Ergenekon. E’ ancora stato profondo?
15 ago 2010 | Categoria: archivio articoli, articoli
I tentacoli della mafya negli apparati militari e istituzionali: inevitabile il parallelismo tra Susurluk e Ergenekon. Capiamo il perché
Da un piccolo arsenale a un grande scandalo. Tutto è cominciato nel luglio del 2007, quando la polizia rinvenne un piccolo arsenale in un’abitazione di Ümraniye, quartiere con una forte tradizione operaia della parte asiatica di Istanbul. Un ritrovamento, quello, che suonò inizialmente come una delle ennesime storie legate al contrabbando di armi, sempre di moda in Turchia. Invece no. Le indagini portarono a risultati sensazionali, sbalorditivi. Portarono alla scoperta di un gruppo ultranazionalista formato e guidato da alcuni alti graduati dell’esercito, allargato a politici, magistrati, esponenti dell’estrema destra turca e membri della cupola mafiosa. Tutti uniti dall’obiettivo di rovesciare il governo di Recep Tayyip Erdogan. La deadline: il 2009. Il nome della setta: Ergenekon. Nome mitologico, epico. La leggenda narra infatti che Ergenekon sia il luogo segreto e inaccessibile, situato nel massiccio montuoso dell’Altai, nell’Asia centrale, dove il fondatore del primo stato turco della storia, Bumin Khan, riunì a conclave il suo popolo nel sesto secolo dopo Cristo.
Dopo qualche mese dal ritrovo del covo d’armi, sono scattati i primi arresti. Nel gennaio del 2008 sono finite in cella 37 persone, tutte con la medesima accusa: quella di essere affiliati di Ergenekon e di complottare contro il governo legittimamente eletto del paese, accusato dai congiurati di trasformare la Turchia in una teocrazia sul modello iraniano e di rompere con l’ideologia laica alla base della rivoluzione repubblicana di Mustafa Kemal Atatürk, di cui l’esercito, storicamente, è garante e custode (vedi box p.45, ndr.). È anche sulla base di questo compito che, nel corso della storia repubblicana, i militari, i veri reggenti dello stato profondo, sono più volte intervenuti nella vita pubblica, dispiegando colpi di stato e affondando la lama nelle carni dell’avversario di turno. Proprio dai ranghi dell’esercito proviene il generale Veli Küçük, uno dei primi arrestati. Personaggio ambiguo, già indagato ai tempi di Susurluk, è lui a essere indicato dagli inquirenti come l’iniziatore di Ergenekon. Poi altri sospetti sono stati fermati, altri presunti membri dell’organizzazione sono stati arrestati, altre persone incriminate o chiamate a testimoniare o iscritte nelle liste degli indagati. Comprovati mafiosi inclusi. Sedat Peker, agli arresti dal 2007, è considerato come uno dei cofondatori della setta. Altri famigerati padrini come Sami Hostan, Ali Fevzi Bir e Drej Ali avrebbero ricevuto la tessera. Dalle indagini e dai processi ancora in corso, è inoltre saltato fuori che l’organizzazione, oltre a predisporre i preparativi per il colpo di stato, ha anche messo lo zampino nell’assassinio del prete cattolico Andrea Santoro (2006) e del giornalista turco-armeno Hrant Dink (2007), nonché progettato di uccidere lo scrittore Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura, in passato finito sotto processo dopo che chiamò il massacro di un milione e mezzo di armeni, perpetrato dai turchi tra il 1915 e il 1918, con il suo vero nome: genocidio. Una parola, questa, che in Turchia è da sempre tabù. Chi la pronuncia viene trascinato in tribunale e rischia di scontare una condanna ai sensi del famigerato articolo 301 del codice penale, quello che punisce i reati contro la “turchità”.
La nuova Susurluk? Nel momento in cui è scoppiata la grana golpista, molti analisti e commentatori hanno tracciato immediatamente il parallelo tra Ergenekon e Susurluk, gridando alla riscossa prepotente dello stato profondo. Tra chi vede una certa affinità tra lo scandalo del ’96 e quello di oggi c’è Belma Akçura. Sostiene, la giornalista, che le analogie siano molteplici. «Non è affatto casuale che i mafiosi considerati dagli inquirenti membri di Ergenekon, Sami Hostan, Ali Fevzi Bir, Drej Ali e Sedat Peker siano stati tutti in passato coinvolti, chi più direttamente chi meno, ma comunque in modo rilevante, in Susurluk. Così come non è fortuito che Veli Küçük, indicato come il promotore di Ergenekon, abbia avuto alla stregua di questi baba un ruolo chiave nello scandalo del ’96 e che con loro fosse peraltro in contatto».
In effetti, dall’inchiesta su Susurluk, risultò che Küçük fosse stata l’ultima persona con cui Abdullah Catlı avesse parlato, via telefono, prima dello schianto. Parimenti, dalle intercettazioni emerse che Küçük avesse sentito, telefonicamente e con una certa frequenza, nei giorni precedenti all’incidente, Drej Ali e Sami Hostan.
Consolidati sarebbero anche i legami tra il generale e Sedat Peker. La stampa turca, riferisce il sito della European Stability Initiative (www.esiweb.com), ha scritto in più occasioni che l’influente mafioso avrebbe servito nelle file dell’esercito, proprio alle dipendenze di Küçük, negli anni 90. Inoltre, il generale ha usato svariate volte la tribuna del generale del sito ultranazionalista fondato da Peker, www.ozturkler.com, per lanciare i suoi proclami. Nel 2002 sostenne tra l’altro che «la strada della grande nazione turca passa attraverso Ergenekon», sdoganando la parola magica.
Insomma, ci sarebbero degli elementi che permetterebbero d’affermare che l’alleanza tra alcuni segmenti dell’establishment e le mafie non si sia mai spezzata. Si è però modificata. Se prima, infatti, i baba erano veri e propri gangster, narcotrafficanti in mimetica impegnati in prima persona nell’esecuzione di omicidi e crimini, adesso partecipano alle riunioni del “consiglio d’amministrazione” dello stato profondo in giacca e cravatta, lubrificandone il funzionamento con i loro soldi, in cambio della possibilità di sfruttarne le ramificazioni al fine di incrementare i guadagni. Ma di sporcarsi le mani non se ne parla proprio. Se c’è da compiere un’azione sporca, che lo facciano altri. Che lo facciano i pesci piccoli, i nazionalisti da strapazzo. Le mafie, al massimo, gli possono accordare protezione, nel caso in cui vengano ammanettati e spediti al fresco.
Emblematica, a questo riguardo, l’intercettazione, acquisita nel contesto dell’inchiesta su Ergenekon e riportata dal quotidiano Zaman il 30 gennaio 2008, della conversazione tra il sergente Muhammed Yüce (arrestato con l’accusa di avere preso parte alle attività sediziose del gruppo) e un giovane dal grilletto facile, tale Selim Akkurt, anch’egli finito sul banco degli imputati. Oggetto: l’organizzazione dell’omicidio di Orhan Pamuk, poi fortunatamente mai concretizzatosi. Il militare, emerge dal resoconto di Zaman, dice a Akkurt che riceveranno, per l’assassinio dello scrittore, per il quale sono stati chiamati in causa come sicari, una montagna di soldi. Il giovane replica spiegando di temere di fare la fine di Ali Agca, l’attentatore di Giovanni Paolo II, arrestato, condannato e rimasto a lungo in carcere. Poi, però, riferisce anche di volere emulare Ogün Samast, che nel 2007, all’età di 17 anni, uccise il giornalista turco-armeno Hrant Dink. «Ha miliardi di lire turche sul conto in banca, lui e quelli della sua banda sono diventati degli eroi», afferma. A quel punto Muhammed Yüce incalza: «Sei con me, allora?». Il ragazzo replica che sì, sarà con lui. La conversazione si chiude e Yüce invia un messaggio di testo, dal suo cellulare, a un parente. «Ci occuperemo di Orhan. Metteranno cinque miliardi di lire turche sul nostro conto, ci daranno una stazione di benzina e una villa. Sedat Peker ci proteggerà mentre saremo in prigione».
Niente lavoro sporco, dunque. I mafiosi del nuovo stato profondo coordinano, finanziano e proteggono. La contropartita che ricevono? Affari, affari e affari. «Lo scopo dei mafiosi è ottenere appalti, concessioni, licenze – dice Belma Akçura – con l’appoggio dei burocrati legati allo stato profondo». Quello stato profondo, il derin devlet, che non muore mai. C’è oggi con Ergenekon, c’era ieri con Susurluk, c’è da quando è nata la repubblica.
Derin devlet, lunga storia. Facciamo un passo indietro e torniamo alle origini. Lo stato profondo nasce negli anni 50, all’indomani della Seconda guerra mondiale. Nasce nel clima della Guerra fredda, come costola anatolica della rete Gladio – allestita in tutti i paesi atlantici, Italia compresa (e ce ne ricordiamo bene) – in virtù della scelta di campo che Ankara intraprese, schierandosi con l’occidente contro il nemico storico russo e divenendo in seguito, nel 1952, paese membro della Nato.
In quanto parte del network Gladio, organizzato sotto l’egida della Nato, anche la Turchia organizzò una sua cellula segreta con l’obiettivo di prevenire ogni possibile attacco portato dal Patto di Varsavia. A incaricarsene furono i militari. La gladio turca prese però molto presto una piega tutta politica, esattamente come in Italia, sconfinando a gamba tesa nella vita democratica interna e prendendo a stilare le liste di proscrizione dei nemici della patria e i potenziali disgregatori della di Atatürk, tutti puntualmente etichettati, perseguitati e puniti.
Nel 60 il derin devlet firmò un colpo di stato, il primo di una lunga serie. Spodestò dal potere il governo democraticamente eletto di Adnan Menderes, accusato di eccessivo conservatorismo e di deviazionismo islamico, processato e impiccato. Parallelamente, spedì un sacco di gente in carcere, costituì una giunta reggente assumendo le redini del paese e riconsegnando solo in un secondo momento le chiavi delle stanze dei bottoni alla classe politica.
Dopo undici anni, nel ’71, l’esercito fu protagonista di una nuova legge marziale e di una nuova purga. A farne le spese, stavolta fu il primo ministro conservatore Süleyman Demirel, inviso ai militari e ritenuto incapace di governare le tensioni sociali, sfociate in aperta battaglia tra le formazioni della sinistra e quelle della destra ultranazionalista. Dopo il colpo di stato, l’esercito governò per un po’, poi ripassò la palla alla politica. Fino all’80, quando arrivò il terzo golpe e una nuova ondata repressiva. A cadere, per lo stesso motivo del ’71, fu ancora Demirel.
Sia nel secondo sia nel terzo golpe della storia turca, i militari ricorsero all’ausilio dei Lupi grigi, emersi sulla scena nel 1969, ispirati da ideali ultranazionalisti, dediti all’azione armata – specie contro i movimenti di sinistra sorti sulla scia del ’68 – e a quella criminale. Sicari, esponenti di punta del mondo criminale e del narcotraffico s’iscrissero in massa al partito, dalle prime battute. È in questo momento che nasce l’alleanza tra casta militare e casta mafiosa, votata a srotolare sul tappeto la strategia della tensione e a predisporre le condizioni per il golpe. Il rapporto venne poi approfondito a partire dall’84 (l’anno in cui scoppiò l’insurrezione del Pkk), fino a quando non emerse con tutta la sua profanità con Susurluk.
Dopo l’89, con la fine delle ideologie, il target dello stato profondo, prima segnato dalla lotta tra destre e sinistre, è cambiato. Il tiro s’è spostato sul conflitto etnico e culturale. I nemici acerrimi sono diventati i kurdi e poi, dopo Susurluk, gli islamisti, sdoganati a pieno titolo, negli anni 90, come forza politica capace di prendere il potere e contestare il primato esercitato dalle forze repubblicane.
Già nel ’97, con quello che è stato definito il “golpe post-moderno”, i militari imposero le dimissioni al primo ministro Necmettin Erbakan. Lo fecero, stavolta, senza leggi marziali e senza il fiancheggiamento del mondo criminale, ma semplicemente diffondendo un memorandum in cui sostennero che Erbakan stava deviando dall’eredità di Atatürk e stava introducendo dosi eccessive di islamismo. Il primo ministro, consapevole che nel caso in cui avesse resistito i militari avrebbero esercitato la forza, si defilò. Il Partito del benessere fu messo fuori legge dalla Corte costituzionale e alcuni suoi esponenti, tra questi Recep Tayyip Erdogan, all’epoca sindaco di Istanbul, furono interdetti dalla politica per qualche anno.
Adesso che gli islamici sono tornati al potere, con la tornata elettorale del 2002, vinta dall’Akp, erede del Partito del benessere, poi riconfermatosi alle legislative del 2007, lo stato profondo è tornato all’azione, allargando la sua composizione agli altri segmenti dell’élite repubblicana e chiedendo, come indicherebbe la faccenda Ergenekon, nuovamente l’appoggio delle mafie.
Come finirà? In questa vicenda le dinamiche criminali si intrecciano fortemente alla situazione politica, assai tesa, che sta vivendo la Turchia. Negli ultimi anni s’è assistito a un vero e proprio braccio di ferro tra l’establishment kemalista e l’Akp. Recep Tayyip Erdogan la sta spuntando. Il suo partito ha una rete diffusa di consenso e punta ormai alla legittimazione definitiva dell’Islam politico. Dall’altra parte, s’assiste allo sgretolamento progressivo del prestigio e della forza dell’élite repubblicana e della sua colonna portante, l’esercito. Tuttavia Erdogan deve agire con cautela. Cercare lo strappo può costargli molto, visto che anche se meno possenti d’un tempo, l’esercito e il resto della fazione del kemalismo rimangono influenti.
L’inchiesta su Ergenekon s’inserisce in questo contesto, risentendone. A detta di alcuni osservatori il partito al potere ha rallentato il corso delle indagini, proprio perché timoroso che essa possa avere pesanti ripercussioni sulla tenuta del governo, aprendo la strada, se non a un nuovo golpe, a un colpo di coda dei kemalisti.
Intanto, i turchi si sono divisi tra innocentisti e colpevolisti. C’è chi sostiene che l’affaire Ergenekon sia stato costruito artificiosamente e che corrisponda alla vendetta degli islamici nei confronti del golpe post-moderno del 1997, chi afferma che l’Akp sta cercando di costruire il proprio stato profondo, con Fethullah Gülen, ascoltato e potente predicatore in esilio in America dal ’98, guida spirituale della nuova classe di imprenditori islamici provenienti dall’Anatolia che costituiscono il bacino economico dell’Akp, a reggerne le fila. Dall’altra parte della barricata, c’è invece chi denuncia come la collusione tra pezzi di stato e mafie persiste ancora e va colpita duramente, chi invece tende a scaricare la responsabilità sull’élite repubblicana e sulle cupole, assolvendo però l’esercito, un’istituzione che sembra del resto ancora inattaccabile: nessuno ha mai messo sulla graticola i militari per i golpe realizzati in passato, nessuno li ha incastrati al tempo di Susurluk, nessuno, si dice adesso, riuscirà a mettere Veli Küçük con le spalle al muro nell’affaire Ergenekon. Si saranno pure indeboliti, ma i militari conservano ancora forza e potere.
Le mafie, da tutto questo discutere animoso e dal clima di profonda incertezza, traggono solo giovamento. Se l’inchiesta su Ergenekon rimane a metà del guado, senza avanzare troppo, tanto meglio: la mafya non ne risulterà troppo penalizzata.














