Torino, il clan dei catanesi al capolinea. Come è cambiata la geografia del crimine sotto la Mole.

1 Mar 2013 | Categoria: articoli, prima pagina
di Giuseppe Legato

I loro nomi evocano storie terribili: morti, droga, pizzo, omicidi, totonero, bische clandestine.

Hanno dominato per anni l’arena della criminalità esportando a Torino i fragili equilibri della terra madre: la Sicilia. Protagonisti di solide alleanze e repentini tradimenti in nome del denaro e del controllo della città, sono entrati nell’album della mala sabauda con il volto ancestrale dell’associazione che rappresentano: Cosa Nostra. Il viaggio dentro il clan dei catanesi, che per anni ha imperversato in città alternandosi – e scendendo a patti – con la ‘ndrangheta calabrese, è un biglietto di sola andata in una spirale di violenza. Di nomi e fatti apparentemente scollegati gli uni dagli altri in realtà uniti da una trama unica che oggi consegna la città in mano ai calabresi. I morti eccellenti sulle strade del capoluogo, i recentissimi ergastoli agli ultimi boss, alcuni pentimenti, il monopolio conquistato dalla ‘ndrangheta sul territorio aprono le porte a una verità storica riscritta recentemente dai giudici di Torino e dai carabinieri: il clan dei catanesi è finito. Lorenzo Spampinato e Orazio Orofino sono stati uccisi, la famiglia Micci sterminata dal carcere e dalle scelte di collaborare con la giustizia, i fratelli Franco e Carmelo Finocchiaro relegati in galera. Chi indaga da anni sulla rete di Cosa Nostra all’ombra della Mole ha pochi dubbi: capolinea e avanti un altro: la ‘ndrangheta appunto.

 

La svolta: l’omicidio Spampinato

Questa storia, come spesso accade nei racconti di mafia, è saltata fuori tra le pieghe di un processo passato in sordina sui grandi quotidiani nazionali, ma fondamentale per ricostruire gli ultimi vent’anni di vita di questa associazione criminale. Si tratta del procedimento penale relativo all’omicidio di Lorenzo Spampinato (“Enzo l’oliva”, per via della carnagione scura) maturato nell’elite degli ultimi reduci dei Cursoti (pm Roberto Sparagna a Monica Abbatecola). Pluripregiudicato, affiliato alla famiglia di mafia catanese Pillera–Cappello, era arrivato a Torino a cavallo del 1992 per sfuggire a una faida in corso tra clan rivali.

Fu ucciso con tre colpi di pistola (357 magnum) la sera del 22 gennaio di sette anni fa. Rientrava a casa con la moglie e la figlia piccola. Era in permesso premio per cinque giorni, scontava una condanna per la rapina milionaria alla Securmark del 28 ottobre del 2002: 900 mila euro di bottino, un colpo gobbo nel deposito aureo di via Gioberti 17.  Due killer lo hanno aspettato sotto l’alloggio in corso Regio Parco: tre spari, due a segno. Spampinato è morto.

Le indagini sono difficili. Si intuisce che la matrice è mafiosa anche in virtù del curriculum della vittima, ma i mandanti e gli esecutori – quelli – restano avvolti nel mistero. Gli investigatori ci lavorano anni brancolando nel buio. La svolta arriva quando meno te lo aspetti. I carabinieri stanno indagando sulla scomparsa di Rocco Vincenzo Ursini, giovane rampollo delle famiglie calabresi legate al capostipite  Mario. Tra gli ultimi contatti del giovane (che è vittima di un caso di lupara bianca) c’è una telefonata con Giuseppe Gallo, pregiudicato pugliese,  considerato luogotenente di un boss autentico di Cosa Nostra: Carmelo Finocchiaro. Iniziano intercettazioni telefoniche e ambientali. Una microspia nascosta su una Reanult Scenic cattura la conversazione tra due piccoli criminali che avevano avuto a che fare con l’agguato. «Tu mi hai raccontato una cosa che quando hanno fatto (ammazzato) quello lì, come c… si chiama lì, non mi ricordo» dice Giuseppe D. «Spampinato!» risponde l’altro, Giovanni R. «Sì, ecco c’era pure Pino (Giuseppe Gallo) assieme a questi qua venuti da giù..”. E’ la svolta. Il retroscena viene reso pubblico al processo dal capitano Vincenzo Bertè, capo della terza sezione del nucleo investigativo dei carabinieri di Torino che con i suoi uomini ha messo le manette ai polsi di Finocchiaro e Gallo. I giudici credono all’impianto d’accusa messo in piedi dai carabinieri e dal pm. “Indagine perfetta” si dirà nei corridoi del Tribunale. Una specie di cold case risolto dopo anni di ombre. Spampinato è stato ucciso da due killer venuti dalla Sicilia rimasti finora sconosciuti. Un assassinio su commissione. Da parte di chi? Di Carmelo Finocchiaro, detto “Iattaredda”, fratello di Franco, compagno di (s)ventura della famiglia ‘ndranghetista Belfiore e di Giuseppe Gallo alias “u curtu” alias “Pino il Principino”.

Due imputati, una sentenza fotocopia: ergastolo. Finocchiaro era l’ultimo grande boss dei catanesi di Torino. Per spessore criminale e credibilità all’interno dell’organizzazione non aveva pari.

Archiviata l’età dell’oro (anni Ottanta) appannaggio di Francesco Ciccio Miano, il boss si era presto fatto largo tra i reduci dei cursoti sterminati dal processo Cartagine del 1993 nelle cui maglie era finito anche suo fratello, Franco. Potentissimo, specializzato nella gestione del totonero, Finocchiaro è rispettato anche a Catania dove ha molti amici, impresa non semplice viste le faide che hanno insanguinato le famiglie rivali: Cappello–Ferlito–Santapaola–Mazzei

Partecipa alle riunioni della mala siciliana a Catania, è uomo di fiducia di Salvatore Cappello (“tanto da rimanere ferito in una sparatoria coi carabinieri proprio mentre è in macchina insieme al boss” racconteranno alcuni pentiti). Impone la cagnotta alle bische, mira a estromettere i calabresi dal giro del poker e delle fiches. Ha un esercito agguerrito – Giuseppe Gallo in testa – e un nemico giurato: Lorenzo Spampinato. L’esegesi di questa rivalità nasce – secondo il racconto di alcuni pentiti e della ricostruzione dei carabinieri – da un altro omicidio. Eccolo il risiko di sangue del clan dei catanesi. Il primo pezzo è il delitto Orofino.

 

Le origini:  l’omicidio Orofino

Siamo negli anni Novanta e il dominio della famiglia Finocchiaro era incontrastato. Un impero. La tesi è questa: qualcuno tenta di insidiarlo. E’ un boss emergente che può rimettere in piedi la forza del sodalizio siciliano. Si chiama Orazio Orofino. Viene ucciso il 4 ottobre del 1993  in piazza Fontanesi. Nello stesso agguato muore Vincenzo Iodica, suo fedelissimo. Sul movente i carabinieri non hanno dubbi: “Orofino aveva messo in atto un tentativo di sottrarre una fetta di mercato a Finocchiaro. E questo gli è costato la vita”. Non solo: “Tale omicidio ha suscitato le ire e il desiderio di vendetta di Spampinato a sua volta parente di Orofino. Chi fosse poi la vittima e quali potenzialità avesse nel panorama criminale torinese lo si capirà due anni dopo quando suo fratello (Tommaso Orofino) venne arrestato in una maxi operazione antidroga in cui un sottoufficiale della Guardia di Finanza si infiltrò nelle maglie dell’organizzazione che trasportava quintali di eroina dal Sud stipati dentro Tir anonimi. L’indagine si chiamava “Nice flower” espediente linguistico che ingentiliva il cognome della potentissima (allora) famiglia di ‘ndrangheta Belfiore (mandanti dell’omicidio del Procuratore di Torino Bruno caccia) “a cui gli Orofino – si legge in una nota giudiziaria – erano legati da tempo”. Secondo uno dei pentiti chiave della mala catanese questo omicidio esasperò i rapporti tra Finocchiaro e Spampinato. L’uomo delle rivelazioni si chiama Paolo Alberto Micci. La sua famiglia era alleata di Finocchiaro fin dagli anni 70. Un teste chiave secondo la procura e i carabinieri. Sarà lui a spiegare che “secondo Spampinato infatti ad uccidere Orofino erano stati i fratelli Nicotra (poi arrestati per il duplice omicidio di piazza Fontanesi), su mandato dei Finocchiaro (rimasti fuori dall’indagine)”. L’apice dello scontro si raggiunge nel 2000.

In quell’anno – racconta Micci – i rapporti tra Spampinato e Carmelo Finocchiaro sono tornati ad essere tesi a causa di un’incursione di Finocchiaro  all’interno della bisca di piazza Rebaudengo, gestita da Giuseppe Belfiore. Si presenta con i suoi uomini e imposto un pizzo del 30% del ricavato, qualificandosi come il capo del clan dei Catanesi di Torino. Questo fatto accende la furia di Spampinato il quale cerca una nuova alleanza con la famiglia Micci al fine di scatenare una guerra contro Finocchiaro che si è – di fatto – impadronito della bisca mettendo al suo interno due uomini fidati: Pietro Fortunato e Domenico Linguaglossa.

 

La guerra: l’omicidio Fortunato

“E’ per questo – ha spiegato il pentito – che la nuova consorteria Spampinato–Micci avrebbe deciso di uccidere Pietro Fortunato nell’agosto nel 2000 ed ha messo a punto una serie di altri omicidi tra cui quello di Finocchiaro Carmelo, non andato a buon fine per una serie di fortunosi inconvenienti. Uno dei tentativi messi in atto da Spampinato (senza successo) prevedeva di attirare Finocchiaro in un’imboscata a Grugliasco, grazie all’appoggio di Giuseppe Belfiore che con Finocchiaro aveva affari in comune”. Per Fortunato invece  nessuna grazia. I killer entrano in azione il 27 luglio del 2002. La vittima sta rientrando a casa in via Agliè, a Torino. Gli sparano sette colpi, tre alla testa. Muore all’ospedale San Giovanni Bosco poche ore dopo il ricovero. Per questo assassinio vengono arrestati (dalla Squadra Mobile) i fratelli Ignazio e Santo Giovanni Micci, Cua Rizieri, Carmelo Camuglia arrivato a Torino insieme a Spampinato a cavallo degli anni Novanta e suo fedelissimo. Tutto risolto? Macché. Il processo imbocca una strada senza ritorno. A far crollare l’ impianto accusatorio c’è la scoperta di un errore in una perizia balistica eseguita dalla polizia scientifica (un poliziotto fu anche indagato per falso). I giudici avevano dunque ordinato una nuova consulenza su una pistola sequestrata sul luogo dell’ omicidio. L’esame aveva stabilito che non era affatto quella l’ arma utilizzata per il delitto (mentre una prima perizia della polizia scientifica aveva proprio affermato il contrario). Tutti assolti. Nonostante la verità giudiziaria (che è poi quella che conta a livello legale), la ricostruzione storica di Micci rimane in piedi: “L’omicidio Fortunato fu un segnale a Finocchiaro. Un messaggio chiaro: fatti da parte, fai un passo indietro”.

 

La vendetta: il tentato omicidio ai danni di Giuseppe Belfiore

Carmelo Finocchiaro è uno che non dimentica. Ed è così che da “un’ambientale” piazzata dai carabinieri nell’ambito dell’indagine sulla morte di Spampinato salta fuori la clamorosa organizzazione di un attentato ai danni di Giuseppe Belfiore, che poi non avverrà probabilmente per le vicende giudiziarie che coinvolgeranno i due protagonisti. I catanesi stanno pensando di ucciderlo. Finocchiaro e Gallo effettuano tre sopralluoghi: due ad Airasca in viale Europa nella casa dove Belfiore ha vissuto per un certo periodo con la moglie e le figlie, uno a Moncalieri al Bingo Millionarie di strada Carignano, dove l’ultimo rampollo di una delle più potenti famiglie di ‘ndrangheta di Torino è solito trascorrere alcune ore tra i dadi e le slot machines. Le cimici “parlano” ed evidenziano «la volontà di compiere atti lesivi dell’incolumità del Belfiore». Nel dettaglio Finocchiaro e Gallo si occupano del reperimento di un’auto non riconducibile ai committenti e agli esecutori materiali dell’omicidio: «Ma non c’è nessuno che affitta macchine, che in caso ti fermano, succede qualcosa…». E ancora cercano le vie di fuga per i complici: «Poi dobbiamo occuparci anche per noi, anche per chi va via». Infine – annota il gip – parlano diffusamente della sistemazione del gruppo di fuoco: «Il palo lo metti lì, una volta che la macchina si ferma, fanno il lavoro in due e se ne vanno». Prendono i tempi dei semafori e di apertura dei cancelli della casa di Belfiore. Perché i siciliani possano volere Belfiore morto è chiaro «Spampinato voleva uccidere Finocchiaro con la collaborazione di Peppe Belfiore, ma il tentativo non riuscì». «L’omicidio – scrive il gip nell’ordinanza di fermo di Finocchairo e Gallo – pareva essere determinato da un contrasto tra le due associazioni a proposito della gestione del totonero». Una vendetta, dunque (senza alcuna contestazione formale ai due boss)  che doveva maturare sullo sfondo del controllo di una fetta di bische sulle quali sono già entrati da qualche anno i fratelli Adolfo e Cosimo Crea”, capi assoluti della ‘ndrangheta emersi in tutta la loro autorevolezza criminale con l’operazione Minotauro. Un passaggio di testimone che appare agli occhi degli investigatori pressoché definitivo dopo la scomparsa dalla scena di tutti i grandi boss della mala siciliana sterminati da omicidi, pentimenti, ergastoli. Un dato su tutti: l’ultimo rapporto dell’indagine Transcrime curata dall’Università Cattolica di Milano sull’indice di presenza mafiosa in Piemonte assegna a Cosa Nostra una percentuale di rappresentanza del 2,9%. Alla voce ‘ndrangheta i numeri cambiano: 95,2%. Chiaro no?

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