Napoli soffoca
2 feb 2011 | Categoria: archivio articoli, articoliStore
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Non c’è quando bisogna eleggere i sindaci amici, non c’è quando bisogna spianare la strada a presidenti chiacchierati, quando bisogna coprire gli abusi. C’è, invece, quando a manifestare sono centinaia di persone che rivendicano il diritto alla salute. La parolina magica è camorra. Evocarla fa quasi spavento quando bisogna ripulire le liste dagli indegni, come li chiama Giuseppe Pisanu, presidente della Commissione parlamentare antimafia, ma diventa utile per criminalizzare il dissenso, bollare la protesta.
Alla corte di ‘o gravunaro. La camorra nel vesuviano ha un nome e un cognome: Mario Fabbrocino, ’o gravunaro, il carbonaio, boss indiscusso e capo dell’omonimo clan. Alla sua corte imprenditori, faccendieri, politici, sindaci. In una sentenza del dicembre 2008 che ha condannato prestanome e amministratori riconosciuti al suo servizio, si legge: «Intorno al 1982 Fabbrocino si distacca da Michele Zaza (referente di Cosa nostra a Napoli, ndr.) e, con i fratelli Russo di San Paolo Belsito e D’Avino di Somma Vesuviana costituisce un clan autonomo che controlla un vasto territorio tra il nolano e il Vesuvio: San Gennaro Vesuviano e San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano e San Gennarello, Palma Campania e parte di Terzigno (…). In un primo periodo (Fabbrocino, ndr) ha stretti legami con Michele D’Alessandro di Castellammare di Stabia e ha un sicuro alleato in Biagio Cava, boss del Vallo di Lauro, che conduce da anni una faida con i Graziano di Quindici, vecchi cutoliani». E poi gli affari e le relazioni: «Il clan Fabbrocino ha queste caratteristiche: l’assoluta segretezza e omertà che lega gli affiliati, la forte capacità militare, il diffuso e capillare potere intimidatorio basato su un sistema di estorsioni a tappeto su commercianti e imprenditori, la partecipazione al traffico di stupefacenti, il controllo delle amministrazioni locali e i rapporti con politici della zona, la gestione di imprese attive nel settore delle costruzioni e del commercio delle carni».
Cava Sari, proteste e proposte. Terzigno, Boscoreale, Boscotrecase, Trecase: i cittadini sono scesi in piazza per fermare il flusso di munnezza, evitare l’apertura della seconda discarica “Cava Vitiello” dopo “Cava Sari”, ormai quasi esaurita. Una scelta, quella di aprire un nuovo invaso, che la delegazione dell’Unione Europea ha definito semplicemente aberrante. La protesta, durante le notti, alla rotonda di via Panoramica, è degenerata in guerriglia: di mattina discussioni, di notte si battaglia. Anche un agente, in uno dei momenti di calma, ci aveva raccontato: «Per capire che si tratta di una scelta illogica è sufficiente pensare che si è deciso di far sorgere la discarica in un parco nazionale, per di più un sito dell’Unesco». Le notti di fuoco e fiamme, di petardi e fumogeni, di guerriglia da stadio hanno però ispirato ogni tipo di interpretazione, e non poteva mancare la denuncia dell’infiltrazione camorristica. I ministri del governo, che dopo due anni ha fallito nella risoluzione del problema rifiuti campano, hanno invocato il condizionamento camorristico nella protesta. C’è chi ha azzardato analisi, come il presidente della Commissione ecomafie Gaetano Pecorella che a “Cnr media” ha dichiarato: «Succede solo a Napoli, perché in Lombardia ci sono 11 termovalorizzatori e non c’è stato bisogno dell’esercito. Anche in Campania ce ne sono diversi, per esempio nella zona di Salerno, costruiti senza l’intervento di manifestazioni violente». Peccato che Salerno non ospiti alcun inceneritore, l’illustre presidente non è stato avvisato. L’esecutivo ha poi scelto di non aprire cava Vitiello, cancellandola dal decreto. Cava Sari, invece, è stata destinata allo smaltimento dei rifiuti solo dei comuni dell’area vesuviana.
«Oggi la situazione è mutata dai giorni di protesta più accesa – racconta Angelo Genovese del movimento per la difesa del territorio –. I comuni controllino i camion, noi chiediamo l’immediata chiusura di cava Sari contro ogni logica di proroga. Restiamo vigili sul piano regionale, noi proponiamo rifiuti zero e non accettiamo altri buchi in questa zona, ma solo bonifiche, e urgenti».
Le mani sulla munnezza. A fine ottobre la procura di Napoli ha aperto un fascicolo sulle presunte infiltrazioni della malavita negli episodi di guerriglia avvenuti a Terzigno, con inizialmente quattro indagati. Il fascicolo è stato affidato a Raffaele Cantelmo, procuratore aggiunto alla Dda di Napoli. La direzione distrettuale antimafia prova a far luce sulle notti di guerriglia. «Questi teppisti non c’entrano niente – raccontano dalla Procura – con la civile protesta della mamme vulcaniche e dei cittadini, ma gruppetti hanno colpito agenti quasi in modo scientifico, organizzato e abbiamo deciso di indagare». Al vaglio delle ipotesi degli inquirenti ci sarebbe la possibile infiltrazione del clan Aquino-Annunziata, legato ai Pesacane. Un’ipotesi suffragata dal fatto che, nei luoghi della protesta, sono stati avvistati alcuni uomini della piazza di spaccio di Piano Napoli, a Boscoreale, zona controllata dai clan. L’indagine non ha prodotto al momento misure cautelari, ma si è arricchita di elementi che vanno in un’altra direzione: puntano agli interessi veri, agli introiti per la rete di imprese al servizio della “Camorra spa”, sempre pronta a lucrare sull’emergenza, disponibile con mezzi e terreni quando lo stato è alla ricerca disperata di soluzioni per ovviare ai sacchetti in strada.
Affari di famiglia. Sullo sfondo per la camorra l’esigenza di generare un nuovo disastro, una fase dove i clan vanno a nozze. Un capitolo che rafforza quanto sostenuto da Giandomenico Lepore, procuratore capo della Repubblica di Napoli, che aveva sottolineato: «La camorra diventa un alibi per molta gente che viene meno ai propri impegni e obblighi. Sia ben chiaro: io sono il primo a dire che la camorra esiste e va combattuta perché specula anche sulla questione rifiuti, ma si tratta di un’emergenza che si protrae ormai da 16 anni».
Anche prima dell’apertura di “Cava Sari”, attualmente in funzione, c’erano stati allarmi documentati che ventilavano il rischio di infiltrazioni all’interno di audizioni secretate della Commissione parlamentare ecomafie, ma la discarica era comunque stata aperta. Con la munnezza in strada i controlli diventano burocrazia da evitare. Il geologo Giovan Battista De Medici, in commissione nel luglio 2007, denunciava il continuo uso di cave dismesse, prive delle necessarie caratteristiche per ospitare discariche e solitamente in mano alla camorra. Non solo: in quell’audizione spiegava: «Mi riferisco ad esempio a Terzigno dove la cava è molto ampia ed è tenuta da camorristi. È notorio. Si possono fare nome e cognomi dei proprietari. Ma la problematica è anche un’altra: intorno alla cava di Terzigno esistono diverse discariche di rifiuti tossici nascosti, cioè coperti». L’audizione fu secretata e la denuncia finì nel cassetto.
Di certo ci sono le informative degli inquirenti, i proprietari dei siti, in passato, erano legati, attraverso rapporti di parentela e vicinanza, al superboss Mario Fabbrocino di San Giuseppe Vesuviano. Della “Sari srl” erano soci Giuseppe De Gennaro, Salvatore ed Aniello La Marca. De Gennaro è cognato di Antonio Massa, consuocero di Mario Fabbrocino. Una sigla dei La Marca è stata colpita da interdittiva antimafia per sospetti rapporti con il crimine organizzato vesuviano. Ma non è finita.
Governano loro, da sempre. Tornano di attualità le dichiarazioni di due boss come Carmine Alfieri e Pasquale Galasso, pentiti. Nel 1993 Galasso evidenziò le imprese in rapporti con i clan nel corso di una serie di interrogatori. Alla precisa domanda: «Lei ha notizia della presenza della camorra in imprese che si occupano di smaltimento dei rifiuti?», lui rispondeva in maniera affermativa, specificando che «si tratta dei fratelli La Marca (principalmente Salvatore La Marca, ma a essere coinvolti sono anche tutti i fratelli e nipoti, ndr.). Salvatore La Marca è il padrino di Mario Fabbrocino, in ottimi rapporti con Carmine Alfieri». Sigle che hanno continuato a governare il settore. Superare le bufere giudiziarie, con i rampolli, oggi, impegnati nel business delle rinnovabili. In quella deposizione Galasso faceva altri nomi: «Da sempre, o almeno dal 1983-1984, da quando Luigi Romano, Napolitano e Agizza sono venuti nel nostro gruppo… loro precedentemente si occupavano già di smaltimento dei rifiuti e credo che lo facciano ancora oggi». Ieri come oggi. Non è cambiato nulla, si riciclano i sindaci, vedi Antonio Agostino Ambrosio, primo cittadino chiacchierato di San Giuseppe Vesuviano, in sella nel 1985 come oggi, e così i gruppi imprenditoriali. San Giuseppe viene sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2009, stessa sorte nel 1993, protagonista incontrastato sempre il sindaco Ambrosio. Nell’ultima relazione di scioglimento un capitolo è dedicato al grande affare munnezza, neanche a dirlo spunta la famiglia La Marca. Uno scioglimento annullato dal Tar, in attesa del pronunciamento del Consiglio di stato.
Riciclo dei politici? Quello funziona. Sempre in sella: politici e imprese. Da un’inchiesta della Procura partenopea del luglio scorso emergono elementi di grande interesse: si tratta di un’ordinanza firmata dal Gip Vincenzo Alabiso su richiesta dei pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio, che ripercorre le tappe del disastro rifiuti. Un documento che ci riporta indietro di 17 anni, considerato che i gruppi imprenditoriali sono sempre gli stessi. Leggiamo: «Le vicende imprenditoriali del gruppo Romano-Agizza, già passate al vaglio dell’autorità giudiziaria, hanno dimostrato l’esistenza di un legame associativo tale da escludere lo schema tipico della semplice partecipazione, basata su un mero scambio di vantaggi e benefici tra clan e impresa, per assurgere alla dignità di una partecipazione classica con la fornitura di prestazioni tradizionali per una consorteria mafiosa, con ruoli di primissimo piano sia per l’operatività della stessa sia per la sua pericolosità sociale». Un gruppo in rapporti con un altro ras del settore rifiuti: Nicola Ferraro, l’uomo dell’Udeur di Mastella nel casertano, arrestato e indagato per associazione camorristica proprio nell’ambito di quell’inchiesta, dalla quale si evince che «il riscontrato rapporto datato 1997 tra il gruppo imprenditoriale facente capo a Domenico Romano (figlio di Luigi, ndr.) e quello facente capo a Nicola Ferraro sembrava perpetuarsi successivamente nella partecipazione congiunta all’interno della Marcianise scarl. È significativa la circostanza secondo la quale i rapporti, evidentemente riservati, tra Domenico Romano e Nicola Ferraro risalenti all’anno 1997, si rinnovino nell’anno 2000 in maniera palese, cioè attraverso l’indispensabile utilizzo della De Cicco srl, società formalmente amministrata da persone di fiducia del Romano Domenico, persone che figurano come proprietari». Altro che riciclare rifiuti. In Campania funziona il riciclaggio di imprese e politici. Sono poche famiglie che da anni gestiscono il grande business.
In ultimo, e in questo caso non bisogna scomodare la camorra, a metà dicembre Giovanni e Alfredo Vitiello i titolari della società che gestiva la cava che porta il loro cognome, dove lo Stato voleva costruire la più grande discarica d’Europa, vengono arrestati, poi scarcerati dal Tribunale del riesame, su ordine della Procura di Nola. Estraevano intere colline di pietra lavica e sabbia, furono indagati per concorso in furto aggravato e continuato, accusati del deturpamento di bellezze naturali ed esercizio abusivo di attività estrattive.
I condizionamenti dei clan. Gli interessi del crimine organizzato, in primis i Casalesi, sulle discariche e sulla filiera dei rifiuti sono fin troppo espliciti, così come la presenza di una rete di imprese vicine o condizionate dalla malavita. Basti pensare che dal 1998 ci sono state «nel solo settore dei rifiuti 35 interdittive nei confronti di altrettante imprese, soprattutto – si legge in un report della Prefettura di Napoli – per le accertate forme di infiltrazioni e condizionamento nelle scelte e negli indirizzi delle stesse da parte della criminalità organizzata, segnatamente da parte dei clan Moccia, Casalesi, Fabbrocino e Mallardo (dati riferiti alla sola prefettura di Napoli)». L’ultima spiccata nei confronti della Ibi idroimpianti, società che gestisce la discarica di Chiaiano e di Savignano Irpino. I legali hanno già presentato ricorso al Tar manifestando, per parte loro, l’assoluta infondatezza dello stop prefettizio, ma il bubbone si allarga. Un caso che ha fatto molto discutere è quello della Saba, una società a conduzione familiare che gestiva i rifiuti in molti comuni campani, tra cui quello di Caserta. Un contratto da 60 milioni di euro. Anche in questo caso il Tar della Campania deve decidere sul ricorso presentato dalla ditta. Una interdittiva è arrivata anche a Enerambiente, più volte citata nella misura adottata nei confronti della Saba. Enerambiente lavorava per Asia, la società che gestisce per conto del comune di Napoli la raccolta dei rifiuti. Il contratto è stato rescisso. Su questo fronte si muove anche la procura di Napoli per far luce nello scacchiere di imprese e nell’affare dei subappalti. Enerambiente si occupava di raccogliere il pattume nel capoluogo partenopeo. Ora è ferma, in attesa del ricorso, dalla prefettura di Venezia (dove ha la sede l’azienda) perché ci sarebbero collegamenti sospetti tra alcuni suoi dirigenti e la Sacra corona unita. Nell’interdittiva antimafia nei confronti della Saba si leggeva: «Enerambiente risulta collegata a tale D’Oriano Antonio (…), già proposto per l’applicazione di una misura di prevenzione antimafia, è figlio di Domenico indicato in un informativa dei carabinieri quale anello di congiunzione tra il clan D’Alessandro e la Sacra corona unita. Lo stesso è cugino di Vincenzo, ritenuto dagli organi di polizia fiancheggiatore del clan camorristico “D’Alessandro” operante nel Comune di Castellammare di Stabia». I D’Oriano tornano con loro sigle anche nell’inchiesta sui mondiali di nuoto. Ovviamente non manca la politica. Scrivi D’Oriano e torni ai La Marca. «I D’Oriano – si legge nel rapporto della Prefettura di Napoli – sono proprietari della società D’Oriano Maria Edelma s.r.l che secondo quanto emerge dalle informazioni fornite dagli organi di polizia conferiva illecitamente nell’anno 1992 le ceneri prodotte dalla centrale Enel di Brindisi presso la discarica Di.fra.bi la quale, come già evidenziato precedentemente, è stata nel tempo gestita dalla famiglia La Marca ritenuta collegata a potenti organizzazioni criminali del vesuviano e per tali motivi le ditte ai medesimi riconducibili sono gravate da interdittive antimafia». Torniamo ad Enerambiente. A Napoli aveva come uomo di riferimento Corrado Cigliano, figlio di Antonio, ex assessore socialista a Napoli protagonista della privatizzazione, con seguito di inchieste giudiziarie, della nettezza urbana nel capoluogo partenopeo, nei primi anni 90. Le sigle societarie, anche allora, erano sempre le stesse. Il fratello di Corrado Cigliano si chiama Dario, consigliere del Pdl al comune di Napoli, così come alla provincia, con l’incarico di capogruppo. La provincia, l’ente che ora deve occuparsi della partita munnezza, gestito da Luigi Cesaro, chiacchierato presidente, su cui pesa l’ombra dei suoi rapporti spericolati con personaggi della malavita organizzata.















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