito del Congo finché, accusato dalle Nazioni Unite di traffico d’armi, decide di tornare in Kivu. Qui si unisce alle truppe ribelli del famigerato generale Nkunda, il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP): i ribelli di Nkunda, formalmente, lottano per il riconoscimento e la tutela dei Tutsi congolesi ma, nella pratica, operano solo a fini criminali: traffico di armi, minerali, droga, riduzione in schiavitù della popolazione, tratta delle donne, bambini-soldato. D’altro canto l’esercito congolese è stato composto da tutte le milizie prima combattenti le une contro le altre. E quando gli interessi di un gruppo vengono lesi, questo riprende subito la via della lotta clandestina. E si parla di interessi economici: non c’è nessun ideale nelle guerre del Congo.

Presto Ntaganda subentrerà a Nkunda nel comando del CNDP e, coperto dal governo ruandese, godrà agi e ricchezze in barba al mandato di cattura internazionale emesso dal Tribunale penale dell’Aja.

La resa di Ntaganda

E arriviamo alla storia recente. In novembre il M23, nato dalle ceneri del CNDP, prende le armi e conquista Goma, capoluogo del Kivu. Il M23 si oppone, in sostanza, al mandato di cattura emesso da Kinshasa nei confronti di Ntaganda, richiamandosi agli accordi del 23 marzo 2009 tra CNDP e governo congolese. In quegli accordi si sostanziava l’impunità di Ntaganda e dei suoi uomini. L’azione del M23 ha scatenato disordini e tensioni. Si è temuta una nuova guerra. L’Onu ha dimostrato come, ancora una volta, dietro alle azioni del M23 ci fossero il Ruanda e James Karebebe. Un cessate il fuoco fa sì che l’M23 si ritiri da Goma, ma qualcosa si rompe. Oggi apprendiamo della resa di Ntaganda che, alla testa di settecento uomini, ha attraversato il confine ruandese per consegnarsi all’ambasciata americana. Cosa è successo?

I contrasti dentro il M23

Dentro l’M23, dopo la presa di Goma, si è aperta una spaccatura. Da un lato Ntaganda, dall’altro Sultani Makenga. Quest’ultimo ha messo in discussione la leadership di Jean Marie Runiga, vescovo e presidente del M23, e numerosi scontri tra le due fazioni si sono registrati negli ultimi mesi. La resa di Ntaganda è quindi la resa di Runiga che, forse, è caduto in disgrazia nelle simpatie di James Karebebe, piccolo Bismark delle milizie filo-ruandesi. E’ possibile che il governo di Kigali abbia quindi tolto la sua protezione a “Terminator” Ntaganda convincendolo a preferire la resa alla morte. “Sa troppo, i ruandesi lo avrebbero ucciso”, ha infatti affermato Barnabé Kikaya bin Karubi, ambasciatore dell’Rdc nel Regno Unito. “La sua unica possibilità per sopravvivere era consegnarsi alle autorità”.

La fazione dissidente di Sultani Makenga, risultata vincitrice della lotta intestina al M23, è tuttavia impegnata nella lotta contro la milizia rivale, i filo-Hutu del FDLR (Fronte democratico di liberazione del Ruanda) che si propone di rovesciare il governo dei Tutsi in Ruanda. Questi conflitti sono fin qui costati, in pochi mesi, 800mila profughi e la resa di Ntaganda non sembra una buona notizia, quanto l’ennesima filiazione e ri-aggregazione dei movimenti combattenti nella regione. La fine di un leader segna sempre il sorgere di un altro capo criminale. La sconfitta di una milizia è sempre la nascita di altre due. Ntaganda è un simbolo criminale delle due guerre del Congo ma il conflitto attuale, latente e continuo, mantenuto ad arte da signori della guerra interessati ai grandi traffici, chi lo fermerà?

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