Arriva l’Agenzia, ora c’è un patrimonio da gestire

10 apr 2010 | Categoria: archivio articoli, articoli
di Ferdinando Brizzi e Elena Ciccarello

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Dovrà amministrare un patrimonio di oltre 10mila beni, di cui il 75% in condizioni critiche. Luci e ombre di un’Agenzia che non avrà vita facile e dovrà vedersela con mafiosi, banche e carenza di risorse

Il 30 marzo scorso il voto bipartisan del Senato ha approvato definitivamente la legge che istituisce l’Agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Il Governo ha risposto all’escalation di atti intimidatori della ‘ndrangheta in Calabria, e in particolare a Reggio – dall’attentato alla Procura generale dello scorso gennaio fino al proiettile calibro 9 recapitato al pm della Dda Antonio De Bernardo – con un provvedimento dal forte valore simbolico: Reggio Calabria è la “capitale” della ‘ndrangheta, qui si fanno gli attentati dunque qui nasce la nuova Agenzia, nel regno della più pericolosa e ricca tra le mafie nostrane.

Tutti d’accordo. Nei mesi trascorsi l’esecutivo, di segnali, ne aveva lanciati ben altri, approvando un emendamento alla finanziaria che prevedeva la vendita dei beni confiscati non destinati entro 180 giorni (cfr. «Narcomafie» 11/09). Di fronte a procedure di destinazione limacciose (lunghe mediamente cinque anni) e all’assenza di una regia unitaria, si stabiliva che andassero all’asta tutti i beni non destinati entro sei mesi. Nei fatti, si rischiava di apparecchiare l’estinzione delle esperienze di riutilizzo sociale. La retromarcia del Governo che, in sede di conversione del decreto, ha accolto diverse modifiche bipartisan, ha consentito invece di arginare il rischio della vendita, conducendo all’approvazione unanime della legge che istituisce l’Agenzia.

L’Agenzia si fa in quattro, anzi cinque
. Non è tutto. L’otto aprile scorso, commentando l’importante sequestro di beni realizzato a danno del clan dei casalesi dalla Dda di Napoli (per un valore complessivo di 700 milioni di euro), il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha annunciato l’apertura di sedi distaccate dell’Agenzia nelle regioni più interessate dalle confische: Sicilia, Campania, Lombardia e Lazio. In pole position Palermo, per via del numero di beni confiscati presenti in Sicilia: più di 4,500, oltre la metà dei quali inutilizzati.
Annunciando l’apertura di una sede a Milano, il Governo sembra anche volersi preoccupare dei più di 1.200 beni confiscati nel nord Italia. Ottocento tra appartamenti, esercizi commerciali e quote societarie nella sola Lombardia, quinta regione d’Italia per numero di confische e capitale economico-finanziaria della ‘ndrangheta.

Un “ente a struttura leggera”
. Al di là del valore simbolico l’Agenzia, che sarà guidata dal prefetto Mario Morcone, rischia però di non aver gambe per correre. La legge stabilisce una pianta organica limitata a 30 unità,  un “ente a struttura leggera” – così la definisce la relazione del magistrato di Cassazione Antonio Balsamo –  che faticherà ad assolvere alla “enorme mole di compiti” che le spetta. Basti pensare che i sequestri penali coinvolgono i Gip di 26 capoluoghi di distretto, i giudici dei tribunali di 167 capoluoghi di circondario e di 29 Corti D’Appello, e che a questi si sommano sequestri emessi in sede di prevenzione dai tribunali di 110 capoluoghi di regione.
Di certo, anche se potrà avvalersi delle Prefetture e del Demanio (“sulla base di apposite convenzioni non onerose”), l’Agenzia sarà costretta a ricorrere a personale esterno e i soldi potrebbero non bastare. La dotazione finanziaria prevista è di 3,25 milioni per il 2010 e di 4 milioni per il 2011, sufficiente alla sola amministrazione ordinaria della struttura. Per il resto non è ancora dato sapere se l’apertura delle altre sedi in Italia sarà accompagnata da nuovi finanziamenti. L’intervento potrebbe essere inserito nel nuovo ddl, il Piano straordinario del Governo contro le mafie, attualmente in discussione presso la Commissione giustizia della Camera. Diversamente, le 30 unità di organico previste per legge dovranno essere distribuite nelle diverse regioni con il risultato di non riuscire a rispondere efficacemente a tutte le situazioni problematiche individuate dall’ex commissario straordinario Antonio Maruccia: il 75% dei più di 10 mila beni confiscati si trova in condizioni critiche perché occupato da mafiosi, gravato da ipoteche, pignorato o per altri motivi che comunque ne impediscono o ritardano la destinazione sociale.

Cosa cambia… Vediamo le novità più importanti della legge. Anzitutto il fatto che l’Agenzia “coadiuva” il giudice a partire dal sequestro, in modo da programmare la destinazione del bene prima ancora della sua confisca. Un’altra novità riguarda anche i criteri di selezione degli amministratori giudiziari dei beni che verranno scelti – a garanzia di maggiore trasparenza – da un Albo nazionale appositamente istituito. Infine, sarà compito dell’Agenzia amministrare, destinare ed eventualmente procedere alla demolizione o distruzioni dei beni inutilizzabili o alla vendita di quelli per cui risulterà impossibile la destinazione per il riutilizzo sociale. La vendita, che non scatterà più automaticamente allo scadere dei 180 giorni e sarà riservata a casi limite, avverrà secondo le disposizioni del codice civile, ossia attraverso aste telematiche che eviteranno agli acquirenti la presenza in loco e quindi, secondo il magistrato della Dna Alberto Cisterna, il conseguente rischio di muoversi in un clima intimidatorio. La vendita non potrà avvenire ad un valore inferiore all’80% di quello stimato e il bene non potrà essere rivenduto prima di 5 anni. L’Agenzia richiederà inoltre al Prefetto tutte le informazioni necessarie affinché l’immobile o l’azienda non torni, anche attraverso interposta persona, ai suoi precedenti proprietari.

… e cosa resta
. Resta irrisolto invece il nodo delle ipoteche e il difficile rapporto tra aziende confiscate e banche.  Era stata appena approvata la legge quando, l’otto aprile scorso, Domenico Larizza, amministratore giudiziario in Calabria, ha consegnato a «Il Quotidiano» un’amara denuncia: le banche e gli altri operatori economici e finanziari, buoni alleati dell’impresa finché non viene sequestrata, spariscono quando alla mafia si sostituisce lo Stato: «Dal momento dell’esecuzione del provvedimento di sequestro, l’impresa, agli occhi dei terzi, perde improvvisamente ogni affidabilità e solvibilità». Di più, le stesse banche che hanno concesso mutui e prestiti agli ex proprietari mafiosi bloccano la destinazione dei beni, a causa delle ipoteche, quando sono confiscati. A questa annosa questione, che riguarda più del 30% dei beni confiscati, la nuova legge non dà risposta se non prevedendo la possibilità per il Tribunale di determinare la somma necessaria a liberare il bene, risarcendo terzi in buona fede, ma solo nei limiti delle risorse disponibili. Che non ci sono.

Una partita difficile. In attesa di verificare i risultati dell’Agenzia, ciò che manca, in ogni caso, è una riforma organica e un Testo unico sul contrasto patrimoniale antimafia. Un’esigenza ufficialmente espressa dalla Commissione antimafia e dal Commissario straordinario del Governo. Un intervento reso ancora più necessario dal progressivo aumento di sequestri e confische registrato negli ultimi mesi: più 108% i beni sequestrati, più 354% quelli confiscati rispetto al periodo precedente, secondo i dati del Viminale, per un valore complessivo che il ministro Maroni ha dichiarato aggirarsi attorno ai 10 miliardi di euro. Un patrimonio accumulato grazie anche a nuove norme che incrementano i casi di sequestro. Oggi si procede anche per reati diversi dall’associazione mafiosa e nei confronti di imputati che non sono più socialmente pericolosi o che muoiono durante il procedimento. Per capirci, con queste nuove norme, anche se don Tano Badalamenti muore in America – come è avvenuto – con una condanna all’ergastolo per la morte di Peppino Impastato, le sue proprietà non tornano agli eredi; ugualmente non vanno perse le immense ricchezze di Dante Passarelli, deceduto in circostanze sospette nel 2004 e ritenuto il “referente economico del clan dei Casalesi”. Questi patrimoni tornano ai cittadini. Toccherà all’Agenzia gestirli e renderli vivi, in una partita con le mafie in cui è in gioco la credibilità stessa dello Stato.

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