Processo Lea Garofalo: le deposizioni a favore di Giuseppe Cosco

21 feb 2012 | Categoria: articoli, prima pagina
di Marika Demaria

«Carlo Cosco mi aveva chiesto di uccidere la sua compagna Lea Garofalo, ma io dovevo prima chiedere il permesso ai mie capi Domenico Megna e Pasquale Nicoscia. C’erano però in quel periodo cose più importanti a cui pensare, e poi non se n’è più fatto niente». Così il collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese riferì alla Corte della prima sezione d’Appello del Tribunale di Milano, nell’udienza del 27 ottobre scorso. Ed eccoli, in videoconferenza a raccontare la loro verità, le persone citate da Cortese. Domenico Megna risponde in maniera lapidaria alle domande dell’avvocato Steinberg, difensore di Carlo Cosco. Emerge che i due erano detenuti insieme nel 2001 presso il carcere di Catanzaro, ma che Cosco non gli ha mai chiesto «nessuna autorizzazione. Perché avrebbe dovuto? Mica siamo parenti, affiliati…in base a quali regole? Ma sono cose dell’altro mondo!». Il pm Tatangelo si sofferma su questo punto chiedendo se Megna sia allora effettivamente a conoscenza delle regole della ‘ndrangheta, ma come risposta ottiene un: «Se le vuole sapere, se le faccia spiegare da Cortese! Che ne so io, sono cose da pazzi». Il teste sta attualmente scontando una pena di 26 anni e sei mesi per traffico di stupefacenti e associazione di stampo mafioso, «ma io non faccio parte della ‘ndrangheta». Breve anche la deposizione di Pasquale Nicoscia, attualmente detenuto per omicidio   -  «ma io non ho mai ucciso nessuno» – il quale ha confermato quanto affermato prima da Megna: Carlo Cosco non chiese mai di uccidere Lea Garofalo, non aveva dei risentimenti nei confronti della donna e non avrebbe avuto motivo di chiedere l’autorizzazione a procedere a nessuno.
Ma è la deposizione di Renata Plado che interesserà buona parte dell’udienza di ieri, lunedì 20. Gesso ad una gamba, la convivente di Giuseppe Cosco racconta con dovizia di particolari episodi del rapporto tra lei e Lea Garofalo («per me era come una sorella, ha assistito alla nascita del mio secondo figlio»), di quanto Denise andasse d’accordo con i cugini, specie con Domenico (suo coetaneo) e del rapporto tra la giovane donna e Carlo Cosco. «Ricordo l’episodio del 20 gennaio 1996, quando avevo sostenuto l’esame per la patente. Sono tornata a casa – Carlo e Lea abitavano in una stanza di viale Montello 6 – e ho sentito delle urla: sono salita e ho visto loro due che si picchiavano; ho preso Denise in braccio per portarla via, ma Lea mi ha preso per i capelli. Per fortuna sono riuscita a divincolarmi». Nel settembre di quello stesso anno Lea Garofalo affidò la figlia alla cognata perché «doveva andare a Roma per sottoporsi a una visita psichiatrica, mi aveva promesso che sarebbe rientrata il sabato in tempo per sentire al telefono Carlo che l’avrebbe chiamata dal carcere di san Vittore, ma rientrò la domenica sera, senza spiegazioni». Nell’ottobre di quello stesso anno Lea e Denise lasciarono Milano per Bergamo. «Quel giorno un signore con una station wagon venne a prendere mia nipote e mia cognata, che prima di partire baciò per terra dicendo “Io qui non verrò mai più”. Ho rivisto Denise nel 1999, quando venne da me per un fine settimana ma senza la madre, che rividi per caso nel 2000 a casa di una mia vicina di casa. Per me fu una sorpresa: lei era in compagnia di una sua amica che presentò come sua cognata, mentre io fui presentata come ex cognata». Le domande dell’avvocato Maira Cacucci fanno fare un balzo al 2009, d’estate, quando Renata Plado rivede la nipote a Pagliarelle: «Mi chiese di non dire a sua madre che lei stava frequentando una sua cugina da parte di padre, altrimenti si sarebbe arrabbiata. Invece non sono riuscita a vedere Lea, era chiusa in casa, non voleva vedere nessuno. Si diceva fosse esaurita, in fondo lei nel maggio ’93 aveva già tentato il suicidio avvelenandosi; quel giorno mi ricordo di aver sentito urlare “Aiuto”, di essermi affacciata sul balcone e di aver visto Lea sulla ringhiera. Ho chiamato subito il mio convivente e Carlo Cosco, che l’hanno portata al “Fatebenefratelli” per una lavanda gastrica».
Novembre 2009. Renata Plado riferisce di aver visto Denise sabato 21, e che la ragazza le ha raccontato di essersi fatta accompagnare in stazione dalla zia Marisa (sorella di Lea) spiegando che sarebbe andata a Crotone. «Ero molto contenta di rivederla. Le avevo chiesto di fermarsi a cena, però ad un certo punto sono andata da mia cognata Giuseppina (Scalise, moglie di Vito Cosco) per portarle del riso e quando sono rientrata Denise era andata via. Giuseppe mi disse che aveva ricevuto una telefonata. La domenica suo fratello Carlo l’ha chiamato dal cortile chiedendogli perché non avesse fatto mangiare Denise a casa sua e Giuseppe gli ha fatto notare che era stato lui a chiamarla. Almeno così pensavamo. Invece sarà stata sua mamma, ma noi non potevamo immaginare, perché Denise ci ha detto che era venuta a Milano con la madre solo la sera del 24 novembre, quando, dopo che ha mangiato con noi, è andata via con suo padre per prendere il treno per poi tornare a casa nostra a tarda sera. Non mi ha detto perché mi aveva nascosto la verità». Secondo la ricostruzione dei fatti della teste, quel  24 novembre la ragazza nel tardo pomeriggio la contattò telefonicamente per chiederle dove fosse, e si sono incontrate presso la farmacia di piazzale Baiamonti. Insieme sono andate al bar “Barbara” per verificare che Giuseppe Cosco fosse effettivamente lì e poi si sono recate al supermercato “Punto Sma”. «Siamo andate a fare la spesa e ricordo che Denise mi chiese il sushi e le patatine fritte; alla cassa voleva pagare con i cento euro che le aveva appena regalato il mio convivente, ma io ovviamente mi sono opposta. Siamo rincasate verso le 19.30 e io ho iniziato a preparare la cena, mentre Denise ha mangiato perché poi sarebbe dovuta partire». L’avvocato Cacucci ha prodotto dei fotogrammi che riprendono due passanti lungo quel tragitto: sono da poco passate le 19, fianco a fianco camminano due donne, una con un giubbotto nero l’altra con il giubbotto bianco. Renata Plado ha asserito di essere la donna con il giubbotto scuro; l’immagine ricorda molto quella estrapolata dalle telecamere poste in corso Sempione, che hanno registrato il passaggio, poco dopo le 18, di Denise e sua mamma.
Il racconto di quanto avvenuto dopo sarà minuzioso. La donna racconta che suo marito Giuseppe arrivò a casa verso le 20.30 dopo aver giocato alle macchinette del bar per poi uscire nuovamente poco dopo le 21 per andare da dei vicini di casa, tanto che Denise partì senza salutarlo. Renata Plado rivedrà il compagno in tarda serata, quando entra in casa con Carlo Cosco e l’amico Carlo Toscano. «Mi ha detto che Denise avrebbe dormito da noi, mi ha spiegato “Non ci ho capito niente, Carlo è venuto e mi ha detto che bisogna fare così”». L’indomani mattina la teste rivede il cognato «con il quale non mi parlavo da anni, così come Giuseppe non si parla con Vito, con Massimo e con la sorella Mirella. Gli ho chiesto di Lea e Carlo mi ha spiegato che l’aveva vista il pomeriggio del giorno prima. Lei gli aveva chiesto 400 euro ma lui ne aveva solo 200 euro e glieli ha dati. Rividi Carlo il sabato mattina quando ci chiese di prestargli l’auto per andare a Reggio Emilia, ma poi fu Vito a prestargli il Chrysler». Denise e il padre partono e rientrano l’indomani sera, per poi ripartire alla volta di Pagliarelle. Ci sarà il tempo, secondo la teste, perché la ragazza le confessi che Lea Garofalo beveva, era strana e dava confidenza a tutti.
L’avvocato Roberto D’Ippolito, difensore della madre e della sorella della testimone di giustizia, si è invece soffermato sull’omicidio di Antonio Camberati avvenuto il 17 maggio 1995 in viale Montello 6, per il quale Carlo Cosco fu accusato ma mai condannato. «Carlo non aveva mai avuto da ridire con lui – ha riferito la teste – invece Lea aveva litigato con lui. E ricordo che il giorno dopo passammo a fianco alle macchie del sangue di quest’uomo e lei, sputandoci sopra, disse “Bastardo”».
Il pm Marcello Tatangelo, considerata anche la memoria elefantiaca della teste, le ha chiesto quali numeri avesse in uso il suo convivente e se quella sera al bar lui fosse anche con Francesco Ceraudo e Carlo Toscano. Un dato numerico che però la donna non ha ricordato, mentre ha sottolineato con forza la presenza dei due uomini; in qualità di teste d’alibi entrambi sono stati ascoltati subito dopo, confermando quanto sopra. Una dichiarazione che non convince l’accusa, alla luce anche dei tabulati depositati agli atti, e che ha portato il pm a chiederne l’acquisizione in quanto da essi si evince che Ceraudo in quei giorni era in realtà a Genova.
La fine dell’udienza è stata sancita dalla dichiarazione spontanea di Massimo Sabatino che, foglio alla mano, ha chiesto alla Corte che in aula siano ascoltate le registrazioni delle sue deposizioni, «perché una cosa è il parlato un’altra cosa è leggerle lì. Io ero agitato, non capivo cosa stava succedendo, bisogna pure tenere conto di questo».
Gli ultimi teste della difesa saranno ascoltati lunedì 27 febbraio.

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