Coral contro Coral

14 Mag 2012 | Categoria: articoli, prima pagina
di Marco Nebiolo

Con il processo Minotauro alle battute d’inizio, la Provincia di Torino annuncia l’intenzione di costituirsi parte civile. Ma tra i banchi del Consiglio siede Ivano Coral, che secondo le carte della Dda sarebbe stato votato dai boss della ‘ndrangheta del Canavese su richiesta del padre Nevio, accusato di concorso esterno e voto di scambio

 

E alla Provincia scoppiò il caso Coral. Dopo l’annuncio davanti alla Commissione comunale antimafia del presidente del consiglio provinciale di Torino Sergio Bisacca di costituirsi parte civile al processo Minotauro contro la ‘ndrangheta piemontese, è venuto al pettine il nodo del consigliere provinciale Ivano Coral, sindaco di Leinì fino allo scorso dicembre, figlio di quel Nevio Coral, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio, in arresto dallo scorso 8 giugno. Perché se è vero che la responsabilità penale è personale e che i figli non rispondono delle colpe dei padri, è anche vero che dalle carte dell’inchiesta e della Commissione di accesso prefettizia che ha rilevato lo stato di infiltrazione mafiosa del comune di Leinì (che ne ha determinato lo scioglimento da parte del Consiglio dei ministri il 23 marzo) emerge una contiguità tra i due Coral che non può non essere rilevata nel momento in cui Ivano e Nevio rischiano di trovarsi idealmente su fronti contrapposti in tribunale.

Dalle carte dell’inchiesta emerge infatti che Nevio Coral, ritenuto dalla Dda di Torino perno di un milieu politico-imprenditoriale-mafioso che avrebbe condizionato per anni la vita sociale di Leinì e dintorni, avrebbe favorito l’elezione in consiglio provinciale del figlio alle elezioni del 2009 chiedendo i voti ai principali boss ‘ndranghetisti del canavese e promettendo in cambio appalti e altre utilità. Ma è la relazione dei Commissari che hanno chiesto e ottenuto lo scioglimento per infiltrazione mafiosa di Leinì lo scorso 23 marzo a essere più dura nei confronti di Ivano, primo cittadino dal 2005 (quando successe proprio al padre Nevio), descrivendolo come un sindaco di facciata, strumento della volontà del padre, che avrebbe continuato a essere il vero dominus dell’amministrazione locale. Dunque Ivano Coral oggi continua a esercitare la funzione di consigliere provinciale (anche se raramente si vede in Consiglio), carica che avrebbe ottenuto, secondo quanto si legge nelle carte di Minotauro, anche grazie ai voti di quei mafiosi contro cui l’ente Provincia vuole costituirsi in giudizio. Lo fa legittimamente sotto il profilo giuridico, ma con il paradosso, se il tribunale accetterà la costituzione in giudizio della Provincia, di trovarsi (idealmente) in aula a chiedere i danni a Nevio Coral, genitore naturale nonché mentore politico. Insomma un cortocircuito logico-politico. A sollevare il caso il consigliere provinciale del Pd Giuseppe Sammartano, che ha presentato un’interpellanza sottoscritta da altri tre suoi colleghi (Angela Massaglia, Salvatore Ippolito ed Erika Faienza), nella quale chiede all’amministrazione “quali azioni politiche verbali e scritte si intendono assumere coerentemente con la decisione di costituirsi parte civile, nei confronti del già Sindaco di Leinì ed attuale consigliere provinciale ancora in carica”.

 

Ma chi è a sostenere che Ivano fosse solo una controfigura politica del padre?

Innanzitutto i mafiosi stessi, che vengono riuniti da Nevio Coral in vista delle elezioni amministrative del 6-7 giugno 2009 incui Coral Junior è stato eletto in Provincia. La riunione si tiene il 20 maggio, a Volpiano, nel ristorante dell’hotel Verdina dell’altro figlio di Coral, Guido, marito dell’ex assessore regionale Caterina Ferrero, travolta da una inchiesta sulla corruzione nella sanità e il cui braccio destro, Piero Gambarino, è risultato in affari con alcuni degli imputati nell’inchiesta Minotauro. Al tavolo con Coral personaggi con vari precedenti penali e di polizia, tra cui spicca Vincenzo Argirò, ‘ndranghetista di livello, membro del Crimine, la struttura delegata al compimento di azioni violente contro cose o persone per conto di tutte le famiglie mafiose. Ivano Coral non è neppure presente, ma poco importa, ad Argirò interessa che ci sia il padre. Il figlio, che pure è il sindaco di Leinì da 4 anni, e della cui ascesa in Provincia si deve discutere, sembra una comparsa agli occhi del boss. Al telefono, per organizzare la cena, Argirò dice a Coral: “si però venga lei dottore, io ho un rapporto con lei … suo figlio io …

CORAL: ebbè, è evidente che vengo io, non c’è possibilità

ARGIRÒ: io ho rispetto soprattutto per lei, va bene!

 

Al ristorante, disseminato di microspie dai Carabinieri, è Emilio Gallo, l’organizzatore della serata che si rivolge ad Argirò chiamandolo “zio”, ad esplicitare il pensiero del boss: “… con tutto il rispetto che io c’ho per Ivano, lo conosco da piccolo, siamo cresciuti assieme … ascolta … però, dove vai-vai, Ivano non è Ivano, Ivano è il figlio di Nevio!.

Ed è lo stesso Coral ad affermare: “In molti casi dicono che è la mia copia più istruita, no? perchè lui si è preso una laurea …ha quel qualcosa in più … gli manca, gli manca, forse, gli manca quella maestria e quella esperienza…”

 

Ma neanche all’interno dell’amministrazione comunale Ivano Coral gode di maggiore considerazione. Sono i commissari prefettizi a registrare le dichiarazioni di dirigenti comunali  e consiglieri, concordi sul fatto che a comandare era Nevio, capace di imporsi per la sua esperienza, la sua intelligenza e il suo carattere autoritario. Coral senior dal 2005 al giugno2011 haconservato la carica di consigliere comunale con deleghe strategiche conferite dal figlio-sindaco (in materia edilizia e rapporti conla Provana Spa, società di servizi a capitale pubblico istituita dallo stesso Coral nel 1998), per aggirare, secondo i commissari prefettizi, le disposizioni legislative in materia di incompatibilità (Nevio non sarebbe potuto essere nominato ufficialmente assessore perché padre del primo cittadino). Coral ha controllato di fatto – sotto lo sguardo cieco, impotente o complice di Ivano -la Provana Spa, che avrebbe gestito importanti servizi comunali aggirando la normativa sugli appalti pubblici e favorendo direttamente imprese legate dei boss. Coral partecipava inoltre alle riunioni della giunta senza averne titolo condizionandone le scelte. Un po’come accadeva a Salemi (Tp), altro comune sciolto per mafia lo scorso 23 marzo, dove – come denunciato nel 2011 dall’ex assessore Oliviero Toscani – a svolgere il ruolo di dominus occulto della giunta di Vittorio Sgarbi era Pino Giammarinaro, oggetto di un provvedimento di sequestro preventivo per 35 milioni di euro nell’ambito del procedimento Salus iniqua del maggio 2011.

E i voti promessi alla cena furono effettivamente raccolti a favore di Ivano? Secondo quanto afferma in un’intercettazione del 27 giugno 2009 Giovanni Iaria, uomo della ‘ndrangheta di Cuorgné che entra ed esce da inchieste di mafia piemontesi a partire da metà degli anni 70 e che fece una discreta carriera politica nel Psi negli anni 80, la risposta è sì. Iaria, intercettato al telefono il 9 giugno 2011 con Walter Macrina (presunto affiliato alla locale di Volpiano) afferma:

IARIA: gli ho telefonato a NEVIO no, che era tutto…ho detto non sparare a mucchio alla croce rossa, ho detto vedrai che gli unici che mantengono gli impegni sono quelli che… vicino a te , e tuo figlio è eletto…dice no Giovanni…viene eletto tuo figlio perchè io avevo già fatto i conti

MACRINA: eh

IARIA: loro hanno aspettato fino alle tre e mezza a saperlo, però io gliel’ho detto ieri sera alle sei e mezza

MACRINA: ah buono…buono…buono

IARIA: ha preso 7500 voti

MACRINA: buono…buono…buono

IARIA: dei nostri non è scappato nessuno!

 

Un quadro che non delinea responsabilità penali, ma ben poco edificante per Ivano Coral,  e che forse potrebbe creare qualche imbarazzo ad una Provincia che intende costituirsi in giudizio contro i presunti grandi elettori mafiosi del loro giovane consigliere. Il quale legalmente continua a incassare la relativa indennità. E che, pur avendo saputo, quanto meno dalle carte dell’inchiesta, di essere stato eletto anche con i voti della mafia, non ha sentito il dovere di fare un passo indietro. Se non per opportunità politica, per evitare di entrare in tribunale contro il proprio padre.

 

 

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