Tutti gli uomini di Pomigliano
15 ago 2010 | Categoria: archivio articoli, articoli
Pomigliano d’Arco, tra i più grandi poli industriali della Campania, è tornata sulle prime pagine di tutti i giornali per il dibattito sui destini dello stabilimento Fiat. Ma chi sono i politici che, concordi con i vertici dell’azienda, hanno chiesto sacrifici ai lavoratori?
«L’amministrazione comunale ha disposto l’erogazione di due contributi rispettivamente di 50 e 20 milioni (di lire, ndr.) a favore della locale società calcistica, presieduta da Nicola Foria, indiscusso capo della consorteria camorristica della zona». È uno dei passaggi più significativi di una relazione di scioglimento. L’ennesimo nella provincia napoletana. Siamo nel 1993, Pomigliano D’Arco, cittadina di 40 mila abitanti, è controllata dai clan Foria ed Egizio. La camorra ha messo le mani anche sul Comune, che viene sciolto per infiltrazioni camorristiche. Quasi due decenni dopo, la musica non è cambiata, la camorra continua a imperversare in lungo e in largo, presenti i clan storici con estensioni del potere dei Fabbrocino e dei Moccia. Anche la politica non ha cambiato le proprie facce.
Attorno, solo un deserto di diritti e possibilità. E Pomigliano d’Arco, come un tempo, si aggrappa alle sorti della Fiat. Lo stabilimento, in queste settimane, è tornato alla ribalta per il destino dei cinquemila lavoratori del Giambattista Vico, e dei diecimila attivi nell’indotto. La partita è ancora aperta e il futuro dello stabilimento è appeso alle oscillazioni del mercato dell’auto, ma quello che più conta sono le prese di posizione dei politici locali: di fronte alla nuova turnazione, allo slittamento della pausa, al contenimento del diritto di sciopero, le autorità hanno chiesto sacrifici ai lavoratori e organizzato anche una marcia per sostenere il piano del Lingotto, in stile marcia dei 40 mila, quella di Torino del 1980. Ma chi sono questi politici che ai lavoratori chiedono sacrifici?
Melchiorre e il futuro. Pomigliano somiglia agli anni Novanta, i primi anni Novanta. Un continuo ritorno di personaggi, rivestiti a nuovo, ma con passati scomodi e carriere politiche eterne. Tra i sostenitori della proposta Fiat c’era, per esempio, Luigi Cesaro (Pdl), attuale presidente della provincia di Napoli. In marcia Cesaro si è detto favorevole all’accordo. Su youtube gira un video che registra le sue parole da statista: «La situazione è molto diverso. Credo che non si tratta di un ricatto, si tratta certamente… l’azienda Fiat insieme a Melchiorre hanno deciso di mettere in campo una nuova strategia che è stata accettata dalla triplice sindacale e che io ritengo sia la via giusta e la via per cercare di mettere finalmente in condizioni gli operai della Fiat di Pomigliano di essere tranquilli anche soprattutto per il futuro. Credo che non tutti si lamentano, una parte si lamenta di questo nuovo contratto, ma credo che il 90% è d’accordo con questo nuovo contratto».
Cesaro, non nuovo a incursioni a vuoto nella lingua italiana, ha scambiato l’amministratore delegato Sergio Marchionne per Melchiorre, uno dei tre re magi. In fondo non è la prima volta che si sbaglia. In passato, quando veniva minacciato dai clan, piuttosto che denunciare alle forze dell’ordine, si appellava alla clemenza dei boss. Nel 1984 fu arrestato per i suoi rapporti con la nuova camorra organizzata, guidata da Raffaele Cutolo. Condannato in primo grado, venne assolto in secondo, sentenza confermata in Cassazione (“assolto per non aver commesso il fatto”). Provati i suoi contatti con i boss, in primis Rosetta Cutolo, la Corte di appello ribaltò la sentenza del Tribunale e stabilì che Cesaro si era rivolto a lei per sottrarsi alle pesanti richieste estorsive del gruppo. Era una vittima, non un complice né un favoreggiatore. Anche nello scioglimento del comune di Sant’Antimo, nel 1991, Cesaro torna protagonista. Socio di una ditta, si legge nella relazione di scioglimento, vicina al clan Verde. Anche Gaetano Vassallo lo ha tirato in ballo, nelle sue dichiarazioni alla magistratura. Il pentito dei rifiuti avrebbe assistito ad un incontro tra Cesaro e Luigi Guida, detto ’o drink, reggente del clan Bidognetti dal 1999 al 2003. Ma su questo non ci sono al momento riscontri e Cesaro ha più volte dichiarato di non conoscere «il signor Vassallo né tantomeno altri esponenti della criminalità organizzata napoletana».
Fuori i fannulloni. A sfilare accanto a Luigi Cesaro anche Lello Russo, sindaco di Pomigliano D’Arco, eletto nel marzo scorso: «È necessario che ci sia un rilancio dell’attività lavorativa in fabbrica – ha dichiarato ai cronisti – ma è importante il mantenimento di questa produttività, perché il rischio sarebbe quello di trovarsi in due anni nuovamente nei guai. Invece combattendo la sacca dei fannulloni, si assicura lavoro a Pomigliano per i prossimi 20 anni». Un Brunetta in terra di camorra, insomma. Il segretario della Fiom di Napoli, Massimo Brancato, fornisce qualche numero sull’assenteismo: «Sto ai dati che comunica la Fiat di Marchionne. Nel 2003 l’assenteismo a Pomigliano era pari al 7%, nel 2008 era al 3,7%, grazie anche al cambio generazionale. Quello stabilimento ha una età media di 32 anni. È facile spiegare questa diminuzione dell’assenteismo: chi lavora in catena di montaggio da 30 anni è più soggetto a malattie, con il ricambio c’è stato un abbattimento del tasso di assenza in fabbrica». E c’è chi dopo 30 anni di catena di montaggio ha ancora voglia di lavorare: «La Fiat è Pomigliano – racconta un operaio – noi abbiamo dato l’anima e la vita per questo stabilimento». Quando molti entravano in fabbrica, nel 1980 Lello Russo, socialista di vecchia data, senatore dal 1992 al 1994, oggi nel Pdl, diventava sindaco. Dopo 3 decenni è di nuovo in sella. Anche lui ha passato bufere giudiziarie e un processo per 416 bis. Lo arrestarono per camorra, rapporti con il clan Foria, un anno e mezzo di soggiorno obbligato e sospensione dal ruolo di primario dell’Ospedale di Avellino. A «Repubblica Napoli» ha raccontato: «Il processo è durato 12 anni, ho trovato un giudice a Berlino e sono stato assolto perché il fatto non sussiste. L’accusa non ha impugnato la sentenza». Era lui il sindaco nel 1993 quando il comune fu azzerato per infiltrazioni mafiose. E negli scioglimenti degli enti locali (sono atti amministrativi), non servono le condanne, bastano le amicizie, le vicinanze, gli appalti irregolari. Per prevenire il diffondersi del virus. «Il clima di grave condizionamento e degrado in cui versano gli organi elettivi locali di Pomigliano D’Arco – si leggeva nella relazione del 1993 – la cui libera determinazione risulta contigua agli interessi delle locali organizzazioni mafiose, la palese inosservanza del principio di legalità nella gestione dell’ente e l’uso distorto della cosa pubblica per il perseguimento di fini estranei al pubblico interesse hanno minato ogni principio di salvaguardia della sicurezza pubblica».
Pomigliano la “rossa”. Vicesindaco di quella giunta azzerata per infiltrazioni mafiose era Michele Caiazzo (oggi nel Partito democratico), che diventa primo cittadino nel 1995. Dieci anni di dominio assoluto, perché nel 2000 arriva la riconferma con il 65% di voti. Nel 2005 Caiazzo diventa consigliere per il Partito democratico in regione e a Pomigliano vince Antonio Della Ratta, che guida una coalizione di centro-sinistra, presto travolta dalla questione morale. Nel 2004 in comune era già arrivata la commissione di accesso: aveva indagato sui rapporti e le contiguità con i clan di zona, ma non c’era stato alcun azzeramento, tutto affidato nelle mani dei cittadini e del voto. Nel 2005 uno scioglimento arriva: per infiltrazioni mafiose viene commissariata l’Asl Napoli 4, con sede a Pomigliano. La relazione di accesso è un libro aperto che racconta scandali, indecenze e sprechi. La sanità, a guida centro-sinistra, viene miseramente bocciata. «È evidente, quindi, che le stesse dichiarazioni rese dai dirigenti dell’Ente confermano su un piano indiziario – si legge nella relazione – la sistematica e pervicace volontà di violare la normativa antimafia, favorendo in maniera più o meno consapevole la permanenza di ditte di sicura connotazione malavitosa». Brindavano le ditte in odore di mafia nel servizio di vigilanza, nella fornitura pasti e nel trasporto dei rifiuti ospedalieri. I rifiuti aprono un altro capitolo. Anche in questo settore la nave del centro sinistra affonda. Il caso emblematico è quello della Pomigliano Ambiente. Una società partecipata dal comune che naufraga e fallisce sotto il peso dei debiti: 30 milioni e rischio occupazionale da fronteggiare. Chiudiamo con il pattume. L’ultima pagina la scrive Impregeco, regno di consociativismo e spartizione, ora in dissesto finanziario. Il superconsorzio, colpito da interdittiva antimafia a fine 2007, partecipato anche da Ce4, quello retto da imprenditori e camorra. Nel Cda di Impregeco, oltre all’uomo di Nicola Cosentino Giuseppe Valente, condannato in primo grado, anche Michele Caiazzo, il cugino dell’ex sindaco di Pomigliano. Tutti insieme appassionatamente, mentre gli operai della Fiat chiedono solo un lavoro certo e sicuro: un miracolo nella terra dei clan e di questa politica.














