Chi c’è dietro quella maschera

10 lug 2010 | Categoria: Una boccata d'ossigeno
di Alberto Spampinato. Direttore di Ossigeno per l’informazione, osservatorio della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti sui cronisti minacciati e le notizie oscurate con la violenza

Nell’Italia dei depistaggi, delle inchieste insabbiate, della giustizia negata, delle stragi impunite c’è un gioco di maschere e di finzioni, un ballo di spie e controspie che in una regione di confine della guerra fredda qual era la Sicilia ha toccato punte che è difficile immaginare. Citerò due casi emblematici. Fanno capire che la regola universale che dice ”Mai fidarsi delle apparenze” nel nostro paese va rafforzata così: non bisogna fidarsi ciecamente neppure delle personalità che ricoprono delicati incarichi pubblici.

Sentite questa. Arnaldo La Barbera, deceduto cinque anni fa era un super-poliziotto molto apprezzato. Negli anni ottanta-novanta fu capo della squadra mobile di Palermo. Poi guidò la squadra investigativa che fu incaricata da un decreto del governo di fare luce sulle stragi Falcone e Borsellino. In realtà, lo apprendiamo ora dagli archivi dell’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, ex SISDE) che era la “fonte Catullo”, un agente segreto del SISDE. Era uno 007 sotto copertura anche l’ispettore di pubblica sicurezza Guido Paolilli, che continuò a lavorare per La Barbera  anche dopo essersi trasferito da Palermo a Pescara. Tornava a Palermo in missione speciale, pare per distruggere prove. Avrebbe ‘ripulito’ fra l’altro la casa dell’agente di PS Nino D’Agostino, uno dei due poliziotti che dopo il fallito attentato del 1989 contro Giovanni Falcone all’Addaura, furono incaricati del disinnesco dell’ordigno piazzato sugli scogli. L’altro disinnescatore era Emanuele Piazza. D’Agostino e Piazza furono assassinati poche settimane dopo. Scusate, dimenticavo di dire che entrambi erano collaboratori del SISDE. Ho appreso queste e altre cose dal libro di due giornalisti, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, ”L’Agenda Nera della Seconda Repubblica”, (Chiarelettere, 2010, 464 pagine, 15 euro).

Sentite quest’altra. Nel 1977 il vicequestore di Trapani Giuseppe Peri presentò un clamoroso rapporto sulla sciagura aerea di Montagnalonga (5 maggio 1972, 115 morti, nessun colpevole). Sostenne la tesi dell’attentato con una bomba a tempo piazzata a bordo, una pista in cui si intrecciavano mafia e terrorismo nero. Elencò 32 accusati, fra cui Pierluigi Concutelli. Attribuì alla stessa organizzazione quattro sequestri di persona (fra i quali quello dei Luigi Corleo, suocero dell’esattore di Salemi Nino Salvo) eseguiti fra gennaio e settembre 1975. Inspiegabilmente, il rapporto Peri non fu acquisito dagli inquirenti. Il vicequestore che lo aveva redatto fu trattato come un visionario e fu emarginato. Fu trasferito alla questura di Palermo ed escluso da ogni indagine. Rimase in quella condizione fino al 1 gennaio 1982, quando morì  stroncato da un infarto dopo aver brindato al nuovo anno insieme con i colleghi. Peri fece in tempo a vedere i tabulati degli iscritti alla P2 resi pubblici il 21 maggio 1981 in Parlamento. Nelle liste sequestrate nella vilal di Licio Gelli c’erano tante persone importanti e molti che conosceva ed erano intorno a lui: il questore di Palermo Giuseppe Nicolicchia; il capo della squadra mobile di Palermo Giuseppe Impallomeni, successore di Boris Giuliano, assassinato a luglio del 1979; il dottor Giuseppe Varchi, capo di gabinetto del questore  di Trapani, uno dei più accesi sostenitori del suo trasferimento “punitivo” a Palermo. Nell’elenco c’era anche il dottor Salvatore Cassata, giudice istruttore presso il Tribunale di Marsala, il magistrato che archiviò definitivamente il rapporto Peri.

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6 commenti
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  1. [...] This post was mentioned on Twitter by Tiziana Prezzo, Roberto Rossi. Roberto Rossi said: http://www.narcomafie.it/2010/07/10/una-boccata-dossigeno_5/ [...]

  2. sì, è triste dirlo, la cappa di piombo che soffoca l’Italia porterebbe a dire che non ci si può fidare più (quasi) di nessuno. Ma non dobbiamo smettere di avere e dare fiducia. A Dio, innanzitutto, che è fedele per sempre. Ed anche a tanti uomini e donne per bene che ancora vivono in questo nostro Paese. Certo, il verminaio è molto esteso, molto più di quanto si possa immaginare. E tocca persone e ambienti inimmaginabili. Ma occorre fare resistenza. Per noi e per quelli che verranno dopo di noi.

    Nel mio piccolo -sebbene mi diano del ‘don chisciotte’- continuerò a coltivare libertà, giustizia, verità e bellezza.

    Giacinto Marra

  3. Mi sento di condividere largamente le considerazioni dell’avvocato Giacinto Marra.

  4. SI MA A PARTE L’ESSERE D’ACCORDO CHE LO SIAMO TUTTI, CHE COSA VOGLIAMO E POSSIAMO FARE?
    PRENDERE I FORCONI?
    ORGANIZZARE UN SERIO MOVIMENTO VIOLA CHE LI SPAZZI TUTTI VIA QUESTI POLITICI E FUNZIONARI CORROTTI E MAFIOSI?

  5. Caro Alberto, proprio sulla base del rapporto di Giuseppe Peri di cui scrivi, il 27 novembre del 1977 andò in onda in seconda serata un Tg2 dossier intitolato “Camerati, amici, amici degli amici”, che raccontava agli italiani anche nei dettagli (la durata del filmato era di oltre un’ora) quella impressionante denuncia, che ebbi occasione di leggere integralmente, di oscure ma documentate connessioni tra estrema destra, mafia e personalità eminenti della politica e del governo (ti basti dire che andò in video la fotocopia di una lettera firmata dal democristiano ministro del tesoro Ferrari Aggradi che si congratulava con un dirigente pugliese del suo partito, noto pregiudicato e imputato perfino di sequestro di persona, puntualmente seguita, nel filmato, dalla fotocopia della lunga fedina penale del dirigente medesimo). Per quell’inchiesta ebbi le congratulazioni scritte, che ancora conservo, di Andrea Barbato, allora direttore del tg 2. Davvero altri tempi. Un abbraccio, Fernando.

  6. Vi ringrazio per le vostre appassionate osservazioni. Lasciatemi precisare che mi guardo bene dal dire che non c’é niente da fare e che tutto e marcio. Non lo dico e non lo penso. Per nostra fortuna ci sono tanti bravi cittadini come Giacinto Marra, come Sergio Zoppi, come Fernando Cancedda, la cui passione civile conosco. Ci sono tanti uomini politici perbene, anche se non riescono a far trionfare le loro idee. E vedo tanti onesti funzionari pubblici che si battono, a loro rischio e pericolo, per diradare la nebbia e fare trionfare la giustizia, e non si fermano neppure davanti alle bombe. Basta pensare alla grande inchiesta di questi giorni sulla ‘ndrangheta e alle minacce indirizzate in questi mesi al procuratore Pignatone, ai suoi collaboratori, e a tanti coraggiosi cronisti calabresi (a proposito, ne sono appena stati minacciati altri tre in questi dieci giorni, e forse bisognerebbe parlarne di più). Allo scetticismo di Sandro rispondo che bisogna battersi per difendere e conquistare la verità, una cosa difficile da conoscere, una cosa che a volte ha un gusto amaro, ma ha sempre una bellezza, una musicalità inconfondibile, e lentamente, comunque, si fa strada, come insegnano perfino le due tristi storie che ho ricordato. Ognuno di noi di fare qualcosa in più per non lasciare solo chi, di volta in volta, sbatte la testa contro il muro della menzogna, contro l’indifferenza e l’acquiescenza e perciò è dipinto spregiativamente come un vacuo don chisciotte o un estremista, Sanamente, consiglio di amare i don chisciotte; di diffidare delle apparenze; di passare al setaccio le versioni di comodo che ci vengono ammannite, e di aiutare gli altri ad aprire gli occhi. Dobbiamo coltivare il dubbio, avere pazienza e fiducia in noi stessi. Ognuno di noi, nel suo campo, con questo atteggiamento, può fare qualcosa di utile.
    Alberto Spampinato

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