‘Ndrangheta a Torino, il viaggio in AsproPiemonte prima del Minotauro

13 giu 2011 | Categoria: articoli, prima pagina
di Marco Nebiolo

L’operazione Minotauro ha dimostrato quanto la ‘ndrangheta sia radicata nel territorio piemontese, ma il brutto risveglio che ha ridestato Torino e provincia dal suo torpore sabaudo ha una radice antica. Già quattro anni fa Narcomafie segnalava la radicata presenza dell’”onorata società” in Piemonte. Riproponiamo un articolo del 2007, a firma di Marco Nebiolo, che riassume bene le infiltrazioni criminali e gli affari illeciti della ‘ndrangheta in regione.

La ‘Ndrangheta è capillarmente presente sul territorio piemontese. Gestisce molteplici affari illeciti – dalle bische clandestine al traffico di stupefacenti – e si infiltra nell’economia legale, in particolare nel settore dell’edilizia e del movimento terra. Ecco la mappa delle principali famiglie note alle autorità inquirenti Il Piemonte è terra di conquista della ’Ndrangheta da decenni, anche se qualcuno sembra volerlo dimenticare. Il rischio di un pericoloso abbassamento della guardia – in particolare a livello politico-amministrativo – si è manifestato all’indomani della strage di Duisburg, quando le pagine del quotidiano torinese «la Stampa» hanno ospitato un’incredibile polemica tra il coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Torino Maurizio Laudi e alcuni sindaci della provincia di Torino: mentre il primo descriveva i molteplici traffici criminali controllati dalla mafia calabrese, i secondi negavano recisamente l’esistenza del problema ’Ndrangheta o lo relegavano in un passato ormai superato. Affermazioni così lontane dalla realtà da apparire grottesche. Lo scorso febbraio in una inchiesta della procura di Milano sulle “Nuove Brigate Rosse” all’indomani di un’operazione che ha portato all’arresto di 15 presunti terroristi, sono state resi noti i contenuti di alcune intercettazioni telefoniche nell’ambito delle quali, Salvatore Scivoli, emigrato a Nichelino dalla provincia di Caltanissetta, pregiudicato per rapina convertito in carcere alla lotta armata, rivelava: «Ci ho collegamenti con Mimmo Belfiore». Un nome che non lascia indifferenti e che suona come un monito contro ogni sbrigativa rimozione del passato.

Mimmo Belfiore e Rocco Lo Presti. Se per il popolo tedesco l’amara scoperta di avere la ’Ndrangheta in casa è datata 15 agosto 2007, per i piemontesi il brusco risveglio risale a quasi 25 anni prima. Il 26 giugno 1983 veniva infatti assassinato il capo della Procura di Torino Bruno Caccia, unico magistrato ucciso dalla criminalità organizzata fuori dei confini delle regioni tradizionalmente afflitte dal giogo mafioso. Caccia fu raggiunto dai killer della mafia catanese mentre passeggiava in uno dei quartieri più tranquilli e benestanti del capoluogo piemontese, nei pressi del monte dei Cappuccini, dove risiedeva. Mandante dell’omicidio fu individuato proprio il boss della ’Ndrangheta Domenico Belfiore. La reazione dello Stato non si fece attendere, e fu dura. Alcuni celebri procedimenti penali, come quelli denominati “Cartagine” e “Ultimo minuto”, contribuirono negli anni Novanta a ridimensionare l’aggressività di organizzazioni mafiose cresciute all’ombra della Mole Antonelliana nei due decenni precedenti, quando le risorse investigative erano concentrate prevalentemente sull’emergenza terrorismo. Nel 1993 Domenico Belfiore fu condannato all’ergastolo. Nei mesi scorsi un cascinale di proprietà della sua famiglia sito a San Sebastiano Po è stato definitivamente assegnato al Gruppo Abele di Torino, a otto anni dal provvedimento di confisca. Lo scioglimento, nel 1995, del comune di Bardonecchia per condizionamenti mafiosi, caso unico nel Nord Italia, è stata un’altra clamorosa vicenda che ha indotto i media nazionali a puntare i riflettori sul tema dell’infiltrazione ’ndranghetista sul territorio piemontese. Tra i protagonisti di quella storia – finita, per la verità, con una serie di assoluzioni tra i protagonisti politici – il noto Rocco lo Presti, detto “lo zio”, calabrese di Marina di Gioiosa Ionica, più volte incappato in grane giudiziarie, arrestato nel 1996 in relazione alla speculazione edilizia nell’area denominata “Campo Smith” e condannato in primo grado nel 2002 a sei anni di reclusione per associazione mafiosa. In attesa del processo di appello, lo scorso maggio ha patteggiato una condanna a tre anni per usura, esercitata nei confronti di commercianti e imprenditori della valle.

La mappa dei clan. La bufera giudiziaria degli anni Novanta è ormai acqua passata, e i clan lentamente si sono riorganizzati. Le informazioni in possesso della Procura nazionale antimafia, terminale delle inchieste sulla ’Ndrangheta coordinate dalle Direzioni distrettuali antimafia sparse per tutta Italia, Torino inclusa, parlano chiaro: la ’Ndrangheta si annida un po’ dappertutto. E sfrutta il territorio anche per raccogliere nuovi adepti, visto che secondo quanto dichiarato da alcuni collaboratori di giustizia, nell’ex capitale sabauda si sono celebrati rituali di affiliazione, esattamente come a Reggio Calabria, Platì, San Luca. Se ne ha notizia certa almeno fino alla fine degli anni Novanta. Nel 1998 nei locali dell’impresa edile di tale Giuseppe Leuzzi, con sede a Torino in via Reiss Romoli, sono stati rinvenuti alcuni appunti manoscritti contenenti la descrizione dettagliata della cerimonia d’ingresso nell’onorata società.
Secondo i dati ufficiali, sono circa 25 le famiglie operanti sul territorio piemontese. Le principali sono stanziate nella zona della provincia di Torino, in particolare nella cintura torinese e nel capoluogo dove operano, tra gli altri, soggetti legati alla potente cosca di Africo Morabito-Bruzzaniti-Palamara. Nel canavese, nella zona di Leinì, Volpiano e San Benigno, sono presenti le famiglie Marando-Agresta-Triboli, legate alla cosca Barbaro di Platì (Reggio Calabria), ed è segnalata la presenza di un gruppo legato alla cosca Ierinò di Gioiosa Ionica. La famiglia Ursino, parte integrante della cosca Ursino-Macrì, anch’essa di Gioiosa Ionica, è presente sia a Torino sia nella cintura. Nella zona Orbassano la Procura nazionale antimafia ha rilevato la presenza di gruppi legati alle famiglie Raso-Albanese e Pronestì, mentre nella zona di Ivrea è attiva la cosca Alvaro-Mancuso. A Carmagnola sono segnalati soggetti legati alle famiglie Arone e De Fina di Sant’Onofrio, in provincia di Vibo Valentia, a loro volta in contatto con la famiglia Bonavita.
Sempre nella cintura torinese è stata rilevata la presenza di esponenti delle cosche vibonesi Loielo e Maiolo, nonché del gruppo Belfiore. La particolarità di questo clan è quello di essersi creato in Piemonte, di non essere cioè la semplice costola di una famiglia calabrese trapiantata al Nord, nonostante permangano collegamenti con le cosche Mazzaferro di Gioiosa Ionica e con i Piromalli di Gioia Tauro. Nella zona di Biella tessono le loro trame criminose esponenti delle famiglie D’Agostino, Belcastro, Romanello, Polifroni e Varcalli, della provincia di Reggio Calabria. Perfino nel Verbano-Cusio-Ossola, si rileva la presenza di gruppi legati al clan Cento, della provincia di Reggio Calabria, mentre nella zona di Alessandria ed Asti sono presenti esponenti delle cosche Triboli e Ietto, anch’esse originarie della provincia di Reggio Calabria.
Senza dimenticare che nella vicina Val d’Aosta, dove un quinto della popolazione è di origine calabrese, si nascondono facilmente soggetti legati al clan Nirta, protagonista della faida di San Luca. In Valle non si segnalano particolari attività delle ’ndrine, ma secondo gli inquirenti quel territorio è utilizzato come base operativa e come possibile nascondiglio di latitanti in fuga dai paesi d’origine.

Echi di faida. Questo quadro è stabile da alcuni anni. Gli ’ndranghetisti di casa nostra sono impegnati nel traffico di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina, anche in collaborazione con gruppi criminali albanesi, bulgari e rumeni, con i quali, sottolinea l’ultima relazione sull’attività della Procura nazionale antimafia, «le sinergie, presenti anche in altre zone del Paese, hanno trovato in Piemonte la realizzazione più matura», anche nella tratta di esseri umani. Sono attive poi nella gestione di bische clandestine; nel racket, in particolare verso imprenditori e commercianti di origine calabrese. Non è raro che anche nel tranquillo Piemonte arrivino gli echi di faide aspromontane che rompono il silenzio in cui sono soliti operare. Nel 2004 a San Mauro Torinese, Giuseppe Gioffré, 77 anni, in apparenza un tranquillo pensionato, viene avvicinato da un killer mentre riposa su una panchina del lungo Po e colpito a sangue freddo, in pieno giorno, da diversi colpi di pistola. L’uomo, originario di Sant’Eufemia, era immigrato nel 1972 per mimetizzarsi nell’hinterland torinese e sfuggire ai nemici del suo paese: è stato colpito nell’ambito di una faida risalente al 1964 nella quale aveva già perso la moglie e un figlio.
Sempre nella cintura nord, a Gassino Torinese, nella notte tra il 3 e il 4 febbraio scorso è stato trovato a bordo di un’auto abbandonata in una strada di campagna, il corpo carbonizzato di Rocco Femia, nato a Gioiosa Ionica e ritenuto contiguo al clan Aquino-Ursino-Macrì, di Gioisa Ionica, pregiudicato per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, omicidio. Da due anni era fuggito in Piemonte per nascondersi tra Gassino e Chivasso nel vano tentativo di fuggire ai killer di un gruppo avverso.

Affari sporchi. A parte lampi di cronaca nera come questi, la quotidianità mafiosa è fondata su un operoso silenzio. La droga arriva dalla Calabria, ma non solo. L’operazione “Stupor mundi”, condotta dalla Guardia di Finanza sotto la guida della Dda di Reggio Calabria, ha determinato, nel maggio scorso, lo smantellamento di quello che era ritenuto dagli stessi inquirenti «uno di più potenti gruppi di narcotrafficanti della locride«. L’organizzazione, capeggiata da Antonio Spagnolo, ritenuto capo del locale di Ciminà (Reggio Calabria), importava cocaina dalla Colombia (dove le famiglie calabresi mantengono propri uomini che stringono salde alleanze con i cartelli locali e strappano a prezzi vantaggiosi la coca all’ingrosso) attraverso Spagna, Belgio e Olanda di lì verso il mercato del Nord Italia, in particolare in Piemonte e Lombardia, ma anche verso il Lazio e la Calabria stessa. Tra le decine di arrestati ci sono anche i terminali piemontesi della grande organizzazione: calabresi residenti a Torino, Volpiano e Nichelino.
Ma rimane l’infiltrazione nell’economia legale il motivo per cui la ’Ndrangheta è salita al Nord Italia. Già negli anni Settanta la Commissione antimafia rilevava la presenza di imprese collegate al clan Mazzaferro in Val di Susa impegnate a inserirsi nei lavori di realizzazione dell’autostrada del Frejus. Secondo una relazione del Ros citata nell’ultima relazione sull’attività della Procura nazionale antimafia, le cosche calabresi stanno realizzando «una progressiva infiltrazione del tessuto politico-economico locale». Attraverso il ricorso a prestanome, avrebbero orientato i propri interessi «prevalentemente nel settore edile e in altre attività ad esso collegate, finanziando iniziative, anche di rilevante consistenza, con i capitali derivanti dalle attività delittuose proprie e delle cosche di riferimento, con le quali mantengono stretti legami logistici e operativi». In particolare sarebbero sorte «nuove imprese edili e di movimento terra, riconducibili a soggetti di origini calabrese, impegnate anche nella realizzazione dei lavori per le opere delle olimpiadi invernali e della linea ad alta velocità Torino-Milano». L’utilizzo di prestanome, di società collegate, la costruzione di ingegnose scatole cinesi, rendono le indagini in questo campo molto difficili. Le inchieste sulle infiltrazioni nei lavori per le Olimpiadi non hanno trovato riscontri sufficienti a imbastire un processo e sono state archiviate. Si continua a indagare invece, come ci ha confermato il sostituto procuratore Vincenzo Macrì, della Procura nazionale antimafia, su appalti e subappalti relativi alla Milano-Torino.

 

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