Un radicale giornalista

20 ott 2010 | Categoria: opinioni
di Massimo Bordin

L’ultima volta che ho parlato in pubblico di Antonio Russo è stato l’anno scorso a Siena a una rassegna annuale di documentari organizzata da Luca Zingaretti. Una sessione era dedicata alla Cecenia e si proiettava un bellissimo documentario dedicato ad Anna Politkovskaja. La giornalista russa ha pagato con la vita il rigore morale con cui ha voluto documentare, con altrettanto rigore professionale, gli orrori perpetrati dal governo russo nella cosiddetta “lotta al terrorismo”. Prima di lei, e dopo, altri giornalisti russi e ceceni hanno subito la stessa sorte. In un paese i cui massimi dirigenti siedono senza problemi nei più autorevoli consessi internazionali, i giornalisti di opposizione vengono uccisi con una frequenza impressionante, che però evidentemente non impressiona gli interlocutori internazionali di Vladimir Putin. Tanto meno chi lo ritiene un “caro amico”. La morte di Antonio Russo non può essere però rubricata nel cinico capitolo degli affari interni di uno Stato e risolta con l’ipocrita formula della non ingerenza. Eppure fra i numerosi presidenti del nostro governo che si sono succeduti dal giorno della sua uccisione, il 15 ottobre del 2000, solo Giuliano Amato ha trovato il modo, oserei dire meglio: ha avuto la dignità, di chiederne conto direttamente a Putin. Antonio è morto in Georgia, vicino a Tbilisi. Stava per rientrare in Italia visto che, settimana dopo settimana, andava sfumando ogni possibilità di passare in Cecenia, dove era stato mesi prima. Questo non gli aveva impedito di fare per “Radio radicale” ottimi servizi speciali che ci trasmetteva via telefono da Tbilisi ma anche dalla valle del Pankisi, una retrovia dello scontro in Cecenia, dove si ritrovavano guerriglieri indipendentisti e gruppi islamici non ceceni ma anche agenti russi, e soprattutto profughi disperati, tanti. Da questa specie di girone infernale Antonio riuscì a tirare fuori notizie a proposito del rapimento di una volontaria della Croce Rossa di nazionalità italiana. L’avvenimento, per una volta, produsse l’attenzione anche dei grandi media italiani ma fu Radio Radicale, grazie ad Antonio Russo, a fornire il servizio più documentato e accurato. Fu il punto più alto dell’ultima trasferta di Antonio e contribuì ad accrescerne l’autorevolezza dopo il memorabile servizio sul Kosovo, dove rimase, ultimo giornalista europeo, a raccontare la “pulizia etnica” da una casa nella Pristina percorsa dai rastrellamenti dell’armata serba. Sparì da Pristina alla fine di marzo del 1999 per infilarsi in un treno di profughi. Ci raccontò in diretta, quando ricomparve qualche giorno dopo in Macedonia, la sua odissea che gli fece condividere anche in quel caso la sorte dei più deboli, in quel caso i kosovari. Così come aveva raccontato da Sarajevo la sorte dei bosniaci, o dei civili non belligeranti Hutu e Tutsi nella mattanza della guerra dei Grandi Laghi del centro Africa dove pure era stato, come in Algeria dove gli algerini non fondamentalisti (la grandissima maggioranza del paese) venivano uccisi a migliaia, soprattutto le donne che rifiutavano di velarsi. Ma Antonio non era un eroe e tanto meno un incosciente. Non era un “pistarolo” a caccia di scoop ma un cronista umile e coscienzioso. Si metteva dall’angolo visuale dei più deboli e ne raccontava la persecuzione e la tragedia, a prescindere dalle voghe politiche e dalle pulsioni rivoluzionarie. Voleva documentare quanto negli angoli del mondo, ma anche a un braccio di mare dalle nostre città, i diritti umani essenziali venissero calpestati nell’indifferenza generale. La sua rivoluzione erano i diritti della persona che dovevano divenire Diritto, e poi necessariamente giurisprudenza, a livello mondiale. Una “fissazione”, tutt’ora, dei radicali. E infatti Antonio più che un giornalista radicale era un radicale giornalista. Questo è stato il senso della ultima parte della sua vita tanto breve ed anche il senso della sua morte, che non sappiamo dove è avvenuta. Sappiamo però che il corpo di Antonio fu trovato il 16 ottobre 2000 sulla strada che da Tbilisi porta al confine con l’Armenia. Sono 45 chilometri, a metà strada c’è un check-point dove vengono fermati tutti tranne i militari russi che dispongono di una loro base georgiana a 5 km dal confine. Antonio non risulta identificato al check-point ma il suo corpo venne trovato fra il posto di controllo e la base russa. L’autopsia non trovò tracce di ferite da incidente stradale o da aggressione. Eppure i suoi organi interni erano distrutti, come esplosi. Sul corpo era rimasta una catenina con un crocifisso d’oro e il passaporto era ancora nel portafoglio. L’appartamento di Tbilisi fu trovato messo a soqquadro. Mancavano la videocamera, il registratore, ma soprattutto le cassette vhs e i nastri. E i taccuini. Da mesi la Russia di Putin chiedeva all’Onu di annullare lo status di ong al Partito Radicale con l’accusa, fra l’altro, di appoggio al terrorismo ceceno. Il voto era fissato per il 18 ottobre 2000 e quel giorno l’Onu respinse la richiesta russa.

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