Chi non ha paura muore una volta sola

13 lug 2011 | Categoria: archivio articoli, recensioni
di Marika Demaria

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«Una mattina del 2004 in redazione giunge una telefonata: ci avvisano che sono state trovate delle fotografie che ritraggono un ufficiale in divisa che si allontana dal luogo della strage reggendo la borsa». La strage è quella che si è consumata il 19 luglio 1992, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta. La persona in divisa è il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, la borsa è quella contenente l’agenda rossa del magistrato, sulla quale egli annotava minuziosamente appuntamenti e informazioni e che mai fu ritrovata. Nelle parole di Lorenzo Baldo, vice direttore di «Antimafia Duemila», troviamo la genesi del libro Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino (Aliberti editore), scritto a quattro mani con il direttore Giorgio Bongiovanni, che ripercorre i 57 giorni di vita che il giudice ha vissuto dopo la strage di Capaci del 23 maggio di quello stesso anno.
Nella prefazione, il pm Antonio Ingroia commenta che il merito del libro è di “essere diverso dagli altri, non sposando tesi precostituite”.
Raccontando – aggiungiamo noi – anche tutti gli avvenimenti degli anni successivi, offrendo spesso confronti documentati, spunto di riflessione ma anche di indignazione per il lettore. Emblematica, per tornare all’incipit, proprio la sparizione dell’agenda rossa, sulla quale è stato detto tutto e il contrario di tutto. Protagonista di questo nebuloso ma altrettanto fondamentale passaggio, oltre al carabiniere Arcangioli, l’ex pm ed ex parlamentare Giuseppe Ayala: nelle pagine del libro sono ricostruite le loro varie deposizioni, che si contraddicono più volte alimentando incongruenze e di fatto allontanando i magistrati –  i quali definiranno “infruttuoso” il confronto – dalla realtà dei fatti. Queste scene tornano costantemente alla mente di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, che dopo anni trascorsi a lottare in solitaria con il proprio dolore, ha deciso di esternarlo, urlando la propria rabbia. Che Baldo e Bongiovanni ben descrivono nel capitolo “Resistenza” in cui Borsellino spiega anche che l’esplosivo usato per imbottire la Fiat 126 parcheggiata in via D’Amelio quel giorno era il “Semtex, usato dai militari”. Strazianti le scene rievocate dal fondatore del Movimento delle agende rosse, non solo quando raccontano dell’eccidio ma anche quando descrivono il momento in cui la loro madre scende in strada in mezzo all’inferno.
Nelle pagine del libro c’è spazio anche per le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Quanto affermato da Gaspare Spatuzza conduce inevitabilmente alla presunta trattativa tra Stato e mafia e alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo colluso con Cosa nostra. In uno dei capitoli conclusivi ritroviamo anche un focus sull’ultimo ventennio della politica italiana e di conseguenza sull’ascesa di Silvio Berlusconi.
I fiumi di parole dette da Vincenzo Scarantino costituiscono “i pilastri del primo processo per la strage di via d’Amelio”, la cui sentenza della Corte di assise fu emessa il 27 gennaio 1996. Sarà lo stesso Scarantino a scrivere alla moglie, al fratello e alla sorella (e a tutti i loro rispettivi figli) di Paolo Borsellino per chiedere “umilmente perdono per quanto accaduto”. Il testo della lettera datata 2 ottobre 2010 è riportato nel libro, così come la risposta di Agnese Borsellino, vedova del giudice.
La narrazione si conclude con i ricordi legati alla figura di quest’ultimo e affidati alle persone che lo hanno amato e stimato in vita, come il suo allievo ed emulo Antonio Ingroia, la sorella Rita, lo scrittore Umberto Lucentini (autore della biografia Paolo Borsellino. Il valore di una vita), la fotografa Letizia Battaglia, i colleghi Di Matteo, Lari e Caselli. Il ricordo del figlio di Paolo Borsellino, Manfredi, oggi commissario di Polizia, è racchiuso in un’intervista finale: «[mio padre] è vivo. È vivo nei nostri cuori perché una persona come lui non può scomparire, è indistruttibile e invincibile e la sua battaglia l’ha vinta, ha risvegliato tante coscienze addormentate della sua amata Palermo». Come confidò lo stesso Paolo Borsellino alla moglie Agnese due giorni prima di morire: «Io non vedrò i risultati del mio lavoro, li vedrete voi dopo la mia morte, perché la gente si ribellerà, si ribelleranno le coscienze degli uomini di buona volontà».

un commento
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  1. non so se commentare o tacere, so solo che sul mio posto di lavoro ho affisso al muro la gigantografia, ben in vista, della foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fanno parte della mia vita.
    Pur essendo dotata di buona volntà non posso non pensare che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono trucidati tutti i santi giorni, basti vedere il luridume e la mafiosità che ci circondano, Giovanni Falcone a chi gli chiedeva che cos’è la mafia rispose: ” La Mafia Non La Vedi, La Mafia La Respiri Nell’Aria” , è vero!!! e, badate bene che la mafia si respira in tutt’Italia, non solo in Sicilia.
    C’è tanta disonestà e mafiosità SU TUTTO che gridano vendetta, non giustizia ma vendetta, è troppo tutto, non se ne può più.

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