Gomorra. Intervista a Roberto Saviano
28 dic 2010 | Categoria: archivio articoli, articoliStore
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Saviano, come definirebbe Gomorra?
Un “romanzo di non-fiction”. Un romanzo con nomi e cognomi, dati e analisi, documenti della magistratura, interviste, intercettazioni, ormai il vero avamposto della letteratura.
Sono nato e cresciuto in terra di Camorra. Ho sempre sentito la presenza dei clan, il loro potere economico e militare. Ho deciso di “raccontare la terra” in cui vivo usando la realtà non come fonte d’ispirazione, ma inserendomi in essa come parte attiva. Infiltrarmi è il mio primo gesto letterario. Penso che il solo svelare le dinamiche di potere le renda più fragili, sostituibili. Credo ancora che la “parola” possa essere forgiata come antidoto al potere.
La Camorra descritta nel libro sembra un invincibile apparato internazionale…
Vive una ciclicità che la fa apparire, a seconda delle fasi, imbattibile o sconfitta. Quotidianamente ci sono arresti, ma quotidianamente la Camorra investe capitali ovunque. Eppure, è osservata quasi unicamente nel suo aspetto militare, esiste solo quando lascia morti a terra. Il suo lato imprenditoriale è pressoché ignorato. Nel libro, dedico un capitolo alla presenza di capitali della Camorra ad Aberdeen in Scozia, racconto del negozio della Camorra secondiglianese a Taiwan, seguo il ciclo del cemento gestito dai Casalesi, in grado di lavorare in Umbria, Emilia Romagna, Toscana.
E poi, tutta l’attenzione è catturata dalla mafia siciliana, il che ha portato a osservare tutte le altre organizzazioni – in realtà molto diverse – con le stesse lenti.
Spesso ha ripetuto “chi pratica l’antimafia a Napoli è considerato uno sfigato”. Cosa significa?
Non esiste una cultura antimafia in Campania. C’è una sorta di generico fastidio per la quotidianità pericolosa – lo scippo, la rapina – mentre sono labili i confini tra economia legale e illegale. Dove i costruttori edili smettono di essere camorristi e dove i cammoristi iniziano a divenire costruttori edili, dove gli agenti commerciali sono parte integrante dei clan e dove soltanto succubi. Parlare di Camorra sembra, a larga parte dell’opinione pubblica, un modo per infangare la città. Non è così. Ma è difficilissimo osservare questo potere, queste zone grigie. Solo ficcando il volto nelle microfisiche del potere è possibile ricostruirne le macrofisiche.
Qual è il filo che lega la microdelinquenza violenta a Napoli e la criminalità organizzata?
La Camorra non è interessata a mettere a stipendio migliaia di persone, non ha necessità di un controllo totale del territorio. La microcriminalità è una sorta di cassa continua che fornisce sussistenza a larghe fasce della popolazione e al contempo fa risparmiare i mensili ai clan. Risulta anche una palestra perenne per coloro che vogliono uscire dai furti episodici, e iniziano a mettere su dei gruppi. L’orizzontalità della Camorra permette, come diceva Cordova (ex Procuratore di Napoli, ndr.), che chiunque svegliandosi una mattina può mettere su un clan. Se sarà vincente o perdente, massacrato o assimilato in qualche alleanza, sarà la bravura del gruppo e il valore aggiunto della ferocia a determinarlo. Tutto in un infinito libero mercato. I clan arrivano alla politica attraverso gli affari, e non agli affari attraverso la politica.
Ha mai avuto paura di essere ammazzato?
Non mi sono mai posto il problema, né me lo pongo ora. Scrivere di Camorra mi ha portato a momenti di forte paura e a volte ho rischiato più di quanto avevo messo in conto. Ciò che temo di più è il silenzio che ammanta ogni seria riflessione sulla questione del potere economico nel nostro Paese. L’imprenditoria criminale è la vera forza del potere economico italiano e non v’è realtà politica italiana che l’abbia davvero posto al vertice della propria battaglia.














