Perché la mafia barcolla ma non finisce k.o.

28 dic 2010 | Categoria: archivio articoli, articoli
di Gian Carlo Caselli

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Dopo le stragi del 1992, il problema – per la magistratura – era di non arrendersi e di provare anzi a raccogliere l’eredità scomoda di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per quanto mi riguarda, feci domanda per poter lavorare alla Procura di Palermo. E fu così che mi trovai a far parte di un ufficio  formato da professionalità di primissimo ordine, animate sempre da un fortissimo “spirito di squadra”, capace di omogeneizzare e potenziare al massimo le caratteristiche e le esperienze di ciascuno. Il lavoro era organizzato in modo da assicurare una costante e completa “circolazione” fra tutti dei dati e delle informazioni acquisite nei singoli casi. Pur con i limiti che caratterizzano qualunque attività umana, ne è derivato un decisivo contributo al conseguimento di un importante risultato: impedire che il nostro Paese fosse inghiottito dal baratro in cui “Cosa nostra” voleva precipitarlo.

I risultati investigativi e processuali ottenuti, in sintesi, sono questi: 89.655 persone indagate (delle quali 8.826 per fatti di mafia) e 23.850 rinviate a giudizio (di cui 3.238 per mafia); latitanti arrestati come non mai in precedenza (da Riina a Brusca, Bagarella, Aglieri, Graviano…. compresi  tutti gli autori materiali della strage di Capaci, individuati con il decisivo contributo degli inquirenti palermitani, essendo toccato proprio a loro raccogliere la prima articolatissima e decisiva  confessione di uno dei killer di Falcone); un numero impressionante di condanne all’ergastolo  –  ben 650  –  inflitte o confermate nel distretto della Corte d’Appello di Palermo per fatti di mafia, oltre ovviamente a molte  pesanti condanne a pene temporanee; 10.000 miliardi di vecchie lire il valore dei beni sequestrati ai mafiosi dalla Procura di Palermo dal ’93 al ’99, quasi una “finanziaria”;  l’avvio, su questa base , di quell’antimafia sociale che si è concretizzata nell’attività delle varie cooperative di giovani che (sotto l’egida di “Libera”) lavorano le terre confiscate ai mafiosi.

La stagione di grande tensione seguita alle feroci stragi del 1992 ha determinato inoltre una crescita di attenzione alla complessità del fenomeno mafioso e alla sua non riducibilità alla cosiddetta «ala militare». Di qui l’apertura e lo svilupparsi anche di procedimenti a carico di imputati «eccellenti» appartenenti alla borghesia politica, imprenditoriale e professionale (cioè a settori che da sempre hanno un ruolo centrale nella storia della mafia): ovviamente non in base a teoremi politico-sociologici ma a fatti e ad emergenze probatorie. Le cosiddette «relazioni esterne» sono, invero, lo specifico della mafia rispetto alle altre organizzazioni criminali, il vero perno della potenza mafiosa.
Sembrava fatta: Cosa nostra era davvero stretta in un angolo; una vera e propria “slavina” di “pentiti” ne era la concreta dimostrazione. Invece… Un’occasione forse unica nella storia della lotta alla mafia finì per sfumare.  Perché?  Lo storico Paul Ginsborg ebbe ad individuare tre fattori: 1) non essersi resi conto fino in fondo, i magistrati inquirenti, «di quanto il sistema mafioso permeasse l’intero sistema sociale»: mentre essi «cercavano di stabilire la legalità», venivano «guardati male da una grandissima parte della popolazione […] anche dalla borghesia ricca, anche da una parte di quella colta», perché erano considerati «rompiscatole», perché «la legalità impediva la vita normale» ; 2) «la campagna martellante e denigratoria promossa contro di loro da una parte politica e televisiva»; 3) «uno scarso entusiasmo del potere politico, che li ha accompagnati dal ’96 in poi», quando «la questione della mafia e della magistratura più esposta non è diventata una priorità nell’azione di governo».

Nello stesso tempo “Cosa nostra” sceglie la strategia dell’inabissamento, del cono d’ombra. Provenzano è il “traghettatore” dell’organizzazione dalla stagione delle stragi alla stagione della tregua armata (con sullo sfondo eventuali trattative o “papelli”), alla stagione di una mafia che intreccia il persistente localismo territoriale con attività illecite di dimensione globale e reticolare. Una mafia soprattutto finanziaria, inserita a pieno titolo nel riciclaggio internazionale. Una mafia che in questo modo riesce a cicatrizzare le ferite subite, a rinsaldare le vecchie alleanze e tesserne di nuove: ad uscire dall’angolo.

Parallelamente (per certi profili favorita proprio dall’inabissamento di Cosa nostra) si sviluppa una strategia rinunziataria, le cui principali tappe sono: la definizione della ricerca della verità come inaccettabile «cultura del sospetto» fondata su teoremi ispirati da ragioni politiche; e la delegittimazione pregiudiziale dei pentiti di mafia (cosa – inutile dirlo – tutt’affatto diversa dalla doverosa prudenza nella valutazione delle dichiarazioni degli stessi). Il tutto con un obiettivo chiaro: scongiurare il salto qualitativo che si stava realizzando nella lotta alla mafia accertando anche i legami e le collusioni con l’organizzazione criminale.

Alcuni settori dello Stato hanno preferito perdere una lotta che si sarebbe potuto vincere. Altri settori non si sono opposti con la dovuta energia, accettando con rassegnata passività che si scatenassero attacchi del tutto ingiustificati contro una magistratura “colpevole” soltanto di fare il suo dovere senza sconti per nessuno. Nasce anche di qui l’eclissi della questione morale che affligge il nostro Paese. Un’eclissi di cui è interfaccia la tendenza di una certa politica ad autoassolversi in perpetuo. Questa tendenza oggi si esprime anche con la deliberata confusione fra assoluzione e prescrizione.

Un esempio fra i tanti: se un importante uomo politico (non interessa il nome, quanto piuttosto la gestione che viene fatta del caso) è riconosciuto colpevole – in una sentenza definitiva della Corte di cassazione – del delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra per averlo commesso (una prova dopo l’altra) fino ad una certa data;  se l’imputato si salva dalla condanna sol perché il reato commesso risulta prescritto; se a fronte di una sentenza del genere si parla di assoluzione, non si commette soltanto un errore  dal punto di vista tecnico-giuridico: si finisce per sbianchettare tutto ciò che di gravissimo nella sentenza si trova scritto e dimostrato. Ma cancellandolo, si legittima in realtà un certo modo di fare politica, che contempla anche rapporti organici con la mafia. E legittimandolo per il passato, si finisce per legittimarlo anche per il presente e magari pure per il futuro. E allora si capiscono tante cose, a partire dalla mancanza di continuità.
L’antimafia che contrasta il versante “militare” dell’organizzazione ormai procede con regolarità e costanza, conseguendo risultati decisamente sempre più eccellenti (gli arresti di Provenzano e dei Lo Piccolo lo testimoniano con evidenza solare).

Non così l’antimafia che voglia colpire la spina dorsale del potere mafioso, le cosiddette relazioni esterne. Su questo versante, si riesce a rimanere a un certo livello – quando lo si raggiunge – per non più di due, tre anni. Poi cominciano le difficoltà.

Allora si capisce come la nostra antimafia sia sostanzialmente sempre quella “del giorno dopo”. Allora si capisce perché quel punto nevralgico dell’antimafia che è la gestione efficiente, razionale, incisiva dei beni confiscati ai mafiosi stia subendo – lentamente ma inesorabilmente – vischiosità e inceppamenti che rischiano di svuotare e rendere sempre meno credibile una delle conquiste più importanti dei nostri tempi.  Allora si capiscono le amnesie: per esempio l’anagrafe dei conti bancari, una legge del ’93 che non è mai stata attuata. Sterilizzata fino ad oggi, con qualche recentissimo segnale di novità ancora tutto da verificare. Allora si capiscono le gaffes di chi dice che con la mafia bisogna convivere. E magari dice cose che tanti altri pensano anche se lo negano, ma poi le praticano.

E attenzione, che questo quadro comporta scelte disastrose. Il potere criminale è sempre più potere economico, al punto che sta trasformando il mercato e la concorrenza in scatole vuote. Perché l’imprenditore mafioso gode di vantaggi che spiazzano ogni concorrente pulito, ne comprimono gli affari o lo espellono dal mercato. Oppure lo spolpano fino a svuotarlo, consentendo ai mafiosi o ai loro prestanome di impadronirsi delle sue attività. La situazione è tale che bisogna soltanto sperare che De Gregori, quando cantava «legalizzare la mafia sarà la regola del 2000», non fosse – mentre faceva della intelligente ironia – un profeta. Di fatto le mafie oggi sono un’enorme questione nazionale (anche se questa realtà è da molti – anche a sinistra – negata o sottovalutata), perché rappresentano una palla di piombo che rallenta la crescita economica dell’intero paese.

Lo ha ricordato di recente il governatore della Banca d’Italia Draghi, che in sostanza ha rilevato che «più legalità significa meno mafie, e più legalità-meno mafie significa più sviluppo». Un’equazione matematica. Ed è buona la politica che va in questa direzione.

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