Sentenza Dell’Utri, l’angoscia, la sofferenza, la vergogna

25 nov 2010 | Categoria: editoriali
di Livio Pepino

Abbiamo scritto nell’editoriale dell’ultimo fascicolo di, questa rivista – riprendendo, in realtà, analisi ben note, – che lo scambio con il potere economico e la politica è lo, specifico delle organizzazioni mafiose. Sono passati pochi, giorni e la sentenza di un giudice della Repubblica ha fornito, di questa realtà uno spaccato di rara e agghiacciante evidenza., La sentenza, la cui motivazione è stata depositata nei, giorni scorsi, è quella emessa il 29 giugno scorso dalla Corte, di appello di Palermo nei confronti di Marcello Dell’Utri., Con essa il potente parlamentare è stato riconosciuto responsabile, di concorso in associazione mafiosa e condannato, – con riduzione della pena inflittagli l’11 dicembre 2004, dal tribunale del capoluogo siciliano – a sette anni di reclusione., La sentenza non è certo viziata da pregiudizi accusatorî.

C’è, anzi, chi ne ha criticato un certo formalismo e un, insufficiente rigore nel trarre dagli elementi emersi nel processo, coerenti conclusioni (in particolare, nella parte in cui la condotta, penalmente rilevante dell’imputato, viene ritenuta provata solo fino al, 1992, escludendosi analoga prova, per il periodo successivo, e cioè, quello «in cui, dalla fine del 1993 in, poi, l’imprenditore Berlusconi si determinò, ad assumere il ruolo a tutti, noto nella politica del Paese»). Eppure, la ricostruzione dei fatti – i, profili giuridici, ancora soggetti al, definitivo giudizio della Cassazione, non sono qui rilevanti – lascia a dir, poco sbigottiti. Conviene riportarne, alcuni passaggi., «Anche dopo (…) l’ascesa al vertice, dell’associazione mafiosa di Salvatore, Riina (…) Marcello Dell’Utri mantenne costanti rapporti, con Cosa nostra in particolare adoperandosi (…) affinché il, gruppo imprenditoriale facente capo a Silvio Berlusconi pagasse, cospicue somme di danaro alla mafia. (…) Ciò (egli) ha, potuto fare proprio perché ha mantenuto negli anni, mai, rinnegandoli ed anzi alimentandoli, i suoi amichevoli e continuativi, rapporti con esponenti mafiosi, in stretto contatto, con i vertici di Cosa nostra, che hanno accresciuto nel tempo, il loro peso e spessore criminale in seno al sodalizio proprio, grazie alla possibilità, loro assicurata dall’imputato, di accreditarsi, come tramiti con quel facoltoso imprenditore divenuto, nel tempo uno dei più importanti esponenti del mondo, economico-finanziario del Paese, prima di determinarsi verso, un impegno personale anche in politica. La condotta posta, in essere dall’imputato, protrattasi per circa un ventennio, evidenzia che Marcello Dell’Utri, mediando con piena, consapevolezza e con carattere di continuità e sistematicità, tra gli interessi criminali di Cosa nostra e l’imprenditore, Berlusconi, disposto a pagare pur di stare tranquillo, ha oggettivamente, consentito all’associazione mafiosa di conseguire, il rilevante vantaggio di assoggettare alle illecite imposizioni, della criminalità mafiosa una delle maggiori realtà, economiche ed imprenditoriali del paese di quegli anni in, forte crescente sviluppo. (…) È stato proprio Marcello, Dell’Utri che per circa due decenni, in ogni momento nel, quale l’amico imprenditore Silvio Berlusconi riceveva le ricorrenti, pressioni e le illecite richieste della criminalità organizzata, si è proposto in concreto quale soggetto dotato delle, capacità e soprattutto delle conoscenze idonee ad affrontare, e risolvere quei problemi restituendo al Berlusconi la tranquillità, che questi ricercava, procurata con il solo modo che, il Dell’Utri conosceva: favorire le ragioni di Cosa nostra inducendo, l’amico a soddisfare le pressanti pretese estorsive, dell’associazione mafiosa.

L’imputato ha rappresentato un, costante ed insostituibile punto di riferimento sia per Berlusconi, che lo ha consultato e coinvolto ogni volta che ha dovuto, confrontarsi con le minacce, gli attentati e le richieste di denaro, che lo hanno sistematicamente afflitto, nel corso degli anni, sia soprattutto, per l’associazione mafiosa che, sfruttando il rapporto preferenziale, ed amichevole intrattenuto con lui, da due suoi esponenti, Gaetano, Cinà e Vittorio Mangano, ha potuto, disporre in ogni momento, come i, fatti hanno confermato, di un canale, di collegamento sempre aperto e, proficuo per conseguire i propri illeciti, scopi senza il rischio di possibili, denunce ed interventi delle forze, dell’ordine, quanto piuttosto con la, garanzia di un esito sicuramente, positivo dell’azione criminale e, dell’accoglimento delle richieste estorsive. La cordialità della, frequentazione tra Dell’Utri, Mangano e Cinà esprime la, reale natura dei rapporti tra loro esistenti, delineando una, vera e propria assoluta complicità. (…) La suddetta condotta, dell’imputato integra dunque il contestato reato associativo, atteso che è risultata decisiva nell’apportare all’organizzazione, mafiosa un consapevole ed essenziale contributo al suo, rafforzamento avendo consentito a Cosa nostra di intrattenere, con Berlusconi un rapporto parassitario protrattosi a, lungo nel tempo»., Ritornano alla mente le parole di Corrado Stajano nel commento, alla sentenza 8 novembre 1985 del cosiddetto maxiprocesso, di Palermo: «Si legge la sentenza con angoscia, profonda, con sofferenza, con vergogna anche, se si pensa ai, distinguo intellettuali di quanti sono stati pronti in questi, anni ad assolvere i governanti ritenendoli vittime della mafia, e non, piuttosto, protettori, complici, responsabili oggettivi, e in alcuni casi soggettivi, di una situazione intollerabile».

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