Ilda e i pentiti

1 dic 2010 | Categoria: archivio articoli, fuoricatalogo
di Elena Ciccarello

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Lei lo aveva detto subito. Lo aveva messo per iscritto, insieme al collega Roberto Saieva, che il pentito Scarantino non era attendibile. Che le sue accuse contro altri mafiosi erano false e quindi che sarebbe stato opportuno «riconsiderare il tema della sua attendibilità generale». Ma ci sono voluti del tempo e le dichiarazioni rese dal collaboratore Gaspare Spatuzza perché la procura di Caltanissetta fosse finalmente pronta a riscrivere la verità giudiziaria sulla strage di via D’Amelio.
Ilda Boccassini lasciò la procura nissena, dove si era trasferita volontariamente per indagare sulle stragi, quando constatò di non riuscire a lavorare come avrebbe voluto: «Sono stata disposta a lasciare i miei figli, a vivere in solitudine per tre anni in completo isolamento in una stanza blindata senza avere contatti con il mondo esterno e sarei stata disposta a continuare se il sacrificio fosse servito a qualcosa».
Le sue parole suonano oggi come un monito contro i facili entusiasmi. Interessanti le sue considerazioni sui collaboratori di giustizia e su quello che a suo parere è l’unico strumento utile a vagliarne l’affidabilità: la professionalità dei magistrati. Le dichiarazioni dei pentiti «possono rivelarsi utilissime o creare problemi di inquinamento probatorio di dimensioni incredibili. Sta alla professionalità del magistrato accertarne la fondatezza e cercarne i riscontri». Dove per professionalità si intende la «gestione più che corretta e ossequiosa delle norme procedurali», capace di resistere alla tentazione di risolvere le contraddizioni delle dichiarazioni, «per farle quadrare».
Ilda “la rossa”, oggi procuratore aggiunto a Milano, ha continuato a lavorare nel silenzio come le «aveva insegnato Giovanni Falcone». Non ha mai scritto molto, perciò questa raccolta di interventi, dal titolo Ogni alba ha i suoi dubbi, presente in pochissime biblioteche d’Italia, rappresenta oggi un’occasione rara per conoscere da vicino un magistrato per cui «la fiducia nella Magistratura» è «un valore che non ha bisogno di essere ricordato».

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