La mafia dov’è?

23 ago 2010 | Categoria: Orient Express, prima pagina
di Matteo Tacconi

Nel 1996 un incidente stradale ha “scoperchiato” i rapporti tra stato e mafia. Poi il nulla. La Turchia sostiene di godere di “buona salute”: le istituzioni sono irreprensibili e il traffico di eroina è praticamente nullo. È davvero così?

Susurluk, il big bang. A metà degli anni 90 la Turchia si guadagnò la poco invidiabile fama di nazione-mafia. Emerse con grandissima forza, all’epoca, il legame proibito tra segmenti dello stato e organizzazioni criminali. Stupendo tutti. Perché nessuno avrebbe mai immaginato che il limite tra politica e mafia fosse così labile, il tasso di complementarietà tra paese legale e paese illegale così accentuato, che la salute pubblica fosse così compromessa. Nessuno. A squadernare il profilo di stato-mafia fu un incidente stradale, avvenuto il 3 novembre 1996 alle porte di Susurluk, villaggio dell’Anatolia occidentale (la regione interna della Turchia, cioè tutto il paese esclusa Istanbul). Una Mercedes, lanciata a 200 chilometri all’ora sull’asfalto, si sfracellò contro un autotreno. Nello schianto, micidiale, persero la vita tre delle quattro persone a bordo: Huseyn Kocadag, Abdullah Catlı e la sua fidanzata, la reginetta di bellezza Gonca Us. Il quarto passeggero, Sedat Bucak, sopravvisse all’impatto.

Una qualunque strage della strada? Non proprio, a giudicare dalle biografie dei passeggeri. Catlı era un noto capomafia implicato nei traffici d’eroina e un esponente di primo piano dei famigerati Lupi grigi, gruppo dell’estrema destra ultranazionalista con spiccate venature militari. Kocadag era il capo dell’accademia di polizia di Istanbul e uno dei principali organizzatori dei nuclei speciali addetti alla repressione dell’insurrezione dei separatisti kurdi, scoppiata nel 1984. Quanto a Bucak, il sopravvissuto, deputato eletto nella circoscrizione di Urfa, nel quadrante sud est del paese, l’area a maggioranza kurda della Turchia, anch’egli era impegnato in prima linea sul fronte kurdo, disponendo di 20mila uomini armati fino ai denti impegnati nella caccia a miliziani e attivisti del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), la formazione politico-militare rappresentativa della principale minoranza etnica del paese.
Non ci volle molto, davvero, a capire che la contemporanea presenza dei tre a bordo della Mercedes puzzava stramaledettamente di bruciato. L’inchiesta che da lì a poco seguì portò a galla una spiacevole verità. Questa: pezzi dello stato e delle istituzioni avevano assoldato come sicari i peggiori ceffi della criminalità organizzata, molti dei quali affiliati ai Lupi grigi, allo scopo di braccare, stanare e sconfiggere gli insorti kurdi nel momento più acuto della guerra tra lo stato e i separatisti. In cambio dei servizi resi, incluse le carneficine di civili, le mafie venivano remunerate con denaro sonante e si chiudeva un occhio, se non due, davanti ai loro business, primo su tutti il narcotraffico, il comparto che storicamente rappresenta l’attività più lucrosa dei padrini turchi e che allora, dopo un decennio di relativa “calma”, conseguenza dell’agonia dell’industria domestica di oppio (vedi capitolo secondo, paragrafo “da ben prima dell’Afghanistan”), tornò al centro delle loro brame. Proprio negli anni 90, infatti, il golden crescent, la mezzaluna d’oro, la regione compresa tra Iran, Pakistan e Afghanistan, emerse definitivamente come nuovo, grande giacimento dell’oppio e del suo principale derivato, l’eroina. I padrini turchi non si fecero sfuggire l’occasione e ne divennero i principali grossisti sul mercato europeo. Un primato che, anche adesso che l’Afghanistan ha soppiantato gli altri due paesi del terzetto narcotico, resiste.

Il narcotraffico, ma non solo quello. Le cosche di Istanbul e dell’Anatolia, tentacolarmente, si muovevano con grande disinvoltura in tutti i settori dov’era possibile allungare le mani: gioco d’azzardo, prostituzione, alta finanza, settore immobiliare, racket, contrabbando di armi. In combutta, spesso, con la polizia, con gli apparati dell’intelligence e con gerarchi dell’esercito. Abili, costoro, a spartirsi i meriti delle azioni antikurde, come la torta. Mafiosi, poliziotti, politici, militari: tutti insieme, appassionatamente. Tutti insieme, a formare la spina dorsale dello “stato profondo” (derin devlet in lingua turca), una struttura catacombale, pilotata dall’establishment militare e allargata a politici, forze dell’ordine e alti burocrati, dedita a intervenire con metodi poco ortodossi nelle faccende pubbliche e ritenuta all’origine di ogni vicenda cospiratoria e di ogni periodo violento della storia della repubblica turca. Susurluk ne sviscerò l’esistenza. Chiarendo che lo stato profondo aveva arruolato anche i mafiosi, assegnandogli una parte importante. La parte dei coprotagonisti.
Davanti allo scandalo emerso il 3 novembre del ’96 – una Watergate in salsa turca, come la descrisse qualcuno – si registrò un’ondata di sdegno popolare e una momentanea reazione del ramo sano delle istituzioni, che fece un po’ di pulizia purgando gli elementi della polizia più compromessi e spedendo in cella alcuni dei mafiosi che avevano preso parte alle manovre dello stato profondo.

2010 odissea nel silenzio. Negli anni a seguire, il buio pesto. Nel senso che di mafia, narcotraffico e stato profondo non s’è più parlato. È calata, lentamente, una cortina di silenzio. Questi argomenti sono progressivamente usciti dall’agenda.
La mafia, s’afferma oggi in Turchia, è stata praticamente sconfitta. Il traffico d’eroina, si sottolinea, ha un’intensità minore rispetto a un tempo. Lo stato, si mette in risalto, s’è ripulito. Questo, spessissimo, ci siamo sentiti dire e ribadire tra Istanbul e Ankara. Questo, seguito da due considerazioni. La prima: il paese gode di sana e robusta costituzione. La seconda: all’estero, a Bruxelles e nel resto della comunità occidentale, da dove arrivarono negli anni 90 molte pressioni e non poche sollecitazioni a fare piazza pulita, non hanno più di che preoccuparsi.
Chi giura che la Turchia s’è scrollata di dosso i vecchi mali lo fa sulla scorta dei numeri. A riguardo del narcotraffico, Ankara può esibire il più alto numero di sequestri d’eroina al mondo: dodici tonnellate nel 2009. Quanto alla nomenclatura mafiosa, molti baba, i padrini turchi, sono effettivamente finiti in carcere, dopo Susurluk e poi ancora in tempi recenti, con le grandi retate effettuate tra il 2004 e il 2006. Altri sono sott’inchiesta.
Ma tutto questo basta a dire che la Turchia s’è messa alle spalle gli anni 90? Qualche dubbio c’è. Partiamo dal narcotraffico. Con i tempi che corrono in Afghanistan, dove la situazione di guerra permanente ha spinto la produzione di eroina ai massimi livelli, non è scontato che gli egregi risultati raggiunti dalla polizia sul fronte dei sequestri siano direttamente proporzionali allo smantellamento della premiata ditta del narcotraffico. C’è d’altronde chi fa notare che la grande quantità di carichi d’eroina intercettati stia a significare che il flusso di brown sugar in arrivo da Kabul e in ripartenza per l’Europa sia in forte aumento e che quello turco, anche se negli ultimi anni s’è assistito a una parziale diversificazione delle rotte, resti in assoluto il sentiero più battuto, lungo la direttrice della droga. Cosa che, tra l’altro, emerge da ogni studio condotto da Interpol e Unodc (United Nations Office on Drugs and Crime) sui traffici narcotici.
Anche a proposito di mafia, della “negazione” della mafia, ci si può nutrire di qualche buona riserva. Dopotutto un conto è arrestare i baba, un’altra storia è affermare che le consorterie criminali non esistono più. Che fine hanno fatto – viene da chiedersi – le ricchezze dei padrini, i loro immensi patrimoni, le loro dieci, cento, mille attività? Possibile che sia tutto finito? Possibile che con il repulisti seguito a Susurluk e con la recente ondata di arresti il crimine organizzato abbia realmente abbassato la cresta?

I punti interrogativi non terminano qui. C’è da segnalare anche il possibile ritorno sulla scena del derin devlet, lo stato profondo. Nel 2008 è infatti esplosa un’altra Watergate, con la scoperta di una struttura segreta ultranazionalista, composta prevalentemente da esponenti dell’establishment militare e capimafia di provato rango, dedita secondo gli inquirenti a complottare il rovesciamento del governo legittimamente costituito, quello d’ispirazione islamica guidato da Recep Tayyip Erdogan, capo del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), salito al potere nel 2002.
Alcuni degli affiliati di questa cellula – Ergenekon il nome – erano stati già implicati in Susurluk. Tra loro spiccano il generale Veli Küçük e Sedat Peker, da molti ritenuto l’attuale capo dei capi della mafia turca. In molti, sulla base di questa corrispondenza, ritengono che Ergenekon sia una nuova Susurluk, adeguata alle mutate circostanze e ai mutati ruoli. Se prima erano i kurdi i nemici pubblici, adesso il tiro s’è spostato sul partito islamico al potere; se prima i mafiosi agivano come gangster, adesso – è questo che diversi analisti fanno notare – militano nello stato profondo nella loro nuova dimensione di imprenditori di successo, incravattati e in doppiopetto, frutto della transizione che ha portato alla definitiva affermazione, in questi quindici anni, di una vera e propria mafia industriale.
I giudici stanno ancora indagando, i processi e le audizioni sono ancora in corso. Il caso Ergenekon è tutt’altro che chiuso. Ci si potrebbe davvero trovare davanti alla Susurluk numero 2, o magari no. Si potrebbe dimostrare che lo stato profondo esiste ancora e inchiodarne i reggenti, come assistere al crollo di tutto l’impianto dell’accusa. Chissà. Saranno i tribunali a decodificare le cose. Intanto, è comunque lecito chiedersi se la grande cura ricostituente di cui tutti parlano ha sortito davvero questi risultati miracolosi o se, al contrario, narcotraffici, mafie e stato profondo sono sindromi che gli antidoti a cui s’è ricorsi in questo quindicennio non hanno aggredito fino in fondo. Vediamo di capirci qualcosa.

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