Giornalisti precari, poveri e ricattabili. Nasce la Carta di Firenze

14 ott 2011 | Categoria: articoli, prima pagina
di Matteo Massi

Di dignitoso, a volte, c’è soltanto il nome con cui li chiamano. Free lance. E letto così sembrerebbe un mestiere avventuroso. Ma di avventuroso nella vita della maggior parte dei free lance italiani c’è solo come arrivare alla fine del mese con quei miseri compensi che vengono elargiti dagli editori. Free lance o collaboratori poco importa la definizione, ma nella sostanza c’è un precariato che è diventato un tema forte anche per l’ordine nazionale dei giornalisti. E’ nata così la due giorni “Giornalisti e giornalismi” che si è tenuta a Firenze nel secondo week-end di ottobre. “Diamo le notizie, ma non facciamo notizia”. In uno degli slogan ripetuti, con una frequenza piuttosto assidua, nel corso della due giorni fiorentina, c’è il quadro di come il giornalismo, almeno in Italia, si sia trasformato e del livello cui è arrivata la divisione del lavoro. Chi sta in strada a cercare le notizie è spesso un collaboratore, sottopagato. Dieci euro a pezzo, in media, quando va bene. Tre, sempre di euro si tratta, quando va male. Ma nelle storie che si accavallano sul palco del teatro Odeon di Firenze ci sono testimonianze che smontano quello che potrebbe sembrare come un’equazione fin troppo facile nella sua sua soluzione: giornalisti uguale casta. “Non siamo una casta”, ci tengono a sottolineare i tanti precari che sono arrivati a Firenze (oltre 400 e diverse migliaia collegati via web), mentre si agitano, brandendo un foglio e raccontando la loro storia personale. E di fronte al giornalismo o meglio ai giornalismi del terzo millennio, non ci si può voltare dall’altra parte.

Meglio iniziare proprio dalla divisione del lavoro. I giornalisti veri, quelli che hanno superato l’esame da professionisti e che hanno un contratto sicuro e a tempo indeterminato (anche se non sono più molti) – trascorrono le loro giornate dentro le redazioni. C’è da fare il lavoro da redattore. A volte un lavoro “sporco” tra millimetri di titoli da alzare o abbassare, colonne, grafici e quant’altro. E ci sono soprattutto tante pagine da chiudere per edizioni che diventano sempre di più extralarge, anche quando le risorse umane per realizzarle sono poche. E così sulle strade ci sono loro, i collaboratori. O free lance, giusto per essere a la page con le definizioni. Ma la qualità dell’informazione resiste? E’ la prima seria domanda che va posta. Perché chi va in strada – e andare in strada non è mai semplice, soprattutto se ci si occupa di temi delicati come nera e giudiziaria – deve avere tutto il sostegno necessario. A cominciare da quello economico. Una considerazione facile facile: anche chi ha passione e voglia di fare il giornalista, se si ritrova a fine mese con uno stipendio da fame, deve in qualche maniera tirare a campare, e quindi? Quindi, come è uscito fuori anche nella due giorni fiorentina ci si arrabatta. Sempre nel campo dell’informazione, si cercano altre soluzioni, con il rischio concreto di creare una molteplicità di conflitti d’interessi. Un esempio: se faccio il corrispondente per il giornale o la radio o la tv X che mi paga poco, trovo un’altra collaborazione con l’ente Y, ma se poi il mio giornale mi chiede di occuparmi dell’ente Y e magari di farci sopra un’inchiesta (ci sono diversi casi del genere), come mi comporto? Dovrei fare il giornalista, ma ci si riesce senza rischiare di perdere l’altro lavoro solo perché magari si urta la suscettibilità di qualcuno? Questo è un esempio semplice, ma alquanto efficace per capire un po’ lo stato delle cose nel nostro paese.

Il quadro non è bellissimo e anche per questa ragione è nata al teatro Odeon “La carta di Firenze”. L’odg, l’ordine nazionale dei giornalisti l’ha presentata con i dovuti riguardi, anche perché si tratta di un documento importante. E già il comma 2 dell’articolo 3 è un ottimo punto di partenza e si spera di svolta: “Un giornalista precarizzato, poco pagato, con scarse certezze e prospettive e talvolta, per carenza di risorse economiche, anche poco professionalizzato, è un lavoratore facilmente ricattabile e condizionabile, che difficilmente può mantenere vivo quel diritto insopprimibile d’informazione e di critica posto alla base dell’ordinamento professionale”. E il concetto di ricattabilità, sempre legato alla propria posizione lavorativa ed evidentemente economica, è un altro allarme che è stato lanciato da Firenze. La carta di Firenze è stata dedicata a Pierpaolo Faggiano, un giornalista pugliese precario di 41 anni che l’estate scorsa si è tolto la vita.

Di precariato si vive male e si muore anche. La storia di Faggiano ha aperto degli squarci importanti proprio sul precariato dell’informazione. E il percorso che ha portato per il momento a “La carta di Firenze” è stato sicuramente significativo. Ora resta da vedere quale potrà essere l’incidenza reale sul mercato del lavoro giornalistico. Il presidente dell’ordine nazionale giornalisti, Enzo Iacopino ha detto: “La ‘Carta di Firenze’ è un documento importante, ma il nodo di tutto sta nelle ultime righe: e cioè che la violazione della carta comporta l’avvio di un procedimento disciplinare davanti all’Ordine dei giornalisti. Ma non deve essere certo intesa come un’iniziativa punitiva nei confronti di capiservizio, caporedattori o direttori bensì come una garanzia proprio a loro tutela, lo strumento attraverso il quale difendere la dignità di tutti i giornalisti, precari e non, e quindi anche la loro e di tutti i colleghi”. Il presidente della Fieg, la Federazione Italiana Editori Giornali, Carlo Malinconico ha aggiunto: “Bene il compenso equiparato sulla quantità e la qualità del lavoro, ma non vanno adottati criteri troppo generici”. E intanto c’è un progetto di legge, di cui è relatore il deputato Enzo Carra, sull’equo compenso giornalistico per i collaboratori. Ma il precariato, almeno per ora, resiste. In attesa di tempi migliori.

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