Un rivoluzionario contro la mafia
4 ago 2010 | Categoria: recensioni
Lo chiamano la “nona arte”, ma la strada da percorrere per essere universalmente percepito come espressione non solo di svago e divertimento è ancora lunga. Eppure, anche in Italia, il fumetto ha una storia che non lo vede soltanto come strumento di intrattenimento o di evasione, ma anche come veicolo di contenuti di storia e di attualità che vogliono essere comunicati attraverso un linguaggio capace, forse più di ogni altro, di raggiungere un pubblico eterogeneo.
Dalle tavole della «Domenica del Corriere», su cui Achille Beltrame e il suo discepolo Walter Molino rappresentavano ciò che nessuno scatto avrebbe potuto immortalare, alle strisce di Emanuele “Manolo” Fucecchi in onda su “La 7” o a corredo dei video trasmessi online da «Il Fatto quotidiano», passando per la Storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi, anche nel nostro paese diversi autori si sono sperimentati in un genere codificato nei termini di graphic novel (il romanzo grafico) e graphic journalism. Non siamo ancora a una diffusione paragonabile a quella del mondo anglosassone, dove negli Usa, nel 1992, per Maus, ricostruzione storica dell’Olocausto attraverso la rappresentazione di animali antropomorfi, venne assegnato un Pulitzer ad Art Spiegelman, e dove il britannico «Guardian» si è fregiato di un vero e proprio maestro come Joe Sacco, capace con i suoi disegni di ritrarre l’attualità del conflitto iracheno, e diventato, grazie alla scommessa del quotidiano, il primo vero inviato di guerra “a fumetti”; e neppure siamo in grado di competere con la Francia, capofila d’Europa nel settore, patria di Persepolis, di Marjane Satrapi, autrice del primo fumetto iraniano, diventato un caso letterario e poi un film; ma la storia di alcune case editrici nostrane, e gli esperimenti di alcune riviste, prima tra tutte «Internazionale», mostrano un investimento nel settore che lascia intendere che non ci troviamo di fronte a un fenomeno passeggero, e che con ogni probabilità, questa volta, il graphic novel è arrivato per restare. Anche e soprattutto come strumento di ricostruzione di vicende dai lati oscuri. Le storie di mafia, in questo senso, sono il terreno ideale per coltivare opere che permettano di rappresentare ciò che nessun articolo giornalistico può azzardare, né alcun libro documentare. Con il risultato che l’intreccio tra realtà e finzione, tra ricostruzione e documentazione è in grado di portare a una rappresentazione verosimile della soluzione di grandi misteri. O quanto meno dei dubbi da dipanare. Ma come e con quali intenti nasce un graphic novel su questi temi? Che cosa significa raccontarne gli sviluppi attraverso il disegno? «Narcomafie» ne ha parlato con Marco Rizzo, giornalista professionista e traduttore. Fondatore del sito Comicus.it, Rizzo ha sceneggiato per BeccoGiallo Ilaria Alpi, il prezzo della verità (2007, disegni di Francesco Ripoli, questo mese in ristampa), con cui ha vinto il Premio Micheluzzi come “Miglior Fumetto” al Napoli Comicon 2008, e Peppino Impastato, un giullare contro la mafia (2009, disegni di Lelio Bonaccorso), con cui gli sono stati riconosciuti il Premio Siani, il Premio della Satira di Forte dei Marmi e il Premio Boscarato. Attualmente sta lavorando con Nico Blunda e Giuseppe Lo Bocchiaro a Mauro Rostagno, un rivoluzionario ucciso dalla mafia, titolo provvisorio nel momento in cui scriviamo.
Rizzo, perché un fumetto per parlare di mafia?
Quello dei romanzi a fumetti è un settore che sta registrando ottime fortune soprattutto perché si rivolge a un target prima non considerato: i “possibili” lettori di fumetti non interessati a tematiche di pura evasione. Gli editori hanno finalmente capito che si può guadagnare sulla produzione di materiale impegnato. Su una ragione commerciale si innesta lo spirito con cui si lavora su progetti come questo: quello di divulgare i contenuti al pubblico più eterogeneo possibile. Il fumetto è uno strumento dalle molteplici potenzialità: permette di arrivare al professore universitario, al ventenne impegnato nell’antimafia così come allo studente a cui il professore lo suggerisce. Se non anche al bambino che da poco ha imparato a leggere e che trovandolo in casa lo guarda.
Come si inizia a lavorare su un caso di mafia?
Esattamente come si procede per un lavoro di ricostruzione giornalistica: archivi, giornali, libri, tribunali, interviste. Poi, raccolto il materiale, si tratta di riorganizzarlo: il lavoro di giornalista termina per fare strada a quello di sceneggiatore. Si tratta allora di impostare la struttura, creare momenti di suspense, rendere la storia intrigante, alternare il dialogo con l’azione. Ma basarsi su fatti veri per realizzare opere di finzione è un’operazione delicata. Più che una gabbia, allora, si costruisce un percorso a servizio dell’impianto drammatico e narrativo che tende al verosimile. I dialoghi, per esempio, sono veritieri ogniqualvolta è possibile recuperarli, oppure si fa un collage tra vero e immaginato, oppure si inventa del tutto sulla base della ricostruzione dei fatti e dei caratteri dei personaggi.
Con la storia di Peppino Impastato avevi a che fare con una verità giudiziaria chiusa, mentre con Ilaria Alpi e Mauro Rostagno, no. Come arrivi a rappresentare le loro storie, come scegli il taglio del racconto?
Come un qualunque giornalista, pur non avendo l’ardire di porre la verità, provo a dare una versione dei fatti sulla base di quello che raccolgo dalle fonti di documentazione. Avere una verità processuale nel caso di Peppino è stato certo un vantaggio, ma anche in quel caso i buchi non mancavano: caso raro negli omicidi di mafia, sono stati individuati i mandanti (Badalamenti e il suo braccio destro Vito Palazzolo, nda.) ma non gli esecutori materiali. Nel caso di Ilaria Alpi, la visione di Taormina secondo cui lei e il suo operatore Miran Hrovatin sono stati uccisi per una fatalità mentre facevano vacanza dal lavoro è scandalosa, le piste sono ben altre e io le faccio intravedere. Nel caso di Mauro ci terremo ancora un po’ più vaghi, perché anche in quel caso la situazione resta complessa. Si tratta di vicende così oscure che è stato necessario integrarle con innesti verosimili ma non veri. In questo caso l’elemento della fiction è di grande aiuto. Ma per correttezza nei confronti del lettore in coda al volume spiego sempre il “dietro le quinte” della lavorazione e motivo le mie scelte.
Sia in Ilaria che in Peppino fai espliciti richiami a Rostagno: nel primo caso la sua figura appare nelle ultime pagine a chiudere la storia a ritroso della giornalista, e corrobora la tesi dei traffici di armi e rifiuti con la Somalia come substrato in cui è maturato l’assassinio; in Peppino gli rivolgi una dedica criptica molto personale… Perché il lavoro su Rostagno esce solo ora?
Non è un caso che in Ilaria Alpi appaia Mauro Rostagno e che in Mauro Rostagno apparirà Peppino Impastato. Alla fine queste storie sono intrecciate e vogliono comporsi come una trilogia. La storia di Rostagno chiude molte delle esperienze attraversate anche da Peppino e Ilaria. La sua vita attraversa 40 anni di storia d’Italia, di cui lui ha vissuto i più importanti momenti: dal ’68 a Lotta Continua, dai centri sociali ai movimenti, dalle comunità di recupero per tossicodipendenti alla lotta antimafia. È una figura molto rappresentativa di quello che viveva l’Italia di quei decenni.
Ma quella dedica a Rostagno in chiusura del volume su Peppino?
In effetti quella che ti ho dato è la risposta diciamo “editoriale”… La verità è che fino a un anno fa questo lavoro non volevo nemmeno farlo. Poi ho incontrato un amico, Nico Blunda, mio co-sceneggiatore, e insieme abbiamo trovato le forze: siamo entrambi trapanesi e sentiamo di dovere qualcosa a Mauro.
Che cosa ti frenava nell’affrontare il lavoro?
L’alto coinvolgimento emotivo. Mia madre presentava il telegiornale a Rtc, l’emittente in cui Rostagno era giornalista. Quando uno sceneggiatore racconta un personaggio deve provare a entrare nella sua testa, inventare che cosa diceva, come si comportava. Entrare nella testa di un personaggio a cui ti senti legato è disturbante. Mi era già successo con Peppino, temevo che per Mauro lo sarebbe stato di più.
Cosa ricordi di lui?
Gli occhi dolcissimi e il suo sorriso. Una figura bianca che galleggiava, grande come un gigante. Un personaggio surreale con un’energia che anche un bambino di 6 anni come me riusciva a percepire. Ma non voglio dire altro, sono episodi troppo intimi della mia vita.
Un’altra prova emotiva di questo lavoro è il rapporto con i familiari delle vittime di cui racconti la storia: che cosa significa dover mostrare loro le tavole in cui è rappresentata l’uccisione del loro caro?
Dal punto di vista tecnico-professionale è fondamentale avere un contatto con i familiari perché rende possibile l’acquisizione di materiale di prima mano e indicazioni e correzioni che nessuno meglio di loro può apportare: questo è un contributo fondamentale quando bisogna fare i conti con i linguaggi della fiction e i criteri della verosimiglianza. Dal punto di vista emotivo, è sicuramente l’aspetto più difficile del lavoro, si sente una forte responsabilità. Perché oltre al rispetto per la persona che si rappresenta, bisogna aggiungere quello per chi lo ha amato e gli ha vissuto accanto. E che, come nel caso dei familiari di Ilaria e Mauro, ancora lotta per avere una verità.
Che cosa ti aspetti all’uscita di questo ultimo fumetto e che cosa vorresti?
Mi aspetto che continui il lavoro già avviato nelle scuole, dove io e i disegnatori veniamo chiamati per incontrare i ragazzi. Quello che vorrei è invece che si tornasse a parlare di Mauro con un linguaggio nuovo. Anche se in forma di fumetto, questa sarà la più aggiornata biografia su Rostagno. La decisione di uscire con l’anniversario, oltre ad essere una scelta editoriale scontata, fa anche parte della missione. Se quest’anno i giornalisti saranno in grado di trovare una chiave diversa per ricordarlo, senza copiare l’articolo dell’anno precedente, magari l’attenzione da parte delle persone crescerà e allora forse aumenteranno anche le pressioni a livello politico e giudiziario per spingere verso una verità che ancora manca.
Marco Rizzo, Nico Blunda, Giuseppe Lobocchiaro, Mauro Rostagno prove tecniche per un mondo migliore, Becco Giallo, 2010















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